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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 19 maggio 2018

Politica-strumento e politica-carità


Politica-strumento e politica-carità


Il papa Giovanni 23°, nel 1963, firma l'enciclica Pace sulla Terra - Pacem in terris



1.  Fino al Settecento le pronunce dei papi si rivolgevano essenzialmente al clero, ai religiosi e ai potenti della Terra. Dall’Ottocento cominciarono a considerare come interlocutrice anche l’altra gente. Accadde con l’emergere della democrazia come metodo di governo e, in particolare, delle democrazie popolari, all’inizio del Novecento, quelle basate su un numero di elettori molto vasto, comprendente all’inizio tutti i maschi adulti e poi tutti gli adulti, uomini e donne. Cercando di spiegarsi anche agli incolti di teologia, i papi portarono questioni teologiche molto importanti alla portata di persone mediamente istruite, che oggi arrivano a comprendere la gran parte della gente, compresi i ragazzi che frequentano le superiori.  Alcune di queste riguardano l’ambito della politica, che è quello proprio della democrazia. Dagli anni Quaranta del Novecento i papi hanno ragionato di democrazia, ma non sono ancora riusciti a suscitare una teologia della democrazia, una comprensione della democrazia che metta d’accordo i suoi principi, in ciò in cui ciò può avvenire, con quelli della teologia. Una teologia del genere rientrerebbe concettualmente in una teologia della politica  che si sospetta possa divenire una teologia politica, vale a dire una comprensione della fede che inglobi la politica come suo elemento essenziale. Questo potrebbe aprire il campo a una teologia democratica, che immediatamente metterebbe in questione il modo in cui si esercita il potere religioso, e in particolare l’assetto del Papato.
   Dal Quarto secolo fino a agli anni Trenta del Novecento il Papato ebbe una concezione strumentale della politica. Il governo della società, attuato dai prìncipi della Terra, doveva servire a mettere in condizione la Chiesa, intesa come Papato, vescovi, altro clero e religiosi, di svolgere il proprio ministero nella liturgia, nei sacramenti, formando e introducendo alla fede la gente, in modo da farne un popolo-gregge guidato dai pastori, secondo l’esempio evangelico del Buon Pastore. Una volta che fosse consentito questo, il resto della politica, ad esempio le guerre tra i prìncipi o il modo in cui le ricchezze della società erano ripartite, non aveva molta importanza per la Chiesa, intesa in senso limitativo come sopra precisato. Si metteva in conto che guerre ci fossero, e che ci fossero poveri e malati, come sempre tutto questo c’era stato, fin dai tempi biblici. Le riforme  pensate in ambito religioso erano essenzialmente rivolte alla riorganizzazione dell’apparato del clero e degli ordini religiosi, che aggregavano monaci e monache, frati e suore.
2.  Dal Secondo Millennio le pretese del Papato verso i prìncipi della terra si fecero maggiori. La Chiesa, intesa come apparato religioso, era stata sostanzialmente sottomessa all’imperatore romano  e ai prìncipi che nell’Europa Occidentale ne avevano sostituito il potere. Ad un certo punto il Papato si riorganizzò invece come potere imperiale esso stesso, senza riconoscere sopra di sé altra autorità che quella divina, della quale si propose come unico interprete legittimato, con autorità di vicario, di plenipotenziario del Cielo in Terra. Ciò accadde a partire dall’Undicesimo secolo. Questo generò poi, nei secoli successivi, una serie infinita di conflitti con i prìncipi della Terra. Dal Quindicesimo secolo essi si estesero al mondo della cultura, che si proponeva anche di riformare  la società, e quindi di cambiarne la struttura di governo e quella sociale. Nel quadro di queste controversie di tipo culturale e sociale il Papato assunse in genere posizioni conservatrici e, in questo, si trovò nella stessa linea dei prìncipi il cui potere era minacciato dai moti di riforma sociale. Questi ultimi cercarono di strumentalizzare l’azione del Papato a sostegno del proprio potere politico e il Papato cercò di contrattare questo sostegno ricavandone vantaggi per la propria missione: l’organizzazione del Papato sviluppò quindi una sofisticata diplomazia, che ancora oggi viene considerata tra le migliori del mondo.    
