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domenica 10 agosto 2014

Senza diritto di parola

                                                       Senza diritto di parola

Ma è la stessa vita della Chiesa che risente di questa fragilità del laicato credente; perché, a dispetto di un generoso coinvolgimento di uomini e donne nell'azione pastorale, quest'ultima rimane perlopiù confinata entro le mura parrocchiali, estranea alle questioni più drammatiche e controverse del vivere. È interessante osservare come le nostre comunità cristiane siano state prese in contropiede dall'irrompere delle 38 domande in preparazione al Sinodo sulla famiglia: domande dirette, che non edulcorano le questioni più spinose; e come non si siano trovate forme per una discussione aperta, corale dei laici delle nostre comunità. Eppure la stessa dimensione pastorale è con tali problemi che deve ormai fare i conti, disponendo spesso di strumenti culturali,l teologici, biblici del tutto inadeguati.
 L'afasua del laicato nasce anche da un clima ecclesiale che non favorisce il dibattito e il confronto di idee, perché timoroso di alimentare forme di dissenso e di far emergere elementi di disagio che turberebbero l'ordinata vita delle comunità, già affaticata da mille questioni interne ( dall'eccessivo carico di lavoro dei preti sempre meno numerosi alla progressiva carenza di catechisti o di animatori della liturgia, all'invecchiamento della popolazione che frequenta le parrocchie). E questo crescente concentrarsi su di sè e sulle loro dinamiche interne, tipico di molti ambienti ecclesiali, li rende di fatto inospitali verso chi avrebbe anche i l desiderio o la curiosità o l'interesse a esprimere proprie idee (non sempre in linea con il magistero della Chiesa), introducendo magari questioni esistenziali che producono turbolenze nell'ordinato fluire della vita comunitaria. Non è privo di significato che stiano nascendo all'interno delle Chiese italiane centinaia di gruppi o altre forme aggregative, capaci di interessanti elaborazioni culturali e teologiche, che si collocano, spesso non per scelta loro, ai confini degli spazi ecclesiali. Eppure un dibattito  aperto, in cui si dà voce o a chi ha pensieri, idee, proposte da esprimere, aiuterebbe a creare quel l'opinione pubblica nella Chiesa di cui abbiano urgente bisogno (vedi Giacomo Canobbio in "Chi ha diritto di parola nella Chiesa?",  pubblicato sul numero 2/2013 della "Rivista del clero".

[dall'articolo di Beppe Elia "Tocca ai laici", pubblicato sul numero 6/2013 di "Coscienza", la rivista del MEIC - Movimento Eccleiaale di Impegno Culturale.

