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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 19 ottobre 2016

Un risultato sorprendente nel Gioco della riforma costituzionale

Un risultato sorprendente nel Gioco  della riforma costituzionale

 Nella riunione di ieri abbiamo cercato di arrivare alla fase che ho definito del dialogo-confronto, nella quale, dopo aver ampliato le proprie conoscenza apprendendo dagli altri, si vagliano i vari argomenti e si rivedono le proprie valutazioni alla luce delle obiezioni degli altri dialoganti.
 All’inizio, io e mia moglie abbiamo mostrato come, in genere, ci si confronta sui temi della riforma costituzionale senza parlare dei contenuti della riforma: il confronto-propaganda. Io ho impersonato uno di quelli favorevoli e mia moglie una persona contraria.
 Ci siamo detti
                   IO                                                                       LEI
Dite sempre no!                                                         Siete dei corrotti!
Ce la chiedevano da 70 anni!                                  Distruggete la democrazia!
Dite no perché tenete alle vostre                        Siete voi, invece, che ci tenete!
poltrone!
Vi abbiamo rottamato e volete tornare!                  I giovani sono con noi!
Mostrateli questi giovani, siete vecchi!           Volete distruggere la democrazia
 Abbiamo poi chiesto ai presenti che cosa avevano capito della riforma costituzionale dal nostro dibattito (in realtà non avevamo parlato di alcun contenuto).
 E’ stato sorprendente che alcuni dei soci che di solito intervengono più spesso non abbiano risposto alla domanda e si siano invece subito schierati, come per un riflesso condizionato, dichiarando apertamente il loro voto al referendum, SI’ o No. Quindi l’informazione/propaganda ha funzionato, conducendo alcuni a prendere posizione senza che fosse stato loro spiegato nulla dei contenuti della riforma.
  Siamo stati spinti a decidere così dal clima della propaganda referendaria e correggerci ci è difficile. Per decidere bisogna accertarsi di aver prima ben compreso.
  Io e mia moglie, nel clima un po’ incandescente che si era venuto a creare, abbiamo cercato di mostrare come dovrebbe essere il vero dialogo-confronto, in cui ciascun dialogante tiene conto degli argomenti degli altri, ma  è stato difficile coinvolgere i presenti.  Questo perché, nonostante nella scorsa riunione avessimo approfondito in dettaglio una parte importante della riforma, quella che riguarda il Senato, ancora c’era qualche incertezza su alcuni argomenti, che però non avevano ancora trattato.
  Si è sostenuto, ad esempio, che la Repubblica italiana è uno stato federale, ma né nella Costituzione com’è ora, né in quella riformata in caso di vittoria dei SI’ al prossimo referendum, è scritto che il nostro è uno stato federale, anche se le Regioni hanno un’ampia autonomia, anche legislativa. La ragione è nella nostra storia nazionale. Stati come gli Stati Uniti d’America e la Germania si sono formati dall’aggregazione di stati preesistenti. La loro autonomia è espressa anche a livello centrale, federale, in genere esprimendo un Senato o Camera analoga. Lo stato italiano si è formato, invece, mediante conquista militare  dei preesistenti regni, compreso quella dei Papi nell’Italia centrale, da parte del Regno dei Savoia, che all’epoca di chiamava Regno di Sardegna, quindi mediante la soppressione delle autonomie statali che c’erano. Si prese a modello, nella costruzione dello Stato, quello molto accentrato francese. E’ sono dagli scorsi anni ’80 che in politica si propose di fare dell’Italia uno stato federale e tale orientamento nel 2005 generò una riforma costituzionale che però venne respinta in un referendum costituzionale svoltosi nel 2006. Nella riforma costituzionale di quest’anno l’autonomia delle regioni viene ridotta a favore dello Stato, in quanto è stata introdotta la possibilità di leggi statali nel campo delle materie attribuite all’autonomia legislativa delle Regioni, se lo richieda l’interesse nazionale ed è stata abolita la competenza legislativa esclusiva  delle Regioni, introdotta dalla riforma costituzionale approvata nel 2001. Il fatto che il nuovo Senato sia composto da consiglieri regionali e sindaci non trasforma l’Italia in uno stato federale, innanzi tutto perché, a differenza ad esempio dei senatori tedeschi, i nuovi senatori lavoreranno senza vincolo di mandato, quindi non dovranno attenersi alle decisioni dei Consigli regionali che li hanno eletti, e poi perché il Senato è costruito come camera minore, con poteri ridotti rispetto a quelli della Camera di deputati.
