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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 22 luglio 2014

Fare unità, fare popolo


Fare unità, fare popolo

  

 

 Uno degli aspetti più problematici nella nostra esperienza religiosa è quello di fare unità, di costituire un popolo di fede. Storicamente la strategia che sembra aver avuto più successo in questo campo è quella attuata nella nostra confessione religiosa, vale a dire quella di accettare di sottomettersi ad un'unica autorità e, al vertice supremo, alla volontà di un unico uomo. Quest'ultimo è visto come investito di un potere di origine soprannaturale, quindi come titolare di un potere dall'alto, in virtù del quale è anche assistito da particolari doni dal Cielo per cui si confida religiosamente che, almeno nelle cose essenziali della fede, non sbaglierà. In religione ci siamo dati quindi un'organizzazione molto ben definita, con esatta specificazione di ruoli, funzioni e poteri ad ogni livello, quindi anche giuridicamente strutturata, che ricalca fondamentalmente quella delle monarchie feudali che storicamente si aggregarono nei grandi imperi europei a partire da quello carolingio (dal nome del suo fondatore: Carlo Magno) nel 9° secolo. La struttura giuridica della nostra organizzazione religiosa risale all'11° secolo, quindi al secondo millennio della nostra era, e da allora è rimasta fondamentalmente la stessa, pur con molti adattamenti, l'ultimo dei quali è quello promosso all'inizio degli scorsi anni Sessanta durante quel grande congresso di nostri capi religiosi che è denominato Concilio Vaticano 2 (1962-1965).
  La riflessione giuridica e teologica sulla natura, sul significato e sulla missione dell'organizzazione storica della nostra collettività religiosa, così come era andata strutturandosi all'inizio del secondo millennio, risale al 14° secolo. Essa fu centrata sull'esigenza di difendere il potere dei papi romani dagli attacchi di coloro che sostenevano la supremazia dei monarchi assoluti civili nelle cose di fede e di coloro che ritenevano che al di sopra del potere dei papi romani vi fosse quello dei Concilii, dei congressi generali dei capi religiosi federati nella nostra confessione religiosa. Si ripropose quindi, anche nelle cose di fede, la dialettica, sempre latente nelle società feudali, tra l'imperatore, i monarchi a lui formalmente sottomessi e il sottostante sistema feudale. Ciò coincise con l'istituzione di un pervicace ed efficiente sistema di polizia ideologica che, con varie accentuazioni, è sopravvissuto, sia pure privato degli effetti più letali e in particolare del potere di discriminazione  civile, fino ai giorni nostri. Esso, coordinato con la giustizia penale degli stati federati con i nostri sovrani religiosi romani,  storicamente represse, anche mediante pene criminali, addirittura con la pena di morte oltre che con lunghe pene detentive ed altri tipi di dure sanzioni, praticamente ogni movimento popolare che introdusse novità in materie di vita di fede e di concezioni religiose senza accettare di rimettersi, e quindi di sottomettersi, all'arbitrio dei papi romani per decidere che fare e che pensare.  Questa impostazione culturale, tutta centrata sulla realtà istituzionale e sociale della nostra confessione religiosa e sull'aspetto visibile ed esterno della sua organizzazione, fu molto accentuata dal 16° secolo, in reazione allo scisma inglese ordinato dal monarca Enrico 8° e alla Riforma protestante e, in particolare, alle teologie ed ecclesiologie dei suoi principali esponenti culturali, Lutero, Calvino e Melantone. La nostra organizzazione religiosa viene concepita quindi come una  società perfetta, vale a dire con tutte le caratteristiche proprie di uno stato, quindi con un'autorità dotata di effettività, di un popolo e di un territorio su cui quell'autorità viene esercitata. Si ricorda in merito la definizione di Chiesa data da Roberto Bellarmino (1542-1621), santo, dottore della Chiesa, consulente del Sant'Uffizio nella tragica inquisizione del filosofo Giordano Bruno, giustiziato mediante rogo a Roma il 17 febbraio 1600:
"
La chiesa è una società composta di uomini uniti tra loro  dalla professione di un'unica e identica fede cristiana e dalla comunione agli stessi sacramenti sotto la giurisdizione di pastori legittimi, soprattutto del Romano Pontefice".
 
