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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 21 luglio 2014

Accrescere la nostra competenza


Accrescere la nostra competenza

 
 

 Uno delle ragioni per cui partecipare a un gruppo parrocchiale di Azione Cattolica è quella di accrescere la propria competenza nelle cose della fede  e della società. Spesso dimentichiamo che essere persone di fede e cittadini è cosa che richiede un lavoro di apprendimento, ma non solo: esige il dialogo costante con gli altri per confrontare i vari punti di vista.
 Un libro  curato da  Alberto Melloni, Rapporto sull'analfabetismo religioso in Italia, uscito di questi tempi, mostra che nella nostra società, ed anche tra coloro che si considerano persone di fede e tra le persone colte, si ha poca dimestichezza con le basi della nostra cultura religiosa. Questo ci impedisce di uscire dalla condizione di gregge per farci popolo, vale a dire collettività in grado di incidere consapevolmente  e significativamente, sulla base della propria esperienza di vita, nelle vicende della società in cui è immersa. Non basta a questo fine valersi della consulenza dei preti e dei religiosi. Anzi, essi, che per certi versi vivono in un mondo separato e sentono il bisogno di un maggiore collegamento con il mondo intorno a loro, avrebbero bisogno del nostro aiuto in questo. Ma noi in genere non siamo in grado di fornirlo.
 Non di rado, e anche tra le persone colte, la familiarità con le cose della fede risale all'istruzione religiosa di base ricevuta da bambini, per l'iniziazione alla Prima Comunione. Ma ho notato che qualche volta si è persa dimestichezza addirittura con le preghiere comuni della nostra fede. Così, quando ci si propone, come accade più di frequente di questi tempi, di muoversi nello spirito del Concilio, intendendo il Concilio Vaticano 2°, in realtà molti dei nostri interlocutori non sanno bene che cosa questo significhi. La sofisticata teologia espressa nei documenti di quel grande consesso svoltosi negli scorsi anni Sessanta non è più accessibile a molti. In questo modo si pensa, confusamente, che andare sulla strada di quel Concilio significhi adeguarsi ai costumi dei tempi in cui si vive, nel bene e nel male, un po' come accade con la moda dell'abbigliamento.
 Si perde la capacità di cogliere il senso storico e religioso di fatti sociali molto rilevanti dei nostri tempi, come, ad esempio, la denatalità e i fenomeni migratori verso la nostra nazione.
  Così, si constata che nel nostro quartiere ci sono molti più anziani e più immigrati dall'Asia e dall'Europa Orientale di un tempo e si traggono conclusioni affrettate e inesatte. Allora si dice che la popolazione del quartiere è invecchiata perché si sono fatti meno bambini e siccome ci sono meno giovani sono venuti gli immigrati. Perché si sono fatti meno bambini? Perché non si è ubbidito al comando religioso "crescete e moltiplicatevi", si è ragionato in maniera egoistica pensando solo al proprio benessere e così si sono usati metodi contraccettivi nella vita di coppia. La situazione che stiamo vivendo sarebbe quindi una conseguenza della nostra vita peccaminosa e, in definitiva, soprattutto di peccati di natura sessuale. La soluzione? Fare più bambini e non usare la contraccezione.
 Io sono abbastanza sicuro che questo ragionamento abbia scarso fondamento. Dovremmo impegnarci a spiegare il perché a chi ne è convinto, e non sono pochi.
  Partiamo dalle nostre parti. Nel nostro quartiere ci sono più anziani per il motivo che la speranza di vita è aumentata rispetto a un tempo e gli abitanti delle nostre case non sono morti ma sono invecchiati. Hanno fatto bambini, nell'età riproduttiva, ma i figli se ne sono andati e hanno lasciato gli anziani lì dove stavano. La denatalità, che sicuramente c'è, c'entra poco con il fatto che nel nostro quartiere si vedono in giro molti anziani.
 La denatalità e l'immigrazione dall'estero hanno motivazioni simili e, in particolare, sono determinate dall'insicurezza esistenziale. Quando ci sentiamo insicuri abbiamo due strategie: o fare progetti di corto respiro, alla giornata, e questo contrasta con il progettare dei figli, o emigrare verso società più sicure. Se anche gli italiani di stirpe avessero fatto più figli avremmo avuto gli stessi fenomeni migratori, perché nel mondo, e anche in Italia, è aumentata l'insicurezza esistenziale.
