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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 14 maggio 2018

Azione Cattolica: fede religiosa e democrazia . Seconda parte


Azione Cattolica: fede religiosa e democrazia
Seconda parte
(la prima parte è stata pubblicata nel post che precede)

di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
edizione settembre 2017, con nuovi materiali



21
Città di Dio, città dell’uomo, città del diavolo
(22 ottobre 2012)
22
Quale impegno nell’Anno della Fede? Andare avanti!
(24 ottobre 2012)
23
E pluribus unum: quale fondamento per l’unità?
(25 ottobre 2012)
24
Gioia e timore alla base dell’impegno religioso nella società
(27 ottobre 2012)
25
Fare memoria di un’alleanza
(30 ottobre 2012)
26
Azione Cattolica: insieme per promuovere la pace universale
(1 novembre 2012)
27
Un nuovo modello globale di organizzazione e convivenza dell’umanità. Il modello della famiglia umana.
(2 novembre 2012)
28
Realtà invisibili
(3 novembre 2012)
29
A occhi aperti
(5 novembre 2012)
30

La città dell’uomo
(7 novembre 2012)
31
Una lunga storia
(8 novembre 2012)
32
Sentirsi responsabili di tutto
(10 novembre 2012)
33
Rinnovarsi sempre, ma custodendo ciò che di vitale si è ricevuto dal passato
(14 novembre 2012)
34
La fede fa scandalo?
(16 novembre 2012)
35
Fede e promozione umana
(19-11-12)
36
Conflitto come esperienza religiosa
(19 novembre 2012)
37
Una riunione “politica”
(23 novembre 2012)
38
Noi e la storia. Chi siamo veramente?
(28 novembre 2012)
39
La parrhesia  evangelica
(29 novembre 2012)

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21
Città di Dio, città dell’uomo, città del diavolo
(22 ottobre 2012)

  Il peccato che è nell’uomo decaduto si ritrova anche nelle sue città e nelle forme sociali più vaste e complesse: queste ultime possono assicurare agli uomini vantaggi sensibili in varie direzioni, ma tendono a porsi come grandi concentrazioni di potere (le megalopoli, gli imperi) e divenire sempre più anonime e soprattutto consentire uno sfrenamento più incontenibile delle peggiori passioni umane: l’ambizione prevaricatrice, l’avidità di illimitati guadagni, il lusso spettacolare, la lussuria sempre più cupida di ogni perversione, l’adulterazione industrializzata della verità, lo spargimento ingiusto di sangue ecc. Sicché non si può parlare di un’ambivalenza delle forme sociali e del potere, come fanno molti sociologi contemporanei, ma il credente deve riconoscere un loro inquinamento profondo con altissimi rischi: il rischio più grave di tutti è la guerra, sempre più generalizzata e distruttiva a livello planetario.
[da Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8,00]
 Dossetti pronunciò le parole sopra riportate dopo aver preso sinteticamente in rassegna la dottrina e l’esperienza biblica, dai primordi di Israele a tutto il Nuovo Testamento. Si era nel 1987, in un mondo molto diverso da quello in cui viviamo oggi e, in particolare, non si era ancora nell’era della globalizzazione, della interconnessione planetaria delle economie e delle società umane.  L’umanità era dominata da due grandi sistemi politici sovranazionali, quello centrato sugli Stati Uniti d’America e quello che prendeva a riferimento l’Unione Sovietica, e seguiva due gruppi di sistemi economici, piuttosto articolati al loro interno, quelli di tipo capitalista e quelli di tipo socialista-collettivista. Le accuse di perversione sociale venivano lanciate e rilanciate dall’uno all’altro degli schieramenti, che concepivano sé stessi come reciprocamente alternativi, l’uno il rovescio dell’altro. Questo comportava che chi, in ciascuno di quegli universi sociali contrapposti, assumesse una posizione critica nei confronti della  civiltà umana in cui si trovava, poteva fare riferimento all’altro mondo che le si contrapponeva come a un mondo alternativo, al regno del bene, a un modello positivo. Ai tempi nostri quest’alternativa sembra mancare, perché la Terra sembra retta da potenze umane omogenee ed è diventata così più significativa la critica globale alle società umane che si può ricavare dal dato biblico, seguendo Dossetti: il male appare come universalmente connaturato con l’esperienza delle società umane e da esse ineliminabile. Come disse Dossetti, non vi è quindi una semplice ambivalenza tra male e bene, ma un inquinamento profondo che ora si manifesta come pervasivo di tutta l’umanità, senza reali alternative. E tuttavia, paradossalmente, il rischio di guerra globale, ancora molto alto al tempo in cui Dossetti pronunciò quelle parole, sembra oggi molto meno forte in una umanità molto più numerosa dei tempi antichi, con il conseguente aumento dei motivi di conflitto, e in un tempo in cui le capacità distruttive si sono enormemente accresciute. Questa è anche opera umana. La pace ha anche una valenza religiosa e quindi si è spinti a ragionarci su anche sotto questa prospettiva. E ci si può chiedere come conciliare le esigenze di impegno nel mondo nuovo in cui ci troviamo a vivere con il pessimismo biblico sulle organizzazioni sociali umane.
 Bisogna allora evidenziare un importante problema che noi, gente di fede, abbiamo nel trattare, insieme con altre persone al di fuori della cerchia di chi condivide le nostre convinzioni religiose, le cose del nostro mondo: i principi ai quali vogliamo riferirci per orientare le nostre condotte individuali e collettive sono tratti da un’antica sapienza che si è formata in un mondo radicalmente diverso da quello in cui viviamo. Non si tratta di una differenza di un più rispetto al meno (oggi, ad esempio, il  mondo è più popolato; le armi oggi sono più potenti e via dicendo), si tratta di una novità profonda, strutturale e piuttosto recente. Non dobbiamo però pensare che si tratti di un processo anche irreversibile. I tempi nuovi in cui ci troviamo dipendono da una certa organizzazione sociale molto complessa e quindi anche particolarmente fragile, nonostante la sua pervasività e potenza globale. Anni fa uno scrittore italiano scrisse un libro vaticinando le condizioni della morte di megalopoli,  della crisi di un’organizzazione sociale umana moderna molto articolata e complicata. Un nuovo medioevo, in senso negativo, una regressione catastrofica, è quindi senz’altro possibile, ipotizzabile. Ce ne possiamo prefigurare le condizioni. Le tempeste che travagliano le relazioni economiche su scala globale ne possono essere considerate in qualche modo delle avvisaglie.  Oggi più che in qualsiasi altra precedente epoca storica appare quindi rilevante, nel dirigere le nostre società, una sapienza che scaturisce da competenze umane molto raffinate e dall’interazione solidale e virtuosa tra i centri collettivi di potere, in una tensione verso il bene dell’umanità, per preservarla dai pericoli e dal  male che sempre incombe. Pur nella consapevolezza religiosa dell’influsso di potenze invisibili, quella che spinge verso la Città di Dio e quella che invece tenta verso la Città del diavolo, compresenti nelle nostre società come in ogni singola persona, sembra che per la costruzione della Città dell’uomo, espressione cara a Giuseppe Lazzati (1909-1986), ai tempi nostri ci si debba impegnare molto nella storia umana, più che nelle ere passate, nella ricerca in concreto di soluzioni escogitate responsabilmente da noi stessi, ragionando e cooperando con tutti coloro che sono bene intenzionati, avendo innanzi tutto di mira la prevenzione di quel gravissimo rischio di cui parlava Dossetti, quello di una guerra globale e catastrofica, e poi di quello che Dossetti nel 1987 non poteva ancora presagire, di una crisi economica catastrofica globale, una specie di carestia biblica che coinvolga tutta la Terra. Non possiamo limitarci a considerarci solo spettatori del conflitto cosmico soprannaturale. Siamo spinti a scuoterci da una certa passività nell’impegno sociale che può derivare da quel pessimismo religioso sulle cose umane  a cui ho accennato e dal concepirci sempre come stranieri in ogni patria terrena, nel senso però di estranei. E l’esperienza storica, ad esempio quella della cooperazione europea sfociata nell’Unione Europea di oggi, ha dimostrato che questi sforzi collettivi possono avere successo.   Ogni soluzione, però, non sarà mai univoca: per ogni problema se ne possono infatti  pensare di diverse e le predizioni sulla loro efficacia si sono dimostrate in diverso grado fallibili. Inoltre ogni tipo di soluzione è strettamente correlato al tipo di problema al quale risponde e i problemi hanno un’evoluzione storica, come tutte le cose umane e come gli stessi esseri umani. Questo incide abbastanza sulla possibilità di formulare una dottrina sociale che coniughi in modo realistico, universale e definitivo le esigenze della nostra fede religiosa, che è strutturata anche su principi che si riferiscono a un mondo che non c’è più, con quelle dell’umanità di oggi. E, prima di ogni cosa, sull’affidabilità di una dottrina con quelle pretese formulata con autorità da capi religiosi che fanno principalmente riferimento a un contesto teologico, di coerenza teologica.
 Mi piacerebbe, a questo punto, concludere anticipandovi la soluzione delle soluzioni, il discorso ragionevole che chiuda il sistema in modo rassicurante per noi persone religiose, chiarendo che il problema è solo apparente e che vi è ancora una via semplice per vivere da persone di fede nel nostro tempo. Tuttavia non posso farlo, perché di passo in passo vi ho portato sulle frontiere estreme delle nostre concezioni religiose, oltre le quali, benché la storia ci spinga collettivamente in quella direzione, non si sa bene che cosa ci si debba aspettare.
 Voglio precisare che la novità della situazione dei tempi nostri è apprezzabile essenzialmente su scala globale, mondiale, perché su scale più piccole (nazione, regione, città, quartieri, condomini ecc.) le cose si presentano diversamente e mantiene piena affidabilità orientativa il contesto tradizionale dei principi di fede, caratterizzato da un certo pessimismo sulle faccende umane. Questo rientra nella nostra esperienza quotidiana. Eppure il nuovo ci si presenta anche in essa, nella nostra vita feriale, e può, ad esempio, avere il volto dell’immigrato da un altro continente che chiede il riconoscimento di una cittadinanza universale sulla base di quella nuova organizzazione globale delle cose umane  di cui dicevo. In questioni come queste anche noi, individualmente e come piccoli gruppi, abbiamo voce in capitolo e non si tratta sempre di scelte facili. E sul risultato globale, per i meccanismi delle democrazie di popolo che reggono le nostre società, incideranno anche le nostre scelte, così come esse hanno certamente influito, in una dinamica corale, sul risultato dei tanti decenni di pace nel continente europeo.

