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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 13 ottobre 2016

Un problema di civiltà

Un problema di civiltà

  C’è un problema di civiltà che coinvolge tutto il quartiere. Per contribuire alla sua soluzione non va bene un metodo di perfezionamento religioso centrato su neo-comunità tendenzialmente segregate dal contesto civile intorno, visto come contaminante in quanto inquinato moralmente. In questo modo si tende a perfezionarsi separandosi, e in questo ci si richiama agli ideali religiosi del più antico ebraismo, espressi nelle varie tradizioni delle Scritture da esso suscitate. In particolare ci si ispira a quelle che furono più in polemica con l’ellenismo, la cultura e la civiltà dell’antica Grecia nella sua massima espansione.  E invece la cultura dell’ellenismo ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione della civiltà europea, ma anche nell'elaborazione delle nostre prime teologie. Tutti i grandi concili ecumenici svolti nel primo millennio della nostra era, dal quarto secolo,  quelli fondamentali per le verità di fede, furono convocati in ambiente culturale greco, dagli imperatori bizantini.
  L’esigenza di separazione dal male e dalle sue opere è sicuramente fondamentale in una visione di fede. Essa però va distinta dalla separazione culturale dall'ambiente civile in cui si è immersi, in particolare dal lavoro di organizzazione della società, nelle sue istituzioni, nelle sue norme, nella sua economia, nella sua urbanistica, nelle sue forme di relazioni tra le comunità politiche ed etniche, nelle sue forme di istruzione delle popolazioni e, insomma, in tutto ciò che si comprende nel termine “civiltà”. E’ la distinzione tra  errore  ed errante che iniziò ad avere corso negli scorsi anni Sessanta, con il magistero di Angelo Roncalli. Ma c’è anche l’esigenza, riproposta con forza da Jorge Mario Bergoglio nel suo ultimo lavoro, Laudato si’, di partecipare collettivamente alla soluzione di problemi che solo in questo modo possono essere affrontati, in particolare alla creazione di un nuovo modello di sviluppo.
  La predicazione della nostra fede richiede un ambiente sociale favorevole che va costruito, indotto, sperimentato, praticato su scala sempre più vasta. Per funzionare, essa deve essere radicata nel quartiere dove è immersa. Quest’ultimo non le può essere indifferente, perché di fatto ne è condizionata. La parrocchia e il quartiere sono fatti della medesima gente, non dimentichiamocelo mai!
 L’altro giorno ho visto in televisione una bella intervista al grande architetto Renzo Piano, senatore a vita, sui problemi della ricostruzione urbanistica dopo il recente terremoto. Non si può separare l’urbanistica dalla gente, dal contesto civile, ha detto. Non si tratta solo di ricostruire edifici: decidere come ricostruirli sarà condizionato dalla decisione fondamentale di come ricostruire la civiltà urbana che aveva abitato quelli distrutti o danneggiati e abiterà quelli ricostruiti o restaurati. I due aspetti vanno insieme. E’ un discorso che vale più in generale per ogni quartiere civile. Si lavora sulle cose, ma anche sulle persone. Ecco che l’aspetto diruto del nostro quartiere, privo di occasioni sociali, con le sue strade sempre più disastrate e attraversate da correnti di traffico indifferenti alla gente del posto, deve essere visto come l’espressione di un contesto civile sofferente.  
  Nell’esperienza civica della fede possiamo divenire nuovamente l’anima del quartiere, il motore del cambiamento, l’origine di una rivoluzione culturale, secondo gli auspici espressi nella Laudato si’, che significhi anche un recupero di spiritualità nella sua civiltà urbana. Da questo potrà scaturire un nuovo impegno civile per risanare ciò che non va, nelle cose e tra le persone.  Un disegno che era molto chiaro, dal secondo dopoguerra, a un imprenditore filosofo come Adriano Olivetti, che fece dell’industria di famiglia, ad alta tecnologia, operante nel settore delle macchine per scrivere e poi di quelle per l'elaborazione dati, il motore di una rivoluzione civile, ispirata anche alla nostra fede, nel Canavese, la zona intorno a Ivrea, nel Piemonte settentrionale, al confine con la Valle d’Aosta.
 Ecco quello che scrisse tanti anni fa in merito (si tratta di testi compresi nel suo libro Città dell’uomo, pubblicato nel 1960, l’anno della sua morte, e ancora in commercio, anche in e-book, edito da Il Saggiatore:
“Abbiamo scritto nelle proposizioni fondamentali del Movimento Comunità [il movimento indotto da Olivetti] che il nuovo Stato sarebbe organizzato secondo leggi spirituali, e la nostra affermazione non è rimasta cosa astratta.