  Nel corso del successivo dialogo-confronto  che io e mia moglie abbiano tentato di inscenare, e di suscitare, ho cercato di spiegare, sulla base della conversazione emersa, che gli autori della riforma hanno pensato di inserire gli ex Presidenti della Repubblica ancora nel Senato, e non alla Camera dei Deputati come prevedeva la riforma del 2005, perché si è pensato che con la loro autorità morale, conquistata nel corso del loro mandato presidenziale, potessero essere un fattore di coesione in una Camera i cui partecipanti non rappresentano più la Nazione, è scritto espressamente nella legge di riforma che solo i deputati la rappresentano, ma prospettive regionali. Ho poi fatto notare che effettivamente, anche se le due Camere dovranno fare  le stesse cose  su molti temi, quindi continueranno a legiferare con il sistema bicamerale, in particolare in tema di Costituzione, attuazione della normativa europea e autonomie locali, effettivamente  non sono più un doppione  l’una dell’altra, entrambe elette dai cittadini in una stessa tornata elettorale e con sistemi elettorali molto simili, ma il Senato, che non avrà più scadenza quinquennale come la Camera dei deputati e che non potrà più essere sciolto  dal Presidente della Repubblica, sarà più legato a prospettive regionali, essendo composto di consiglieri regionali e di sindaci, e, venendo rinnovato continuamente e parzialmente, man mano che i senatori eletti da un Consiglio regionale decadranno a seguito dalla scadenza del Consigli che li ha eletti, avrà anche verosimilmente orientamenti politici diversi da quelli della Camera dei Deputati. Mia moglie, che impersonava i contrari alla riforma, ha osservato che questo, che è uno dei contenuti fondamentali della riforma, potrà creare problemi di coordinamento tra le due Camere del Parlamento, in particolare nelle materie in cui dovrà legiferarsi in forma bicamerale, come avviene oggi. Con l’aggravante che il problema non potrà più essere risolto chiamando gli elettori a nuove elezioni politiche, in quanto il Senato non potrà più essere sciolto dal Presidente della Repubblica. Io, che impersonavo  i favorevoli alla riforma, ho risposto che in questo modo, pur mantenendo la Repubblica italiano una e indivisibile, come continuerà ad essere scritto nella Costituzione, si metterà al riparo da arbitri delle maggioranze di governo le autonomie locali.
 Ha inciso maggiormente, tra i partecipanti alla riunione di ieri, il confronto-propaganda o il dialogo-confronto? Temo che sia stato il primo ad aver contato di più. Forse è perché siamo stati abituati a quel modo di proporre gli argomenti della riforma, in un confronto  che in realtà è uno scontro, in cui ciascuno rimane fermo sulle sue posizioni, su ciò che vuole propagandare, senza tener conto degli argomenti delle persone con cui parla. Forse è perché, come diceva per la preghiera il celebrante della Messa delle nove di domenica scorsa, in realtà non si ha voglia di approfondire, perché farlo costa fatica. Allora si dice che  non si ha tempo o che  non se ne è capaci. Fatto sta che, quando affronto gli argomenti della riforma con la gente che incontro, quasi tutti non ne sanno nulla di nulla, ma veramente nulla, salvo gli addetti ai lavori, come esperti di diritto (avvocati, funzionari pubblici), e pochi appassionati cultori della  materia.