3,  L’avvento dei processi democratici, nel corso del Settecento, sorprese il Papato in quella  condizione. Esso si sentì minacciato dai processi rivoluzionari democratici allo stesso modo degli altri prìncipi della Terra, le cui antiche dinastie monarchiche venivano progressivamente abbattute o ridimensionate. A metà Ottocento, tuttavia, essenzialmente osservando, e capendo, i moti popolari a sostegno del suo potere sviluppati in particolare in Italia, nel conflitto con i moti nazionalistici tesi all’unificazione nazionale, comprese che, in ambiente democratico, solo sviluppando una forza popolare di massa poteva ottenere quei risultati che nei secoli precedenti aveva raggiunto con la diplomazia. Iniziò quindi a rivolgersi al popolo parlando di giustizia sociale, facendo forza sulle gravi sperequazioni che affliggevano le società dominate dall’ordine liberale, in cui le masse popolari in genere soggiacevano agli interessi dei ceti economicamente dominanti, in particolare i grandi proprietari terrieri (tra i quali la stessa Chiesa) e gli imprenditori ad ogni livello. Da qui sorse la dottrina sociale  contemporanea del Papato, il cui primo documento fu l’enciclica Le novità - Rerum Novarum,  diffusa nel 1891 dal papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13° Essa suscitò una corrispondente  teologia  e un  pensiero sociale,  nel quale si esercitarono anche i laici. Quella dottrina indusse i laici di fede ad organizzarsi, in particolare associandosi. Da questo associarsi scaturirono moti democratici. Il laici di fede richiedevano più autonomia  nel progettare la riforma sociale. Inizialmente il Papato li contrastò, contestando che si potesse giungere a pensare una  democrazia cristiana, vale a dire un progetto di riforma sociale ispirato dalla fede. Questo perché comprese precocemente che consentire quello sviluppo, in un ambiente in cui i laici erano necessariamente più autonomi, non più nella posizione di gregge, li avrebbe portati prima o poi ad affrontare la questione dell’organizzazione al modo di un impero religioso della Chiesa , e quindi su temi prettamente teologici. Il Papato aveva sempre voluto riservare solo a sé l’orientamento di ogni teologia.   La tendenza a sviluppare progetti sociali di  democrazia cristiana  divenne particolarmente forte in Italia, perché qui era più acuta la polemica con il nuovo Regno nazionale unitario, in particolare con riguardo alle pretese del Papato al recupero di un proprio stato a Roma e dintorni, del quale era stato spodestato nel 1870, con la conquista militare di ciò che ne rimaneva da parte dell’esercito italiano.  A ridosso delle prime elezioni italiane a suffragio universale maschile (votavano tutti i maschi adulti), quelle del 1913, il Papato, attenuando un divieto che risaliva agli anni Sessanta del secolo precedente, consentì ai cattolici la partecipazione alla politica nazionale, ma sotto propria esclusiva responsabilità e purché non venisse tirata in mezzo in alcun modo la religione, se non come fonte di ispirazione. Nella stessa epoca riorganizzò l’attività sociale e politica dei laici cattolici creando, dal 1906 l’Azione Cattolica più o meno come ancora oggi è, con una struttura di un partito politico di massa.
4.  La Prima Guerra Mondiale (1914-1918) provocò enormi sommovimenti nelle masse popolari europee animate da intensi processi democratici. In Russia si produsse la rivoluzione sovietica e analoghi moti si manifestarono nel resto dell’Europa, in Italia in particolare tra il 1919 e il 1920. Questo spinse il Papato, in Italia, all’intesa con il regime fascista mussoliniano, che, partito da minoranze violente e oltranziste, andava in cerca di affermazione sociale federandosi con ogni tipo di conservatorismo sociale per consolidare il proprio potere. Avvicinandosi l’intesa, il Papato sviluppò una nuova teologia dell’azione politica laicale, una vera e propria teologia della politica, insegnando che la politica doveva essere considerata come il campo della più vasta carità, della carità politica.
 Ciò avvenne sotto il regno di Achille Ratti - Pio 11°.
 Leggiamo in un discorso tenuto da quel Papa nel 1927 agli universitari della FUCI, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana:

