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domenica 27 maggio 2018

Massimo di visibilità mediatica, minimo di influenza sociale. La necessità di un’assunzione di responsabilità dei vescovi italiani


Massimo di visibilità mediatica, minimo di influenza sociale. La necessità di un’assunzione di responsabilità dei vescovi italiani

 In Europa, salvo l’Italia, e nel resto del mondo il Papato conta ormai poco, sia sul piano culturale, che su quello sociale e politico.  La ragione è che non vi  è più motivo, né modo, di strumentalizzarlo nei conflitti che travagliano la Terra, la Terza guerra mondiale a pezzi, secondo l’espressione di papa Jorge Mario Bergoglio - Francesco. Non serve più a quei fini e quindi è stato marginalizzato. L’esempio più eclatante non lo si trova in Europa, ma in Asia, nelle Filippine, una nazione in passato caratterizzata da un vivace attivismo dei vescovi cattolici nell’azione sociale.
   L’Italia, in questo scenario, si trova in una situazione differente. Il Papato vi ha infatti un massimo di visibilità mediatica. Questo può farsi risalire allo stile di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°. Ma è condizionato fortemente dalla situazione locale, di una nazione alla quale il Papato  romano  è stato sempre più legato che ad altre, venendo riconosciuto socialmente come uno dei più importanti attori politici. La visibilità mediatica segnala che le parole del Papa hanno ancora, in Italia, orecchie desiderose di intenderle. Che si cerca in esse? Fondamentalmente un orientamento, in una società in cui gli altri punti di riferimento stanno progressivamente venendo meno. A questo corrisponde però,  in linea con quello che accade nel mondo, un minimo di influenza sociale. Ciò ha mandato in crisi la democrazia italiana, che è stata storicamente organizzata e sorretta intorno ad un partito  cristiano, la cui politica era ispirata alla dottrina sociale, e, dall’inizio degli anni ’90, cessato quel partito, caratterizzata da un marcato attivismo direttamente dei vescovi italiani, nelle stagioni della Conferenza episcopale italiana sotto le presidenze di Camillo Ruini e Angelo Bagnasco, rispettivamente dal 1991 al 2007 e dal 2007 al 2017.
  Il politologo Gianni Baget Bozzo (1925-2009), storico del  partito cristiano, profondo conoscitore della politica italiana e prete di profonda fede, nella sua opera Il partito cristiano al potere. La DC di De Gasperi e Dossetti,  del 1974, reperibile usato su Amazon e in biblioteca, spiegò bene il meccanismo sociale di investitura dei politici democristiani ancora negli anni ’70 (ma esso sopravvisse fino alla fine di quel partito, nel 1994, anche se dalla metà degli anni ’80 quella formazione politica andò progressivamente laicizzandosi). Esso trovava origine in un mandato ricevuto da un vescovo, o direttamente dal Papa per i politici più importanti. Questo si ritrova nelle biografie dei più importanti politici democristiani e spiega, in particolare, la relazione molto intensa che vi fu, ad esempio, tra Aldo Moro e Giovanni Battista Montini, e più tardi tra Giulio Andreotti e Karol Wojtyla. Quest’ultima fu, ad un certo punto, piuttosto controversa nel mondo cattolico italiano e ricordo che, durante una visita nella vicina parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, il Wojtyla subì su quel tema una plateale contestazione, quando un ragazzo, chiamato a leggere un’intenzione nella Preghiera dei fedeli durante la Messa papale, non lesse il testo concordato ma un appello al Papa perché si distanziasse da quel politico.
  Alcide De Gasperi ebbe momenti di tensione politica con Eugenio Pacelli - Pio 12°, il quale lo sollecitava per un’alleanza con il Movimento sociale italiana, fondato da reduci del fascismo storico, alle elezioni comunali di Roma. Nel 1952 gli fu rifiutata udienza in Vaticano. Scrisse allora al nostro ambasciatore presso la Santa Sede, perché, evidentemente, ne informasse il  Papa:
 «Come cristiano accetto l’umiliazione, benché non sappia come giustificarla; come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e di cui non mi posso spogliare, anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere stupore per un rifiuto così eccezionale e di riservarmi di provocare dalla Segreteria di Stato un chiarimento». 
  In merito a quell’episodio, Sergio Romano, scrisse sul Corriere della Sera, nel 2008 [<https://www.corriere.it/romano/08-01-07/01.spm>]:

