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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 26 maggio 2018

Pratica di azione sociale

Pratica di azione sociale

  La dottrina sociale è un settore del pensiero sociale ispirato alla fede. Si tratta di teologia e di teologia orientata alla pratica, all’azione sociale. E’ stata diffusa storicamente, in gran parte, dal Papato, ma anche da singoli vescovi e, più recentemente, da Conferenze episcopali nazionali o da organismi religiosi internazionali come il CELAM, il Consiglio episcopale latino-americano. Nell’età contemporanea, più o meno da metà Ottocento, l’influenza del pensiero cattolico nel mondo, e in particolare nelle nazioni europee e in quelle  extraeuropee con la maggiore  presenza di cattolici, è stata fondamentalmente legata all’azione sociale ispirata e promossa dalla dottrina sociale. Questa situazione  è progressivamente mutata a partire dai passati anni ’90, ai quali risale l’ultima enciclica  sociale  del Papato  nel Secondo millennio, la  Il Centenario – Centesimus Annus, del papa Karol Wojtyla – Giovanni Paolo 2°, del 1991. E’ bisognato attendere fino al 2009 per una nuova enciclica papale di quel tipo, la Carità nella verità – Caritas in veritate  del papa Joseph Ratzinger – Benedetto 16°. Diciotto anni, nel corso dei quali il mondo è profondamente cambiato. In questo lungo periodo sono stati i vescovi ad intervenire in materia, come emerge, ad esempio, dalle numerose citazioni di documenti di Conferenze episcopali contenute nell’enciclica Laudato si’, l'ultima enciclica sociale, diffusa nel 2015 da papa Bergoglio – Francesco.
  Storicamente l’impulso determinante all’azione sociale dei cattolici era venuto dal Papato. Il lungo silenzio di quest’ultimo per quasi un ventennio ha influito negativamente su di essa. Questo perché non è stata stimolata, nel contempo, l’autonomia in materia dei fedeli laici, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano 2°. Anzi, la si è contrastata. Sul tema può essere interessante rileggere il libro di Fulvio De Giorgi, Il brutto anatroccolo. Il laicato cattolico italiano, Paoline Editoriale Libri, 2008, ancora disponibile in commercio anche in e-book.
  L’attuale Papato ha inteso promuovere una ripresa dell’azione sociale, ma non trova in Italia un agente politico disposto ad occuparsene, e capace di farlo. E’ mancata a lungo una formazione specifica, in particolare nelle parrocchie, la più capillare rete oggi esistente per occuparsi (anche) di questioni sociali.
  Si sono riaperti spazi dottrinari, ha osservato qualche giorno fa il cardinale Gualtiero Bassetti, parlando ai vescovi riuniti nell’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, ma restano vuoti.
  Probabilmente a lungo si è pensato che, in definitiva, l’azione sociale avesse controindicazioni tali da non compensare gli effetti positivi. Essa infatti stimolava l’autonomia e la creatività del laicato e questo era considerato potenzialmente pericoloso per l’integrità del corpo sociale ecclesiale, ancora diretto con crescenti difficoltà mediante un anacronistico apparato feudale che dimostra per intero i suoi oltre mille anni di vita.
  La carenza di azione sociale ha avuto effetti molto gravi in Italia, che dall’inizio della Repubblica, oltre settant’anni fa, aveva avuto un sistema politico democratico organizzato ispirandosi anche alla dottrina sociale, con l’apporto determinante di un partito di massa cattolico. E’ anche per questo che il cardinale Gualtiero Bassetti, nello scorso settembre, parlò di responsabilità altissima  dei cattolici verso il Paese. Questa responsabilità è stata disattesa.
  Al prodursi di una gravissima crisi della politica nazionale, la voce dei cattolici italiani è stata debole o addirittura inesistente. E’ totalmente mancato, ed è un fatto unico nella storia nazionale, dall’unità d’Italia, l’apporto del Papato. Quest’ultimo ha certamente parlato al mondo, ma non all’Italia in particolare. E’ mancato anche l’apporto dei vescovi, in particolare della Conferenza Episcopale Italiana. Quello dell’altro giorno è tardivo. Ma più di tutto è mancata l’iniziativa di noi laici di fede, dai quali, nell’Ottocento, era venuto quel protagonismo sociale che poi era stato assentito dalla dottrina sociale contemporanea. Si tratta di un insieme di carenze che si sono intrecciate, condizionandosi a vicenda. Il clero ha temuto di non avere dietro di sé un laicato capace e quest’ultimo non ha sentito l’appoggio del clero. Per come sono organizzate oggi le cose nella Chiesa, ad ogni livello, a partire da quello parrocchiale,  il laicato non può fare a meno dell’appoggio del clero e quest’ultimo di quello del laicato. Probabilmente la soluzione sta nell’impegnarsi di più nel creare questa collaborazione, un nuovo attivismo sociale, a partire dalle realtà di base, dalle parrocchie, correggendone la deriva meramente catechistica e riprendendo la formazione e il tirocinio all’azione sociale.
