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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 26 agosto 2014

Ricerca e zone di incertezza (2)

                                               Ricerca e zone di incertezza (2)

 Da Giovanni Paolo 2^ in poi i Papi hanno voluto presentarsi anche come maestri di spiritualità e ci hanno raccontato le loro vite di fede in testi che hanno avuto larghissima diffusione, scritti dopo l'inizio del loro ministero al vertice della nostra confessione religiosa. Abbiamo quindi saputo su di loro molto più di ciò che si era conosciuto dei loro predecessori, e non di rado molto più di ciò che si sapeva dei sacerdoti che ci erano più vicini, in parrocchia o nei gruppi di riferimento. Ci siamo dovuti confrontare con un nuovo genere letterario, appunto con la letteratura pontificia consistente in testi diversi da quelli formali, ad esempio le encicliche, in cui viene espresso il magistero dei Papi e che, non di rado, pur essendo attribuiti al Papa regnante che li sottoscrive e promulga sono il frutto di un lavoro collettivo di gruppi di esperti più o meno ampi. Gli atti formali di un Papa non sono solo testi letterari, hanno anche una forza normativa che, secondo il diritto canonico, il diritto della nostra collettività religiosa,  ancora molto rilevante, potendo giungere a formulare e imporre principi che non possono essere messi in discussione dai fedeli.
 In occasione della pubblicazione dei suoi libri sulla vita di Gesù, il Papa Benedetto 16^ ha precisato che quanto in essi contenuto doveva essere accolto come il lavoro di uno studioso sui temi in essi trattati, non come formulazione di principi normativi per la fede. Ha quindi ammesso la libera discussione su quelle opere, le quali comunque, provenendo pur sempre dal Papa regnante, mantenevano una notevole autorevolezza, soprattutto per chi non era specialista sugli argomenti in esse trattati, come la gran parte dei fedeli. Possiamo applicare, credo, la stessa regola di valutazione per tutti gli altri documenti provenienti da un Papa e non consistenti in atti formali.
 Questa letteratura pontificia al di fuori di atti formabile magistero è uno dei nuovi modi in cui viene esercitato il ministero dei Papi, la loro autorità, e, in particolare, quel magistero di natura spirituale che, avvicinandoli molto più di un tempo ai fedeli, ne ha fatto uno punto di riferimento e aggregazione per varie iniziative sociali di massa, come gli incontri mondiali della gioventù, al modo in cui lo sono i capi carismatici dei movimenti sociali. Vale a dir che, ad un certo momento, non è stata più ritenuta sufficiente l'autorità "sacrale" che emanava da ministero pontificio. Sempre più i Papi hanno voluto avvicinarsi personalmente ai fedeli, riuscendo in tal modo a recuperare una capacità di influenza sociale che dà venuta attenuandosi con la crescente difficoltà della società contemporanea a interpretare correttamente il sofisticato apparato concettuale e simbolico c'è sorregge l'autorità sacrale.
 Tutto ciò è particolarmente evidente nel ministero di Papa Francesco.
  Il libro da cui ho tratto la citazione riportata nel post del 24 agosto scorso riporta la conversazione del Papa con Antonio Spadaro, direttore della rivista dei gesuiti La civiltà cattolica. Al centro di essa non vi sono, genericamente, temi di spiritualità personale, ma i problemi che travagliano oggi le nostre collettività di fede. Essi sono affrontati facendo riferimento alla storia personale dei Papa, alla sua esperienza di vita, in particolare quale gesuita e vescovo. 
 I gesuiti sono stati storicamente, negli ultimi due secoli e almeno fino a quando dal 1965 iniziarono ad essere guidati da Pedro Arrupe, in genere ostili e polemici verso i moti di rinnovamento emersi nelle nostre collettività religiose, in particolare verso quelli a carattere in senso lato democratico. In un certo senso nell'ordine fu teorizzato quel'«intransigentismo» che, con il senno del poi naturalmente, può ritenersi che abbia inciso molto negativamente sullo sviluppo delle nostre collettività religiose in Italia. E ciò anche se gesuiti ebbero anche un ruolo rilevante nella teorizzazione, verso la fine dell'Ottocento, dei