I giovani talora si chiedono se, cattolici come sono, non debbano fare alcuna politica. Ed ecco che, dedicando il loro studio ai suddetti argomenti, vengono a porre in se stessi le basi della buona, della vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quello della polis, della civitas, a quel pubblico bene, che è la suprema lex a cui devono esser rivolte le attività sociali. E così facendo essi comprenderanno e compiranno uno dei più grandi doveri cristiani, giacché quanto più vasto e importante è il campo nel quale si può lavorare, tanto più doveroso è il lavoro. E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutta la società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null'altro, all'infuori della religione, essere superiore.
È con questo intendimento che i cattolici e la Chiesa debbono considerare la politica; poiché la Chiesa e i suoi rappresentanti, in tutti i gradi di tal rappresentanza, non possono essere un partito politico, né fare la politica di un partito, il quale per natura sua attende a particolari interessi, o se pur mira al bene comune, sempre vi mira dietro il prisma di sue vedute particolari.

  Dopo la conclusione dell’accordo con il Regno d’Italia, rappresentato dal capo del Governo Benito Mussolini, composto di tre documenti che componevano nel complesso quelli che vennero chiamati Patti Lateranensi (stipulati nel palazzo del Laterano a Roma ì’11 febbraio 1929), con l’enciclica sociale ll Quarantennale - Quadragesimo Anno, in occasione dei quarant’anni dall’enciclica Le novità - Rerum Novarum,  il Papa spinse i laici di Azione Cattolica a partecipare alle istituzioni sociali del regime, nel quadro della politica-carità. Leggiamo nell’enciclica:

96. Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l'azione moderatrice di une speciale magistratura. Per non trascurare nulla in argomento di tanta importanza, ed in armonia con i principi generali qui sopra richiamati, e con quello che inibito aggiungeremo, dobbiamo pur dire che vediamo non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività invece di limitarsi alla necessaria e sufficiente assistenza ed aiuto, che il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere eccessivamente burocratico e politico, e che, nonostante gli accennati vantaggi generali, possa servire a particolari intenti politici piuttosto che all'avviamento ed inizio di un migliore assetto sociale. 
97. Noi crediamo che a raggiungere quest'altro nobilissimo intento, con vero e stabile beneficio generale, sia necessaria innanzi e soprattutto la benedizione di Dio e poi la collaborazione di tutte le buone volontà. Crediamo ancora e per necessaria conseguenza che l'intento stesso sarà tanto più sicuramente raggiunto quanta più largo sarà il contributo delle competenze tecniche, professionali e sociali e più ancora dei principi cattolici e della loro pratica, da parte, non dell'Azione Cattolica (che non intende svolgere attività strettamente sindacali o politiche), ma da parte di quei figli Nostri che 1'Azione Cattolica squisitamente forma a quei principi ed al loro apostolato sotto la guida ed il Magistero della Chiesa; della Chiesa, la quale anche sul terreno più sopra accennato, come dovunque si agitano e regolano questioni morali, non può dimenticare o negligere il mandato di custodia e di magistero divinamente conferitole. 
 Con il senno del poi, possiamo osservare che il Papato si illuse che la riforma sociale potesse farsi per via autoritaria, mediante un potere civile di nuovo federato con la gerarchia cattolica e rispettoso verso di essa, e non per via democratica. Non sembra si sia avuta, all'epoca, sufficiente consapevolezza del fatto che la guerra rientrava nei fondamenti dell'ideologia fascista di rigenerazione popolare e si pensò che ad essa si sarebbe sostituita, ad un certo punto, il riferimento alla dottrina sociale. Si tentò, attraverso al partecipazione dei cattolici, di indurne la modifica in tal senso. Solo dalla fine degli anni '30, in particolare dopo il varo della normativa di discriminazione anti-ebraica e alle prime avvisaglie di un nuovo conflitto mondiale, ci si rese conto dell'insuccesso di tale impresa. 

