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giovedì 24 maggio 2018

Cose da sapere per iniziare a praticare la democrazia - 4


Cose da sapere per iniziare a praticare la democrazia - 4

1. «Ricordiamo a tutti come non basti nemmeno avere un governo per poter guidare il Paese. Occorre – questo Paese – conoscerlo davvero, conoscerne e rispettarne la storia e l’identità»  ha detto l’altro ieri il cardinale Gualtiero Bassetti nella sua relazione a vescovi italiani riuniti nell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Si era nel mezzo delle procedure istituzionali per scegliere una guida degli italiani. L’esortazione suona anche come un monito. In sostanza: aver avuto un maggior numero di voti alle elezioni, e quindi avere la legittimazione giuridica al governo, non basta. Perché? Capirlo è essenziale per fare tirocinio di democrazia. Ce lo insegna ora il capo dei vescovi, ma rientra nell’ABC  della politica. Dovrebbe poter essere appreso nelle scuole di politica democratica, delle quali però la politica sembra non occuparsi. Lo si fa invece nella Chiesa cattolica, in particolare nelle università religiose e in istituzioni come la nostra Azione cattolica. Questo perché le une e le altre non hanno di mira solo il  sapere, né il potere per il potere,  ma anche la trasformazione in meglio  della società nel senso della giustizia insegnata dalla fede.
  Anni fa il filosofo Karl Popper (1902-1994), nel libro Cattiva maestra televisione (allegato nel 1994 alla rivista  Reset) [tuttora in commercio dal 2002 in traduzione italiana, edito da Marsilio, €8,50], sostenne che, visto l’influsso dei programmi televisivi sulla cultura popolare, sarebbe stato necessario che chi faceva televisione ottenesse una patente. Non sarebbe opportuno qualcosa di simile anche per chi fa politica, specialmente in ruoli importanti, nazionali? In fin dei conti la vita di tutti noi dipende in parte rilevante da ciò che si comanda ai vertici dello stato. Eppure, è stato osservato da molti commentatori politici, ai tempi nostri non si ritiene più necessaria una particolare formazione alla politica. “Tutto è politica”, si cominciò a sostenere negli anni ’70, l’epoca della mia adolescenza. Da questo consegue che  tutti sanno fare politica? In effetti ciascuno di noi è un attore politico, nel senso che con tutto ciò che fa influenza la politica e, in questo senso fa  politica. Si esce di casa in massa tra le sette e le otto del mattino, ciascuno in base ad una sua decisione che però dipende anche dall’orario fissato per lui per l’inizio del lavoro, e si crea un problema politico: il traffico cittadino. Esso condiziona la vita di tutti, e non solo per il tempo in più che si perde per arrivare, ma, ad esempio, per la minaccia alla salute costituita da certi componenti nocivi microscopici che si sprigionano dalla massa dei veicoli in movimento. Risolverlo richiede una programmazione, decisioni politiche, da imporre con autorità: anche questa è politica. Però, per decidere bene, occorre più sapienza.  Ma deliberare non basta. Occorre anche suscitare un consenso di massa per certe decisioni. A Roma i più si fermano quando il semaforo è rosso, ma potrebbero anche passare impunemente perché non c’è un vigile ad ogni incrocio. Ci si ferma perché si pensa che sia giusto così, per non rimanere ferito e per non fare male agli altri. Si è creato un consenso molto vasto su questa regola. Non dappertutto è così. E non sempre è così, nella stessa nostra città. A certe ore della notte le violazioni sono di più. C’è poco traffico. Perché fermarsi, quando ci si è accertati che non passa nessuno? Accade lo stesso, certe volte, ai semafori solo pedonali. Se non si rischia lo scontro con altri veicoli si è meno cauti. E i pedoni? Si pensa che si fermeranno per non essere investiti. Ma ci sono in giro gli anziani, i