Qualche mese dopo un alto prelato, monsignor Pavan, fece visita a De Gasperi in Valsugana, dove passava le vacanze, e gli accennò alla possibilità di una udienza papale, ma chiese quale sarebbe stato in tal caso l’atteggiamento del presidente del Consiglio [sulla questione dell’apertura alla destra]. Esiste a questo proposito un promemoria di mons. Pavan, ritrovato da Andrea Riccardi, da cui risulta quale fu la risposta di De Gasperi:
«Esporrei al Papa con tutta franchezza la mia tesi:
«1) Se il Santo Padre mostra di tenerla in considerazione, niente di meglio. 
2) Se il Santo Padre — per ragioni sue proprie — non la ritiene convincente, ma lascia libertà di scelta, essendo io profondamente convinto della aderenza della mia tesi alla contingenza storica, agirei di conseguenza, nella certezza di fare il bene dell’Italia e della Chiesa.
3) Se il Santo Padre decide diversamente, in tal caso mi ritirerei dalla vita politica. 
Sono cristiano, sono sul finire dei miei giorni e non sarà mai che agisca contro la volontà espressa del Santo Padre (...). Mi ritirerei dalla vita politica, non potendo svolgere un’azione politica in coscienza ritenuta svantaggiosa alla Patria e alla stessa Chiesa. In tal caso altri mi sostituirà ».
L’udienza non ebbe luogo. 
Canavero ricorda che un paio di mesi dopo, parlando con Nenni, De Gasperi disse:
«Sono il primo presidente del Consiglio cattolico. Credo avere fatto verso la Chiesa tutto il mio dovere. Eppure sono appena un tollerato».

 Questa situazione è rimasta sostanzialmente invariata fino al renzismo, la corrente politica che fa riferimento al  fiorentino Matteo Renzi, il quale, formatosi da ragazzo nell’associazionismo cattolico, iniziò a impegnarsi nella politica senza far riferimento ad un mandato episcopale e cercandosi autonomamente la propria base elettorale.     
   La dipendenza dei politici ispirati alla dottrina sociale da un mandato episcopale si è addirittura rafforzata, dopo la fine del partito cristiano,  durante le presidenze Ruini  - Bagnasco della Conferenza Episcopale Italiana, in particolare, prima, per scoraggiare la collaborazione e integrazione con ciò che residuava del socialismo italiano e, successivamente, nel tentativo di indurre la politica dei  valori non negoziabili originata dal magistero di Joseph Ratzinger - Benedetto 16°, per ottenere che si facesse blocco sui temi legislativi di finanziamenti pubblici alla scuola cattolica - finanziamenti pubblici alla Chiesa - famiglia - contraccezione e interruzione della gravidanza - procreazione assistita - matrimonio e divorzio - fine vita.
  La ragione di questo particolare assetto politico di sostanziale dipendenza da un mandato episcopale va ricercata nell'incompleta  attuazione dei principi del Concilio Vaticano 2° relativi all’autonomia del laicato nel campo del  temporale, da intendersi come il mondo della società e della politica che, a differenza degli  eterni  principi di fede, è suscettibile di adattamento e cambiamento nel procedere della storia e, quindi, dei tempi. Il laicato italiano è ancora sostanzialmente rimasto succube del clero: nessuna iniziativa può in concreto avere successo, anche a partire da realtà di base come le parrocchie, senza un assenso del clero. Clero e laicato sono rimasti legati a filo doppio anche nell’azione sociale. Una più marcata autonomia  di un laico ne comporta  sostanzialmente la discriminazione e comunque l’isolamento. Non gli si dà più credito, non viene più ascoltato né consultato; gli si fa il vuoto attorno. E’ ciò che mi parve accadere a mio zio Achille Ardigò, sociologo bolognese un tempo molto ascoltato negli ambienti cattolici, quando ebbe delle divergenze pubbliche con l’arcivescovo Giacomo Biffi su temi dell’immigrazione. Si lamentava di non essere più invitato da nessuna parte in ambito ecclesiale.  Si cercò sostanzialmente di dimenticarlo. Capitò anche a Gianni Baget Bozzo quando fu eletto al Parlamento europeo. Problemi analoghi ebbe un altro bolognese, Romano Prodi. Per giustificare certe sue prese di posizione politiche si definì  “cristiano adulto” e questo non fu apprezzato tra i vescovi italiani. L’occasione fu la questione dell’astensione al referendum del 2005 sulla procreazione assistita (legata al tema del  valori non negoziabili). La Conferenza episcopale italiana aveva raccomandato fortemente l’astensione per far fallire la consultazione, in modo che non raggiungesse il numero minimo di partecipanti al voto richiesto dalla Costituzione. «Sono un cattolico adulto e vado a votare», disse pubblicamente Prodi. Adulto  va inteso come autonomo, capace quindi di autodeterminarsi individuando in coscienza sulla base dei principi le scelte concrete in politica. Questa autonomia, almeno fino all’inizio del papato di Jorge Mario Bergoglio, è stata intesa come indisciplina e sanzionata con l’isolamento sociale, e a volte con un presa di distanza pubblica.
  La riprova che quel legame  di dipendenza  è ancora attivo in Italia la si ha constatando che da quando, con il Papato  di Bergoglio - Francesco, sono venute meno direttive concrete, l’azione politica dei cattolico-sociali si  è esaurita. In mancanza di un mandato, non si agisce. Naturalmente non dovrebbe essere così nelle prospettive aperte dal Concilio Vaticano 2°. Nell’emozionante enciclica Lo sviluppo dei popoli - Populorum progressio,  del 1967, il papa Giovanni Battista Montini - Paolo 2° insegnò:

