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lunedì 28 luglio 2014

Riflettere sulla nostra esperienza collettiva di fede

 Un teologo diventato piuttosto critico verso le innovazioni liturgiche introdotte dopo il Concilio Vaticano 2*, nel commentare la nuova posizione del celebrante durante la Messa, rivolto verso l'assemblea e non più verso i monumentali altari che ancora vediamo nelle chiese costruite prima degli anni 60*, in cui era incastonata la teca per la custodia delle ostie consacrate, il tabernacolo, scrisse che in quel modo si era data troppa importanza alla collettivitá dei fedeli radunati per l'atto liturgico, e che era come se l'assemblea invece di celebrare un evento di portata soprannaturale rivolgendosi all'origine di esso, volesse celebrare se stessa, e qualche volta non era un bello spettacolo.
 Questo modo di pensare è stato (è?) molto diffuso nel nostro clero, anche ai suoi massimi vertici, a partire dagli scorsi anni 60*. I nostri capi religiosi non sono stati soddisfatti di noi fedeli, perchè in fondo non abbiamo corrisposto, noi collettività di fede realmente esistente, ai loro modelli teologici di popolo. Ma anche noi fedeli non ci siamo posti veramente il problema di farci popolo, secondo gli auspici dei saggi del Concilio Vaticano 2*, dalla condizione di gregge in cui eravamo stati tenuti. Anche in questo caso la teologia è stata parte del problema. Infatti, nel definire ciò che un popolo deve essere in religione, si è partiti in genere da ragionamenti teologici, con i quali coloro che il popolo dovrebbero costituire hanno in genere poca confidenza. E chi c'è l'ha, ha in genere insufficiente dimestichezza con coloro che dovrebbero farsi popolo. 
 Ma c'è di più.  Il fatto è che, nelle varie teologie che si sono affermate normativamente come ideogia della nostra organizzazione religiosa sul tema del "popolo di fede", non sono molto chiari aspetti importanti riguardanti come ci si dovrebbe "fare popolo", intendendo con tale espressione che bisognerebbe essere diversi da come lo si è stati per la gran parte del secondo millennio della nostra era, vale a dire come sudditi di un impero religioso assoluto.
 Ciò in particolare riguarda anche le concezioni teologiche considerate ortodosse dalla nostra gerarchia religiosa su quel tema  a partire dagli stessi documenti del Concilio Vaticano2*. E in realtà non è possibile procedere sulla via indicata da quel consesso di capi religiosi senza andar molto oltre i risultati, spesso frutto di faticosi compromessi, c'è all'epoca si raggiunsere nel campo della ideazione e progettazione delle novità.
 Infatti nelle norme promulgate in quella grande assemblea troviamo l'affermazione di una nuova concezione di "popolo", nel senso di diversa da quelle storicamente attuate nella nostra confessione religiosa per gran parte del secondo millennio della nostra era, ma, insieme, una concezione istituzionale che,nelle grandi linee, ricalca, sia pure con la previsione di importanti temperamenti, quella "imperiale" ideata all'inizio del secondo millennio 
 Siamo in un momento di passaggio. Quale può essere, oggi, il nostro ruolo di fedeli laici? 
 Siamo stati chiamati ad essere più attivi, senza attendere come si è sempre fatto istruzioni dei nostri capi religiosi, i quali, quando anche riuscissero a risolvere le controversie teologiche che impegnano gran parte delle loro forze speculative, rimarrebbero ancora molto, troppo, distanti dal popolo di cui vorrebbero essere pastori.
 Le soluzioni dei problemi che travagliano la nostra collettività religiosa, e che sono stati efficacemente sintetizzati dal nostro vescovo e padre universale nel documento sulla gioia della fede promulgato lo scorso novembre,non verranno da ulteriori speculazioni teologiche, ma da sperimentazioni attuate nelle nostre collettivitá di fede. La teologia seguirà.
 Dobbiamo provare ad attuare un modo di essere popolo in cui eguali in dignità riflettano collettivamente sulla loro esperienza di fede nel mondo contemporaneo, senza pregiudizi e senza esclusioni, e soprattutto senza presumere di aver giá trovato ciò che in questo lavoro si ricerca.
 È ancora possibile mantenere, anche collettivamente, una prospettiva di fede nella società in cui viviamo? Possiamo ancora animare religiosamente il mondo in cui siamo immersi? O tutto, in definitiva, si risolve in un supporto alle nostre deficitarie psicologie individuali nelle difficoltà della vita? E in che modo possiamo attuare collettivamente le nostre prospettive di fede?
 Si tratta di cose in cui , a differenza delle questioni formali di teologia, siamo, e dobbiamo pretendere di essere considerati, competenti, perchè si tratta delle nostre vite vissute.

Mario Ardigò -Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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