disabili, i bambini, gente che è meno pronta ad avvertire e scansare il pericolo. Si cerca allora di convincere gli automobilisti a rispettare sempre gli ordini impartiti automaticamente dai semaforo, ad dare quindi un consenso più intenso. Ma anche di fare lo stesso con i pedoni e altri utenti della strada, ad esempio i ciclisti. Anche questa è politica. Ma per suscitare questo consenso occorre conoscere  la gente, in un senso che però significa più del sapere come  è fatta, come la pensa e che cosa fa in genere. Non si tratta di osservarla come farebbe un antropologo. Si tratta di sapere avere con essa delle relazioni sociali per cui si sia effettivamente accreditati di una certa autorità e, in definitiva, si riesca ad essere obbediti anche senza la minaccia imminente di una sanzione e un poliziotto a vigilare da ogni parte. I sociologi definiscono questo effetto come una  legittimazione  sociale, distinguendola da quella giuridica, che consegue a certe procedure istituzionali per le quali uno riesce ad essere nominato ad un certo incarico che comporti autorità. Negli anni ’80  i sociologi osservarono che il sistema politico italiano era in piena crisi di legittimazione sociale. Fu il decennio in cui fiorirono intensamente  scuole di politica. Era la via giusta per recuperarla, ma, mi pare, con si ebbe sufficiente perseveranza. Ad un certo punto si seguirono altre strade. Io per qualche tempo,  da universitario, partecipai ad una di quelle scuole di politica, animata dal giornalista romano Paolo Giuntella (1946-2008). Una delle più note scuole di politica dell’epoca fu quella organizzata a Palermo dai padri gesuiti padre Bartolomeo Sorge ed Ennio Pintacuda, che produsse effetti rilevanti per la città, che ancora si avvertono. Ancora una volta: la Chiesa maestra di politica.
   Se un’autorità politica non ha la capacità di suscitare intorno alle sue decisioni una legittimazione sociale, l’istituzione che essa controlla non ha presa tra la gente e il settore della società che giuridicamente le è affidato va per fatti suoi, si sfalda e, se non riesce spontaneamente a trovare un ordine diverso, crolla. Per farsi una sensazione emotiva di una situazione simile, consiglio di acquistare il dvd con il film Titanic, del 1997, diretto dal regista James Cameron, con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet. E’ basato su un naufragio realmente avvenuto nel 1912, nell’Oceano Atlantico, al largo di Terranova. Ma il film racconta che cosa succede quando affonda una società e non si riesce a recuperare un ordine diverso per salvarla. C’è un evento traumatico. Per un po’ sembra non essere avvenuto nulla. Poi tutto comincia a cambiare, e le cose vanno sottosopra. Ma questo, da punto di vista sociale, potrebbe non essere il peggio. Potrebbe subentrare un ordine violento e oppressivo, come accade dove una mafia riesce a dominare. E’ storicamente accaduto e potrebbe succedere ancora.
  A volte, quando non si hanno né la pazienza né la voglia di conoscere, si va per le spicce e si cerca di dominare. Questo è più facile con le tecnologie di cui oggi  disponiamo. La gente crea reti sociali sul WEB e pensa di interloquirvi liberamente. Invece ci sono agenzie che, con raffinate tecniche di psicologia sociale, riescono a influirvi, cambiando le opinioni della gente. Lo scandalo Facebook  recentemente divenuto di pubblico dominio consiste sostanzialmente in questo. E chi controlla quella rete sociale ha ammesso il peggio, vale a dire che effettivamente  dati immessi in quella rete sono stati sfruttati a quei fini. Si è impegnato a fare in modo che questo non si ripeta. La  democrazia telematica  corre il rischio di essere inquinata, di non  essere vera democrazia, ma una forma di manipolazione di massa. Questo accade perché il senso critico della gente nell’interagire sul WEB sembra affievolirsi.