81. Noi scongiuriamo per primi tutti i Nostri figli. Nei paesi in via di sviluppo non meno che altrove, i laici devono assumere come loro compito specifico il rinnovamento dell’ordine temporale. Se l’ufficio della gerarchia è quello di insegnare e interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta a loro, attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, di penetrare di spirito cristiano la mentalità della loro comunità di vita. Sono necessari dei cambiamenti, indispensabili delle riforme profonde: essi devono impegnarsi risolutamente a infonder loro il soffio dello spirito evangelico. 

  E ora sembra che il cardinale Gualtiero Bassetti, attuale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, si voglia collegare a quell’appello, quando afferma, come ha fatto lo scorso 22 maggio:

Cari amici, la fede non può essere fumo, ma fuoco nel cuore delle nostre comunità. Credo che, con lo spirito critico di sempre, sia giunto il momento di cogliere la sfida del nuovo che avanza nella politica italiana per fare un esame di coscienza e, soprattutto, per rinnovare la nostra pedagogia politica e aiutare coloro che sentono che la loro fede, senza l’impegno pubblico, non è piena. Sono molti, sono pochi? Ancora una volta, non è questione di numero, ma di luce, lievito e sale: ogni società vive e progredisce se minoranze attive ne animano la vita spirituale e si mettono al servizio di chi nemmeno spera più.

 Ma il tempo stringe. Gli eventi ci travolgeranno se si attenderà l’attuazione di  una svolta nel senso indicato dal Concilio Vaticano 2° che finora è stata ostacolata con successo. I laici italiani non si muoveranno senza un mandato episcopale. E’ da lì, dai vescovi italiani, dalla Conferenza episcopale e dal suo Presidente,  quindi, che ci si attende un’assunzione di responsabilità. Quella che, ad esempio, orientò la Conferenza Episcopale Italiana, richiesta a gran voce dai mezzi di comunicazione di massa italiana, ad intervenire nel settembre del 2011, in occasione di una crisi politica tutto sommato meno grave di quella attuale, che vede nell’angolo un Presidente della Repubblica proveniente dalla grande tradizione politica ispirata alla dottrina sociale.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.  

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