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domenica 2 ottobre 2016

Idee per ripartire

Idee per ripartire

Giuseppe Lazzati (1909-1986), tra i libri del suo studio. Interagire con la società, come si vuole da un laico di fede, richiede di familiarizzarsi con il  pensiero che in essa è diffuso. Dobbiamo ricostituire la biblioteca parrocchiale!


 Riprendono le attività parrocchiali dopo la pausa estiva.  Il nuovo parroco sarà affiancato da tre nuovi sacerdoti giovani: è il segno di un impegno straordinario della Diocesi per favorire il processo di rinnovamento che è iniziato l’anno scorso. Insieme a loro vivremo un’esperienza non comune: per certi versi si tratta infatti di una rifondazione. Penso che si possa essere ottimisti, pur mantenendo una visione realistica della situazione. Questo perché il clero parrocchiale ha raggiunto  ormai un numero di sacerdoti sufficiente per indurre un nuovo inizio: costituiscono una squadra di persone con una formazione completa sotto ogni profilo e al passo con i tempi, in grado di suscitare nel quartiere le energie che servono. I più giovani hanno le risorse della loro età, l’entusiasmo che spinge a mettersi in gioco, l’afflato naturale verso i coetanei, quella capacità di avvicinare con spontaneità gli altri che a volte con il progredire degli anni si perde.
  In diversi precedenti interventi ho indicato alcuni aspetti critici della vita parrocchiale. Più che correggere ciò che c’è, mi pare che vi sia necessità di creare qualcosa che non c’è, e aggiungo “non c’è più”, perché c’è stato e poi si è perso. Bisogna fare della parrocchia la casa di tutti, in cui si pratichi una la capacità di avvicinare cordialmente gli altri, per beneficiare della loro umanità e venire incontro ai loro problemi. In particolare questo è necessario nei rapporti con i più giovani, i quali  in gran parte vivranno da laici di fede nella società del loro tempo. Qui si tratta di organizzare una nuova esperienza di istituzione, in cui possano fare tirocinio di società e di autogoverno. La democrazia è il metodo con cui i laici di fede propongono anche valori religiosi ai contemporanei, prendendosi cura della casa comune insieme agli altri. Una società cordiale ne è il risultato: il luogo dove ognuno si senta a casa propria, tra amici, dove nessuna sofferenza sia misconosciuta e tutti imparino ad aver cura di tutti, tenendo conto anche degli altri. Un mondo in cui l’esercizio dell’autorità sia sempre concepito in forma collettiva, per cui non sia mai  autoritario, e quindi sia legato a una responsabilità verso i governati e aperto alla loro partecipazione attiva, a cominciare dalle prime esperienze di società che si fanno in famiglia e a scuola. E la formazione religiosa non fa eccezione. Anch’essa deve essere scuola di libertà e di responsabilità, se non vuole essere inutile, nel migliore dei casi, o addirittura controproducente in termini di umanità. Un percorso di purificazione della  memoria, per imparare dal passato e non rimanere legati a ciò che ha fatto soffrire e di cui, innanzi tutto, occorre raggiungere consapevolezza.
  La religione può fare soffrire?  Certamente sì, come qualsiasi altra esperienza sociale. La storia ce lo conferma. Se consideriamo la storia bimillenaria della nostra fede, la possiamo leggere come un costante e lunghissimo processo di conversione, di distacco dal male che c’è anche in religione. E, allora, prima di adottare qualsiasi soluzione tratta dal passato dobbiamo chiederci se non vi siano controindicazioni per i nostri tempi. Anche nella vita di fede ci sono stati progressi e, in genere, non mi persuadono quelli che mi vogliono convincere a ritornare alle origini, perché in esse vedo il molto male che hanno avuto in sé, ad esempio il male dell’intolleranza religiosa proprio di quelle origini. Non se ne fu solo vittime.
