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mercoledì 6 agosto 2014

Rinnovamento o reazione?

                                                      Rinnovamento o reazione?

"Il Concilio é stato uno 'spirito'; una sensibilità, uno stile, una spiritualità. Al di là dei documenti approvati, nei lavori del Concilio si respira un profondo interesse per il mondo.
                                                                         [...]
 Il Concilio è ancora oggi il nostro programma"
[Paola Bignardi, in "Azione Cattolica e Concilio", di Paola Bignardi ed altri, editrice AVE, 2002]

"Certo il Concilio non ha detto tutto e il nostro compito di elaborazione teorica non è dunque oggi esaurito. Ma ha indicato -con grande lucidità- un metodo: il metodo o del l'ascolto e dell'attenzione ai segni dei tempi. Ha così voluto uscire dallo schema delle definizioni preliminari: ha ritenuto non utile e perfino dannoso definire noi e l'altro. È stata un'attitudine che storicamente ha portato danni alla Chiesa: è sufficiente pensare a che cosa ha significato, per la Chiesa di Roma, la necessità di definirsi in rapporto alla Riforma protestante. Lo schema del 'se l'altro è questo, allora io sono una cosa diversa' ha portato molte incomprensioni e grandi tragedie: in forza di questo schema, i cattolici per secoli non hanno avuto accesso alla Bibbia e hanno visto al rovescio i rapporti tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio universale (essendo entrambe le cose ritenute delle velleità protestanti"
[Stefano Biancu, "Dall'ombelico alla città", in "Coscienza"' rivista del MEIC, n,6/2013]

 Dunque, il Concilio Vaticano 2* è uno spirito, un metodo e il nostro programma associativo. Ed è un lavoro non solo non ultimato, ma, per certi versi, nemmeno cominciato.
 Ma che cosa c'è "nel" Concilio? C'è la manifestazione di un vento di rinnovamento che ai tempi nostri purtroppo è solo un ricordo, e forse nemmeno quello. Perché, amici che leggete, che cosa veramente sappiamo di quel grande evento e delle idee che da esso furono rilanciate?
 Nei documenti del Concilio c'è molta dottrina, per un laico che abbia poca dimestichezza con la cultura religiosa. E ciò anche se non fu un congresso di nostri capi religiosi che si propose principalmente di formulare norme in materia di dottrina, su come la si dovesse pensare nelle questioni di fede. E soprattutto non volle farlo in polemica con altre concezioni culturali, come in genere era accaduto in passato. Montini, che di quel consesso fu uno dei grandi protagonisti, disse che i documenti del Concilio sono "il catechismo dei nostri tempi". Gli scritti prodotti nel corso dei lavori del Concilio richiedono di essere accostati in modo non superficiale, per capirli è necessario un impegno che costa fatica, ma fa crescere nella fede.
 Fin da ragazzo sono stato formato nell'Azione Cattolica per accostare quei documenti e per interiorizzarne profondamente le idealità, anche se questa iniziazione si è mantenuta, come accade alla gran parte delle persone colte, ancora a un primo livello di comprensione. Per questo, quando mi capita di leggere le parole di un esperto sui temi del Concilio, scopro sempre cose nuove.
  Il moto di rinnovamento che si diffuse dal Concilio Vaticano 2*, nella prima metà degli scorsi anni Sessanta, non partì dal Concilio. C'era tutto un fermento nelle nostre collettivitá di fede che aveva avuto le prime manifestazioni nei precednti anni Venti e Trenta, ma che si era fatto impetuoso a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Questi moti furono (inaspettatamente) raccolti dai nostri capi religiosi di allora. Quando si dice che il Concilio non ha detto tutto, si vuole intendere che il lavoro nella società che esso intese assecondare era già in corso, era sorretto da un vasto movimento di popolo e da esso doveva ricevere impulso. Si volle manifestare, nel Concilio, la consapevolezza che si stava vivendo "una nuova epoca della storia umana" e che le nostre collettività religiose non potessero rimanervi estranee (così al n.54 della Costituzione "Gaudium te spes" -=la gioia e la speranza-). Si sentì l'esigenza di colmare un distacco tra il modo tradizionale di esprimersi corrente nelle nostre collettività religiose e il modo di pensare delle persone moderne, consapevoli che nei tempi nuovi vi fossero notevoli opportunità di bene, per cui la gente di fede poteva parteciparvi, non solo rimanere a fronteggiarle polemicamente. 
 Ad esempio, pensiamo alla nuova considerazione che le donne hanno avuto nelle nostre collettività religiose a partire dal Concilio e che è derivata dal cogliere le idealità dei moti di liberazione femminile che avevano percorso le società Occidentali a partire dall'Ottocento, ma con particolare forza dalla metà del Novecento. Oggi se ci capita di vedere come le donne sono umiliate e represse in alcuni ambienti sociali asiatici e africani sentiamo un moto di ripulsa, ma spesso dimentichiamo che fino agli anni Quaranta del Novecento la situazione in molti posti in Italia non era poi molto diversa e che anche in Italia la religione fu un importante fattore di discriminazione (e forse ancora sotto certi profili lo è ancora). E mi è anche accaduto talvolta di sentire ancora in parrocchia terrificanti considerazioni sul ruolo delle donne nella società, cose che avrebbero certamente fatto fuggire a gambe levate donne integrate nella nostra civiltà, a meno che non si fossero in qualche modo assuefatte a certe uscite, pur non condividendole (ma siamo certi che ciò non sia accaduto?). Qualcosa si è perso o non è stato ancora ben recepito delle idealità del Concilio. Sentiamo questo come una nostra mancanza o, invece, addirittura, come alcuni reazionari, ne andiamo orgogliosi, fregiandocene come fattore distintivo della nostra "diversità" rispetto al "mondo", inteso solo come coacervo di iniquità? Non dobbiamo nasconderci infatti, che come ricordato nel libretto "Azione Cattolica e Concilio", le idealità proclamate in quel grande congresso sono state storicamente assai avversate da correnti di pensiero che vi vedevano una compromissione della nostra fede e vollero reagirvi. Sotto certi aspetti chi oggi, nelle nostre collettività religiose, insiste sul Conciliio si vede attribuita una specie di aura rivoluzionaria e talvolta viene guardato con sospetto, nonostante che il Concilio sia legge vigente nella nostra confessione religiosa da Cinquant'anni. Cari amici, bisogna essere più attivi per riscoprire l'esigenza di una fedeltà agli ideali del Conciliio e lo dobbiamo fare insieme, perché l'esperienza di fede è centrata sulla condivisione.
 Una delle ragioni di un impegno in Azione Cattolica è quella di aiutarci reciprocamente a crescere nello spirito del Concilio e, insieme, in una fede che abbia ancora qualcosa da fare nella e per la nostra società. È un progetto che va costruito insieme, in un lavoro collettivo, nell'ascolto di più voci, nella condivisione di vari punti di vista, superando la diffidenza reciproca, la paura dell'altro diverso da noi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
                                            

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