  Scrisse il teologo Yves Congar (1904-1995) nel 1960 (in L'ecclesiologia del 19° secolo):
 
"[Dall'11° secolo] lo sforzo del papato era consistito nel definire la chiesa come realtà che è non solo un'associazione spirituale, ma una società propriamente detta, visibile, istituzionalmente differenziata, gerarchica e indipendente, cha ha da parte di Dio un ordine proprio, dotata non solo di realtà spirituali ma di mezzi visibili, esteriori, insomma una società perfetta, che inoltre possiede a titolo speciale non solo ministeri spirituali, che dirigono le coscienze personali verso l'autorità tutta spirituale di Dio, ma anche ministeri gerarchici, che hanno ricevuto e rappresentano in forma visibile e propriamente giuridica un'autorità soprannaturale, conferita positivamente da Dio. Autorità che esiste nei vescovi e che esiste soprattutto, per istituzione formale e speciale di Dio, come autorità di governo supremo, sacerdozio e ministero, del papa, successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo, delegato dei suoi poteri".
 
 Osservò il teologo Angel Antòn, nel 1973,  che, nella concezione del Bellarmino, "Cristo non interviene se non come fondatore e lo Spirito Santo come garante delle decisioni infallibili del magistero. Eccettuate all'inizio alcune pagine sul termine «ecclesia» e alcune citazioni bibliche, il mistero della chiesa sparisce per lasciar posto alla società perfetta. La chiesa e la madre che ci dà certezza nelle incertezze: ad essa dobbiamo obbedienza".
  Durante il Concilio Vaticano 2° si tentò di inserire nelle norme giuridiche che riguardavano la Chiesa (i documenti del Concilio sono delle fonti di norme giuridiche) gli aspetti che concezioni sul modello di quella bellarminiana avevano tralasciato, in particolare con riguardo a quello relativo a come deve concepirsi il popolo di Dio.  Sotto quest'ultimo profilo si definì la parità essenziale tra tutti i membri della Chiesa, i quali godono tutti delle stesse grazie fondamentali e degli stessi diritti (così riassunse l'innovazione il teologo Georges Dejaifve nel 1973). Si trattò di un lavoro incompiuto. Infatti la struttura feudale della nostra organizzazione religiosa risalente all'11° secolo rimase sostanzialmente intatta. Quando ci si propone di muoversi nello spirito del Concilio si intende dire che si vuole portare a compimento il processo innescato negli scorsi anni Sessanta. Questo però non potrà farsi solo dal vertice. Richiede un impegno alla base. Si tratta infatti di impersonare  un popolo in una maniera in cui storicamente non lo si è mai fatto. Non pensiamo di trovare dei modelli utili in un qualche nostro passato. Non ci sono. Infatti gli sviluppi dell'ecclesiologia delle confessioni della nostra fede dal 19° secolo corrispondono allo sviluppo delle grandi democrazie di popolo, un fenomeno senza precedenti nella storia dell'umanità. Certo, nelle antiche nostre teologie, possono trovarsi degli agganci, degli spunti. In una organizzazione come quella nostra di fede che dà tanto importanza alla tradizione, quindi a ciò che si fa  e si pensa dai più per lungo tempo, questo può avere una rilevanza come legittimazione delle novità. Tuttavia si tratta, in realtà, di una cosa veramente nuova, così come lo è l'idea di pace universale come obiettivo concretamente realizzabile, concezione che è alla base di molte organizzazioni internazionali del nostro mondo e che si è fatta strada anche nel pensiero sociale cristiano e nel  magistero sociale, in particolare in quello del papa Giovanni Paolo 2°.
  Benché tendessimo a concepirci come gregge, nelle questioni religiose, siamo stati in genere collettività piuttosto rissose, in  genere poco capaci di tollerare diversità di pensiero e di modi di fare. Ciò risale alle origini: ne troviamo traccia addirittura negli scritti sacri prodotti dalle nostre prime collettività di fede. Alla fine, come ho ricordato, è sembrato che solo sottomettendosi alla volontà di uno solo, di un imperatore religioso, si potesse conseguire l'unità. E' possibile farlo in altro modo? Questa è la sfida delle democrazie contemporanee. Esse ai tempi nostri sono in crisi. La sfida che ci viene proposta in religione, realizzare l'unità di fede a partire da collettività di uguali in dignità,  superando gradualmente il millenario modello feudale, corrisponde a quella che, più in generale, ci viene nell'era che stiamo vivendo nella società civile in cui siamo immersi. L'unità globale del genere umano è possibile solo secondo un modello autoritario?  Negli scorsi anni Sessanta si riteneva di no.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

 

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