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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 29 luglio 2014

Una nuova inculturazione

                                                          Una nuova inculturazione.
"Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù.
 Una cultura inedita palpita e si progetta nella città."
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (= la e gioia del Vangelo), del papa Francesco, del 24-11-2013]
 Viviamo da persone di fede in un società ancora profondamente permeata di ideali a sfondo religioso derivati dalla nostra stessa fede, in particolare per stabilire ciò che è giusto. E questo anche se il potere politico delle istituzioni della nostra collettività religiosa viene esercitato, in genere, in modi e forme che non contrastano con il principio fondamentale, stabilito dalla vigente Costituzione italiana, della laicità delle istituzioni pubbliche. In base a quest'ultimo è illegale in Italia discriminare le persone in base alla loro fede religiosa, il che significa che la dignità sociale delle persone non può essere sminuita a motivo del loro credo religioso.
 Nonostante ciò che spesso si sente ripetere in religione, non ci troviamo quindi in un ambiente sociale particolarmente ostile alla nostra esperienza religiosa; tutt'altro. E l'influenza sociale e politica esercitata dalle nostre collettività religiose è ancora molto forte. Essa è giunta a sviluppare con successo un potere di interdizione contro iniziative legislative o amministrative ritenute non in linea con gli ideali religiosi, o semplicemente sfavorevoli agli interessi concreti delle istituzioni espresse dalla nostra organizzazione religiosa, con risultati che sono stati anche piuttosto criticati sotto il profilo della ragionevolezza, dell'equità e del mancato rispetto del principio costituzionale di eguaglianza.
 In questa situazione, come accade che  tanta gente appaia tanto distante dai nostri spazi liturgici e sociali, lì dove si forma e si consolida quell'ideologia che poi viene attuata nelle iniziative sociali e politiche? Tanto che il nostro nuovo vescovo e padre universale ha sentito la necessità, in quello che viene considerato il documento programmatico del suo ministero romano, di sollecitarci espressamente e particolarmente ad uno sforzo rinnovato e deciso per una nuova diffusione dei nostri ideali di fede nelle culture sociali in cui siamo immersi?
 Il problema risiede in realtà nella distanza tra l'ideologia normativa, vale a dire contenuta in atti con valore normativo, promulgata dai nostri capi religiosi, tutti appartenenti al clero e tra loro coordinati in un impero religioso feudale, strutturato nel corso dei primi tre secoli del secondo millennio della nostra era, e quelle espresse nelle collettività di coloro che, a partire dagli scorsi anni '60, furono invitati a farsi "popolo", ma in modo diverso da come lo erano stati fino ad allora, vale a dire in modo diverso da semplici sudditi. Questa distanza ha prodotto, come ho scritto in precedenti interventi, una selezione tra coloro che hanno accettato di sottomettersi al l'ideologia normativa del clero e coloro che, pur non condividendola in diversi punti, non se la sentivano di metterla in discussione apertamente, di farne un problema, e innanzi tutto un problema da affrontare collettivamente. Questi ultimi si sono allontanati dalle nostre chiese, rinunciando a svolgervi un ruolo attivo, ritornandovi di quando in quando più o meno come spettatori o clienti, in occasione di qualche evento particolare della loro vita o altrui o di particolari rappresentazioni spettacolarmente organizzate da chi era rimasto dentro.
 Ora, bisogna capire che lo sforzo a cui dobbiamo tendere, se ci proponiamo di modificare la situazione che ho descritto, non deve essere quello di una "riconquista" religiosa della nostra società civile all'ideologia ufficiale, "normativa", della nostra confessione religiosa, lavoro impossibile e inutile in considerazione dei molti problemi che quell'ideologia attualmente presenta, essendo stata e ed essendo parte delle difficoltà in cui ci troviamo, ma quello di riaprire occasioni, "centri", di reale dialogo per consentire un ruolo più attivo a coloro che, per il processo che ho descritto, sono rimasti "fuori",in modo di dare loro modo di esprimersi "all'interno" delle nostre collettività religiose, quindi per stabilire un dialogo effettivo con quelle culture ancora permeate di ideali religiosi le quali però non hanno più diritto di cittadinanza nelle nostre chiese.
 È passato veramente molto tempo dall'inizio di quella che ho chiamato "era glaciale" della nostra collettività religiosa. Pochi ancora ricordano il vivace pluralismo che, in religione, caratterizzava l'esperienza sociale italiana negli scorsi anni '60 e '70. Nulla di paragonabile al grigio conformismo che mi pare la nota prevalente in Italia, sia pure con molte e importanti eccezioni, ai tempi nostri, per cui le persone di fede che hanno occasione di manifestare pubblicamente il loro pensiero finiscono, in genere,e in diverse salse, con il ripetere più o meno le stesse cose, talvolta per convinzione ma spesso,credo, per prudenza.
 In questo contesto è piombata, suonando addirittura come rivoluzionaria, l'iniziativa del nostro nuovo vescovo e padre universale, senz'altro al di lá delle sue intenzioni, delle sue aspettative e della sua stessa indole. Predomina ancora un silenzio ammutolito, anche se comincio a leggere, qua è lá, qualcosa di veramente nuovo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

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