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lunedì 21 maggio 2018

Il declino della Chiesa cattolica come attrice politica in Italia


Il declino della Chiesa cattolica come attrice politica in Italia

  Ho cercato di dimostrare con riferimenti storici che la Chiesa cattolica fin dal Quarto secolo è stata uno dei principali attori politici in Italia. Essa, in particolare, ha influito in maniera determinante nella storia dello stato unitario italiano, prima come principale forza di opposizione antisistema, poi come una delle principali forze a sostegno del sistema politico nazionale al tempo della Conciliazione, negli anni scorsi ’30, e, infine, dagli anni ’40 del secolo passato, come forza di governo della politica italiana, attraverso un partito cristiano, la Democrazia Cristiana (denominazione in uso tra il 1942 e il 1994).  L’ultima crisi politica in cui la Chiesa cattolica italiana è stata determinante è stata quella apertasi nell’autunno del 2011 e conclusasi nel 2013, a seguito delle elezioni politiche di quell’anno. Il segno più evidente di ciò fu il pronunciamento in materia di etica della politica venuto dal Presidente della Conferenza Episcopale Italiana di allora, Angelo Bagnasco, il 29-7-11, nel pieno di una gravissima crisi economica che aveva coinvolto l’Italia, con pesanti riflessi sull’assetto finanziario dello stato. Ne riporto di seguito una sintesi dei riferimenti prettamente politici.
Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 26 - 29 settembre 2011

PROLUSIONE
DEL CARDINALE PRESIDENTE
  Appare emergente, [...] il senso di insicurezza diffuso nel corpo sociale, rafforzato da un attonito sbigottimento a livello culturale e morale. La crisi economica e sociale, che iniziò a mordere tre anni or sono, era in realtà più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire. Per parte nostra siamo specialmente in apprensione per le pesanti conseguenze sulla vita della gente e gli effetti interiori di questa crisi che, a tratti, sembra produrre un oscuramento della speranza collettiva.
 Avvertendosi tagliati fuori dai luoghi decisionali in cui si vanno affrontando i problemi dell’assetto economico e non solo, i giovani manifestano la loro incomprimibile esistenza. [Gli eventi recenti hanno] interrogato le […]società, specialmente per quell’aspetto consumistico che fa intendere come si sia giunti ad un’ulteriore fase di individualismo esasperato e possessivo. «Prendo quello che voglio, perché posso»: sembra questa la spiegazione più pertinente di quanto accaduto. Ma è proprio sul fronte indicato da una simile espressione che bisogna condurre con onestà la disanima meno ipocrita. Quanti oggi, nel mondo che conta, volteggiano come avvoltoi sulle esistenze dei più deboli per cavarne vantaggi ancora maggiori che in altre stagioni? Questo «individualismo esasperato e possessivo» non è forse alla radice di tanti comportamenti rapaci in chi può, o ritiene di potere, a prescindere da ciò che è legittimo, giusto, onesto?
 Crescere senza ideali e senza limiti, in balia di un falso concetto di libertà, significa ritrovarsi insicuri, impacciati nel giudicare secondo razionalità, affidati a mere emozioni.
 Più volte e da varie parti la popolazione del Nord del mondo era stata avvertita e sensibilizzata sul fatto che l’Occidente viveva al di sopra delle proprie possibilità. Ed era ragionevole pensare che la crisi esplosa tra il 2008 e il 2009 avesse indotto non solo a tamponare le falle che si erano infine aperte, ma a introdurre elementi virtuosi per raddrizzare progressivamente il sistema dell’economia mondiale. Ma così non è stato. E quando infine si sperava di cominciare a vedere la luce, la crisi ha dato segnali di inequivocabile persistenza e per alcuni aspetti di pericolosa recrudescenza. La globalizzazione resta non governata, e sempre più tende ad agire dispoticamente prescindendo dalla politica.
 D’altronde, l’Italia non si era mai trovata tanto chiaramente dinanzi alla verità della propria situazione.
 Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità. Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui.