  Sento dire talvolta:  “peggio di così non può andare”.  Chi ricorda la storia studiata a scuola, sa che non si può fare affidamento su questa convinzione. Del resto il detto popolare non dice “il peggio non è mai morto”? Realisticamente bisogna invece riconoscere che, sicuramente, peggio di così può andare. Ad esempio va peggio nella Turchia di oggi, afflitta da una crescente e inarrestabile inflazione. I soldi della gente sembrano svanire prima di essere spesi. Lì non ci sono le autorità monetarie dell’Unione Europea a correggere ciò che non va. La Turchia non è riuscita ad ottenere l’adesione all’Unione, che pure aveva richiesto pressantemente. L’Italia ha vissuto un periodo così negli anni ’70. Al termine del decennio l’inflazione raggiunse il 21%. In quegli anni mio padre andò in pensione da un impiego statale con un ottimo trattamento. Ma in pochi anni fu costretto a riprendere a lavorare come commercialista perché l’inflazione se lo era tutto mangiato. Chi non riusciva a integrare in qualche modo la pensione, era costretto a ridurre, anche di molto, il tenore di vita. Nel 2017 l’inflazione è stata calcolata allo 0,90 %. I soldi, in Euro, non svaniscono più. Un italiano che, come me, è vissuto negli anni ’70 dovrebbe apprezzarlo e parlarne ai più giovani, come appunto sto facendo ora.
2. Di che cosa è fatto un Paese? E’ fatto di un popolo, quindi di gente, stanziato in un certo ambiente naturale, che per noi è l’Italia  geografica, con una certa cultura, che comprende anche le istituzioni.
  Con cultura non si intende sono la sapienza intellettuale, quella che si impara sui libri. Ogni tanto lo ricordo. Secondo la definizione di Edward Burnett Taylor in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871):
         "Cultura o civiltà è un insieme complesso che include la conoscenza, le          credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e          abitudine acquisita dall'uomo come membro della società".
Se ne trova un'altra definizione al n.53 della costituzione   La gioia e la speranza -  Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965):
"Con il termine generico di «cultura» si vogliono indicare tutti quei mezzi          con i quali l'uomo affina ed esplicita le molteplici sue doti di anima e          corpo;        procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la          conoscenza ed il lavoro; rende più umana la vita sociale sia nella          famiglia che nella società    civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l'andare del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi   esperienze ed aspirazioni spirituali, affinché     possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano. Di conseguenza la cultura presenta       necessariamente un aspetto     storico e sociale, e la voce «cultura»          esprime spesso un significato         sociologico ed etnologico. In questo        senso si parla di pluralità delle         culture. Infatti  dal diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di     esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi, di   creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine le diverse condizioni comuni di vita e le diverse maniere     di organizzare i beni della vita. Così pure si costruisce l'ambiente          storicamente  definito, in cui ogni uomo, di qualsiasi stirpe ed epoca, si          inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di promuovere la civiltà."
 La cultura si impara anche,  ma non solo, a scuola. C’è una scuola di vita. Quella cultura che  è importante conoscere per ottenere una legittimazione sociale si impara vivendo tra la propria gente,  conoscendola veramente. Ma, è questo è molto importante, non si  conosce  in quel senso se non ciò che si ama. Una guida del popolo, insegnano i nostri vescovi, dovrebbero accostarlo con animo di genitore, materno/paterno. Ma, aggiungo, e questo forse non sempre lo può dire esplicitamente un vescovo per i suoi doveri di stato, occorre anche una relazione d’amore analoga a quella che si sperimenta tra i sessi: si conosce il popolo di cui ci si innamora. Nelle Scritture c’è un libro, il Cantico dei Cantici, che tratta appunto di questo. I nostri vescovi vorrebbero essere tra noi guide fatte così, padri-pastori  innamorati di noi. Il Buon Pastore, sul modello evangelico, dà la vita per il gregge. E, è scritto, non c’è amore più grande di questo: dare la vita per chi si ama. La  buona  politica è fatta anche, ed essenzialmente, di questo.