  Per la prima volta nella storia dei programmi politici si fa un riferimento preciso non solo ai valori spirituali e alla loro potenza, ma al modo stesso, alla forma, alle forze in cui questi si esplicano nella società terrena anzitutto, e nell’amministrazione delle cose pubbliche in particolare.
  Giacché nella nostra visione il problema centrale della politica consiste nel creare uno speciale rapporto fra la società e lo Stato, rapporta che tenga conto e sviluppi le forze e le forme dello spirito.
  Quando l’azione politica cristiana è legata solo apparentemente alle forme spirituali e non si risolve in un corpo organizzato, in una Comunità concreta, nel suo ordinamento che si svolge in ordini spirituali, a nulla valgono gli sforzi isolati degli uomini di buona volontà.
 Noi tutti crediamo nel potere illimitato delle forze spirituali e crediamo che la sola soluzione alla presente crisi politica e sociale del mondo occidentale consista nel dare alle forze spirituali la possibilità di sviluppare il loro genio creativo.
  Parlando di forze spirituali, cerco di essere chiaro con me stesso e di riassumere con un semplice formula le quattro forze essenziali dello spirito: Verità, Giustizia, Bellezza e, soprattutto, Amore. Cerco di ricordarmi che il nostro obiettivo finale, che in senso storico deve essere l’affermazione della civiltà cristiana, consiste nel materializzare in equilibrio ciascuno di questi quattro punti. Non si può parlare di civiltà se uno  solo di quegli elementi, Verità, Giustizia, Bellezza e Amore, è assente. E’  facile riconoscere come alcuni individui, gruppi, nazioni e regimi politici siano contro uno o più di questi fattori spirituali.
  Si potrà pensare che tutto ciò non sia di ordine pratico; mi sforzerò di dimostrare in quale maniera noi potremmo essere guidati in uno sforzo comune nel nostro paese. Ho parlato di verità per prima. Verità in una società umana significa cultura libera, indipendenza di ricerche e conoscenze scientifiche.
[…]
  Nessuno tornerebbe indietro, non dico di secoli, ma nemmeno di cinquant’anni. Mancava la luce elettrica, le malattie infettive mietevano le giovani vite, la chirurgia e gli anestetici erano primitivi, nelle fabbriche il lavoro era assai più penoso di oggi, insomma la condizione umana era estremamente più dura di oggi. E il mondo va verso giorni più radiosi e più felici, ma a una sola condizione: che le immense forze materiali messe oggi a disposizioni dell’uomo siano rivolte a finalità, a mete spirituali.
[…]
 lo spirito della Verità ha dunque lavorato in silenzio per lunghi secoli, perché un’umanità più felice fosse resa possibile.
[…]
 Un Parlamento e un governo, secondo l’ordine e il metodo della scienza, dovrebbero essere composti da educatori, economisti, urbanisti, igienisti, giuristi e via dicendo, cioè da veri studiosi, nella teoria e nella pratica, delle funzioni sociali, e invece vediamo nel Parlamento e nel governo nove decimi di uomini impreparati che non riconoscono seriamente i valori scientifici.
[…]
 Una società che non crede nei valori spirituali, non crede nemmeno nel proprio avvenire e non potrà mai avviarsi verso un meta comune e affogherà la comunità nazionale in una vita limitata, meschina e corrotta. Senza questa comprensione dei valori scientifici e spirituali vediamo l’attività dello Stato disperdersi, disintegrarsi, sconnettersi in mille provvedimenti caotici, dispersivi, che non conducono ad alcun fine organizzato e consapevole, se non a quello fraudolento di ingrandire la potenza del proprio partito, favorendo clientele e interessi particolari. Troviamo così innanzi a noi gli antipodi dell’atteso splendido regno della giustizia, della cultura e della verità.
 E’ soprattutto nella Verità che troveremo la vera rivoluzione, il vero rinnovamento morale e materiale di ogni cosa. Poiché la Verità è il tutto: scienza, sapienza carità.
 La Giustizia, la seconda della forze spirituali, è a sua volta illuminata dalla Verità.
[…]
 Troppi lavoratori si chiedono se c’è qualcosa di fondamentalmente ingiusto e tragico nel fatto che la ricchezza che essi creano non venga utilizzata per meglio soddisfare i bisogni e risolvere i problemi della loro comunità.
[…]
  Infine è superfluo per me l’insistere sulla influenza spirituale della Bellezza. Certamente esiste ovunque in Europa una grande vocazione e capacità artistica, ma questa sembra avulsa dalla vita delle comunità nazionali, giacché la comprensione artistica sembra essere il privilegio di una piccola classe. […] E’ sufficiente ricordare che i tesori artistici, che sono oggi una ricchezza concreta dell’Italia, nacquero come opera della fede, della cultura, del disinteresse.
