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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 8 luglio 2014

Rinnovamento difficile


Rinnovamento difficile

 
 

  In Italia mancano le energia per il rinnovamento religioso: è questa la dura realtà che si teme di dover intuire dalle vicende di quest'ultimo anno.
 Negli anni della grande glaciazione si eravamo forse illusi che tutto potesse riprendere da dove ci si era interrotti, all'inizio degli anni '80, solo che cambiasse l'orientamento del capo supremo della nostra gerarchia religiosa. Ora che ciò, inaspettatamente, è accaduto, fondamentalmente  per l'azione di capi religiosi estranei alla situazione italiana e per questo motivo forse più consapevoli delle sfide che alla nostra fede e al nostro impegno vengono dal mondo contemporaneo nonché del degrado italiano, nulla sembra cambiare da noi, e ciò sia da parte del clero che da parte di noi laici. Tutto, in fondo, continua come prima. La nostra vita collettiva di fede continua ad essere scandita come in passato quasi solo dalle uscite pubbliche del nostro padre universale, sia come discorsi con vasta risonanza mediatica sia  come eventi creati intorno alla sua figura, gli unici che appaiono ancora in grado di radunare folle di gente, a parte quelli organizzati, sulla base di attese miracolistiche, intorno a certi santuari.
  E' un fatto che sperimentiamo direttamente anche nella nostra Azione Cattolica parrocchiale, che è la struttura sociale d'elezione per rispondere all'appello al rinnovamento audace che, improvvisamente, ci sta venendo dall'alto. E' che noi dell'Azione Cattolica non facciamo propaganda in chiesa, ma questo dipende dal nostro obiettivo principale, che è quello di favorire il ritorno di gente di fuori, che negli anni del grande inverno si è allontanata dagli spazi liturgici. E anche di raggiuntere gente che nella vita collettiva di fede non è ma stata coinvolta direttamente e personalmente, se non per un vago sentimento religioso respirato nell'aria, negli ambienti sociali prevalentemente frequentati, quella cosa per cui uno ad un certo punto accetta di definirsi appartenente alla nostra confessione religiosa quando un intervistatore in un'inchiesta statistica gli fa un domanda in merito, ma senza saperne molto di più.  Pensavamo che ci fosse nella società intorno a noi, anche e innanzi tutto nel nostro quartiere, dove la chiesa parrocchiale è presente sin dalle origini, un interesse latente per le questioni religiose. In realtà capiamo ora, ammaestrati dall'esperienza, che quella visione era molto legata a quella dell'ideologia dominante nel lungo inverno che abbiamo vissuto, secondo la quale la nostra collettività è come un gregge di pecore, che si raduna per l'azione del pastore, riconoscendo la sua voce. Essa non corrisponde alla realtà: un popolo che voglia essere veramente tale, come noi a partire dagli scorsi anni '60 immaginiamo di esser, non è assimilabile a un gregge di pecore. E negli anni passati l'azione dei nostri pastori non è consistita tanto nel radunare il gregge, ma nel selezionarlo, proprio come si fa, in fondo, nella pastorizia. Si sono così tirati su un gregge a loro gradito, ma ora scoprono che esso non ha più quelle qualità alle quali ora essi fanno appello, proprio quelle che all'inizio degli anni '80 facevano paura perché introducevano una certa turbolenza. La gente di fede è diventata clero-dipendente, nel esso che non sembra manifestare più, se non in esigue minoranze emarginate, una capacità collettiva di pensiero e di azione autonomi. Attende che gli si dica che fare e che pensare. Si persa la tradizione dell'autonomia, un lavoro difficile perché incompreso e poco apprezzato da chi comanda tiranno, che aveva determinato l'evoluzione delle cose religiose dalla fine del Settecento agli scorsi anni Settanta.
 E' stato troppo lungo il tempo in cui tutti gli sforzi di pensiero sono stati spesi nello studiare e interpretare la copiosissima letteratura normativa che ci veniva da Roma.  Attendevamo sempre l'ultima uscita, così come anche ora, in fondo, aspettiamo la prossima, dopo quella strepitosa dello scorso novembre.
 I segni dei tempi sono questi.
 Ma non bisogna perdersi d'animo.  Solo, il lavoro da fare sarà più complesso di come ce lo eravamo immaginato.  Fortunatamente ci sono state agenzie culturali che hanno mantenuto la memoria storica di un diverso modo di vivere collettivamente la fede, e una di esse è proprio la nostra Azione Cattolica.
 Ma chiediamoci perché, nei lunghi anni passati, abbiamo accettato di tacere quando che l'hanno chiesto, abbiamo accettato talvolta anche di lasciarci ridurre, noi Azione Cattolica con la nostra grande tradizione della quale giustamente potevamo andare orgogliosi!, ad una sorta di esperienza ad esaurimento, destinata ai più anziani per i quali non si riteneva di dover sprecare energie per cambiar loro la testa, che facessero un po' quello che volevano finché ce la facevano. Forse, ragioniamoci francamente su, non siamo stati abbastanza attivi, in Azione Cattolica. Forse, anche, abbiamo trovato comodo farci gregge come di dicevano che dovevamo essere; forse abbiamo pensato che selezionare il gregge con certi criteri ci avrebbe risparmiato la fatica di doversi confrontare dialetticamente con posizioni scomodo, sconvenienti, con obiezioni fastidiose. Come quando, anni fa, durante una liturgia nella vicina parrocchia degli Angeli Custodi alla presenza del supremo nostro sovrano religioso di allora, che quest'anno abbiamo riconosciuto come figura esemplare a livello universale, un giovane, incaricato di recitare la preghiera dei fedeli, uscì dal seminato, dal testo che qualcuno gli aveva messo tra le mani,  e criticò il favore con cui una figura politica veniva ancora accolta in Vaticano, nonostante fosse sospettata di relazioni con la mafia siciliana: non è vero che ci scandalizzammo per il comportamento di quel giovane e non per quello di chi ancora accoglieva benevolmente politici di quel tipo?
 Forse abbiamo trovato rassicurante una certa uniformità, anche se ora comprendiamo che essa è stato un surrogato insufficiente della vera unità e ha fatto male alla nostra vita collettiva di fede. In nome dell'uniformità sono state sprecate tante vite, tante energie. Quante persone si sono allontanate e ora non riusciamo più a coinvolgerle nuovamente!
 Direi che è da queste cose che dobbiamo proporsi di ripartire, nel cercare di riallacciare legami con la gente intorno a noi. L'obiettivo deve essere  quel rinnovamento della vita collettiva di fede  a cui, oggi, ci esorta anche il nostro nuovo vescovo e padre universale, ma della cui necessità avremmo dovuto renderci conto, autonomamente, a molto tempo.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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