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22
Quale impegno nell’Anno della Fede? Andare avanti!
(24 ottobre 2012)

 Nella riunione di ieri del nostro gruppo ci siamo interrogati su quale debba essere il nostro atteggiamento in questo Anno della Fede, indetto dal papa Benedetto 16° con la lettera apostolica Porta Fidei  (trad. porta della fede) dell’11 ottobre 2011  e aperto lo scorso 11 ottobre, cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano 2° (1962-1965).
 Potete trovare il documento all’indirizzo WEB:
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20111011_porta-fidei_it.html
 Leggendo le parole del Papa possiamo individuare questi presupposti e  obiettivi dell’iniziativa:
                               ·            entrare nella Chiesa significa impegnarsi in un cammino che dura tutta la      vita. La fede cristiana è come una porta che, attraverso il Battesimo,  ce lo fa iniziare;
                               ·            bisogna riscoprire questo cammino nella fede, perché la fede ai tempi nostri non è più un presupposto ovvio;
                               ·            dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci del cibo che rimane per la vita eterna, vale a dire della Parola di Dio trasmessa dalla Chiesa e del Pane di vita, per continuare a credere in Gesù, il Cristo;
                               ·            attraverso la propria testimonianza di vita i cristiani sono poi chiamati a far risplendere la Parola di verità che il Signore Gesù ci ha lasciato;
                               ·            l’Anno della Fede in questa prospettiva è un impegno a una rinnovata e autentica conversione al Signore, unico Salvatore del mondo;
                               ·            in questo spirito è anche necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede; esso scaturisce da una fede rafforzata;
                               ·            il percorso comune nell’Anno della Fede deve portarci a capire in modo più profondo non solo i contenuti della fede ma anche il senso del credere, l’atto con cui decidiamo di affidarci totalmente a Dio, in piena libertà, che è dono di Dio e azione della sua grazia, la quale agisce e trasforma la persona fin nel suo intimo;
                               ·            la professione di fede comporta anche assumersi la responsabilità sociale di ciò che si crede: non è un fatto privato e implica anche una testimonianza ed un impegno pubblici; essa quindi è un atto personale ed insieme comunitario. E’ la Chiesa, infatti, il primo soggetto della fede;
                               ·            per la conoscenza sistematica dei contenuti della fede cristiana tutti possono trovare nel Catechismo della Chiesa cattolica (1993; 1997) un sussidio prezioso ed indispensabile;
                               ·            non dobbiamo temere di argomentare razionalmente la fede, anche in quest’epoca in cui molti ritengono che certezze razionali possano conseguirsi solo nell’ambito del pensiero scientifico e tecnologico, perché confidiamo che tra la fede e la scienza non vi sia conflitto, in quanto entrambe, anche se per vie diverse, tendono alla verità;
                               ·            sarà decisivo nel corso di questo Anno ripercorrere la storia della nostra fede, la quale vede il mistero insondabile dell’intreccio tra santità e peccato;
                               ·            In questo tempo siamo invitati a tenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento; in lui, morto e risorto per la nostra salvezza, trovano piena luce gli esempi di fede che hanno segnato questi duemila anni della nostra storia di salvezza”;
                               ·            nell’Anno della fede dobbiamo vedere anche un’occasione per intensificare la nostra testimonianza della carità; la fede senza la carità non porta frutto e la carità senza la fede sarebbe un sentimento in balia costante del dubbio. Fede e carità si esigono a vicenda, così che l’una permette all’altra di attuare il suo cammino;
                               ·            nell’Anno della Fede siamo inviati a scuoterci da una certa pigrizia nel conoscere e testimoniare la nostra fede religiosa comune; in particolare ciò riguarda i più anziani, che ritrovino gli ideali di gioventù: “Giunto ormai al termine della sua vita, l’apostolo Paolo chiede al discepolo Timoteo di ‘cercare la fede’ (cfr 2Tm 2,22) con la stessa costanza di quando era ragazzo (cfr 2Tm 3,15). Sentiamo questo invito rivolto a ciascuno di noi, perché nessuno diventi pigro nella fede”.
                               ·            nella fede siamo ricolmi di gioia perché, pur vivendo anche l’esperienza della sofferenza “noi crediamo con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il male e la morte. Con questa sicura fiducia ci affidiamo a Lui: Egli, presente in mezzo a noi, vince il potere del maligno (cfr Lc 11,20) e la Chiesa, comunità visibile della sua misericordia, permane in Lui come segno della riconciliazione definitiva con il Padre”.
 Ora, uno dei modi di intendere gli impegni proposti nell’Anno della Fede è quello di presentarli come un cammino di ritorno: ci siamo allontanati dalla verità e ritorniamo indietro,  riconoscendo il male che c’è in noi e che da noi è scaturito. Questo corrisponde a figure storiche che troviamo nell’Antico Testamento e, in definitiva anche a insegnamenti che troviamo nel Nuovo. Ma esso presenta alcuni problemi, che sono collegati all’idea di cammino, a questa che è una metafora bella e  suggestiva fino a che corrisponda a come la Chiesa vuole concepire sé stessa. Ora, a ben considerare, questa idea del ritorno nella lettera apostolica citata non c’è (c’è quella di conversione, che è un’altra cosa: è cambiamento e nuovo orientamento come manifestazione di fede). Infatti il cammino che si propone ai fedeli non è verso la fede, ma a partire dalla fede (concepita come una porta). Certo, poi, per opera della grazia dalla nostra testimonianza di fede può accadere che altri, dal di fuori, decidano di passare per quella porta, ma per loro non si tratterà di un ritorno. Il documento del Papa a questo proposito si apre con la citazione di un brano degli Atti degli apostoli, 14,27 in cui si legge (versione CEI 2008):
 Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto capire per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
  Quel passo si riferisce al ritorno di Paolo e di altri suoi compagni da una missione in città del mondo pagano del loro tempo.
 Per quanto indubbiamente nella vita delle persone ci possano essere momenti in cui esse si allontanano dalla Chiesa e poi le si avvicinano nuovamente, in un movimento effettivamente di ritorno, e quindi ci sono anche dei gruppi per così dire specializzati nel favorire questa decisione di rientro (anche se è tutta la Chiesa che dovrebbe ritenersi impegnata in questo), nella lettera apostolica citata non è questo ad essere centrale. Piuttosto il Papa appare preoccupato di una certa pigrizia  e distrazione  di noi fedeli nel rispondere alle esigenze di fede, nel trarre le conseguenze dalla nostra professione di fede, e teme che questo accada perché riflettiamo troppo poco su di essa. Non ci siamo dedicati abbastanza a tenere viva la comprensione dei contenuti della nostra fede e nel nostro impegno sociale, quando c’è stato,  a volte abbiamo tenuto più conto delle conseguenze sociali, culturali e politiche di esso che della sua origine religiosa, in una sorta di secolarizzazione dell’azione nostra. L’Anno della Fede, per come io credo di aver compreso l’invito che ci è stato rivolto, deve così servire a scuoterci da questa pigrizia e a porci nuovamente in cammino secondo l’orientamento che ci viene dalla comune fede religiosa: appunto un cammino nella fede. Come battezzati infatti, a prescindere da quella pigrizia e da quelle distrazioni abbiamo mantenuto sempre piena cittadinanza nella nostra Chiesa, non ne siamo mai usciti e nessuno ce ne può cacciare fuori, e questo è un effetto irreversibile del Battesimo.  Questo dobbiamo sempre ribadire con la massima forza, contro ogni retriva tentazione reazionaria, che storicamente purtroppo   è sempre presente di quando in quando.
 Per come la vedo io, noi, piccolo gregge dell’Azione Cattolica in San Clemente papa, in questo Anno della Fede, non dobbiamo prendere la strada per andare da qualche parte indietro, ma siamo spinti proprio dalla nostra fede in avanti.
La lettera apostolica citata pone poi espressamente, tra gli impegni per l’Anno della Fede, quello di “ripercorrere la storia della nostra fede, la quale vede il mistero insondabile dell’intreccio tra santità e peccato”.
“Mentre la prima evidenzia il grande apporto che uomini e donne hanno offerto alla crescita ed allo sviluppo della comunità con la testimonianza della loro vita, il secondo deve provocare in ognuno una sincera e permanente opera di conversione per sperimentare la misericordia del Padre che a tutti va incontro.”
 In questo ci indica anche quell’impegno  di purificazione della memoria, che significa comprendere ciò che nel nostro passato ecclesiale non andava nella direzione giusta e distaccarsene per il futuro (senza con questo volere anticipare il giudizio divino sulle vite delle persone che di  quel passato furono artefici), sulla quale la nostra Chiesa si è avviata per iniziativa del papa Giovanni Paolo 2° in occasione del Grande Giubileo dell’Anno 2000.
 La concomitanza tra l’apertura dell’Anno della Fede e il cinquantesimo anniversario dell’inizio del  Concilio Vaticano 2°, grande occasione di aggiornamento della nostra Chiesa, pur nella fede della Tradizione, rende chiaro che non è al passato che ci viene chiesto di guardare, in particolare a modi organizzativi che si riferiscono ad epoche che non sono più.
 Ciò che del passato ci viene richiesto di riscoprire è la fede della Tradizione, la fede di sempre, che è fede in colui che riteniamo il Salvatore dei secoli, ieri, oggi e domani: egli vive e trae a sé tutto.
 Certo, cari amici, ieri contandoci e considerando le nostre forze reali, dico noi del nostro gruppo in San Clemente papa, ci siamo chiesti se questo compito verso il quale siamo spinti in questo Anno della Fede non superi di molto le nostre forze. Ma non dobbiamo scoraggiarci, perché, e questa è una delle cose che possiamo riscoprire in questo Anno della Fede, noi non siamo soli: siamo parte di un lavoro collettivo molto più grande e poi confidiamo, nella fede, in colui che può dare successo a tutte le nostre opere.