[…]
 E questa ricerca del Regno di Dio e della sua Giustizia non può essere attuata senza mezzi adeguati, senza sacrifici, senza uno strumento preciso, una Comunità concreta, fondata su leggi umane e naturali, fondata sulla ricerca integrale della verità e un’applicazione altrettanto integrale della giustizia.
[…]
 La civiltà occidentale si trova oggi, nel mezzo di un lungo e profondo travaglio, alla sua scelta definitiva. Giacché le straordinarie forze materiali che la scienza e la tecnica moderna hanno posto a disposizione dell’uomo possono essere consegnate ai nostri figli, per la loro liberazione, soltanto in un ordine sostanzialmente nuovo, sottomesso ad autentiche forze spirituali le quali rimangono eterne nel tempo e immutabili nello spazio da Platone a Gesù: l’Amore, la Verità, la Giustizia, la Bellezza. Gli uomini, le ideologie, gli Stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici non potranno indicare a nessuno il cammino di civiltà.
[…]
 Noi sogniamo una Comunità libera, ove la dimora dell’uomo non sia in conflitto né con la natura, né con la bellezza, e ove ognuno possa andare incontro con gioia al suo lavoro e alla sua missione.
[…]
  Nella nuova società personalista e comunitaria la persona potrà finalmente realizzarsi in una libera Comunità.
  Tecniche perfezionate e nuovi simboli si impongono per difendere e realizzare con rinnovato slancio i valori democratici e soprattutto la libertà umana: per dare crescente impulso alo spirito democratico e rendergli tutto il suo splendore e le sue forze.
 E’ d’uopo preparare uno Stato organizzato secondo precisi criteri,  ma a un unico fine: affinché la società sia libera e si affermi un nuovo tipo di civiltà che, lungi dall’esser schiava della tecnica, sia al servizio dei fini ultimi e superiori dell’umanità.
 Lo Stato sarà dunque un mezzo perché la città si esprima liberamente.
[…]
 Per rafforzare i vincoli di solidarietà tra i contadini e gli operati nacquero verso il 1949 i primi Centri Comunitari. Essi si dimostrarono essenziali strumenti nel faticoso cammino della Comunità.
  Gradualmente, come una macchia di olio, crebbero: tre nel 1950, sette nel 1951, venticinque nel 1952, trentadue nel 1953 e saranno cinquanta alla fine di quest’anno [1955]; i Centri Comunitari promossi dal Comitato per la Comunità del Canavese formano ora una particolare esperienza.
  Cosa sono, cosa rappresentano i Centri Comunitari?
 Essi prendono forma, consistenza, attività dalle particolari condizioni in cui nacquero, talché i Centri Comunitari del  nostro Movimento hanno una fisionomia che li distingue dai Centri Comunitari esistenti in quegli altri paesi, in America, in Canada, in India, in Israele, dove furono già attuati. Essi nacquero attraverso un lavoro paziente, tenace, di alcuni pionieri e attraverso il loro sacrificio personale. I nostri amici si recavano la sera nelle piccole e primitive comunità di operai e parlavano per primi della necessità di trovare nelle loro forze, nelle loro menti, nel loro animo la strada per la resurrezione, la strada per un principio di solidarietà, e di vera democrazia, che si attua non già attraverso la propaganda, gli obblighi, le costrizioni, gli indirizzi, il conformismo insomma, ma attraverso la lenta formazione di una coscienza personalista e comunitaria.
 Affinché questo fosse possibile era necessario elevare il grado di cultura di quegli uomini sperduti che, dopo il fugace contatto della giovinezza con il maestro elementare e più tardi le avventure dei giornali a fumetti, avevano completamente perduto il contatto con la forza liberatrice della cultura.
 Perciò, il primo passo del lavoro sociale intrapreso dai Centri Comunitari fu la istituzione di biblioteche e la notevole circolazione  di riviste tecniche e culturali, completamente mancanti in quei villaggi sperduti.
[…]
 Il lavoro non fu semplice […] Ma poco a poco i Centri  si organizzarono, le biblioteche si arricchirono, si dette vita a corsi di cultura popolare, a manifestazioni sportive, ricreative; si iniziò il servizio sociale, si diede mano al servizio di assistenza tecnica nel campo dell’agricoltura e dell’industria.
  Si trattava in sostanza di portare gradatamente in tutti i piccoli villaggi -cioè nell’intera Comunità- il piano di assistenza sociale, culturale, educativa, ricreativa, più completo, quale si trova nelle nazioni  più progredite.
 Nel contempo, attraverso elezioni, dibattiti e numerose esperienza, rafforzare nelle loro radici i valori democratici che si fondano nei singoli Centri sulla collaborazione di molteplici persone, investite dai loro compagni di fiducia e di responsabilità.