 Si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica. Da più parti, nelle ultime settimane, si sono elevate voci che invocavano nostri pronunciamenti. Forse che davvero è mancata in questi anni la voce responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale? Annotava giorni fa il professor Franco Casavola, Presidente emerito della Corte Costituzionale: «L’unica voce che denuncia i guasti della società della politica è quella della Chiesa cattolica» (Corriere della sera, 20 settembre 2011). Lo citiamo non per vantare titoli, ma per invitare tutti a non cercare alibi.
 E’ l’esibizione talora a colpire. Come colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo su questi versanti, quando altri restano disattesi e indisturbati. E colpisce la dovizia delle cronache a ciò dedicate. Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed è motore di mercato. Da una situazione abnorme se ne generano altre, e l’equilibrio generale ne risente in maniera progressiva. È nota la difficoltà a innescare la marcia di uno sviluppo che riduca la mancanza di lavoro, ed è noto il peso che i provvedimenti economici hanno caricato sulle famiglie; non si può, rispetto a queste dinamiche, assecondare scelte dissipatorie e banalizzanti. La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto.
 La questione morale, complessivamente intesa, non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sé un appello urgente. Non è una debolezza esclusiva di una parte soltanto e non riguarda semplicemente i singoli, ma gruppi, strutture, ordinamenti, a proposito dei quali è necessario che ciascuna istituzione rispetti rigorosamente i propri ambiti di competenza e di azione, anche nell’esercizio del reciproco controllo. Si noti tuttavia che la questione morale, quando intacca la politica, ha innegabili incidenze culturali ed educative. Contribuisce, di fatto, a propagare la cultura di un’esistenza facile e gaudente, quando questa dovrebbe lasciare il passo alla cultura della serietà e del sacrificio, fondamentale per imparare a prendere responsabilmente la vita. Ecco perché si tratta non solo di fare in maniera diversa, ma di pensare diversamente: c’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non restino avvelenate. Chi rientra oggi nella classe dirigente del Paese deve sapere che ha doveri specifici di trasparenza ed economicità: se non altro, per rispettare i cittadini e non umiliare i poveri. Specie in situazioni come quella attuale, ci è d’obbligo richiamare il principio prevalente dell’equità che va assunto con rigore e applicato senza sconti, rendendo meno insopportabili gli aggiustamenti più austeri. È sull’impegno a combattere la corruzione, piovra inesausta dai tentacoli mobilissimi, che la politica oggi è chiamata a severo esame. L’improprio sfruttamento della funzione pubblica è grave per le scelte a cascata che esso determina e per i legami che possono pesare anche a distanza di tempo. Non si capisce quale legittimazione possano avere in un consorzio democratico i comitati di affari che, non previsti dall’ordinamento, si auto-impongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica con remunerazioni – in genere – tutt’altro che popolari. E pur tuttavia il loro maggior costo sta nella capziosità dei condizionamenti, nell’intermediazione appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni. Al punto in cui siamo, è essenziale drenare tutte le risorse disponibili – intellettuali, economiche e di tempo – convogliandole verso l’utilità comune.
  L’altro fronte vitale per la nostra democrazia è l’impegno di contrasto all’evasione fiscale. Difficile sottrarsi all’impressione che non tutto sia stato finora messo in campo per rimuovere questo cancro sociale, che sta soffocando l’economia e prosciugando l’affidabilità civile delle classi più abbienti. Il grottesco sistema delle società di comodo che consentono l’abbattimento artificioso dei redditi appare – alla luce dei fatti – non solo indecoroso ma anche insostenibile sotto il profilo etico. Bisogna che gli onesti si sentano stimati, e i virtuosi siano premiati. Sono tanti i cittadini per bene e le famiglie che adempiono positivamente i loro compiti.
