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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 18 agosto 2014

Fuga nel privato o riconquista del pubblico?

                                                     Fuga nel privato o riconquista del pubblico?

  Noi laici di fede ci sentiamo spesso criticare per lo scarso impegno che mettiamo nel lavoro per far ispirare ai valori religiosi i principi che reggono la società civile; si parla allora di una nostra "fuga nel privato". Poi però scopriamo che la collaborazione che ci viene chiesta consiste sostanzialmente nell'adeguarci alle direttive che in merito ci vengono dai nostri capi religiosi, tutti appartenenti alla gerarchia del clero e che, quando in coscienza non ci sentiamo di poterlo fare, il nostro apporto non è più gradito. Essi inoltre ci mettono sull'avviso che viviamo in una società che vorrebbe respingere la fede in un ambito esclusivamente privato e ci ammoniscono che noi dovremmo cercare di contrastare questa tendenza, evitando di assecondarla con la nostra inerzia. Cercherò di sviluppare alcune considerazioni in merito.
 Fino al Diciottesimo secolo non ci fu alcun dubbio, in Europa e ovunque nel mondo si fossero sviluppate civiltà complesse, che la religione fosse un affare pubblico e, in particolare, dal Quarto secolo, che la "nostra" religione lo fosse.
 Basti pensare che gli imperatori romani, quando l'ideologia dello stato era ancora ispirata agli antichi culti greco-romani politeistici, che noi spesso e superficialmente definiamo "pagani" quasi che fossero espressione di una spiritualità arretrata e rurale, avevano anche il titolo di "pontefici massimi", vale a dire di capi del collegio sacerdotale la cui istituzione era legata ai miti fondativi della città di Roma e che nel corso della storia romana era diventato il più potente tra tutte le istituzioni religiose simili. Dopo che la nostra fede fu divenuta l'ideologia dell'impero, i primi concili ecumenici, quelli fondativi per la teologia della nostra fede in particolare sulle questioni trinitarie e cristologiche, furono convocati e presieduti da imperatori romani.
 Quando si menziona, trattandone spesso con toni nostalgici quasi fosse il miglior modello di inculturazione della nostra fede, la "civiltà cristiana", intendendo quella affermatasi in Europa nel Medioevo, e ci si riferisce alle sue grandi manifestazioni come le grandi cattedrali gotiche e via dicendo, si evocano appunto tempi storici nei quali, appunto, la nostra fede non era solo un fatto collettivo, quindi da vivere necessariamente insieme ad altri, ma "pubblico", nel senso di rilevante per l'esercizio del potere di governo e per il mantenimento della coesione della società nel suo complesso, anche nei suoi aspetti civili e politici. In ciò la storia della "cristianità" non si differenzia sostanzialmente da quella dell'umanità, dai suoi albori fino alla fine del Settecento, salvo che nei suoi primi tre secoli. Quest'ultima fu l'epoca in cui la nostra fede, distaccatasi progressivamente è piuttosto traumaticamente dal giudaismo delle origini e sempre più vivamente osteggiata dalle autorità romane, per le quali agli inizi era stata  in genere indifferente al pari di altri culti di origine asiatica giunti fin nella capitale dell'impero, si diffuse come un incendio nel grande impero mediterraneo agli estremi margini del quale era sorta. Quelli furono tempi di accentuato pluralismo religioso all'interno della stessa nostra fede. Di solito, nella nostra confessione religiosa, ne conserviamo una memoria molto segnata dalla successiva ideologia religiosa piuttosto intollerante delle differenze, in particolare come di un'epoca segnata dalla lotta contro le diverse varianti dottrinarie, raggruppate complessivamente nella categoria delle "eresie". In essa iniziarono a essere elaborate diverse teologie "politiche", vale a dire riguardanti il corretto uso del potere  in un'ottica religiosa, una delle quali, relativa specificamente l'organizzazione delle nostre collettività di fede ma estensibile potenzialmente ad una comunità politica in cui al nostra fede avesse prevalso, risale proprio a san Clemente papa, al quale è intitolata la nostra chiesa parrocchiale e la stessa parrocchia. Esse immaginarono quali dovessero essere i rapporti tra la nostra fede e l'esercizio dei poteri pubblici nelle società in cui essa si era diffusa. Queste teologie costituirono successivamente le basi culturali della costruzione della nuova ideologia politica a sfondo religioso, basata sulla nostra fede, che sostituì, a partire dal Quarto secolo, quella antica basata sugli antichi culti greco-romani politeistici. Esse costituirono uno sviluppo originale dei principi evangelici, vale a dire che non erano espressamente contenute nella tradizione religiosa risalente alle origini e, in particolare, ai detti del Fondatore. È infatti dato solitamente per pacifico che quest'ultimo non abbia inteso essere un capo politico nè sviluppare un movimento politico. Si narra infatti che egli, interpellato espressamente in merito, abbia dichiarato che il suo "regno" non era di questo mondo.
