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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 6 ottobre 2016

Difficile comunità

Difficile comunità

 Non so se nei seminari si insegni ai futuri sacerdoti a fare quello che serve in San Clemente papa. Probabilmente lo si fa nella vicina università salesiana, negli insegnamenti di catechetica. Ricostruire una comunità, e non solo quella religiosa…
  So che se ne discute alla Gregoriana.
  Si tratta di due centri di formazione internazionale in cui la gente che ci va a studiare porta l’esigenza di nazioni lontane di contribuire alle nuova civilizzazione della politica, come base sociale per un ambiente favorevole allo sviluppo della fede. Dell’Italia si ha, in genere, un’immagine diversa, ma i problemi sono più o meno gli stessi. Si è vissuto un potente riflusso nel privato, una disarticolazione della società in tutte le sue componenti, per cui oggi non si sta più stare insieme in modo produttivo e in un’ottica di fede emerge come realtà sociale prevalente quella della famiglia, vista per di più al modo del passato, secondo un modello autoritario e maschilista.
  Ad un franco sguardo retrospettivo il problema è collegato al regno Wojtyla / Ratzinger e all’affermazione in Italia del modello polacco.   Si tratta di un schema che, in era di democrazia, non ha funzionato neppure in Polonia, e tanto meno in Italia, che era una realtà sociale tanto più ricca. Era basato su un’alleanza tra una gerarchia del clero autoritaria e modelli di famiglie autoritarie. In Italia è stato catalizzato dall’attivismo pontificio, dalla vicinanza di un padre universale che rendeva esperienza quotidiana l’irruzione dello straordinario nella vita di tutti i giorni, come accaduto ieri nei centri terremotati. Non era questo il modello che aveva consentito lo sviluppo del cattolicesimo democratico italiano e il grande contributo dei cattolici alla costruzione della democrazia repubblicana post-fascista. Esso vedeva un papato autoritario in dialettica con le correnti democratiche sviluppate nella base dei fedeli, con un monarca pontificio che manteneva una distanza sacrale da questi ultimi. La situazione cominciò a cambiare negli ultimi anni del regno di Montini. Nell’apparente esplosione dell’effervescenza comunitaria prodotta dalle sperimentazioni post-conciliari si cercò di indurre coerenza attraverso il riferimento di fedeltà emotiva al papa, molto umanizzato e portato mediaticamente alla portata di tutti, in una paternità inedita che sembrava avvicinare il Cielo alla terra. Si produsse la nuova affermazione del clerico-moderatismo, la grande malattia politica delle collettività di fede italiane degli ultimi duecento anni, perché il nuovo corso era in linea con l’ideologia reaganiana che si andava affermando in Occidente negli anni ’80. Fu il grande inverno, l’era della grande glaciazione, per il cattolicesimo politico italiano, che pure aveva ancora la responsabilità del governo nazionale. Una brusca sterzata verso destra che si è avvertita anche nella nostra parrocchia, ponendo fine al suo periodo d’oro, alla profonda integrazione sociale con il quartiere. Si è preso congedo dalle Valli, gli abitanti del quartiere sono stati sostituiti in parrocchia da gente che veniva da fuori e che, non abitando nei dintorni, non era veramente interessata a ciò che vi accadeva. La parrocchia ha perso la natura di realtà territoriale, divenendo sempre più marcatamente ente di elezione, in cui veniva chi ci voleva stare. La parrocchia è diventata un contenitore, un insieme di spazi locati per esperienze di gruppo non pensate per il quartiere, un po’ come quelle case di cura private in cui equipe esterne vengono a operare, sfruttando i servizi della struttura ma senza esservi integrate. Fu, alla fine, quando i problemi vennero finalmente all’attenzione della Diocesi, la parrocchia dei trecento, più un manipolo di anziani irriducibili. Ora se si vuole cambiare, bisogna agire con decisione, occorre un cambio di rotta molto marcato. Ma non è facile produrlo perché la separazione della parrocchia dal quartiere è quasi completa e quelli che sono rimasti in parrocchia non sanno più come fare per cambiare, si è persa una tradizione, insieme a diverse generazioni.