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23
E pluribus unum: quale fondamento per l’unità?
(25 ottobre 2012)

 Sullo stemma degli Stati Uniti d’America compare il motto latino E pluribus unum, che significa da molti, uno. Fu proposto dai rivoluzionari autonomisti nordamericani Adams, Jefferson e Franklin nel 1776 e successivamente adottato ufficialmente. Si riferisce alla volontà delle tredici colonie britanniche nordamericane di unirsi in una dichiarazione di indipendenza contro la Gran Bretagna, fondata sulla convinzione della  pari dignità umana, per essere stati gli esseri umani creati uguali in certi diritti umani fondamentali inalienabili e, innanzi tutto, in quelli alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.  Perché mi riferisco spesso alla nascita degli Stati Uniti d’America? Perché quella vicenda storica segna l’origine delle democrazie contemporanee e, nello stesso tempo, la creazione di un’unità politica in democrazia caratterizzata da un forte anelito religioso cristiano. Essa mostra quindi che ideali cristiani e ideali democratici possono convivere, non sono necessariamente in conflitto. Ciò con cui la democrazia non può convivere è infatti la tirannia. Questo era tanto chiaro a quei rivoluzionari che Benjamin Franklin aveva anche escogitato un altro motto: Ribellarsi al tiranno è obbedire a Dio. Benché quest’ordine di idee fosse molto antico nell’ideologia cristiana e fosse stato in particolare  affermato, su basi bibliche, nell’ordine concettuale di S.Tommaso D’Aquino (filosofo del Duecento, il cui pensiero venne approvato ufficialmente con l’enciclica Aeterni patris del Papa Leone 13° - del 1879), la democrazia come  è intesa oggi (con l’affermazione del diritto politico di resistenza al tiranno che violi quei diritti umani fondamentali inalienabili) venne accettata dalla Chiesa cattolica come regime politico preferibile solo nel 1944 (radiomessaggio natalizio del papa Pio 12°).
 Anche lo stato dal quale i rivoluzionari nordamericani vollero staccarsi era fondato sull’unità di diversi popoli (Inghilterra, Galles e Scozia: la Gran Bretagna), In questo caso però il fattore di unità era la sudditanza a una dinastia monarchica, la quale ad un certo punto, sulla base di precise accuse storiche esplicitate nella Dichiarazione di indipendenza  del 1776, venne vista come tirannica. Paradossalmente quindi la proclamazione di un’unità politica su certi principi, fatta dai rivoluzionari nordamericana, coincise con la secessione da un’unità politica fondata sulla sudditanza a un potere visto come tirannico.
 La questione dei fondamenti dell’unità è stata una di quelle fortemente critiche anche nella Chiesa cattolica, in particolare da quando, nel quarto secolo della nostra era, essa divenne rilevante per l’unità politica dei popoli unificati nell’impero romano e successivamente  anche per quella dei nuovi stati sorti dalla dissoluzione, nell’Europa Occidentale, di quel dominio. Quando si parla di radici cristiane dell’Europa ci si vuole riferire anche  a questo. In questa materia ha inciso potentemente il Concilio Vaticano 2°, aprendo veramente una nuova epoca.
 Il punto di partenza del nuovo ordine concettuale è la pari dignità delle persone che formano il popolo di Dio.
  ...comune è la dignità dei membri per  la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c’è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché “non c’è né Giudeo né Gentile, non c’è schiavo né libero, non c’è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28 gr; cfr Col 3,11).
[…]
… vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo.
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.32].
 Questa pari dignità conduce a rispettare la varietà nella Chiesa che raduna quel popolo
La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà.
[…]
Così nella diversità stessa, tutti danno testimonianza della mirabile unità nel corpo di Cristo.
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.32].
  Il fattore di unità è di ordine spirituale:
… infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la  Chiesa e per tutti e singoli i credenti è principio di associazione e di unità, nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr At, 2,42).
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.13]
 La realizzazione dell’unità è impegno comune di tutti i fedeli:
…le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono con uno scambio mutuo universale verso la pienezza dell’unità.
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.13]
 Ad essa siamo spinti dalla legge dell’amore cristiano:
Questo popolo messianico ha per capo Cristo […] Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel core dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr Gv 13,34).
[Dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium, sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.9]
 Per capire a che tipo di amore ci riferisca quando si parla della legge cristiana dell’amore è opportuno leggere il testo greco del brano del Vangelo di Giovanni citato nella costituzione dogmatica: “Entolèn cainèn dìdomi umìn, ina agapàte allèlus, cathòs egàpesa umàs, ina cai agapàte allèlus.(trad.:Vi do un comandamento nuovo che vi amiate [agapàte] gli uni gli altri; come io vi ho amato [egàpesa], così amatevi [agapàte] anche voi gli uni gli altri”. In questo brano viene utilizzato il verbo greco agapào che ha la stessa radice del sostantivo agàpe [in italiano tradotto con amore], il quale nella Bibbia richiama l’idea di pasti comuni come segno d’amore reciproco.
 Riassumendo: secondo le concezioni conciliari, l’unità non significa necessariamente uniformità e trova fondamento dal basso, in una comune ispirazione ideale che spinge gli uni verso gli altri, come quando si partecipa a una bella cena tutti insieme, per una comunione di vita, di carità e verità [Lumen Gentium, n. 9].
 Ora, non è che queste idee siano veramente nuove, perché erano tra quelle fondamentali fin dalle origini. La loro portata innovativa sta nel fatto che esse sono stata proclamate nel Concilio Vaticano 2° dopo che per quasi due millenni i fattori di unità nella Chiesa cattolica erano stati visti principalmente nella sudditanza sacrale ad un unico Pastore terreno  e nella stretta uniformità ideologica e liturgica (ad esempio nell’uso universale del latino liturgico).
 Dove voglio andare a parare con tutto questo? Cerco di dirlo nel modo meno “traumatico” possibile.
  Il fatto che l’Anno della Fede che è appena iniziato  sia stato così esplicitamente collegato al Concilio Vaticano 2°, tanto da essere stato fatto iniziare nel giorno del cinquantesimo anniversario dell’apertura di quel concilio, rende ben chiaro che non si vuole da noi il ritorno alla preponderanza degli antichi fattori di unità. Quell’era della nostra confessione religiosa è finita. Dobbiamo resistere alla tentazione di “ritornare” nel senso di incamminarci di nuovo per vecchie strade che portano a un mondo dal quale faticosamente ci siamo infine distaccati, dopo tanto dolore, perché basato su principi non evangelici. L’evo antico ha comportato nella storia della Chiesa, della quale nella  lettera apostolica Porta Fidei di indizione dell’Anno della Fede siamo chiamati a prendere maggiore consapevolezza, fatti gravi dei quali abbiamo dovuto collettivamente pentirci, sotto la guida del papa Giovanni Paolo 2°, nel corso del  Grande Giubileo dell’Anno 2000.
[…]
Un Rappresentante della Curia Romana: 