 Come si viveva, tra le genti della nostra fede, nelle società civili in cui esse erano immerse, prima che tutto l'impero fosse ordinato sotto un'ideologia politica costruita sulla base della nostra religione, quindi prima che anche la nostra fede divenisse una "affare pubblica" e, in particolare, un accade di stato? Sarebbe interessante saperne di più, ma in ciò non vi posso aiutare, neppure da "ignorante colto" quale sono,  vale a dire da persona non specialista nelle discipline bibliche e teologiche che ha ricevuto una formazione su tali materie un po' più approfondita rispetto all'iniziazione religiosa e ha letto qualcosa. Si tratta infatti di una argomento che va oltre ciò che ho fino ad oggi appreso. Mi chiedo se  quella storia, una volta depurata dai molti pregiudizi ideologici da cui mi pare essere stata appesantita e forse alterata nei secoli successivi, possa fornirci qualche elemento utile per i nostri tempi, nei quali è appunto messa in discussione la legittimità di un utilizzo della religione a fini politici. Perché è appunto questa l'evoluzione che si è prodotta a partire dalla fine del Settecento e che ancora pone seri problemi di coscienza per i fedeli che vogliano essere anche leali cittadini di uno stato di democrazia avanzata quale la Repubblica Italiana è. 
 Per capire la natura delle questioni che occorre affrontare, può essere utile leggere il capitolo secondo, scritto da Nadia Urbinati, del saggio "Missione impossibile - la riconquista cattolica della sfera pubblica", di Marco Marzano e Nadia Urbinati, edito da Il Mulino nel 2013, €14,00, disponibile in commercio. Il capitolo di intitola "Laicità a rovescio. I diritti in una società mono religiosa. Ho già scritto di questo libro in un precedente post e me ne avvarrò nel trattare di temi affrontati in questo intervento.
 Bisogna capire bene che qui non viene in rilievo l'argomento se, ai tempi nostri, una persona possa ancora onestamente, dal punto di vista della propria coscienza, tenendo conto delle acquisizioni delle scienze contemporanee e della storia della nostra collettività religiosa per come rientrano nel suo patrimonio culturale, decidere di rimanere nella nostra fede o di aderirvi.
 La questione è se e in che modo la nostra fede possa (ancora) incidere nell'esercizio del potere politico, quindi di organizzazione e direzione della società civile, in un ordinamento di democrazia avanzata. In ciò non viene però in rilievo la fede come ispirazione ideale del cittadino, che poi possa i n qualche modo incidere nelle procedure democratiche di formazione delle deliberazioni pubbliche, quindi obbligatorie anche per i dissenzienti, producendo un orientamento politico che abbia un peso nel dibattito pubblico su tali deliberazioni. Il problema è diverso ed è costituito dal ruolo politico che chi esercita in potere pubblico all'interno della nostra collettività religiosa, secondo il suo particolare ordinamento detto "canonico", pretende ancora si avere nella nostra democrazia. Dal Quarto secolo ad oggi tale potere ha avuto natura "pubblica" anche nella società civile, quindi non solo all'interno della nostra collettività religiosa e ciò, in Italia, anche quando, dall'Ottocento, si è cercato di escluderlo o di limitarlo negli affari che in senso lato si possono definire "di stato". Ad esempio, dagli anni Sessanta dell'Ottocento, quando riuscì ad imporre fedeli cattolici il divieto di partecipare alle procedure democratiche del Regno d'Italia, o quando, nel secondo dopoguerra riuscì (parzialmente) a vietare ai fedeli cattolici l'iscrizione a un partito politico ammesso a partecipare alle procedure democratiche della      Repubblica. Questo potere "pubblico" della nostra gerarchia religiosa costituisce di fatto, a prescindere dalle varie norme costituzionali degli stati che di solito la escludono, una partecipazione al governo in varie nazioni, in particolare in nazioni europee e in nazioni derivate dalla colonizzazione europea. Esso è attualmente molto sensibile in Italia, la cui democrazia è fondata sul principio di laicità dei pubblici poteri.
 Il processo denominato "laicizzazione" consiste appunto nella tendenziale separazione del potere delle autorità religiose da quello delle autorità civili, le quali hanno una legittimazione popolare mediante procedure democratiche le quali non consistono solo nel voto, ma in un costante e libero dibattito politico pubblico tra persone che si riconoscono reciprocamente pari dignità civile. Questo processo, iniziato nel corso del Settecento, ha riguardato l'autorità politica delle gerarchie religiose, per cercare di escluderla o di limitarla. Esso non coincide con il processo di "secolarizzazione", che consiste nel non utilizzare concetti religiosi per spiegare i fatti della vita collettiva e per indirizzarne le dinamiche, anche se indubbiamente può essere favorito della secolarizzazione. Infatti il processo di laicizzazione è iniziato molto prima del diffondersi di quello di secolarizzazione, in particolare in società europee o di derivazione europea che non erano ancora secolarizzate.