  Parlando qualche giorno fa al nostro gruppo parrocchiale dell’Azione Cattolica ho chiesto ai presenti se sapessero chi aveva fatto  l’Unione Europea, questa grande potenza di pace che ci ha effettivamente garantito la pace per oltre settant’anni, un fatto unico nella storia dell’umanità. Mi hanno guardato titubanti. “L’abbiamo fatta noi cattolici!”, ho ricordato, ed è vero, anche se se ne è persa consapevolezza. Dell’Unione Europea si considerano in genere, per criticarli, gli obblighi, che in essa abbiamo contribuito a deliberare nell’interesse comune e  dai quali oggi ci sentiamo oppressi, e gli errori che si sono fatti nelle politiche monetarie, non promuovendo a sufficienza lo sviluppo sociale ed economico di aree che stavano avendo la peggio nell’economia globalizzata in cui siamo immersi. Non si considerano invece nel giusto rilievo la pace, la stabilità, la solidarietà, l’unificazione delle normative verso alti principi sociali, che hanno pure caratterizzato le politiche europee. E, soprattutto, non si ha coscienza che abbiamo costruito una potenza molto diversa da quella che volevano realizzare altri che miravano all’unità europea. La volevano simile agli Stati Uniti d’America, uno stato federale alquanto bellicoso. Invece l’unità si è fatta secondo il principio di sussidiarietà, escogitato dalla dottrina sociale e applicato per l’influenza determinante dei cattolici, a partire dalla prima fase del processo di unificazione negli scorsi anni Cinquanta. Questo ha permesso un’unità pacificante, mantenendo vive le culture particolari delle nazioni dell’Unione, ciascuna con una propria lingua e alcune con più lingue, comprese le culture religiose. Altro che  dispotismo  europeo! 
 Il processo di unificazione europea, dal quale è dipesa la lunga pace di cui abbiamo beneficiato, si è organizzato intorno a tre nazioni: la Francia, la Germania e l’Italia. Si parla di treppiede  della vita a proposito dell’encefalo, del cuore e dei polmoni: la crisi di uno di questi organi mette in pericolo la vita. Francia, Germania e Italia sono il treppiede  dell’Unione Europea: la defezione di uno di questi attori politici metterebbe in crisi terminale il processo di unificazione europea, e, con esso, la pace europea. Noi, Chiesa, non ci siamo spesi a sufficienza per impedirla, in particolare in Italia. Al fondo, perché negarlo?, c’è  stata anche una crescente irritazione che si è avvertita nella gerarchia per certe decisioni europee, non tanto dell’Unione Europea quanto del Consiglio d’Europa,  in materia di valori, e quindi una crescente distanza  e disaffezione dal processo di unificazione europea.
  Fatto sta che il Papato rischia ora di ritrovarsi, in Italia, nelle stesse condizioni in cui era durante il fascismo mussoliniano, vale a dire in una nazione che progressivamente si chiude ed entra in polemica con gli altri europei, e questo non solo su questioni economiche e monetarie, ma sui grandi valori che hanno caratterizzato il processo di unificazione europea, quelli che riguardano la promozione della dignità umana universale. In un contesto, per di più, nel quale la nuova politica egemone non ha alcun interesse ad una conciliazione  con il Papato, essendo altamente laicizzata.
  E' possibile ancora incidere per impedire che le cose si mettano peggio di come stanno ora? E' possibile. Però non servono tanto ulteriori pronunce della gerarchia in materia di dottrina sociale, perché già ci sono e abbondanti, e gli spazi sono stati aperti come ha detto il cardinale Bassetti, quanto la ripresa dell'organizzazione pratica dell'azione sociale, con la collaborazione di clero e laici, la formazione capillare e continua in quel campo, il tirocinio concreto  a partire dalle parrocchie e fin dall'età del primo catechismo in ogni settore, gruppo, associazione, movimento, e infine la promozione dell'impegno sociale in tutti i settori in cui esso può avvenire sollecitando e sostenendo l'iniziativa laicale.
 E' la pratica di azione sociale che dobbiamo impegnarci a migliorare. 
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.





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