 Non bisogna attendersi soluzioni veloci e, per così dire, miracolose, perché nel frattempo anche la società intorno è cambiata e, in particolare, si è per così dire  atomizzata, divenendo incapace di prassi sociali positive. Un elemento positivo è il ritorno dei giovani nel quartiere, che è diventato molto evidente. Giovani coppie si sono trasferite da noi, sostituendo le persone più anziane, e sta crescendo una nuova generazione di ragazzi. Una parte di queste persone prima o poi si rivolgerà a noi per esigenze formative che non riguarderanno solo la fede, ma in genere l’esperienza umana, compresa quella di cittadinanza. La potremmo individuare come un’esigenza spirituale, intendendo con questo termine, al modo di Adriano Olivetti, ciò che nella società non è solo soddisfacimento di bisogni materiali. Ci sono nuove generazioni che devono imparare ad agire positivamente in società e che chiedono aiuto anche alla fede. L’esperienza di fede italiana è molto ricca e ha quello che serve. Il primo problema è raggiungerla nuovamente, e innanzi tutto conoscerla. Da noi a chi voleva raggiungere la società si indicava solitamente la via del ritorno in famiglia. Questo perché non si aveva più pratica della democrazia, che è la via alla società che si deve seguire in Occidente. Una famiglia a struttura patriarcale, con un’incontestata autorità maschile, secondo modelli ormai obsoleti, sembrava dare più affidamento. Un modello di società dominato da figure paterne in famiglia e in religione. Ciò che c’era fuori, in particolare l’emergere delle donne nella società veniva tendenzialmente demonizzato come  contro natura, gender, e via dicendo, di reazione in reazione. Nella formazione dei ragazzi questo comportava un’ossessiva attenzione ai problemi di polizia sessuale, secondo una prassi che troviamo nelle culture dominate dalle figure maschili, in cui si cerca di indurre una forte differenziazione del  modello maschile, visto come destinato per natura  al comando sociale, con atteggiamenti proprietari verso le altre persone dei gruppi familiari. C’è poca natura  in tutto questo. Un libro che si può leggere utilmente sul tema è Maschio e femmina, dell’antropologa Margaret Mead, edito da Il Saggiatore, attualmente in commercio anche in formato e-book: scritto nel 1947 descrive la costruzione di diverse identità sessuali in alcune civiltà confinate dell’Oceania, prese come un laboratorio per studiare l’esperienza umana in merito. Su questi temi siamo in una fase di passaggio, anche in religione. La fede richiede un modello familiare maschilista? Io non l’ho mai creduto. Ma soprattutto è uno schema che crea problemi quando si cerca di indurre processi democratici, basati sull’uguaglianza in dignità e sulla partecipazione di tutti all’autogoverno.
  Come cambiare?
 I sacerdoti della parrocchia non avranno necessità di andare a cercare i giovani per le vie delle Valli: essi verranno a noi spinti dalle esigenze formative che ho ricordato. Il problema sarà innanzi tutto di non perderli. Poi si dovrà farne dei formatori, creare una tradizione di impegno nell’autogoverno, per cui, ad un certo punto, i più grandi aiuteranno i più piccoli. Non si tratta solo di catechismo e non va tutto pensato in funzione catechetica. L’educazione alla cittadinanza deve avere un ruolo importante, perché è il campo dei laici di fede, vale a dire della maggioranza della gente. Non si deve pensare a una presenza episodica dei più giovani in parrocchia, ma ad una loro presenza potenzialmente costante. Devono avere spazi loro, attrezzature loro, forme loro di autogoverno: devono poter venire in parrocchia per studiare. Bisogna metterli in contatto con la grande cultura di fede che c’è a Roma, che, sotto questo profilo, è veramente un posto unico nel mondo. Bisogna educare al rispetto della dignità della personalità altrui e a convivere con le differenze altrui: questa è la base della pratica della democrazia. Bisogna abbandonare la pessima abitudine di indicare la porta a chi resiste a conformarsi. Nei rapporti tra i sessi bisogna prendere consapevolezza di una realtà che ci viene indicata dagli antropologi: indurre modelli femminili remissivi crea spazi all’aggressività maschile, per cui si innesca una spirale malvagia che sta (di nuovo) caratterizzando la nostra società civile. Non è per i successi dei processi di liberazione delle donne che queste ultime sono più esposte e allora vengono aggredite dai maschi, ma è esattamente il contrario. In questo bisogna riscoprire il femminismo cristiano che in Italia tante cose ha modificato e sta ancora modificando, portando ad una generazione di teologhe dalle quali ci si attende un nuovo pensiero sociale in ogni campo.
  Nel passato c’è stata una tendenza all’omogeneizzazione della struttura parrocchiale, mi pare di aver capito dando il benservito senza tanti complimenti a coloro che facevano resistenza. E’ una prassi da cambiare. L’ultimo settore non ancora completamente omogeneizzato era quello della formazione di primo livello, quello che negli anni ’70 e ’80 vide l’affermazione delle mamme catechiste. Che si vuole fare? Ci si pensi bene prima di congedare chi ha dato generosamente la propria disponibilità in quel campo anche se ancora in linea con l'esperienza meno recente, che è appunto quella degli anni migliori della nostra parrocchia. E’ proprio necessario privarsene? E questo in un’epoca in cui andrebbe favorito il recupero del pluralismo? L’esperienza del rifiuto è esiziale. Chi è rifiutato si allontana e poi non torna.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

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