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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 12 luglio 2014

Una guerra secolare


Una  guerra secolare

 

Tutti noi siamo nati e cresciuti nella fede nel contesto di una guerra civile secolare di natura ideologica che ha fortemente condizionato la nostra religiosità collettiva e di cui non ci si può rendere conto se non sforzandosi di raggiungere una sufficiente consapevolezza storica, obiettivo che non è assolutamente perseguito nella formazione religiosa di base. Non facendolo, si combatte comunque quella guerra da pedine ignare del significato di ciò che sta accadendo, manovrate da chi quella consapevolezza ha acquisito ed ha il potere di dirigere le operazioni. Come succede in ogni guerra, si fa anche del male agli altri, a coloro contro cui si combatte, ma senza la consapevolezza di farlo. Ma come si può fare del male essendo persone di fede? Si può farlo e lo si è fatto in molti modi. Storicamente la nostra confessione religiosa  è stata mortifera in diverse stagioni  e, anche senza arrivare a quegli eccessi, ancora colpisce duramente coloro che considera i suoi avversari, in particolare con la pena dell'emarginazione, dell'esclusione sociale. Ne hanno fatto le spese diverse categorie di persone. Tra esse possiamo ricordare, ad esempio,  le donne, tutti coloro che hanno avuto problemi nel mantenere l'impegno religioso nel matrimonio, tutti coloro che hanno avuto la necessità di un aiuto sanitario nella procreazione, gli omosessuali, i preti e i religiosi che hanno voluto sposarsi, molti di coloro che erano impegnati religiosamente nel sociale, molti di coloro che hanno vissuto la politica come forma di carità in senso religioso, molti di coloro che hanno voluto sperimentare nuove prassi sociali in materia di fede, teologi e intellettuali che non erano i linea con l'ideologia religiosa prescritta dalla gerarchia della nostra confessione religiosa e, in genere, tutti i dissenzienti rispetto a tale ideologia e alle conseguenti prassi. Non possiamo addebitare questo problema solo alla nostra gerarchia religiosa. La responsabilità è stata diffusa, sia pure a diversi livelli di consapevolezza. Uno degli obiettivi che si può porre in un'esperienza associativa di fede è quello di porre fine a quella guerra.
  Abbiamo visto che le esperienze associative laicali che in qualche modo possiamo considerare all'origine dell'impegno di azione cattolica risalgono, in Italia, alla fine del Settecento, con le amicizie cristiane. Di esse erano protagonisti esponenti della nobiltà, che avevano nei riguardi del popolo un atteggiamento fortemente paternalistico. Esse erano in forte polemica da un lato con le filosofie dell'illuminismo francese e dall'altro con l'assolutismo statale che pretendeva di disciplinare l'organizzazione religiosa, della quale il vertice romano della nostra confessione religiosa rivendicava il monopolio. Durante l'egemonia napoleonica sull'Italia quelle esperienze tacquero, per riprendere solo dopo la caduta del Napoleone, con una forte accentuazione di quei caratteri che le distinguevano. Questa rinascita fu alla base della corrente ideologica a sfondo religioso che venne definita intransigentismo, che significava non voler venire a nessun compromesso con la modernità e ritenere che la fede, nella versione proclamata dal sovrano religioso assoluto della nostra confessione religiosa, avesse la ricetta perfetta per l'organizzazione sociale.
 Gli storici tuttavia ricordano che vi fu, in Francia, una presenza attiva di cattolici nel movimento rivoluzionario. Quei gruppi di cattolici si definivano cattolici democratici. Complessivamente però la rivoluzione francese, che inizialmente combatté i privilegi dell'alto clero (vescovi e abati), che costituiva una componente istituzionalmente riconosciuta nell'organizzazione statale della monarchia assoluta prerivoluzionaria, diventò presto non solo anticlericale, ma anche antireligiosa, fino a proporre, anzi a imporre, una religiosità alternativa a quella della nostra fede. Divenuto imperatore Napoleone Bonaparte la situazione cambiò molto, anche se da quell'esperienza derivò, in Francia e poi in tutte le esperienze politiche derivate dall'esperienza francese, l'ideale della laicità dello stato, intesa come non discriminazione dei cittadini sulla base delle loro fedi religiose e come il rifiuto di un'influenza della gerarchia del clero sulle cose pubbliche.
 Bisogna però ricordare che negli Stati Uniti d'America, protagonisti della rivoluzione dalla quale derivò la democrazia come noi oggi ancora la intendiamo, le cose andarono molto diversamente. Quell'esperienza politica non fu infatti antireligiosa, ma, anzi, esplicitamente religiosa. Il moto di quella rivoluzione fu "In God we trust", confidiamo in Dio. Il principio della laicità  dello stato fu quindi declinato, soprattutto agli inizi, in modo molto diverso che nella Francia rivoluzionaria. Ma nelle colonie inglesi che a fine Settecento decisero la secessione dalla madrepatria non prevalevano i cattolici e la loro organizzazione feudale. Può essere stato questo un fattore determinante dell'evoluzione di quell'esperienza politica in senso non antireligioso?
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

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