5. La concezione di una politica-carità fu possibile per i contenuti di riforma sociale che da metà Ottocento furono fatti rientrare nel campo della politica dalla  dottrina sociale della Chiesa. Dagli anni Quaranta, il Papato introdusse tra le riforme sociali della politica-carità il perseguimento dalle pace. Questo coincise con lo sviluppo teorico, nel magistero del Papato, della riflessione sulla democrazia, nei radiomessaggi natalizi tra il 1941 e il 1944 del papa Eugenio Pacelli - Pio 12°. In base a quei princìpi  i laici cattolici contribuirono in modo determinante a costruire l’Unione Europea, originata dall’iniziativa di tre grandi stati con forte presenza cattolica, Francia, Germania e Italia, che per settant’anni ha garantito democrazia e pace ai suoi stati membri, un processo che di questi tempi sembra in gravissima crisi, contemporaneamente a quella della dottrina sociale e del cattolicesimo sociale e democratico. 
 Lo sviluppo di una teologia della politica  da parte del Papato che riconduceva il campo della politico a quello della carità ebbe conseguenze enormi a partire dalla fine degli anni Cinquanta, e in particolare dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), quando fu ulteriormente esteso il campo dell’autonomia del laici di fede nel campo che, nel gergo teologico, viene definito il   temporale, intendendo ciò che muta nel tempo, la politica, la scienza, l’organizzazione economica e sociale, la cultura intellettuale, per distinguerlo da ciò che, riguardando le relazioni con il divino, è eterno, che si vorrebbe riservare al clero e ai religiosi come campo loro proprio. Questo perché la carità, parola che traduce quella del greco   antico agàpe,  è talmente collegata con l’eterno  che è scritto che il Fondamento  è  agàpe. Riconosciuta autonomia ai laici nel quadro della politica - carità ne consegue,  effettivamente ne  è conseguita, una loro autonomia anche in campo teologico.
  La politica - carità espressamente divenne via di santità:

“… il concilio ha fatto quello che, nella storia della chiesa, fino ad allora non era stato fatto: ha espresso chiaramente quale sia la vocazione del fedele laico, precisando non tanto il fine (la santità a cui tendere, di cui è piena, in dottrina e in fatto, la storia della chiesa), quanto la via attraverso la quale tendervi e giungervi.
 Il fine è espresso nelle parole “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio” [ Lumen gentium, n. 31]. La via da percorrere è indicata, con altrettanta chiarezza: “trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”[Lumen Gentium n.31]
[da: Giuseppe Lazzati, La città dell’uomo – Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo, Editrice A.V.E., 1984, pag.50]