 Perché in ogni Centro si procede a libere elezioni di un presidente, di un addetto culturale, di un addetto ai servizi sociali, di un addetto ai servizi sportivi”.
  La partecipazione civile, che è la via per cambiare la situazione del quartiere, si fa con metodo democratico, del quale però abbiamo poche occasioni di fare esperienza, in particolare in parrocchia. Nell’organizzazione religiosa il  Consiglio pastorale dovrebbe essere una delle sedi per farla, ma da noi da molti anni non è più così. Quando mai si è riunita l’Assemblea parrocchiale per eleggerne dei membri? Io non ne ho memoria, eppure abito da molti anni nel quartiere.  Così non possiamo essere sicuri che il Consiglio pastorale, nella sua attuale composizione, renda effettivamente presente la gente di fede del quartiere. Quel Consiglio è diventato sostanzialmente una emanazione del parroco, che, credo (non ho visto documenti sulla legittimazione dei consiglieri,  ne abbia designato la gran parte dei componenti non di diritto. I gruppi, con i  loro rappresentanti, non eletti dai parrocchiani né scelti dal parroco, vi fanno la parte maggiore, in particolare il gruppo che ha espresso l'ideologia religiosa che è apparsa prevalere nel corso che dovrebbe essersi chiuso lo scorso anno. Il nuovo parroco ha trovato questa situazione. Cambiarla non è facile perché abbiamo perso la gran parte delle relazioni vitali con le altre persone del quartiere. La parrocchia è vissuta dai più essenzialmente come  centro liturgico e come scuola di formazione etica dei più piccoli. Ci si va per assistere a liturgie, come spettatori religiosi, e vi si portano i bimbi per la prima iniziazione religiosa. La partecipazione non è sentita come necessaria e tanto meno quella democratica. E nella formazione religiosa, in passato, si sono organizzate le cose in modo che, talvolta, mi è sembrato che si invitassero le persone a partecipare a una specie di gioco di ruolo a tema, in un immaginario contesto neo-ebraico, in cui ci si figurava di essere il popolo in fuga dall'Egitto del Faraone.  Certi costumi mi sono parsi veramente irrispettosi verso l’autentico ebraismo contemporaneo, come la rivisitazione fantasiosa di certi simboli dell’ebraismo di sempre e ancora molto cari a quello contemporaneo, ad esempio del candelabro a nove braccia, usato nella liturgia ebraica nella festa di Hanukka. Noi non siamo in fuga dalla civiltà contemporanea che la nostra fede ha tanto contribuito a plasmare. Del resto la nostra esperienza religiosa non ha mai temuto le città e la multiculturalità che le caratterizza, anzi proprio nelle città ha prosperato alle origini, e questo a differenza dell’antico ebraismo che nelle città, in particolare in quelle delle genti, vale a dire abitate anche da  persone di altre culture e religioni, vedeva il luogo della contaminazione culturale.  Bisogna dire che le nostre collettività di fede, e l’ebraismo che è stato loro contemporaneo fino ad oggi, sono diventati cosmopoliti nell'esperienza della diaspore, che li ha portati, veramente, fino agli estremi confini della terra, immersi in ogni cultura del globo. E da ogni cultura in cui si sono trovati inseriti hanno imparato, pur continuando a mantenere una tradizione di fede in continuità con le origini. Per quanto riguarda il valore della cultura e della teologia dell’antico ebraismo, espresse nelle Scritture, bisogna dire che esse sono indispensabili per capire il nuovo contesto creato dall'insegnamento del nostro primo Maestro, che nacque e visse da ebreo antico, ma che nella nostra fede ciò che ci fu prima va interpretato alla luce del nuovo, e non viceversa. E poi: la nostra fede e l’ebraismo sono due religioni diverse, che devono rispettarsi reciprocamente, rispettando anche i rispettivi simboli sacri e le altre consuetudini ritenute sacre. Non mi sembra utile l’ebraismo immaginario che talvolta viene predicato tra noi. Soprattutto quando ci spinge a separarci dal contesto civile in cui, invece, siamo chiamati ad operare, per indurvi i valori di fede.
  Anche da noi, come nel Canavese di Adriano Olivetti, c’è l’esigenza di rifondare, su  valori insieme spirituali, democratici e civili, e di praticare un’esperienza comunitaria aperta alla realtà territoriale in cui la parrocchia è immersa. Il degrado civile e urbanistico del quartiere fa tutt’uno. Quando, con il Comitato per il Pratone e il conseguente impegno civile, migliorammo l’urbanistica del quartiere, conquistando finalmente il Pratone, anche l’esperienza civile fece un salto di qualità. E’ quello che si dovrebbe nuovamente ottenere. Ma per riuscirci occorre innestarvi un’esperienza spirituale che oggi è ancora come reclusa negli spazi liturgici.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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