Preghiamo perché ciascuno di noi, 

riconoscendo che anche uomini di Chiesa,
in nome della fede e della morale, 
hanno talora fatto ricorso a metodi non evangelici 
nel pur doveroso impegno di difesa della verità, 
sappia imitare il Signore Gesù, 
mite e umile di cuore. 

Preghiera in silenzio. 
II Santo Padre: 

Signore, Dio di tutti gli uomini, 

in certe epoche della storia 
i cristiani hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza 
e non hanno seguito il grande comandamento dell'amore, 
deturpando così il volto della Chiesa, tua Sposa. 
Abbi misericordia dei tuoi figli peccatori 
e accogli il nostro proposito 
di cercare e promuovere la verità nella dolcezza della carità, 
ben sapendo che la verità 
non si impone che in virtù della stessa verità. 
Per Cristo nostro Signore. 

R. Amen. 
R. Kyrie, eleison; Kyrie, eleison; Kyrie, eleison. 
[Dalla liturgia della Giornata del perdono, celebrata il 12-3-2000 nel corso del Grande Giubileo dell’Anno 2000]
 Come risulta chiaramente dalla lettera apostolica di indizione, si vuole che nell’Anno della Fede noi fedeli approfondiamo un cammino comune nella fede, aiutandoci gli uni gli altri in unione spirituale pur nella legittima varietà  di stili di vita individuali e comunitari, anche per un rinnovato impegno di testimonianza nella società in cui viviamo, per influire in tal modo su di essa con rinnovata sapienza e consapevolezza infondendo  valori cristiani, cercando di promuovere, secondo il comando ricevuto, l’unità spirituale di tutti i popoli della Terra. Non ci viene chiesto invece di realizzare un’unità discriminatoria, separando da noi, come “infedeli” o “scarsamente fedeli”, coloro che su alcune cose legittimamente la pensano diversamente da altri, nel presupposto che questi ultimi siano monopolisti della retta dottrina, della retta liturgia, dei retti principi di vita comunitaria. Questo significherebbe in un certo senso  tornare al nostro tremendo passato, equivocando gli scopi dell’importante iniziativa alla quale siamo stati tutti chiamati.
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24
Gioia e timore alla base dell’impegno religioso nella società
(27 ottobre 2012)

 Leggo in Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8, che ho utilizzato questa estate per le mie meditazioni religiose:
[…] nella … nuova economia l’amore –motivo fondamentale dell’osservanza dei precetti non elimina il santo timore filiale che, con soggezione totale e trepidante adorazione della maestà di Dio, deve permanere a ogni livello della vita spirituale.
 Perciò, anche restando nel Nuovo Testamento, vediamo che c’è un timore di Dio che e inculcato assiduamente dagli apostoli (la stessa Lettera ai Romani 11,10; la Lettera agli Ebrei 4,1; la Prima lettera di Pietro 1,17 e 3,16); ed è inculcato da Gesù stesso come necessario (Mt 10,28),
[…]
Certo l’Eucaristia, se davvero vissuta nella fede, suppone la gioia: ma non necessariamente una gioia sensibile.
 Deve esser una gioia non adolescenziale, ma da adulto, che non presuppone … di saltare il timore, ma che nasce proprio da un timore virile e consapevole: stiamo di fronte al corpo e al sangue del Verbo eterno di Dio”.
 Questo  discorso che Dossetti riferiva specificamente all’Eucaristia può essere esteso all’atteggiamento che complessivamente la persona religiosa può avere nei confronti del tempo e della società in cui si trova a vivere. Il timore deriva dalla consapevolezza della grandezza degli ideali professati e dalla conseguente responsabilità, ma la gioia deriva della stessa fonte e, in particolare, dalla convinzione che quegli ideali non siano basati solo sulle proprie forze e che, quindi, l’universo, e l’umanità in esso, sia tratto da una forza irresistibile, non spinto da noi, verso un  suo beato compimento. In altre circostanze, al contrario, timore e gioia non vanno d’accordo, se il primo deriva dall’incertezza sul futuro, che può anche mettersi molto male, e dalla considerazione dell’insufficienza delle proprie forze e  conseguentemente la gioia, se anche c’è, finisce per essere piuttosto precaria e minacciata ed è essenzialmente gioia nell’oggi e anzi addirittura solo nell’ora corrente. Quella che scaturisce dal timore religioso è invece gioia per il passato, per il presente e per il futuro, quindi si basa su una valutazione complessivamente positiva e fiduciosa della storia. Si fonda su una considerazione realistica delle cose come vanno, e questa è come si dice nel lessico attuale la sua laicità, perché la fede non è solo immaginazione e sentimento, ma anche su una spiritualità intima e quindi profonda che cambia molto l’atteggiamento che si ha verso ciò che ci circonda e che, in tanti modi, ci determina, ci interroga, ci sollecita e, a volte, ci atterrisce. L’animo religioso, di conseguenza, di fronte ad ogni difficoltà della vita, sia  essa di quelle proprie personali o di quelle di realtà vicine come la famiglia o l’ambiente umano abituale, come anche su scala maggiore, di quelle che riguardano la propria città, regione, nazione o, al limite, l’intera umanità, innanzi tutto si raccoglie nella propria spiritualità per rafforzare il suo legame con il fondamento beato, in quell’atteggiamento che Dossetti indica come di devozione filiale, quindi in una familiarità di relazione con esso che non intacca il sentimento di stupore e trepidazione di fronte ad un assoluto che si pensa sorprendentemente  animato da amore viscerale, materno, ma anche virile, paterno, nei confronti di noi umani. Il passo successivo è quello della comprensione del mondo intorno a sé e poi dell’azione in esso, nel tentativo di comporre profano e religioso in una esperimento sapienziale nel proprio tempo, che, senza pretendere di esaurire tutto ciò che si può dire e fare in merito, rende, e uso concetti espressi nel sussidio Un passo oltre dell’Azione Cattolica, Editrice A.V.E, 2011, testimoni dell’oltre, vale a dire di quel fondamento religioso, nell’impegno laicale nel mondo in cui ci si è trovati a vivere, nell’umanità di cui si è parte, innanzi tutto nella propria famiglia, poi nel proprio lavoro, poi nelle istituzioni pubbliche di cui si è partecipi, ad esempio in ciò che si fa come cittadini (in una città, in una regione, in una nazione, in un’unione sovranazionale), fino ad arrivare a ciò che deriva dall’essere partecipi dell’intera umanità in un certo tempo storico, con la conseguente responsabilità globale  in ciò in cui di fatto si influisce su di essa o si potrebbe farlo o farlo diversamente. Questo è quello che in quel sussidio si definisce come cattolicità attiva, che non significa essere nella nostra società una sorta di piazzisti del sacro o di lobbisti della nostra confessione religiosa  (ad esempio per procurarle privilegi ed esenzioni) o di militi o messi di una potenza conquistatrice e dominatrice delle anime, ma prendere sul serio l’imperativo religioso che ci spinge tra le genti per provare a radunarle nel popolo di Dio, in una comunione di vita, di carità e di verità, insegnando loro ad osservare tutto ciò che ci è stato comandato, innanzi tutto la legge dell’amore-agàpe.
 Questo programma, che ho esposto brevemente, non è facile da attuare e, innanzi tutto, richiede che si impari a collaborare con gli altri. L’impegno religioso, come ci  è stato ricordato nella lettera apostolica Porta Fidei (2011) con cui è stato indetto l’Anno della Fede iniziato l’11 ottobre scorso, non è un fatto privato. Ecco che in questo può essere interessante l’impegno in Azione Cattolica. Esso è appunto un impegno, quindi un’esperienza faticosa i cui risultati non sono del tutto scontati e in cui gli insegnamenti ricevuti sono solo una base di partenza negli esercizi di laicità che si faranno, vale  a dire nello sforzo di comprensione  realistica del mondo in cui si vive alla luce di una spiritualità religiosa. Chi pensasse di trovare in un gruppo di Azione Cattolica ricette  di vita, personale o comunitaria, già pronte e ammaestramenti globali su ciò  che si deve fare o si deve pensare in ogni occasione rimarrebbe deluso. Un gruppo di Azione Cattolica non è una sorta di centro addestramento reclute in cui sergenti maggiori iniziano la gente al servizio in una santa milizia. In Azione Cattolica si è consapevoli di partecipare a un lavoro comune di ideazione e di azione di progettazione di un futuro di bene, per noi, per la società in cui viviamo, per l’intera umanità. In esso ognuno porta  i propri doni in un mutuo scambio che accresce gli altri, in uno sforzo comune per promuovere l’unità universale del genere umano a partire dalle realtà più vicine fino a quella globale.
 “[…] la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito con lui.
[,,,] In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell’unità”
[dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n.13, del Concilio Vaticano 2°]
 Ora  è chiaro, riprendendo il discorso da cui sono partito, che l’universalità di questo impegno comune, la sua cattolicità, la sua effettiva apertura a tutte le genti alle quali riteniamo di essere stati inviati, dipende dal suo fondamento religioso e quindi da quel timore  di cui si diceva, il quale, in particolare, deve prevenire da ogni tentazione di assolutizzare una soluzione, un modello, un’esperienza, un  cammino, una ideologia, una concezione filosofica, una spiritualità, un capo, una guida spirituale, un’organizzazione particolare, e via dicendo: si tratta di una familiarità con l’assoluto caratterizzata, appunto, da devozione filiale, nella considerazione che, secondo gli insegnamenti ricevuti, il Regno, quello di cui religiosamente attendiamo la manifestazione alla fine dei tempi, non è di questo mondo, sebbene sia già presente come in embrione in questo mondo, e pertanto non lo possiamo mai ritenere pienamente realizzato in nessuna delle nostre ideazioni e soprattutto non ce ne possiamo mai attribuire la sovranità.  Questo, ben lungi dallo scoraggiare e umiliare, è anche la base della creatività religiosa  nella società e quindi dell’efficacia della nostra azione comune, che non deve mai cessare di scrutare i segni dei tempi  e determinarsi con sapienza di conseguenza, rinnovandosi incessantemente.