 Osservo: per guidare un’automobile serve una patente, che viene rilasciata dopo un periodo di formazione ed esami teorici e pratici. Io ho la patente per guidare un’automobile, ma non potrei guidare un autoarticolato. Presentarsi al seggio, il 4 dicembre, senza sapere nulla, o sapendo troppo poco, della riforma è come pretendere di guidare un autoarticolato senza aver preso la patente. Perché la Costituzione è molto importante nella vita nazionale. Ne va della qualità della vita. Contribuisca in modo rilevante a creare quell’ambiente sociale  di cui nell’enciclica Laudato si’  siamo stati chiamati a prenderci cura, come dell’ambiente naturale. Hanno ragione, allora, i critici della democrazia, fin dall’antichità, i quali sostengono che il popolo, le masse, non hanno reale capacità di occuparsi degli affari di Stato?
 Una democrazia si costruisce, certe cose si imparano. Quella che un tempo era la formazione dei principi reali dovrebbe divenire la formazione di tutti, attraverso l’istruzione obbligatoria. In parte questo si è realizzato. Ma, di fronte a scelte difficili come quella per la riforma costituzionale, occorrerebbe un supplemento di formazione. Questo è, innanzi tutto, il compito della classe politica e della radiotelevisione pubblica. Lo stanno esercitando? Decidete voi? Avete potuto informarvi a sufficienza? C’è stato il confronto/scontro/propaganda. C’è stato il dialogo/confronto? E se ci sono stati entrambi, quale ha prevalso?
   Bisognerebbe diffidare, a mio avviso, di chi, in particolare tra i politici e tra gli operatori dell’informazione, propone prevalentemente il confronto/scontro/propaganda, non fornendo elementi conoscitivi sulla riforma, o fornendone un livello insufficiente. Questo perché, spingendo ad una decisione per nulla o poco informata, in realtà deprimono il confronto democratico e finiscono con il pretendere scelte fideistiche, basate sulla fiducia e sulla fedeltà ad una certa parte politica. E’ come quando fu attribuito il premio Nobel per la pace al presidente statunitense Barak Obama all’inizio del suo mandato, senza aver ancora potuto constatare il risultato delle sue politiche, ma solo sulla base delle intenzioni dichiarate nei discorsi pubblici, in particolare durante visite di stato nei Paesi del Vicino oriente. Ma quando si tratta di riforma costituzionale che riguarda le istituzioni fondamentali dello stato, occorre capire bene come si pensa di organizzare il loro funzionamento e prevedere realisticamente i futuri scenari. Ad esempio: se si complicano le procedure parlamentari, come obiettivamente avviene con la riforma costituzionale in questione, è difficile prevedere che i tempi delle decisioni si abbrevino effettivamente. O: se si riduce il numero dei parlamentari, ci sarà poi meno gente a fare tirocinio parlamentare, quindi ad acquisire una formazione di alto livello sugli affari di stato, e ci saranno quindi poi meno politici in grado di fare, tra la gente, quel lavoro di informazione di formazione che è tanto importante perché una democrazia sia vera democrazia e non solo democrazia formale.  Quella riduzione del numero dei parlamentari potrebbe rivelarsi non tanto positiva, in particolare se posta in relazione ai risparmi, piuttosto contenuti, che derivano alla riduzione ad un terzo dei senatori e al fatto che essi non  percepiranno stipendi e pensioni. Il Senato, con i suoi costi di gestione (amministrazione degli immobili, acquisto e manutenzione degli arredi e apparecchiature, costo dei servizi e stipendi del personale amministrativo ed ausiliario), rimarrà e le spese di gestione sono la parte preponderante dei costi dell’attuale Senato.
 Infine: quando si tratta di una riforma così importante come quella in decisione nel prossimo referendum, con ripercussioni anche sulla vita delle future generazioni, così come le ha avute la Costituzione repubblicana approvata in Italia nel 1947 ed entrata in vigore nel 1948, bisognerebbe trovare il tempo e farsi venire la voglia di approfondire, cercando le persone e le fonti informative per superare le difficoltà di comprensione, in particolare della terminologia giuridica, che sempre ci sono quando si tratta di testi di legge di quella rilevanza.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




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