  Sulla facciata della parrocchia abbiamo infisso la lapide che ricorda l’esperienza tra noi di un sacerdote straordinario, don Nino Miraldi. Fu in parrocchia, ma poi si spese tra i poveri in Brasile. Nelle sue lettere, raccolte nel libro Lettere dal Brasile, EDB, 2009, €24,50, accenna a cose che non andavano qui in Italia, e anche in parrocchia. Eppure lo vediamo legato da relazioni intense di amicizia con i connazionali tra i quali aveva svolto il suo ministero. Questi rapporti cordiali fanno superare ogni difficoltà: è quello che dovremmo ricreare qui in parrocchia. E sono i giovani che, in genere, inducono a riuscirci. Tra gli anziani i rapporti si sclerotizzano. Si tagliano i panni addosso alla gente. Si diffida degli altri. Ad un certo punto non si è più capaci di disarmare. Ecco dunque la necessità di allargare l’esperienza con i più giovani, di organizzare una realtà aperta, cordiale. Un tempo, ad esempio negli anni ’70 che io ricordo abbastanza bene, era questa la realtà che si viveva in parrocchia, catalizzata da giovani sacerdoti straordinari.
 In questo quadro la formazione religiosa è certamente importante, ma non basta, non esaurisce ciò che serve. Significa che è necessario non vedere tutto in un’ottica pan-catechetica. La catechesi non è tutto. La capacità di prendere consapevolezza di ciò che si muove nella società contemporanea per individuare le vie della fede richiede anche altro. E’ la direzione indicata nell’enciclica Laudato si’. Non basta avere tra le mani le Scritture per sapere come condursi. La spiritualità della persona laica, in particolare, deve essere saldamente ancorata alla società che costituisce l’ambiente della fede. A volte, sfiduciati della realtà in cui si vive, si matura una spiritualità da serra e si cerca di riprodurre micromondi artificiali ad ammissione limitata, con un’ideologia corrispondente. Si tratta di esperienze che per taluni possono anche essere gratificanti, ma che in genere appaiono inutili per chi voglia lavorare nella società del nostro tempo in modo da renderla un ambiente accogliente. Vale a dire, ad esempio, per la maggior parte dei più giovani. E, soprattutto, generano  molto scarto. Ricordiamo il detto secondo cui è su ciò che  è stato scartato che, paradossalmente, si costruisce la casa comune!  Come avviene? Lo si può capire in un’ottica di fede, con una sguardo soprannaturale. A volte, invece,  facciamo troppo conto sulle sicurezze che ci costruiamo e, in particolare, sui recinti che servono a tener fuori quelli che non si adattano.  Direi che sarebbe un buon proposito, per cominciare, quello di non scartare nessuno. Ad esempio finendola di tenere lontani dai sacramenti quelli che non  sembrano sufficientemente preparati, quelli che non rispondono ai criteri di serra, ma appunto considerandoli con una mentalità da serra. Distogliere persone dai sacramenti! E’ un’enormità! Bisognerebbe sentirla come una colpa grave, non come un fatto di cui andare fieri, come si è fatto durante l’ultima audizione in parrocchia davanti al vescovo ausiliare di settore, elencando come successi la gente che rinunciava a sposarsi in chiesa e quelli che ammettevamo  alla Cresima solo per misericordia. E’ questo modo di pensare che i nostri sacerdoti, e innanzi tutto il parroco, sono stati inviati a correggere. Bisogna che lo facciano con molta decisione.
  Bergoglio iniziò il suo ministero tra noi, qui a Roma, invitando a dare il benservito ai  doganieri  e  smobilitare le dogane  delle quali ci eravamo circondati.  Questo mi trova d’accordo. La gente del quartiere deve riprendere a considerarsi a casa propria in parrocchia. Quest’ultima era diventata un’esperienza di nicchia, grazie alla mentalità che era la casa di chi  ci voleva stare,  e appunto la gente delle Valli non ci voleva più stare. Non si tratta tanto, quindi, di  curare la casa comune, ma di  costruirla, o meglio: di ricostruirla. Non dimentichiamo mai, infatti, che la parrocchia non è sempre stata come è diventata dagli anni ’90 in avanti. La casa comune c’era e quindi la si può restaurare. I lavori sono ancora in corso.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

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