 Viviamo in una società in cui le forme e le sedi di reale partecipazione sociale stanno diventando sempre meno. Prevalentemente si vive da "clienti", in collettività di consumatori fidelizzati verso un certo prodotto, o da membri di tribù, soggette al potere indiscutibile di un qualche gruppo di capi e al conformismo verso certe tradizioni. Le nostre collettività religiose non fanno eccezione, anche se in esse la situazione è sotto certi profili più grave, per la storica e pervicace diffidenza e resistenza verso ogni forma di effettiva partecipazione popolare. In tutto questo è centrale un problema di dignità umana, proprio la materia sulla quale, secondo il sociologo Pier Paolo Donati in "Pensiero sociale cristiano e società post-moderna", AVE,1997, il pensiero sociale espresso dalle nostre collettività di fede potrebbe ancora dare un importante apporto nel mondo contemporaneo. Se infatti una persona non ha diritto di parola nella società in cui vive, ne risulta menomata la sua dignità di essere umano. E l'uguaglianza in dignità tra gli esseri umani è una delle basi ideologiche delle democrazie contemporanee, i sistemi politici che anche la nostra gerarchia del clero, pur ancora fondamentalmente su linee antidemocratiche, è giunta a riconoscere (all'inizio degli scorsi anni '90!) come quelli più efficaci per stabilire un ordine pacifico a livello mondiale.
 Beppe Elia scrive che nelle nostre collettività non si è discusso del "questionario" sulla famiglia inviato anche ai laci in previsione del Sinodo su quel tema. Anche nella nostra parrocchia non ne ho sentito parlare. Eppure la famiglia è materia sulla quale spesso anche tra noi si manifestano divergenze di opinioni ogni qual volta sia aprono spazi di dibattito franco. Mi pare infatti che solo una minoranza sia d'accordo con il modello fondamentalista di famiglia che viene in genere proposto, in particolare nella formazione degli adolescenti e dei giovani adulti. Tuttavia, ogni volta che se ne parla, il dibattito viene troncato bruscamente sostenendo che o si accetta quell'impostazione o si è fuori, perché altrimenti si va contro la legge che ci è stata data dall'alto. E non si considera che, ad esempio, i nostri scritti sacri sono un amplissimo catalogo di concezioni etiche in materia di famiglia (e di altro) storicamente superate senza troppi problemi giá nell'antichità e che nella storia postbiblica delle nostre collettività religiose ogni epoca ha avuto il suo modello di famiglia, nel tentativo di impostare secondo i tempi l'esperienza della famiglia secondo i principi evangelici, con esiti molto diversi nelle varie epoche. Sarebbe strano che proprio in tempi di velocissimi cambiamenti sociali, in questi nostri tempi che stiamo vivendo, la famiglia  in religione potesse rimanere organizzata sempre secondo uno stesso stampo. E infatti questa non è la realtà che comunemente si vive. Non si capirebbe, altrimenti, la ragione per cui, ad un certo punto, si è sentita l'esigenza di cambiare le norme del codice di diritto canonico in materia di famiglia, che ora riconoscono alla donna nella famiglia una dignità conforme a quella che le costituzioni democratiche delle società occidentali le attribuiscono. Abbiamo superato senza problemi anche in religione il modello del marito/capo della moglie.
 Da genitore ho vissuto queste tensioni durante le riunioni che si facevano negli anni del catechismo delle mie figlie. Ho constatato, ad esempio, una certa difficoltà ad accettare il fenomeno delle famiglie monogenitoriali, presentate come carenti e imperfette rispetto a un modello ideale. Ma problemi mi pare di ricordare che vi fossero anche verso le famiglie costituite dopo il fallimento di un precedente rapporto coniugale. L'approccio alle persone che vivevano in queste famiglie mi è sembrato poco produttivo, in quanto, sostanzialmente, si sosteneva di accettarle "per misericordia", laddove esse invece reclamavano il riconoscimento, anche in una collettività di fede, di una loro dignità. E qualche volta questa concezione della misericordia mi è parsa addirittura insultante.
 Certo, la società in cui viviamo esprime e pratica anche modelli di vita contrastanti con i nostri principi di fede. Ma le nostre idealità non mancano tuttora di forza attrattiva. Di solito le persone nella loro vita non seguono un unico modello, ma vanno dall'uno all'altro, come a tentoni, o costruiscono sintesi tra modelli differenti. Il credente è chiamato a quel lavoro molto importante che nel gergo viene definito "discernimento" e che consiste nel valutare se ciò che si è costruito nella propria vita è coerente con i principi ai quali si intende improntare la propria esistenza. Non si tratta semplicemente di mettere a confronto la propria vita con uno schema corrente nella tribù in cui si è inseriti. E questo perché anche quest'ultimo è oggetto di discernimento. È sempre in questione la propria responsabilità personale nella costruzione della società in cui si vive, perché siamo legati gli uni agli altri in forme sempre più complesse, e ciò che siamo e che facciamo non è senza influenza sulla vita delle altre persone. L'aspetto e la rilevanza sociale di questo lavoro rendono necessario che esso non sia condotto solo all'interno delle coscienze individuali, ma nel dialogo collettivo. Si parla a questo proposito di "discernimento comunitario", che, benché ciclicamente invocato, è assai poco praticato nelle nostre collettività. In nome dell'unità si pretende in genere dalla gente un certo conformismo. Fatto sta che chi non se la sente di praticarlo rimane fuori, anche se non ostile al discorso religioso. Ho sentito talvolta andare orgogliosi di questo risultato, perché avrebbe condotto a una purificazione delle nostre collettività di fede, selezionando ed escludendo gli imperfetti e compattando le schiere dei più determinati. Io lo considero invece un insuccesso. Come possiamo andare fieri della crescente estraneità della gente in mezzo alla quale viviamo rispetto alle nostre collettività di fede?
 Siamo però disposti a riconoscere la dignità umana anche a coloro che non la pensano esattamente come noi? Siamo disposti a riconoscere loro il diritto di parola nelle nostre collettività? Siamo disposti a praticare veramente lo spirito di dialogo, che è uno dei cardini dei principi promossi dal Concilio Vaticano 2*, accettando anche di confrontarci con il dissenso? O, al contrario, ci sentiamo soddisfatti nel nostro ruolo di "doganieri" della fede, asserragliati nella nostra cittadella tribale al modo dei nativi nordamericani nelle loro "riserve", gelosi delle nostre particolari costumanze?

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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