  Di questi tempi si sente molta gente importante che parla a nome del popolo:  “Il popolo vuole questo”, “Il popolo vuole quello”. Il popolo siamo tutti noi, che idealmente viaggiamo tutti insieme su questa grande nave che si trova in acque agitate e pericolose è  che è l’Italia. Non viaggiamo tutti in prima classe. Sul Titanic, di cui dicevo prima, c’erano i signori della prima classe e i migranti dell’ultima classe, con le cabine nella stiva. Nel film, al manifestarsi del disastro, sono i primi che l’equipaggio tenta subito  di mettere in salvo, i signori della prima classe. Poi gli altri riescono a liberarsi e ad andare sul ponte e allora si cerca di dare priorità a donne e bambini, secondo criteri umanitari. Ma la folla preme, ad un certo punto è il caos. Si scopre che le scialuppe di salvataggio non bastano. Per il gran disordine non si riesce a calarle in acqua. Mentre il vascello si spacca e inizia ad inabissarsi, e il mondo va sottosopra, un’esperienza tragica vissuta in Italia nel naufragio della nave Concordia nel 2012, vicino all’isola del Giglio, tutti cercano di rimanere fuori dell’acqua aggrappandosi alle strutture della nave ormai persa, quella dalla quale dipende la loro sopravvivenza, che però alla fine va sotto, in una rovina sempre più veloce con il procedere del disastro. Così accade anche quando crolla uno stato. Gli italiani vissero un’esperienza simile tra il 1943 e il 1945.
  Diversi rivoluzionari, come fu in India Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1946), detto Mahatma, “grande anima”, iniziarono la loro epopea politica con un lungo viaggio tra la propria gente. Non bastano conoscenze  virtuali  fatte sul WEB. In quel mondo finto nessuno in genere non ci si mostra come realmente si è. Non ci si incontra veramente.  E non si riesca ad amare chi si incontra in quel modo. E quindi non lo si conosce, nel modo in cui serve in politica.
 Tuttavia per quanto si viaggi non è alla nostra portata conoscere tutti. Ce se ne può fare solo un’idea schematica, realistica in quanto tratta da esperienze di relazioni reali e nei limiti in cui lo è. Ma quelle relazioni saranno sempre parziali, per quanto numerose siano. Non siamo dei. Siamo esseri viventi limitati. La religione ci insegna a contare i nostri giorni e a imparare così l’umiltà nel vivere.  I sociologi e gli economisti sondano continuamente, con l’aiuto di metodi statistici, le relazioni tra la gente, delle quali è fatta la società. Cercano di averne un’immagine affidabile, ma essa muta sempre e nessuna autorità riesce ad averne il pieno dominio, per quanta legittimazione sociale riesca ad aggiungere a quella giuridica. Ogni autorità pubblica è solo uno degli attori di questo sistema molto complesso di relazioni sociali. Lo si scopre presto, dal primo giorno in cui si incaricati di qualche potere pubblico. Il tempo e le forze non bastano per fare quello che ci si era proposti. A quel punto, se non si  ama  a sufficienza, ci si concentra su ciò che è di immediato proprio interesse: il mantenimento del potere per il benessere proprio e di quelli della proprio cerchia. Ogni autorità tende a questo se non corretta da un sistema di  limiti-valore,  si corrompe. Se però si comincia già  senza dare sufficiente importanza ai valori, la degenerazione è molto più veloce.
  La nostra vita, ai nostri tempi più che in ogni altra epoca, dipende da questo gigantesco e in gran parte oscuro sistema di relazioni sociali, sul quale, per le sue dimensioni e la sua complessità, le autorità pubbliche riescono ad intervenire solo in parte. Nessun vero totalitarismo è più possibile.  Ma certamente i poteri pubblici possono influenzare significativamente, nel bene o nel male, la vita di una società. Le cose vanno senz’altro male quando se ne ha un’immagine non affidabile e allora le  decisioni della politica possono fare molto danno, come quando, in acque pericolose, non ci si dà tanta pena per le montagne di ghiaccio che vengono segnalate.