  La gente di questo Paese dà il meglio di sé nei momenti difficili: certo, le occorre per questo un obiettivo credibile, per cui valga la pena impegnarsi. Questo obiettivo c’è, e coincide con il portare l’Italia fuori dal guado in cui si trova anche per un certo scoramento. Portarla fuori perché sia all’altezza delle proprie responsabilità storiche e culturali. Il che significa darle il futuro che merita, e che serve al mondo intero. L’Italia ha una missione da compiere, l’ha avuta nel passato e l’ha per il futuro. Non deve autodenigrarsi! Bisogna dunque reagire con freschezza di visione e nuovo entusiasmo, senza il quale è difficile rilanciare qualunque crescita, perseguire qualunque sviluppo.
 Riguardo alla presenza dei cattolici nella società civile e nella politica, siamo convinti che, anche quando non risultano sugli spalti, essi sono per lo più là dove vita e vocazione li portano. Gli anni da cui proveniamo potrebbero aver indotto talora a tentazioni e smarrimenti, ma hanno indubbiamente spinto i cattolici, alla scuola dei Papi, a maturare una più avvertita coscienza di sé e del proprio compito nel mondo. Un nucleo più ristretto ma sempre significativo di credenti, sollecitati dagli eventi e sensibilizzati nelle comunità cristiane, ha colto la rinnovata perentorietà di rendere politicamente più operante la propria fede. Sono così nati percorsi diversi, a livelli molteplici, per quanti intendono concorrere alla vitalità e alla modernità della polis, percorsi che hanno dato talora un senso anche di dispersione e scarsa incidenza. Tuttavia, non si può non riconoscere che si è trattato di una sorta di incubazione che, se non ha mancato di produrre qua e là dei primi risultati, sta determinando una situazione nuova, rispetto alla quale un osservatore della tempra di Giuseppe De Rita alcune settimane fa annotava: «Chi fa politica non si rende conto che milioni di fedeli vivono una vicinanza religiosa che si fa sempre più attenta ai “fatti della vita politica”, con comuni opinioni socio-politiche, e con ambizioni di vita comunitaria di buona qualità» (Corriere della sera, 6 agosto 2011). Sta lievitando infatti una partecipazione che si farebbe fatica a non registrare, e una nuova consapevolezza che la fede cristiana non danneggia in alcun modo la vita sociale. Anzi! A dar coscienza ai cattolici oggi non è anzitutto un’appartenenza esterna, ma i valori dell’umanizzazione: chi è l’uomo, qual è la sua struttura costitutiva, il suo radicamento religioso, la via aurea dell’autentica giustizia e della pace, del bene comune… Valori – lo diciamo solo di passaggio – che si sta imparando a riconoscere e a proporre con crescente coraggio, e che in realtà finiscono per far sentire i cattolici più uniti di quanto taluno non vorrebbe credere. Nel contempo, sempre di più richiamano anche l’interesse di chi esplicitamente cattolico non si sente. A un tempo, c’è un patrimonio di cultura fatto di rappresentanza sociale e di processi di maturazione comunitaria. Dove avviene qualcosa di simile, nel contesto italiano? Ebbene, questo giacimento valoriale ed esistenziale rappresenta la bussola interiormente adottata dai cattolici, e da esso si sprigionano ormai ordinariamente esperienze che sono un vivaio di sensibilità, dedizione, intelligenza che sempre più si metterà a disposizione della comunità e del Paese.
  Sembra rapidamente stagliarsi all’orizzonte la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che – coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita – sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni.
  Quel pronunciamento era stato invocato su diversi giornali, anche storicamente laici. Il governo nazionale, che pure aveva ancora una maggioranza politica in Parlamento,  si dimise il 16 novembre 2011. Nel governo di transizione che fu poi varato per iniziativa determinante del Presidente della Repubblica dell’epoca aveva un ruolo importante una componente specificamente riferibile al cattolicesimo sociale, in particolare con i ministri Andrea Riccardi e Renato Balduzzi. E  in quei mesi apparvero sulle cronache notizie di incontri per dare corpo a quel nuovo  soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica a cui aveva fatto riferimento Bagnasco. Ne riferì, ad esempio, Marco Tosatti su La Stampa dell'8 ottobre 2011:
  Nascerà il 17 ottobre, a Todi, l’idea di “lobby” cattolica. Qualcosa di meno pesante da un punto di vista politico, della Democrazia Cristiana; ma certamente più “politica” in senso stretto, delle organizzazioni e iniziative nate nell’era Ruini, fortemente caratterizzate in senso culturale, come Scienza e Vita, Retinopera, e altre. Sarà un’alleanza ampia di movimenti e associazioni cattoliche, tese e decise a influenzare la politica del Paese, in un momento di sicuro disequilibrio. Se fossimo in America, dove queste istituzioni da sempre hanno uno status riconosciuto e lontano dalla lettura sempre tendenzialmente negativa che le diamo, si chiamerebbe “Lobby”.