 Nell'Ottocento, una società ancora assai poco secolarizzata come quella italiana fu investita potentemente dal processo di laicizzazione, in particolare in concomitanza con i moti risorgimentali per l'unità nazionale, e da una fortissima reazione della gerarchia del clero della nostra fede, il cui potere "pubblico" si c'era cercava di limitare fondamentalmente perché ostile al l'unità d'Italia. Queste dinamiche hanno grandemente e negativamente condizionato lo sviluppo di una democrazia di popolo in Italia, quindi l'esercizio di un potere politico che coinvolgesse tendenzialmente la più ampia base popolare possibile.
 La situazione, ai tempi nostri, è però diversa da quella che ha caratterizzato fasi passate del processo di laicizzazione.
 La "laicizzazione" dei pubblici poteri, quindi la distinzione tra potere della nostra gerarchia del clero e quello degli uffici pubblici, è stata interiorizzata dalla gran parte delle persone di fede che in Italia partecipano alla collettività politica, le quali infatti, assumono determinazioni politiche seguendo talvolta la propria coscienza civile e, più spesso, i propri interessi particolari, o entrambi tali moventi nella misura in cui essi possano essere resi compatibili, non più quindi sulla base dell'obbedienza "canonica" dovuta alle autorità religiose. Ciò scrivo dando credito alle indagini statistiche correnti e alle stesse ricorrenti lamentazioni in merito dei nostri capi religiosi. Questi ultimi non hanno pienamente accettato la laicità dei pubblici poteri, che è uno dei principi fondamentali della nostra Repubblica, considerandola in genere manifestazione di "laicismo", vale a dire della tendenza a escludere i moventi religiosi dal dibattito pubblico sulle cose da fare nella società civile, e quindi come una forma "eretica" che vuole ridurre a fatto "privato" una fede necessariamente comunitaria, inducendo poi la gente a costruirsi una religione "fai-da-te". Ma ciò che appare strano è che, come rilevato nel libro di Marzano/Urbinati che ho citato, le stesse componenti "laiche", quindi per propri principi non sottomesse all'autoritá religiosa, sembrano aver avuto ripensamenti in merito, dopo i furori effettivamente "laicisti" del passato,  e sembrano affascinate dal per certi versi spettacolare magnificente apparato gerarchico della nostra confessione religiosa e propense a trattative, compromessi e accordi con esso. In tali relazioni le nostre autorità religiose intervengono in rappresentanza di tutte le persone di fede, pur ben consapevoli del dissenso maggioritario dei fedeli su molti temi, e, innanzi tutto, proprio su quello della laicità dei pubblici poteri. Ma la controparte "laica" le accredita effettivamente come rappresentanti totalitarie delle nostre collettività di fede, quindi come plenipotenziarie dell'entità politica "Chiesa cattolica".
 L'emergere del dissenso all'interno delle nostre collettività religiose ha avuto ed ha quindi anche una rilevanza prettamente "politica", perché mette in questione la legittimazione politica delle nostre autorità religiose, ed è fondamentalmente per questo motivo che, in Italia e altrove nel mondo, ad esempio in America Latina, è stato duramente represso, sconfessando ed espellendo i dissenzienti, i quali ad un certo punto, su molti dei temi "politici", sono diventati una "maggioranza silenziosa".
 Scrive Marco Marzano nell'opera citata:
"In definitiva, visto da lontano, il mondo cattolico italiano sembra acquiescente e mansueto, in realtà è del tutto estraneo alle scelte della gerarchia. Quest'ultima, dal canto suo, gioca sull'equivoco di rappresentare una base che non incontra mai, dalla quale non ha mai ricevuto alcun consenso, nessuna delega. Ritorna il tema delle due chiese: la prima, quella di popolo, sempre più interessata ad una vita spirituale "autentica", profonda, personale, la seconda impegnata soprattutto sul terreno della politica, del potere e della cultura. La prima chiede essenzialmente di poter sopravvivere, utilizzando le strutture e le risorse materiali e umane (in primo luogo i locali parrocchiali ed il clero, cioè il proprio 'don', della cui guida non vuole vedersi privata da un momento all'altro) messe a disposizione dalla seconda, la quale, a sua volta, pretende che l'equivoco non venga denunciato, che la finzione non diventi palese".
 All'origine della drammatica crisi che, l'anno passato, ha sconvolto il vertice romano della nostra confessione religiosa vi è proprio questa profonda separazione tra quelle che Marzano definisce "due chiese", la prima, di popolo, ormai fortemente pluralistica, alla ricerca di un nuovo modo di vivere senza conflitti, in una vera "conciliazione" dopo quella disonorevole patteggiata dalla nostra gerarchia religiosa durante il regime fascista, la propria fede religiosa e la condizione di cittadini di una repubblica di democrazia avanzata, l'altra, ad ordinamento accentrato e feudale, quella della nostra gerarchia del clero, che, in fondo, è ancora impegnata nella dura lotta per conservare un'egemonia politica in un ambiente democratico iniziata negli anni Sessanta dell'Ottocento; esse non possono più coesistere in quella finzione di unità e concordia evocata da Marzano. Questo è il problema di oggi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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