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domenica 3 agosto 2014

Funzione universalistica dell'Azione Cattolica

                                               Funzione universalistica dell'Azione Cattolica

"Il pensiero sociale cristiano non può essere ridotto né a una funzione consolatoria per sistemi sociali basati su principi a-morali,  né tantomeno a funzioni di sostegno solidaristico per individui e gruppi espulsi o marginalizzati da siffatti sistemi [...] Il pensiero sociale cristiano aspira a una funzione ben più decisiva e universalistica: esso indica una 'società buona' 
[...] Il pensiero sociale cristiano insiste per essere considerato un sistema di pensiero non particolare, ma generale, non valido solo per i credenti, ma per tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell'uomo, in breve insiste per avere riconosciuta una sua validità universale.  Ci si chiede allora: questa pretesa che fondamenti ha? E dove può portare?
La risposta, a mio avviso, non deve essere data considerando il pensiero sociale cristiano, come un sistema chiuso, autoreferenziale e deduttivo [...] può e deve essere messo a confronto con le tendenze empiriche delle società odierne con i conflitti, dilemmi e problemi sociali che abbiamo sotto i nostri occhi. Il fondamento della sua validità non è meno induttivo che deduttivo."
[da Pierpaolo Donati, "Pensiero sociale cristiano e società postmoderna", editrice AVE, 1997]

 Spesso siamo portati a considerare le idee espresse dalle nostre collettività di fede come totalmente comprese in quel vasto corpo di scritti che viene denominato "Dottrina sociale della Chiesa", prodotto dai capi del nostro clero. In realtà esse hanno anche altre fonti e vengono a comporre, unitamente alle pronunce dei nostri capi religiosi, ciò che Donati definisce "pensiero sociale cristiano". Quelle altre fonti sono costituite dal lavoro culturale svolto da chi nella nostra organizzazione religiosa non ha un'autoritá giuridicamente definita, in particolare dal nostro laicato. Esso ha svolto un ruolo determinante nella costruzione della nostra nuova Europa. Possiamo prendere come esempio quello svolto dai filosofi Jacques Maritain e Emmanuel Mounier. Ma potrei citare molti altri nomi. Ad esempio quelli dei costituenti che venivano dal nostro mondo di fede. Queste fonti del pensiero sociale cristiano si sono andate inaridendo a partire dall'inizio degli anni '80. Ciò è all'origine della progressiva emarginazione della componente sociale espressa dalla nostra gente di fede, che oggi tende a concepire sè stessa come "minoranza" nella società civile italiana. Ma non si tratta tanti di un fatto numerico, ad esempio del numero delle persone che frequenta la messa domenicale o che si sposa con rito religioso, ma piuttosto di un problema di presa culturale, nel senso che sempre più le nostre idee di società buona sono viste come inattuali e impraticabili. 
 Spesso sento fare recriminazione sul basso tasso di osservanza di alcuni precetti religiosi, in particolare nel campo delle relazioni sessuali, e ciò viene visto come segno di un degrado della società in senso contrario alle nostre aspirazioni di fede. Ma non si considera che nelle epoche passate, anche in quelle che cosideriamo come esemplari di una civiltà informata ai nostri principi religiosi, la situazione sotto questo profilo non era migliore, anzi. Uno dei punti più bassi sotto questo profilo fu raggiunto intorno all'inizio del secondo millennio della nostra era, quando è originato il modello di organizzazione della nostra collettivitá religiosa che, più o meno, è ancora oggi vigente.
 La ragione della progressiva marginalizzazione dell'incidenza sociale della nostra fede risiede, a mio avviso, nella progressiva sclerotizzazione del nostro pensiero sociale e, in particolare, nei limiti che ci siamo posti, ed abbiamo accettato, nel lavoro di mediazione culturale nella civiltà in cui siamo immersi, quindi nel confrontarci con i fenomeni che la caratterizzano. 
 Su ogni tema sociale siamo portati a dedurre, vale a dire a ricavare principi e orientamenti, dalla immane produzione letteraria dei nostri capi religiosi, invece di confrontarci direttamente con la realtà intorno a noi. Questo ha costituito un serio problema nel progresso delle nostre concezioni sociali e anche nella credibilità delle soluzioni proposte. Storicamente infatti, dall'Ottocento in poi, il lavoro di definizione e formalizzazione dei principi in materia sociale ha sempre seguito e non preceduto il lavoro di mediazione culturale svolto nella società dalle collettività dei fedeli. Ciò significa che i nostri capi religiosi hanno ciclicamente proceduto a revisioni dei principi sotto forma di "aggiornamenti", dopo che una certa realtà si era affermata nella società. Venendo a mancar il lavoro di "avanguardia" svolto in particolare dal laicato di fede, anche l'opera loro ne ha risentito. Di recente se ne è preso ufficialmente atto, in particolare nelle sorprendenti pronunce del nostro nuovo vescovo e padre universale. Si è stati autorizzati ad essere collettività di fede "in uscita" ed invitati ad essere "audaci". In realtà è ciò che avremmo dovuto essere anche prima. Ma di fronte alla sfiducia e al sospetto che circondava ogni nostra "uscita" ci siamo accomodati a farci meri ripetitori delle idee dei nostri capi religiosi. Ora che essi  tacciono, anche noi tacciamo. Eppure non mancano temi sociali che interrogano la nostra fede religiosa. Ci troviamo a vivere infatti in una societá che si va facendo insicura e incapace di progettare rimedi pubblici ai mali sociali, di nuovo minacciata da una guerra europea, coinvolta in altri conflitti nel vicino oriente e nell'Africa settentrionale. La nostra azione sociale più recente si è concentrata, sfinendosi, fondamentalmente in un lavoro di interdizione verso riforme sociali ispirate a principi di equitá e ragionevolezza, rifiutando di prendere atto  che veloci mutamenti dei costumi sociali richiedevano un adeguato lavoro di normazione. 
 È possibile cambiare o ci si deve rassegnare a chiuderci in collettività "fortificate" o "riserve" religiose, all'interno delle quali vivere in qualche misura la "vita buona" secondo la fede, abbandonando la società intorno a noi al suo destino? Quelle esperienze con funzione consolatoria o di sostegno solidaristico per emarginati a cui si riferiva Donati nello scritto che ho sopra citato.
 L'Azione Cattolica ha storicamente scelto l'apertura. Non ha certamente atteso il recente autorevole invito per essere collettivitá "in uscita". Oggi però il suo lavoro può essere senz'altro favorito dall'attenuarsi del vento conservatore e autoritario che ha spirato fino a non molto tempo fa. Ma si tratta di un impegno che richiede una vasta collaborazione, l'aggregazione di più gente consapevole del compito che storicamente ci attende, pronta a sperimentare nuovi modi per pensare la nostra esperienza religiosa nella società della quale siamo attivi partecipi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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