  Dopo i contatti e i tentativi del Segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, di verificare con incontri e colloqui con i politici l’ipotesi di resuscitare una qualche forma di unità fra i cattolici sparsi in tutte le formazioni parlamentari, si può dire che in una certa misura questa iniziativa rappresenta la risposta della Cei ai sondaggi vaticani. La prolusione iniziale sarà tenuta dal card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei; non è un segreto per nessuno quanto il porporato genovese apprezzi l’interesse del suo predecessore, e adesso braccio destro del Papa, per la politica peninsulare.
  Il personaggio-molla dell’iniziativa è Natale Forlani, una lunga esperienza nella Cisl, e oggi impegnato al ministero del Welfare di Maurizio Sacconi. Sua sarà la relazione iniziale, di quello che si chiama “Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro”. Un seminario rigorosamente a porte chiuse, senza giornalisti. E’ stato Bagnasco stesso però ad annunciare che dall’incontro di Todi possa nascere "un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica". Non a caso, in un momento in cui le acque si fanno tempestose.
   Queste iniziative non ebbero poi seguito. Il motivo fu essenzialmente, ad uno sguardo retrospettivo realistico, il forte disagio del cattolicesimo sociale italiano ad appoggiare le politiche di rigore finanziario, con le conseguenti ricadute negative sugli strati svantaggiati della popolazione, che in quel momento erano richieste per superare le ricadute negative del rilevantissimo debito pubblico italiano in un’epoca in cui i titoli di tale debito pubblico erano sempre meno apprezzati sui mercati finanziari, con crescente difficoltà dello stato di finanziare le sue politiche e il rapido innalzarsi dei tassi di interesse da pagare per piazzare quei titoli. Ma incise anche la crisi, determinata da un convergere di problemi, del Papato, con un Papa, Joseph Ratzinger - Benedetto 16°, per un verso profondamente diffidente e sfiduciato verso la politica italiana e dall'altro meno legato ad essa di quanto lo era stato, ad esempio, Giovanni Battista Montini - Paolo 6°.
  Nel 2013, con l’inizio del Papato di Jorge Mario Bergoglio - Francesco, la situazione mutò improvvisamente. In un orizzonte politico in cui le maggiori forze politiche avevano preso ad aderire all’ideologia neo-liberista, comprese le politiche di flessibilità  del lavoro dipendente, vennero proposti temi classici del socialismo, indicando in particolare la solidarietà e la sobrietà come soluzioni alla crisi sociale ed economica che travagliava l’Italia, come tutto il mondo, Questo, però, in un’epoca di crescente discredito e marginalizzazione di ogni corrente socialista in Europa determinati dall’orientamento generale della società in cui non  veniva più riprovato quel «prendo quello che voglio, perché posso» a cui aveva fatto riferimento Bagnasco nel 2011 e dal timore di dover condividere ciò che si aveva con gente nuova che aveva preso a giungere da noi, senza che si riuscisse a impedirlo. Le parole del Papa sembrarono da allora cadere in un vuoto sociale, in Italia. Non vi fu più alcun soggetto politico in grado di sostenere le politiche sociali che esse auspicavano. Questo si  è manifestato platealmente in occasione delle recenti elezioni politiche nazionali. Storicamente il soggetto che si era assunto quel compito era stata l’Azione Cattolica Italiana, uscita fortemente ridimensionata nel complessivo panorama ecclesiale dal lungo regno di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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