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25
Fare memoria di un’alleanza
(30 ottobre 2012)

“…nell’episodio del roveto ardente (Es 3,2-6) sul monte Horeb, l’angelo del’Eterno (malakh Adonai) che appare a Mosè ‘in una fiamma di fuoco’ nel mezzo del roveto che non si consuma gli dice molto esplicitamente: ‘io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe’. La visione dell’angelo è dunque una teofania. […]  L’Invisibile si presenta di nuovo, sotto la forma di un angelo, per vivificare in Mosé … quella alleanza ‘per le generazioni’ (ledorotam) (Gn 17,9).
[…]
 Quella teofania rende visibile all’anima l’alleanza immemoriale tra Dio e la Sua creazione, alleanza che abitualmente l’anima non percepisce fintanto che guarda il mondo e le creature che vi si trovano attraverso una morsa di paura e di collera, di anticipazione avida e invidiosa, o fintanto che si rassegna alla protezione tragica della rinuncia e sprezza il desiderio”,
[da: Chaterine Chalier, Angeli e uomini, Giuntina, 2009, euro 16, pag.19, 20 e 26]
   L’altro giorno discutevo di come, per quello che so, la nostra parrocchia perde la gran parte dei giovani adolescenti e ventenni iniziati nel catechismo alla vita religiosa e non li recupera più. E, in effetti, viene il momento in cui, nello sforzo di approfondire i temi della nostra fede e di ottenere un maggiore impegno, viene detto chiaramente loro, più o meno esplicitamente, che sono sbagliati, che la loro vita è tutta da rifare, che devono essere ricostruiti dalle basi, perché hanno toccato il fondo, in particolare perché vogliono fare l’amore e questo è, per loro che non sono sposati, peccato mortale. E’ chiaro che a questo punto loro scappano, perché, secondo natura, il loro mestiere, in quell’epoca della loro vita,  è proprio fare l’amore. Non tollerano di sentirsi in questo come in libertà vigilata e di vivere con rimorso ogni soddisfazione sotto questo profilo, dovendo immediatamente pentirsene. Non è più come quando il prete diceva loro di “non toccarsi” e questo poteva essere accettato in un’ottica umana e religiosa insieme, perché si sentiva che quelle consuetudini, pur nella loro banalità, sarebbero state superate crescendo e che, anzi, crescere consisteva proprio nel superarle. Quando poi si cresce, e di solito ad un certo punto si trova un equilibrio nelle cose dell’amore, il problema si ripresenta sotto un altro aspetto, perché, quando si riprende in considerazione una prospettiva di fede, che in molti casi è la fede della propria tradizione familiare, quella dei “propri padri”, si trova un ostacolo nella pretesa etica religiosa di non porre ostacoli alla procreazione e quindi di affrontare l’amore con una fiducia che, ad un animo ragionevole, può apparire come un gioco d’azzardo, in cui però si punta tutta la propria vita. E poi, naturalmente, ci sono le difficoltà che sorgono nel caso di crisi e di fallimento dei matrimoni e di ricostituzione di nuovi rapporti coniugali. Non sono problemi di oggi, ma di sempre, fin dalle origini, millenni fa, tanto che si ritrovano nella Bibbia, ma un tempo ci si faceva meno caso, un po’ perché dai laici si tollerava una maggiore ipocrisia, specialmente dai maschi, e poi perché per la maggior parte delle persone il tirare a campare, in un mondo tutto sommato molto più difficile di quello dei nostri tempi, sovrastava tutto (con i problemi economici, le guerre, le malattie inguaribili, la violenza sociale che c’erano). Una certa ideologia repressiva nei confronti delle donne era poi vista come necessaria al mantenimento dell’unità delle famiglie e, come contropartita, si era poi più comprensivi verso di loro, viste come la parte debole e sottomessa di rapporti personali dominati inevitabilmente dal capriccio degli uomini. Nella nostra epoca invece, e specialmente dopo il Concilio Vaticano 2°, si pretende dai laici un’adesione molto più consapevole e coerente in tutti gli aspetti della vita e questo in un tempo in cui i modelli sessuali e familiari sono in veloce evoluzione e in cui il successo sessuale viene visto, anche in tarda età, come manifestazione di affermazione sociale in una società dominata dal consumismo e dall’esteriorità.
 Cari lettori, non sono un sacerdote. A ognuno la sua parte. Non ho assunto il difficile impegno di risolvervi quei problemi o anche solo  di aiutarvi in questo dandovi una direzione spirituale. E, lo dico francamente, non ho in tasca la soluzione per tutti, non saprei proprio come fare. Se poi volete conoscere la posizione del magistero, vi rimando al Catechismo della Chiesa cattolica. Nella mia esperienza di solito si riesce ad un certo punto a pacificarsi sotto quei profili ma si tratta di accomodamenti sempre piuttosto precari che vanno rivisti di quando in quando, e in questo la pratica sacramentale della penitenza qualche volta può aiutare. E’ più che altro un esercizio  di sapienza umana, non facile, all’esito del quale, se le cose vanno bene e fintanto che vanno così, ci si compiace anche da un punto di vista religioso. Ognuno in questo deve essere piuttosto creativo, non deve aspettarsi che gli altri, anche autorevoli, abbiano modelli di stili di vita adatti alla sua propria condizione particolare. Lo sviluppo di una spiritualità adulta, matura, con l’aiuto del sacerdote, è fondamentale in una prospettiva religiosa. Penso in definitiva che un laico come me, nel relazionarsi con gli altri intorno a lui, dovrebbe lasciare certi temi alla coscienza delle persone, nel rispetto della loro dignità umana.
 In Azione Cattolica, specialmente in quest’Anno della Fede in cui cerchiamo di approfondire le ragioni della nostra appartenenza religiosa, sentiamo di avere molto bisogno di persone di fede  più giovani d’età, che però si tengono ancora lontane. Non possiamo assicurare loro che in parrocchia non troveranno problemi sulle questioni delle relazioni sessuali, perché questo è un aspetto della vita delle persone umane che interroga gli spiriti religiosi e quindi ci si discute su. Accade anche in altre religioni. Quello che possiamo garantire è che in Azione Cattolica sarà sempre rispettata la loro dignità umana e che non si tenterà di imporre loro da parte nostra, sotto sanzione di esclusione, un certo stile di vita. Come ci è stato ricordato nel Sinodo dei vescovi che si è concluso domenica scorsa, la Chiesa è la casa di tutti i battezzati, anche di coloro che, pur sentendosi persone di fede, per tanti motivi non riescono a vivere in tutto secondo le prescrizioni della morale religiosa corrente. Su certe cose si ragiona, per cercare insieme soluzioni che poi ognuno proverà ad applicare nella propria vita, se crede. E possiamo anche dire che l’impegno in Azione Cattolica non è principalmente diretto a dare orientamenti sessuali. Esso ha invece maggiormente a che fare con l’idea di cercare di radunare le persone umane in un popolo nuovo, unito intorno a certi grandi ideali, che per noi assumono anche una prospettiva religiosa. In questo viviamo un’epoca propizia, perché nell’Europa di oggi viene data molta importanza a questo sforzo, tanto che si è prodotto un imponente moto centripeto di genti verso il nostro continente. Di recente noi europei abbiamo avuto il Nobel per i tanti decenni di pace che si è riusciti ad ottenere da noi e la pace è un tema che ha una forte valenza religiosa. L’aspetto peculiare dell’esperienza religiosa è che essa non cerca di federare le genti sulla base di compromessi di interessi o di uno scambio di equivalenti, come accade nei contratti commerciali, ma a partire da un’interiorità che per noi, comprendendo per molti aspetti realtà soprannaturali, assume il connotato di una spiritualità. Accade, ad un certo punto, in molte vite che, nel mondo di tutti i giorni, si colga, nella propria interiorità ma non solo emotivamente perché c’entra anche la ragione, un senso dello stare insieme dell’umanità che va oltre quello che ordinariamente guida le nostre azioni e che spesso ci lascia insoddisfatti. E’, in un certo senso, l’esperienza di Mosè sull’Horeb evocata nel libro della Chalier. Una interpretazione di quell’episodio è che le fiamme del roveto fossero immagine di fiamme interiori. Mosè era fuggito dall’Egitto dopo aver ucciso un sorvegliante che vessava gli ebrei, asserviti dalla violenza del popolo in cui si erano rifugiati. Nella paura per la propria sopravvivenza, che lo aveva determinato alla fuga, aveva represso il desiderio di tornare per attuare la liberazione di coloro che erano schiavi. E’ a partire dalla sua interiorità che si attua un suo cambiamento di vita. Egli si sente in esilio nella terra di Madian, il luogo del suo rifugio, così come l’Egitto del faraone era terra di esilio per il suo popolo,  e ora anche per lui. Egli vorrebbe agire in favore della sua gente, ma è bloccato dalla paura. La forza di determinarsi secondo il suo profondo desiderio, vincendo quel timore per la propria vita, gli viene dalla memoria dell’antica alleanza, che non era un patto tra potenze terrene, ma con l’Eterno, del quale egli, ad un certo punto, riesce nuovamente a sentire la voce che chiama all’azione, quindi ad alzarsi e andare.