   Da qui il numero crescente di laici che dagli anni Sessanta hanno svolto studi propriamente teologici, uomini e donne. Ma anche la valenza propriamente teologica di diverse concezioni politiche ispirate alla fede, come ad esempio, in Italia, quelle suscitate dal pensiero di Giuseppe Dossetti (1913-1996), uno dei più influenti teorici della politica italiana, che fu prima politico e poi prete e monaco. Questa fu la situazione che si presentò a Karol Wojtyla nel 1978, quando iniziò il suo supremo ministero religioso come Giovanni Paolo II, e quella che Joseph Ratzinger si trovò ad affrontare nel ruolo di capo della Congregazione per la dottrina della fede, dal 1981. Ratzinger è uno dei maggiori teologi viventi. Aveva vissuto, prima di affrontarla da teorico, la stagione dell’inizio della teologia della politica del papato che aveva introdotto la concezione della politica-carità, aveva partecipato da teologo al Concilio Vaticano 2°, e da teologo e vescovo la fase di attuazione dei deliberati conciliari. Individuò un problema nella teologia della politica diffusa dal Papato dagli anni Venti del secolo scorso. Cerco di proporlo in termini semplici, come me lo sono figurato da non teologo, leggendo quello che se ne è scritto. Quella teologia pretendeva di continuare a tenere separati Cielo e Terra, riservando il primo a clero e religiosi e il secondo ai laici. In questo modo riusciva a mantenere il fondamento del potere religioso del Papato, riguardo alle cose del Cielo. Nel gergo teologico si parla dell’eterno  rispetto al temporale, di ciò che necessariamente muta. Nella pratica della politica, in particolare della riforma sociale, questa distinzione era presto saltata, era stata superata. Il primo a farlo era stato proprio il Papato, dando direttive precise sulle cose temporali  da un trono religioso.  Nella pratica della politica-carità i laici avevano poi ragionato di cose eterne, originando sostanzialmente teologie.  Bisogna riconoscere, del resto, che la stessa dottrina sociale della Chiesa dell’era contemporanea aveva preso origini dalla pratica della gente di fede nella società, senza distinzione tra clero e laici, e ciò con particolare evidenza in Italia, dove erano stati esponenti politici di primo piano, anche dal punto di vista teorico, preti come Romolo Murri (1870-1944), tra gli ideatori del termine  democrazia cristiana, Luigi Sturzo (1871-1959), tra i fondatori del Partito Popolare Italiano,  il primo partito italiano  ispirato  alla dottrina sociale, Giuseppe Dossetti (1913-1966), esponente politico e teorico politico di primo piano nel partito della Democrazia Cristiana, che dal 1946 al 1994 fu il centro dell’asse politico di governo della Repubblica italiana e molti altri. Il pensiero politico ebbe un ruolo di primo piano in preti molto influenti nella cultura italiana come Primo Mazzolari (1890-1959) e Lorenzo Milani (1923-1967).
6.  Cercare di mantenere separati l’ordine naturale da quello soprannaturale, conduceva ad una marginalizzazione del ruolo del Papato, visti i vivaci fermenti che animavano il primo nella società ad opera di laici, preti e religiosi.  Del resto, collegarli più strettamente avrebbe potuto condurre, ed in effetti aveva già iniziato a condurre, per gli sviluppi della teologia della politica indotta dal Papato, a una  teologia politica democratica  che fatalmente avrebbe preso in considerazione l’organizzazione come impero religioso del Papato, richiedendone la riforma. Il carattere fortemente politico dell’azione del papa Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°, orientato dalla teologia della politica - carità, spingeva in quella direzione, anche se, per il suo fortissimo carisma personale, quel Papa riusciva ancora a mantenere il controllo del processo. Era, in particolare, la teologia dei diritti umani fondamentali, utilizzata dal Papato, sotto il Wojtyla, come arma contro i regimi totali comunisti dell’Europa orientale, che prendeva le mosse proprio dalla concezione che era stata all’origine delle democrazie contemporanee, a spingere in quel senso. Ratzinger vi vide un pericolo per l’integrità della fede, che in qualche modo sarebbe finita nelle mani della democrazia di massa.
  La teologia di Joseph Ratzinger cercò allora  di riunire Cielo e Terra, Pastore e gregge, Papato e popolo, fede e politica intorno al concetto di verità, intesa come limite generale etico, ed anche alla politica-carità. Non la carità-agape,  la riforma sociale in senso umanitario e la pace, come criterio orientativo etico per la fede, ma la verità  in senso teologico per discriminare eticamente , anche in politica, ciò che era carità  - agape  da ciò che non lo era. Che cosa era la verità? La domanda che Pilato, per così dire a nome di tutti i politici a venire, pose al Maestro quando ebbe modo di interrogarlo, senza attendere la risposta. Nella teologia dei secoli seguenti, fu il Papato che esercitò il potere di definire la verità. E anche nella proposta teologica del Ratzinger è al Papato che deve continuare a competere, come fonte di unità e orientamento etico del gregge. Questo  a cui ho accennato  è il tema centrale della grande enciclica sociale di Joseph Ratzinger del 2009  La carità nella verità - Caritas in veritate. Era in questione il Concilio Vaticano 2°. Ma il ragionamento prese le mosse da altri due documenti, due encicliche papali, la  Pace nella Terra - Pacem in Terris  (1963) del papa Angelo Roncalli Giovanni 23° , e  Lo sviluppo dei Popoli - Populorum Progressio (1967) del papa Giovanni Battista Montini - Paolo 6°: la prima era stata precoce manifestazione degli orientamenti che stavano emergendo nel concilio, la seconda si proponeva di indurre nella società i principio del concilio chiamando all’azione le genti della terra, credenti e non.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
 
 
 

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