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lunedì 14 luglio 2014

Chiudere il mondo fuori delle chiese


Chiudere il mondo fuori delle chiese

 
 

  Alla fine degli anni '70 le nostre collettività di fede erano presenti nel mondo intorno a loro in modi che ai tempi nostri non riusciamo nemmeno a immaginare. Molti di coloro che vissero consapevolmente quell'epoca forse non ne hanno più presente il ricordo. C'era uno scambio vitale tra le nostre esperienze collettive di fede e la società in cui esse erano immerse. La società ne risultava influenzata, ma anche le nostre collettività. Sembrò ad un certo punto che ciò avrebbe messo in crisi l'organizzazione della nostra collettività religiosa, in particolare nella sua struttura di impero assoluto religioso che aveva assunto nel secondo millennio della nostra era e che era stata molto accentuata in senso ideologico nel corso del drammatico Concilio Vaticano 1°, i cui lavori erano stati interrotti dalla conquista militare di Roma  da parte del Regno d'Italia, nel settembre del 1870. Separati da un secolo di storia, gli anni '70 dell'Ottocento e quelli del Novecento furono accomunati da paure analoghe, di dissoluzione della nostra esperienza religiosa. La reazione in entrambi i casi fu tremenda. In sostanza si chiuse il mondo fuori delle porte delle nostre chiese e si cercò di tacitare il dissenso interno con una pervicace azione di polizia ideologica. Si trattò in entrambe i casi di grandi glaciazioni. La differenza tra la situazione ottocentesca e quella novecentesca va vista in questo: nell'Ottocento le nuove idee coinvolgevano strati minoritari del clero e del laicato, nel Novecento erano diventate una esperienza di massa. In quest'ultimo caso la chiusura non si sarebbe potuta realizzare senza la rinuncia di una parte consistente del laicato più impegnato ad ogni manifestazione di dissenso, quindi senza una sua acquiescenza al nuovo corso. E' ciò che si produsse durante il regno del papa Giovanni Paolo 2°, sotto l'influsso della sua carismatica personalità. Intorno a lui, visto anche nella veste inedita di maestro di vita e di spiritualità, un'esperienza mai vissuta prima di allora  e centrata sula sua particolare biografia, sembrò potersi nuovamente coalizzare l'unità che pareva andare perdendosi nell'accentuato pluralismo che aveva caratterizzato i conati di rinnovamento nel corso degli anni '70. Si trattò di un regno religioso che fece dell'aprire le porte il suo motto, ma che sostanzialmente produsse l'effetto opposto. E' appunto ciò che ha constatato l'anno scorso il nostro nuovo sovrano religioso, assumendo il suo ministero. La situazione che si  è venuta a creare è vista da lui come negativa e viene richiesto un  cambiamento audace. Esso però non sembra prodursi. In realtà noi in Italia stiamo ancora vivendo, collettivamente, la passata esperienza  e  non sembra che ci sia voglia di uscirne. Non c'è da parte di noi che siamo rimasti dentro, ma non c'è neanche tra quelli che sono stati chiusi fuori. Questo differenzia molto i tempi nostri dal disgelo che si visse a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, epoca caratterizzata da un'effervescenza ideologica del nostro laicato di fede che corrispondeva a nuove prassi attuate nella società a cui si voleva dare anche una conseguenza politica. A quei tempi la vita di fede collettiva espresse anche varie concezioni di riforma sociale, rispetto alle quali l'organizzazione sociale di stato liberale del Regno d'Italia appariva arretrata. Nulla di tutto questo sembra ancora accadere ai tempi nostri.
 Mi chiedo: siamo veramente convinti che occorra cambiare?
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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