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26
Azione Cattolica: insieme per promuovere la pace universale
(1 novembre 2012)

Siccome il regno di Cristo non  è di questo mondo (cfr Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida e le eleva.
[…]
 Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza
[Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]

Nei mesi di  mese di settembre e ottobre scorso, scrivendo diverse riflessioni sulla costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, mi sono limitato a riferirmi ai soli numeri 9  e 13 di quel documento, inseriti nel capitolo 2°. Questo può dare un’idea della vastità delle questioni affrontate in quella grande assemblea, che segnò un punto di passaggio importante nella storia ecclesiale, dando inizio a un gran fermento e a sviluppi ancora in corso. Prenderne sufficiente consapevolezza non è lavoro breve né facile, dato il linguaggio teologico con cui sono scritti i testi dei documenti che furono allora approvati e diffusi nel mondo.  E tuttavia bisogna tener conto del monito di quel Concilio, rivolto a noi fedeli cattolici (Lumen Gentium, n.14), della necessità di corrispondere con il pensiero, con le parole e con le opere all’azione soprannaturale per la quale, non per nostri meriti, siamo stati pienamente incorporati nella nostra Chiesa, e questo  sotto pena di essere giudicati più severamente degli altri nel caso di diserzione.
 Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici.
[…]
  Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati.
 In quell’elenco di doveri del fedele, prima viene il pensiero, vale a dire l’ascoltare  e il comprendere, ma anche l’ideare e progettare per il presente e il futuro, propri e delle collettività delle quali si è partecipi. Poi viene l’interloquire con gli altri e l’operare: nella visione conciliare questa parte deve farsi collaborando con tutte le persone bene intenzionate, anche al di fuori del nostro contesto religioso (“sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione”, brano della Lumen Gentium citato all’inizio). Questo impegno ideale e sociale rientra in quelli in cui l’Azione Cattolica si sente da sempre particolarmente coinvolta.
 Per quanto l’Azione Cattolica com’è oggi sia stata istituita e regolata dall’autorità ecclesiale, quindi dai papi e dai vescovi, sia pure con l’importante partecipazione degli associati nelle forme statutarie, essa storicamente nacque, visse e tuttora vive per iniziativa e impulso della società dei fedeli laici, mossi in particolare dall’esigenza di pensare e di attuare, sulla base delle idealità religiose, modi  nuovi per influire come collettività sulle società dei tempi in cui le persone di fede si trovano inserite e specialmente su quelle con organizzazione democratica. Essa può considerarsi espressione di quel grande movimento di popolo che dalla fine del Settecento si è espresso in varie forme per una più larga partecipazione delle genti alla determinazione dei destini dell’umanità, quindi per il passaggio delle persone dalla semplice condizione di sudditi all’altrui potere alla condizione di cittadinanza democratica. Per altro il coinvolgimento popolare venne visto all’inizio  in funzione essenzialmente  difensiva di un ordine sociale nel quale la Chiesa era storicamente bene  inserita, con privilegi, esenzioni e uno spazio riconosciuto di autorità e di libertà, quindi, per semplificare, contro i fermenti liberali e socialisti che si andavano largamente diffondendo a partire dall’Ottocento.  Questa impostazione si andò rafforzando dopo la rivoluzione sovietica attuata nei domini dell’Impero russo. Diciamo che a lungo l’esperienza democratica venne considerata con un  certo sospetto dall’autorità gerarchica della Chiesa. Questa posizione mutò dopo l’esperienza storica dei fascismi europei e la catastrofe della Seconda guerra mondiale. Fu allora che i capi della nostra Chiesa cominciarono a chiedersi se la democrazia sarebbe potuta essere un valido ostacolo a quei disastri. Come ho spesso ricordato, questo punto di svolta si manifestò nel radio messaggio natalizio del papa Pio 12° del 1944:
Il problema della democrazia
[…] Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
 La pace universale ha sicuramente una valenza religiosa, come è ricordato nel passo della Lumen gentium  che ho citato all’inizio. Nel mondo di oggi, ed è la prima volta che accade, si pensa concretamente di poterla attuare con una diversa organizzazione globale dell’umanità, sfruttando le opportunità che derivano da quattro fattori: assetto democratico delle istituzioni, miglioramento generalizzato delle condizioni di vita determinato anche da una più equa distribuzione delle risorse consentita in ordinamenti democratici, miglioramento diffuso dell’istruzione ricercato anche per l’esigenza di consentire la più larga partecipazione alla vita sociale democratica, effettività di un sistema universale di diritti umani, sul quale i sistemi politici democratici di fondano. Anche la Chiesa dei nostri tempi crede in queste potenzialità:
57. Il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che rendere più efficace l'opera della carità nel sociale e costituisce la cornice più appropriata per incentivare la collaborazione fraterna tra credenti e non credenti nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace dell'umanità. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes i Padri conciliari affermavano: « Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice ». Per i credenti, il mondo non è frutto del caso né della necessità, ma di un progetto di Dio. Nasce di qui il dovere che i credenti hanno di unire i loro sforzi con tutti gli uomini e le donne di buona volontà di altre religioni o non credenti, affinché questo nostro mondo corrisponda effettivamente al progetto divino: vivere come una famiglia, sotto lo sguardo del Creatore.
 [Dall’enciclica Caritas in veritate Amore nella verità (2009), del papa Benedetto 16°]
  Non bisogna fraintendere pensando che la straordinaria opportunità storica che ci si è aperta sia una manifestazione dell’avvento del Regno beato che religiosamente stiamo attendendo. Sappiamo che quel Regno non è di questo mondo. Questo significa che esso non può in alcun modo confondersi con alcuna delle nostre realizzazioni, anche con le più grandi. A volta si è tentati di farlo. E’ accaduto, ad esempio, nel ’91, con la fine dell’Unione Sovietica, organizzazione politica imperiale che in tutta la sua storia ha costituito un ostacolo micidiale per le Chiese cristiane. Ma si è visto che quello che ne è uscito è il consueto insieme di grano e zizzania, di bene e di male, che troviamo da sempre in ogni società umana e in ogni persona. Ricordo ciò che sostenne Dossetti un suo celebre intervento pubblico del 1987, pubblicato nel libretto Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011 (pagine 45 e 46):