 Da ciò che dicono alcuni politici, essi sembrano talvolta poco consapevoli di ciò che ho osservato. Pensano a  nuovi inizi, come se si potesse veramente ripartire da zero, in uno spazio vuoto. Ricominciare da capo non è mai possibile. Ci si avvicenda al timone. Ma che competenza ha il  comandante? Per alcuni chiederselo non è più importante. Si taglia, si modifica, qualcosa cambia, ma se poi si interferisce imprudentemente, per insufficiente conoscenza,  con elementi strutturali, quelle relazioni sociali più forti e importanti che tengono in piedi l’insieme, come un muro portante o la gabbia di travi in cemento armato negli edifici più recenti? Certi disastri nel corso di lavori di ristrutturazione edilizia sono causati da questo.
  Non c’è in giro sufficiente consapevolezza che il popolo  non è una realtà unitaria, come se tutti fossero nella società nella stessa condizioni, nelle stesse relazioni. Ci sono, ad esempio, gli sfruttati e gli sfruttatori, questi ultimi una minoranza privilegiata, i primi una maggioranza che subisce per vari motivi una condizione ingiusta. Storicamente i privilegiati tendono a prevalere tra la gente di governo. Non è sempre stato cosi nella nostra democrazia repubblicana. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei,  si dice. E’ un buon metodo. Per giudicare una persona e per sapere da che parte sta in società è consigliabile vedere con chi si è accompagnato. Che tipo di pastore  è: è uno che mira a sfruttare economicamente il gregge, o si sforza di essere come il Buon Pastore evangelico, che dà la vita per il gregge? Chi  ama  veramente? Con chi sta, con gli sfruttatori o con gli sfruttati?
  Non  è detto che chi comanda riesca ad ottenere ciò che vuole. Ma se riesce a mettere le mani  sui poteri dello stato ha molti strumenti per farlo. Uno stato come l’Italia ha potenti strumenti di coercizione di massa, le Forze Armate,  le Forze di polizia. In Italia storicamente sono rimaste sempre, in genere, fedeli alle istituzioni. Ma in altre parti del mondo, e anche vicino a noi, ad esempio in Grecia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70,  è andata diversamente. La degenerazione è sempre possibile. Si produsse in parte durante il regime fascista mussoliniano, dagli anni Venti agli anni Quaranta del secolo scorso.
 Nessun essere umano è un’isola, lo scrisse il mistico statunitense Thomas Merton, in un libro che vi consiglio di leggere [edito da Garzanti, €11,90]. Nasciamo e ci formiamo in uno strato della società e da quello possiamo elevarci al governo di tutti solo superando visioni di  parte e facendoci carico dei problemi di tutti, anche se, ad esempio, ci siamo trovati in società tra  i privilegiati. Ci si può riuscire solo  amando,  come ci esortano a fare i nostri vescovi e come anche loro cercano di fare. A volte, così, ci si può immedesimare nella condizione di chi sta peggio, provare  empatia, e quindi poi decidere anche tenendo conto quel punto di vista, quelle vite. E’ diverso il caso della politica che si proponga di risolvere i problemi della società allontanando o discriminando  quelli che manifestano problemi.
 Devo dire che in certa politica brutale di oggi, quella che minaccia sfracelli in particolare verso i più bisognosi, non mi riesce a riconoscere gente innamorata del suo popolo, ma al più persone che cercano complici. Non amici, complici. Si  è complici solo per fare il  male. Un cristiano il male lo ripudia: né è tentato, ma cerca di allontanarsene. Non uccidere!, il comandamento di sempre, fa parte della legge santa, ma oggi non sembra avere più la stessa forza in società. Questo male che circola minaccia l’integrità sociale e le istituzioni. Il violento  non conosce, detesta, odia. E la società che guida viene poi su male. Accadde  nel fascismo storico, che guidò gli italiani nella catastrofe di una guerra ingiusta, in cui si fu dalla parte degli aggressori. Facciamolo noi, prima che altri lo facciano a noi, sostanzialmente si disse, come anche oggi si riprende a dire. Ignorare la storia porta a essere condannati a ripeterla, sostenne lo scrittore Primo Levi.