  Coloro che erano in età fertile avevano motivo di esseri insicuri sul proprio futuro? Certo che l'avevano. Il posto di lavoro, la casa e il resto che serve per vivere non sono più scontati per una famiglia e a volte nemmeno per chi vive da solo. A maggior ragione avevano motivo di essere insicuri i migranti.
 Possiamo far conto, nel progettare la nostra vita, che le soluzioni verranno miracolosamente dal Cielo? Sulla base della mia esperienza pratica consiglio di no. Scegliere quella via non significa essere più religiosi, ma non di rado essere semplicemente  degli incoscienti. La vita  non è un gioco d'azzardo. In religione non siamo obbligati a ritenerla tale.
 La soluzione sociale all'insicurezza è realizzare più solidarietà, il che religiosamente significa creare l'agàpe, far posto a tutti in un convito festoso in cui si è accolti con benevolenza. E' una cosa che va progettata realisticamente, sulla base delle forze e dei mezzi disponibili. Bisogna conoscere bene la società in cui si è immersi, che è la fonte dei nostri problemi ma anche delle loro soluzioni.
 Quanto all'aumento dell'età media della popolazione, che è un dato diverso dalla speranza di vita, esso dipende certamente dalla denatalità e dall'aumento dei vecchi causato dall'incremento della speranza di vita. Nell'epoca che stiamo vivendo stanno raggiungendo l'età anziana i baby boomers,  coloro che nacquero negli anni Cinquanta, quando si verificò un incremento della natalità. Considerato che la speranza di vita, già alta, continuerà verosimilmente ad aumentare, dobbiamo abituarci ad avere più vecchi tra di noi. L'immigrazione, in gran parte di giovani in età fertile, ha contribuito a rendere meno pesante il fenomeno.
 A mio parere sbaglieremmo colpevolizzandoci, pensando che l'invecchiamento della popolazione e l'immigrazione straniera dipendano da qualcosa di sbagliato che abbiamo fatto a letto, nell'età fertile. Detta così non vi sembra un po' semplicistica? Ed effettivamente lo è.  Ma poi perché dovremmo considerarli proprio come fatti negativi?  Morire carichi di anni non è anche una prospettiva religiosa, che leggiamo in particolare negli scritti vetero-testamentari? E non è stato proprio un eclatante fenomeno migratorio, la diaspora degli antichi ebrei nel mondo greco-romano, che ha contribuito in maniera determinante alla prima diffusione della nostra fede, fino a qui, a Roma, il centro dell'antico impero mediterraneo al margine estremo del quale era sorta?
 Come conciliare, infine, la visione universalistica che è propria della nostra fede con una certa xenofobia che trapela  talvolta da alcuni discorsi che si fanno correntemente sull'immigrazione? Come se gli stranieri fossero apportatori di male. Inquinatori delle nostre società, quelli che sporcano il nido, come si usava dire in Tirolo (riferendosi agli italiani di stirpe). Pensare che si starebbe meglio senza di loro. Farne gli obiettivi della nostra angoscia per l'insicurezza esistenziale. Vederli, in definitiva, come la zizzania che inquina il buon seme. Lo so, in religione si è fatto e detto di tutto, e c'è stato anche il razzismo fondato sulla fede. I razzisti nordamericani del Klu Klux Klan non rischiaravano i loro raduni con grandi croci infuocate? Ma noi, qui a Roma, dovremmo proprio evitare di cadere in queste aberrazioni, tenendo conto della missione spirituale che ha la città, nel quadro della nostra fede, e noi in essa. Le moltitudini hanno storicamente guardato a Roma religiosamente come una nuova Gerusalemme e non cesseranno di mettersi in pellegrinaggio verso la nostra città, finché almeno in essa ci sarà ancora la nostra fede.
 Cerchiamo, allora, come compito a casa per l'estate, di approfondire il senso storico e religioso di ciò che accade intorno a noi, di liberarci dei luoghi comuni, in particolare di quelli cattivi, che discriminano, che possono fare del male agli altri. Cerchiamo di trovare di che costruire progetti di bene per il futuro. E, soprattutto, da anziani, liberiamoci dell'angosciosa visione della vita secondo cui tutto va sempre peggio.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

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