Il regno di Dio è Regno dei cieli: e quindi viene dall’alto, per  volontà e opera di Dio. Non si realizza e neppure si prepara  o si affretta per sinergia umana. E’ un fatto assolutamente sovrannaturale e miracoloso. Non è un bene comune, architettonicamente sommo, che si possa gradualmente predisporre per forze creaturali.
 Il Regno giunge a noi, senza di noi [… ] per un decreto del Padre, in un momento imprevedibile “che il Padre ha riservato alla sua potestà (At 1,6-7).
 E allora sarà non il coronamento della storia, ma la rottura della storia, semplicemente il suo troncamento, “in ictu oculi” [trad. mia “in un batter d’occhio”] (1Cor 15,52).
 Sentiamo però nostro dovere religioso di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo (espressione che si trova nell’enciclica pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes La gioia e la speranza  – n.4) per scoprire in concreto quale sia il nostro dovere oggi, per noi che siamo stati mandati nel mondo per radunare le sue genti come in un’unica famiglia umana (encicl.Caritas in veritate, n.53) in una comunione di vita, di carità e di verità (cost. Lumen gentium, n.9).
 Come non cessano di rammentarci il papa e i nostri vescovi, il sistema dei diritti umani fondamentali sul quale si basano le democrazie contemporanee ha fondamento religioso e, in particolare, fondamento religioso cristiano. Su che base, altrimenti, può essere riconosciuto che esseri umani tanto diversi per etnie, culture, religioni, lingue, condizioni sociali, ricchezze  e altre importanti differenziazioni, quali sono gli abitanti della Terra, hanno uguale dignità e quindi sono titolari di  quei diritti umani fondamentali? Fondamento religioso significa soprannaturale, vale a dire a prescindere da quello che si osserva in natura. La derivazione cristiana del fondamento sta nel fatto che l’ordine soprannaturale al quale fa riferimento è caratterizzato da amore oblativo e viscerale, al modo dei genitori –padre/madre- per i loro figli, e tuttavia universale, per tutti, oltre ogni differenziazione e ogni divisione. Ebbene, quel fondamento religioso di principi di civiltà che si sta cercando di attuare globalmente ci indica con chiarezza una via importante di impegno cristiano (non l’unica). Perché, come ci è stato ricordato due domeniche fa da un sacerdote missionario, i cristiani, cattolici e di altre Chiese, sono una minoranza sulla Terra, circa il 15% dell’intera popolazione umana. E’ veramente impressionante quindi che, nonostante ciò e nonostante le stragi, vessazioni, oppressioni perpetrate nei secoli passati da nazioni sedicenti cristiane, certi valori della nostra fede improntino ancora così profondamente la nostra civiltà a livello globale. In questo si può senz’altro vedere la manifestazione del disegno provvidenziale, senza però nascondersi che la realizzazione storica di quei valori è seriamente minacciata. Essa è infatti opera umana e, come tale, suscettibile di degrado e di estinzione. La storia dell’umanità non è infatti necessariamente una storia di progresso, come dimostra il medioevo europeo, e, senza un valido impegno di  sufficienti forze umane che amano quei valori e sono disposte a rischiare anche la propria vita nella lotta per essi, può prendere un altro corso. L’ideologia dei diritti umani fondamentali regge  infatti le democrazie contemporanee e queste ultime rendono credibile la prospettiva di una pace universale, per il tramite di una giustizia sociale che mantenga in concreto, estenda o ristabilisca l’uguale dignità degli esseri umani. L’Azione cattolica è schierata per la pace e la giustizia universale e intende lavorare con particolare impegno in questo campo. La nostra Chiesa, con il Concilio Vaticano 2°, ha rimosso ogni ostacolo che, per incrostazioni storiche, poteva ostacolare al suo interno la riscoperta e l’attuazione di tutte le potenzialità dell’antica dottrina della paternità divina universale. Ad esempio la grave storica inimicizia verso le persone di altre religioni, innanzi tutto gli ebrei e i cristiani di altre confessioni, e i non credenti. Ecco come si esprime la costituzione pastorale Gaudium et spes:
Il rispetto e l'amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo.
 Certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi è l'amore stesso che spinge i discepoli di Cristo ad annunziare a tutti gli uomini la verità che salva. Ma occorre distinguere tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva sempre la dignità di persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti nozioni religiose.
Solo Dio è giudice e scrutatore dei cuori; perciò ci vieta di giudicare la colpevolezza interiore di chiunque. La dottrina del Cristo esige che noi perdoniamo anche le ingiurie  e il precetto dell'amore si estende a tutti i nemici; questo è il comandamento della nuova legge: «Udiste che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi odiano e pregate per i vostri persecutori e calunniatori » (Mt5,43).
[Gaudium et Spes, n.28]

La Chiesa, poi, pur respingendo in maniera assoluta l'ateismo, tuttavia riconosce sinceramente che tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono contribuire alla giusta costruzione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme: ciò, sicuramente, non può avvenire senza un leale e prudente dialogo. Essa pertanto deplora la discriminazione tra credenti e non credenti che alcune autorità civili ingiustamente introducono, a danno dei diritti fondamentali della persona umana. [Gaudium et spes n.21]
  Passando a trattare della nostra microscopica, sotto un certo profilo, realtà di gruppo di Azione Cattolica in San Clemente papa, può sembrare che l’impegno del quale ho trattato sia manifestamente sproporzionato alle nostra forze. E’ un’impressione sbagliata: infatti l’apocalittica battaglia che decide le sorti dell’umanità del nostro tempo passa anche per quella piccola parte del mondo in cui abbiamo voce, nelle nostre famiglie, nel nostro quartiere, nei nostri luoghi di lavoro.  Partecipare al nostro lavoro comune in Azione Cattolica è uno dei modi in cui ci si può preparare per fare la nostra parte nella direzione che in religione ci è indicata. Come ho detto si tratta infatti di esprimere una sapienza umana, una creativa e sapida integrazione di conoscenze profane e di spiritualità per ideare e realizzare opere che, in quanto riguardanti il mondo fuori dello spazio liturgico, spettano principalmente a noi fedeli laici.  Ma da soli in questo si va poco lontano. Le prospettive umane individuali sono infatti sempre limitate. Queste cose fanno affrontate insieme, per arricchirsi dei punti di vista, della cultura, della fede, delle strategie altrui e anche per farsi coraggio a vicenda nelle difficoltà e negli insuccessi. E’ così che i cristiani hanno fatto sin dalle origini.

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Un nuovo modello globale di organizzazione e convivenza dell’umanità. Il modello della famiglia umana.
(2 novembre 2012)

