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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 29 agosto 2014

La crisi del mondo che c'era prima (2)

                                                         La crisi del mondo che c'era prima (2)

 Il sociologo Luca Diotallevi e il filosofo Giovanni Ferretti hanno descritto, nei loro due saggi che ho citato nei precedenti post, le caratteristiche delle metamorfosi della società italiana e delle sue istituzioni che, per la loro vastità e complessità, possono essere descritte come "fine di un mondo". In particolare, nell'era contemporanea, il progresso tecnologico, quello economico e quello giuridico rendono possibile, vantaggiosa e lecita un'espansione dell'autonomia individuale mai sperimentata prima d'ora dall'umanitá, se non in limitati gruppi di appartenenti a classi dominanti. Ciò ha comportato un minor consenso sociale alle istituzioni "pubbliche" create nelle ere precedenti, vale a dire a quelle istituzioni che pretendono di stabilire regole di condotta valide per tutti, come gli stati e le organizzazioni religiose come la nostra collettivitá di fede. 
 Secondo il mio punto di vista, sarebbe però imprudente pensare a un'effettiva "fine" degli uni e delle altre. Ho infatti preferito definire il fenomeno come "metamorfosi", vale a dire come un processo di cambiamento che potrebbe, al suo esito, portare allo sviluppo di istituzioni profondamente diverse.
 Per quanto riguarda gli stati, il processo di globalizzazione favorisce il consolidarsi del potere politico supremo in istituzioni sovranazionali che tendono ad assorbire i poteri che, ancora oggi, gli stati pretendono di esercitare. Esse potranno svilupparsi in senso democratico o autoritario, secondo i modelli rispettivamente della nostra Unione Europea, da un lato, e della Repubblica Popolare di Cina dall'altro. All'interno di questi estremi si collocano i modelli degli Stati Uniti d'America e della Federazione Russa. La differenza sarà fatta dal grado di partecipazione democratica che si riuscirà ad ottenere nelle popolazioni coinvolte e dalla circostanza che essa sia compatibile con il mantenimento dell'ordine e della pace sociale. E occorre considerare a che la democrazia, in questa accezione, è una conquista culturale, alla quale il pensiero sociale della nostra confessione di fede ha fecondamente collaborato nel Novecento, creando le basi culturali della nostra nuova Europa.
 Per quanto riguarda la nostra organizzazione religiosa le cose stanno più o meno nello stesso modo. Con l'importante differenza che essa, nella sua configurazione giuridica, è attualmente profondamente obsoleta, essendo strutturata come un impero religioso feudale sulla base di un'ideologia istituzionale creata in Europa all'inizio del secondo millennio della nostra era. Tale struttura ha inciso molto negativamente negli ultimi due secoli sull'azione sociale dei laici di fede, costituendo un pesante fattore di arretratezza. Ad essa va  addebitato l'esito insoddisfacente del processo di sviluppi dei principi che, elaborati culturalmente nel Novecento tra il primo dopoguerra e gli anni '50, furono recepiti dal Concilio Vaticano 2^, pur in formulazioni emerse all'esito di faticosi compromessi con le componenti reazionarie e conservatrici.
 La resistenza all'introduzione di principi di partecipazione democratica all'interno delle nostre  collettività di fede è ancora molto forte. Che io sappia, solo l'Azione Cattolica, tra le grandi collettività laicali della nostra confessione, ha accettato piemamente,  nel proprio statuto, il metodo democratico, e si propone anche una formazione dei suoi associati per un lavoro collettivo ad esso improntato.
 In genere prevalgono invece modelli autoritari, basati su quella che Diotallevi definisce "imprenditoria religiosa", centrata sulla "produzione" di "beni religiosi" secondo le richiesta del mercato, ad esempio di "sacro" a fini taumaturgici, o di aggregazioni che simulano famiglie allargate per lenire l'isolamento esistenziale.
 Storicamente l'Azione Cattolica ha cercato sempre di essere tutt'altro. È stata sempre proiettata nell'azione nella società civile in cui era immersa, secondo quanto primariamente compete ai laici di fede e con piena loro responsabilità. Un'azione che quindi è stata svolta essenzialmente al di fuori degli  spazi liturgici: gli associati sono quindi stati molto di più di "collaboratori" del prete nei compiti propri di quest'ultimo. Nello stesso tempo però il lavoro dell'Azione Cattolica ha inteso essere, anche dopo il pieno recepimento dei principi democratici, una manifestazione dell'intera nostra collettività religiosa,  non di una sua particolare fazione, setta o articolazione di tendenza. Ciò ha comportato uno sforzo particolare per non separarsi traumaticamente  dall'organizzazione del clero, nonostante il suo carattere marcatamente antidemocratico e feudale, nella consapevolezza della sua particolare funzione nel mantenimento di una unità culturale di fondo nelle questioni religiose. In questo modo il lavoro dei laici di fede è potuto rifluire in quello dei chierici, e attraverso questi ultimi diventare patrimonio culturale largamente condiviso. Una delle più importanti manifestazioni di questo processo si è avuta con il Concilio Vaticano 2^, nel quale ha contato moltissimo il pensiero sociale sviluppato dai laici di fede in organizzazioni strutturate al modo dell'Azione Cattolica Italiana, poi recepito in sistemazioni teologiche, e infine dal linguaggio teologico pervenuto a quello normativo del magistero.
 Diotallevi nel suo libro sostiene che, nell'attuale crisi delle istituzioni del "mondo che c'era prima", c'è una sola certezza: nulla potrà essere "come prima'. La via della restaurazione ci è preclusa. La scelta, per quanto riguarda gli affari religiosi, è quindi tra il portare a compimento il processo manifestatosi nel Concilio Vaticano 2^, e quindi uscire, prima nella prassi e poi nella teoria, dall'organizzazione feudale che ancora formalmente (per quanto ampiamente derogata nella prassi) struttura le nostre collettività religiose, o adattarsi ad un nuovo modello autoritario, secondo uno di quelli emergenti nel mondo, tenendo però ben presente che esso, per il contesto in cui deve inserirsi, dovrà necessariamente "farsi dettare legge", e quindi venire a patti, dalle nuove istituzioni sovranazionali che assorbiranno i poteri degli attuali stati nazionali: siano esse a base democratica o autoritaria esse non accetteranno infatti la concorrenza di un altro potere pubblico autoritario. In ogni caso quindi non si tornerà al modello della "cristianità medioevale". Una organizzazione religiosa che rimanga ordinata su base autoritaria e feudale dovrà rinunciare ad avere una vera rilevanza sociale, nel modo in cui l'ha avuta nella seconda metà del Novecento mediante l'azione dei laici di fede nelle società civili europee. Potrà sopravvivere ripetendo sostanzialmente l'infausta esperienza dei concordati novecenteschi con i regimi totalitari europei, dal cui discredito venne salvata per il grande successo storico del cristianesimo demcoratico nell'Europa del secondo dopoguerra.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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