 La politica più bellicosa sembra fare meno paura perché prende di mira da un lato gli stranieri bisognosi che sono arrivati da noi, gente diversa da noi,  e dall’altro l’Europa, vale a dire gli altri Europei. Dunque gli italiani non se ne sentono minacciati. Si sentono tutti da un stessa parte, ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Si sentono  legati  dalle regole europee, che anche l’Italia ha contribuito a deliberare nell’interesse di tutti, e, in particolare, costretti a prendersi cura di migranti poveri che da noi sono indesiderati, e poi impediti dal manovrare la moneta come si fece negli anni ’70 (con le conseguenze che ho ricordato). Sospettano un imbroglio dietro le parole di chi dice che occorre essere più virtuosi, per non fare crollare tutto. Che, per creare ricchezza, la moneta va governata virtuosamente: non basta stamparla.  Pensano  che l’Italia, da sola, come è sola oggi  la Turchia, potrebbe fare meglio. Mio zio Achille, sociologo all’epoca piuttosto ascoltato, negli anni 70, parlò,  a proposito di opinioni simili, come di un  degrado levantino, di un’Italia spinta verso, appunto, il vicino Oriente. Non lo riteneva positivo.
  Si cercano in  Europa, intendendo quella fuori dei nostri confini, le origini di mali che in realtà vanno individuate proprio nella  nostra Europa, in Italia, fondamentalmente causati da  squilibri creati da una politica dei redditi  che ha privilegiato chi già aveva di più. E’ il tema delle  diseguaglianze  crescenti, che in genere sociologi ed economisti richiamano con preoccupazione, poco ascoltati, come il grillo parlante  della favola di  Pinocchio. Rimanendo da soli, facendoci isola da penisola che siamo, staccandoci dall’Europa solidale, rimarrebbero  tra noi, senza possibilità di correzione, tutti i problemi che hanno generato ciò che ci affligge.
  Sono i  propositi di violenza contro chi sta peggio in società che dovrebbero urtare maggiormente l’animo nostro, di gente di fede.
  Trascrivo di seguito l’accorato insegnamento di Joseph Ratzinger - Benedetto 16°, che ho trovato nell’antologia  Liberare la libertà - Fede e politica nel Terzo Millennio, Cantagalli, 2018, €18, a pag.20,  nel capitolo   Il Venerdì Santo della storia: uno sguardo sul Ventesimo secolo:
«Non è un caso che la fede in Dio parta da un capo ricoperto di sangue e ferite, da un Crocifisso; e che invece l’ateismo abbia per padre Epicuro, il mondo dello spettatore sazio.
 D’improvviso balena l’inquietante, minacciosa serietà di quelle parole di Gesù che abbiamo spesso accantonato perché le ritenevamo sconvenienti: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli. Ricco vuol dire uno che ‘sta bene’, uno cioè che è sazio di benessere materiale e conosce la sofferenza solo dalla televisione. Proprio di Venerdì Santo non vogliamo prendere alla leggera quelle parole che ci interpellano ammonitrici. Di sicuro non vogliamo e non dobbiamo procurarsi dolore e sofferenza da noi stessi. E’ Dio che infligge il Venerdì santo, quando e come vuole. Ma dobbiamo imparare sempre più -e non solo a livello teorico, ma anche nella pratica della nostra vita- che tutto in buono è un prestito che viene da Lui e ne dovremo rispondere davanti a Lui. E dobbiamo imparare -ancora una volta, non solo a livello teorico, ma nel modo di pensare e di agire- che accanto alla presenza reale di Gesù nella Chiesa e nel Sacramento, esiste quell’altra presenza reale di Gesù nei più piccoli, nei calpestati di questo mondo, negli ultimi, nei quali egli vuole essere trovato da noi. E, anno dopo anno, il Venerdì Santo ci esorta in modo decisivo ad accogliere questo nuovamente in noi.»
  Per un credente, ogni atto di discriminazione, di esclusione, di abbandono è un atto empio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
   

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