principi di ciò che sarebbe stata definita "dottrina sociale della Chiesa", la quale comunque, pur nel quadro di una nuova considerazione dell'azione dei laici di fede nella società civile, fu a lungo fortemente ostile a posizioni di maggiore autonomia dei laici nelle questioni sociali e politiche (la grave crisi che travagliò, a cavallo tra Ottocento e Novecento, il mondo del laicato italiano e che portò, agli inizi del Novecento, all'istituzione della nostra Azione Cattolica, fu determinata dalle accese controversie su quel tema). Questo orientamento fu quello prevalente nella nostra confessione religiosa, a parte limitati circoli intellettuali fino agli scorsi anni Cinquanta. Fu mutato, per circa due decenni, sulla scia del movimento innovatore indotto dal Concilio Vaticano 2^ (1962/1965) e poi progressivamente ripreso a partire dalla metà degli scorsi anni Ottanta.
 Il Papa, in questa conversazione con Spadaro che pur non avendo l'efficacia di magistero normativo manifesta con chiarezza il suo punto di vista, riprende sostanzialmente l'orientamento emerso dal Concilio Vaticano 2^. Egli si dice infatti contrario a una mentalità "restaurazionista", "legalista", tesa esageratamente alla sicurezza dottrinale e al recupero di un passato perduto, propensa a silenziare il dissenso con la minaccia di provvedimenti disciplinari.
  Poiché il Papa non ha un passato di specialista teologo e proviene dai gesuiti non penso che ci si debbano attendere da lui particolari sorprese in materia di dottrina della fede, ma verosimilmente egli, rivalutando quello che ha definito "margine di incertezza" nelle cose della fede, tende a rendere di nuovo possibile un dialogo più aperto nelle nostre collettività di fede, le quali, in genere, appaiono oggi caratterizzate  da un rigido e intollerante conformismo: in sostanza, si viene accettati solo e in quanto ci si conforma a linee guida che hanno assunto carattere ideologico, vale a dire di metodo per riconoscersi appartenenti a una certa collettività. In genere si preferisce essere semplici "ripetitori" di una dottrina standardizzata, mentre le nuove idee circolano in ambienti piuttosto ristretti, intorno a certe riviste o in certi gruppi.
 Penso che sia destinato a produrre effetti di rilievo l'intento programmatico di consentire una discussione più ampia sui temi della fede, in particolare nei loro risvolti sociali. Esso è funzionale, credo, a far beneficiare anche le nostre collettività diede del metodo democratico, che consente la più ampia partecipazione della gente all'esame degli argomenti "pubblici" e alla decisione su di essi. Nella convinzione, penso, che il corso delle cose nelle nostre collettività di fede sia andato escudendo troppe energie sociali, "sconfessate" ed emarginate come pericolose per l'unità.
 Vedremo se questo autorevole orientamento riuscirà, in concreto, ad avere reali influssi sulla vita delle nostre collettività di fede: allo stato mi pare che in esse prevalga il silenzio. Non sarà facile coinvolgere nuovamente in un discorso religioso, condotto con il nuovo spirito indicato da Papa Francesco, le persone che per tanto tempo ne sono state escluse e per tale motivo hanno perso dimestichezza con la cultura religiosa. L'Azione Cattolica, il cui metodo coincide sostanzialmente con quello indicato da Papa Francesco, può essere una delle sedi in questo nuovo modo di vivere la fede può essere sperimentato. Ma come fare per far arrivare la proposta a perso che hanno molto allentato o addirittura perso i contatti o le parrocchie di riferimento e che quindi rimarrebbero estranee ad "annunci" fatti in tale ambiti? Penso ad esempio ai giovani cresimati della nostra parrocchia che non ho più visto in giro tra noi e che hanno ricevuto una iniziazione religiosa più approfondita. Da notizie indirette che ho raccolto so che in fondo pensano ancora alla fede. Sarebbe bello averli di nuovo tra noi perché ci raccontino le loro esperienze di fede, anche del loro dissenso e dei loro problemi, in modo che si possa imparare a non ripetere gli errori del passato, quelli che li hanno fatti allontanare. 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


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