 Per molti versi l’umanità contemporanea si viene organizzando  sulla base di principi religiosi cristiani. Religiosi perché non basati sull’osservazione di come va la natura, quindi nel senso di soprannaturali. Cristiani perché improntati all’idea di pari dignità di ogni persona umana e ad una solidarietà compassionevole verso chi sta peggio. Questo può sembrare paradossale nel momento in cui le Chiese cristiane registrano una crisi grave delle adesioni nelle società umane più avanzate, quelle da cui scaturiscano i modelli organizzativi su grande scala. in realtà non è la visione religiosa delle cose che ha perduto credito popolare, ma il fondamento mitologico dell’autorità religiosa, per cui c’è chi si presenta come autorizzato ad imporre agli altri stili di vita parlando per conto del mondo soprannaturale. Questo equivale a dire che ai tempi nostri ha meno forza nelle grandi religioni storiche dell’umanità l’uniformità intesa come sudditanza ad una autorità sacrale.  Di questo fenomeno, da non confondere con la secolarizzazione, vale a dire con l’indifferenza verso il soprannaturale, si è presa coscienza ai tempi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e si è cercato di rimediarvi recuperando, e in un certo senso strutturando innovativamente per renderla praticabile nella contemporaneità, la concezione religiosa dell’umanità come popolo di Dio, basata su un’uniformità fondata su principi condivisi. In questo contesto l’autorità perde una certa connotazione di arbitrarietà che era venuta storicamente ad assumere e si propone come servizio alla verità, per promuovere quel nuovo tipo di uniformità. Si tratta di un’esperienza che tutti noi fedeli di oggi, se ci pensiamo bene, abbiamo vissuto nella nostra esperienza di Chiesa, anche in quella parrocchiale.
 Un  modello alternativo di organizzazione globale dell’umanità è quello basato sul riconoscimento delle differenze tra le stirpi e le società umane e la competizione tra di esse perché emergano le migliori e, in particolare, una umanità migliore, nel senso di fisicamente, spiritualmente e intellettualmente più performante e società più potenti e ricche. In questa prospettiva non tutte le persone umane hanno pari dignità. Questo modello ha improntato di sé la colonizzazione europea dell’Africa e delle Americhe. Esso quindi storicamente ha convissuto con il cristianesimo, che pure è fondato su principi opposti. Il punto di conciliazione tra le due opposte visioni della vita è stato il concepire la colonizzazione come evangelizzazione. Il contrasto tra di esse è emerso con forza quando, all’inizio della colonizzazione delle Americhe, nel Cinquecento, ci si è resi conto che la  colonizzazione stava portando allo sterminio degli amerindi, dei nativi americani. Analoghi scrupoli sono emersi molto più tardi riguardo allo schiavismo contro le popolazioni nere dell’Africa.
 Il modello basato sulla diversa dignità delle vite umane e sulla competizione tra stirpi e società umane si ritrova nella concezione politica nazionalsocialista tedesca tra le due guerre mondiali. Su di essa venne costruita anche una mistica religiosa, per giustificare la pretesa di prevalenza del tipo umano ariano-germanico.
  Concezioni basate su idee in qualche modo analoghe si rinvengono in alcune dottrine economiche correnti anche oggi, ma senza connotati religiosi espliciti. Ci si rifà ad estensioni del modello di evoluzione delle stirpi umane basato sulla sopravvivenza del più adatto proposto da Charles Darwin (1808-1882): queste ideologie sono chiamate neodarwiniane.
 Dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale (1939-1945) prevalse l’ideologia della pari dignità umana e della solidarietà mondiale per la pace e lo sviluppo. Essa si rinviene nei documenti del Concilio Vaticano 2°. Ci troviamo quindi a vivere una straordinaria opportunità per il cristianesimo, in un mondo in cui  i principi religiosi cristiani sono divenuti legge globale dell’umanità. Naturalmente ciò è avvenuto senza che la nostra religione in sé, quindi con quella che al di fuori delle Chiese cristiane può essere considerata la sua mitologia e con la sua organizzazione gerarchica sacrale, sia stata nuovamente imposta  in qualche modo  alle società umane del nostro tempo. Questo può essere spiegato in vari modi. Innanzi tutto l’esperienza storica europea aveva dimostrato che il confessionalismo religioso era stato fonte di sanguinose divisioni.  Poi, in un mondo in cui prendeva piede l’idea di una unità e di una pace fondata su una solidarietà sorretta da  principi diffusi tra la gente, le autorità religiose non avevano sufficiente consenso popolare. E, infine, l’idea di una imposizione alle coscienze contrastava con la comune dignità umana sulla quale si voleva costruire un futuro finalmente pacificato, pacifico e pacificante. Può sembrare pericoloso l’aver affidato grande idealità a fondamento religioso alle masse, ma, almeno da noi in Europa, questa si è rivelata una buona scelta, visti i sessantasette anni di pace che abbiamo costruito insieme, una cosa mai vista nella storia dell’umanità e per la quale ci hanno dato il premio Nobel.
  Poiché stiamo vivendo qualcosa di veramente nuovo, c’è il problema di pensare e attuare forme di organizzazioni dell’umanità che rendano stabile il nuovo modello. E’ il lavoro che  è in corso da molte parti e, in particolare, da noi in Europa, verso la quale si è prodotto un gigantesco movimento centripeto che addirittura ha coinvolto un nostro storico nemico come la Turchia, erede dell’Impero Ottomano.
 La più recente dottrina sociale della Chiesa, diciamo dal 1944 in avanti, si è spesa molto nello sforzo di suggerire nuovi modelli di convivenza umana in linea con i nuovi principi diretti al mantenimento della pace mondiale e allo sviluppo globale di tutti i popoli.  Uno dei più recenti e importanti contributi è l’enciclica Caritas in veritate (2009) del papa Benedetto 16°. In essa è proposto  il modello dell’umanità intera come famiglia.  Si veda ad esempio,al n.7 di quel documento:
 Quando la carità lo anima, l'impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell'impegno soltanto secolare e politico. Come ogni impegno per la giustizia, esso s'inscrive in quella testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l'eterno. L'azione dell'uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all'edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana. In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l'impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell'intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni, così da dare forma di unità e di pace alla città dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio.
 Questo modello che possiamo dire della famiglia umana, piuttosto evocativo, presenta alcuni aspetti critici. 
 Esso si presenta fin dalle origini della dottrina sociale della Chiesa, sebbene con minore forza dei tempi più recenti:
 Dal passato possiamo prudentemente prevedere l'avvenire. Le umane generazioni si succedono, ma le pagine della loro storia si rassomigliano grandemente, perché gli avvenimenti sono governati da quella Provvidenza suprema la quale volge e indirizza tutte le umane vicende a quel fine che ella si prefisse nella creazione della umana famiglia.
[Enciclica Rerum novarum (1981) del papa Leone 13°]
 Nella Costituzione Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2°:
Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento.
  Un primo problema sta in questo: il modello dell’umanità come famiglia richiama l’esperienza della famiglia come forma di società naturale basata sulla propensione sessuale delle persone, su finalità di procreazione e di cura della prole e su una gerarchia parentale che regola la solidarietà familiare. Ora, le società umane più vaste come le nazioni o le unioni sovranazionali si basano su altri principi. In particolare in esse si fanno più labili le relazioni profonde tra gli individui, per cui esse richiedono una organizzazione politica che è costruita, non presupposta. Inoltre la solidarietà sulla quale si fonda il loro ordinamento pacifico non scaturisce, se non ideologicamente, da un legame di stirpe. Infine la difficoltà più seria di tutte: la famiglia naturale non è una società democratica e si ritiene, nel nuovo ordine di idee oggi prevalente, che la democrazia sia indispensabile per il mantenimento della pace universale. Il problema si propone con estrema forza quando si passa a ragionare dell’intera umanità, fatta di circa otto miliardi di individui. 
 E c’è dell’altro.
 La nuova organizzazione che si vuole costruire a livello mondiale deve essere stabile, quindi destinata a durare per diverse generazioni. La famiglia come piccola società naturale basata sulla propensione sessuale è destinata fondamentalmente ad esaurirsi in non più di due generazioni. Delle precedenti si ha labile memoria, salvo che, per ragioni di casta o di dinastia, ci si incaponisca a mantenerla. Di solito solo due generazioni sono tra di loro contemporanee, raro che lo siano i trisnonni.
 Le famiglie, inoltre, non sempre sono società pacifiche e fondate sulla uguale dignità dei propri membri. Non si dice forse “fratelli, coltelli”? Nella mia esperienza di pratico del diritto, certe controversie ereditarie tra parenti sono acerrime e incomponibili.
 Infine: i modelli familiari sono in rapida evoluzione. Di fatto nelle società umane contemporanee più progredite si viene affermando un modello di famiglia parentale di durata limitata, in molti casi con un solo genitore, e, con l’affermarsi sociale delle famiglie basate su propensione omosessuale e il diffondersi della poligamia, si viene creando nel mondo in cui viviamo una pluralità di tipi di famiglia. Quindi la forza evocativa dell’analogia tra la famiglia parentale e la convivenza dell’intera umanità viene scemando. Non do qui una valutazione etica del fenomeno, ed è chiaro che secondo la nostra morale religiosa esso è visto come negativo: sto solo descrivendolo.
 In una prospettiva religiosa, il modello dell’umanità come famiglia presenta un pregio per la nostra gerarchia ecclesiale. Esso consiste in questo: essa intende esprimere una autorità paterna (“papa”, ad esempio, deriva da un termine greco che significa “padre”); in un’ottica di analogia familistica essa può quindi presentarsi come fondata su basi naturali, a prescindere da un consenso della base. Esso però ha anche un altro pregio, per tutti noi, che lo rende tutto sommato effettivamente appropriato, pur bisognevole di precisazioni: richiama l’idea di solidarietà incondizionata e oblativa, fino al rischio della propria vita, nella buona e nella cattiva sorte, qualcosa di più della semplice amicizia.
 Ho parlato di modelli universali, ma si tratta di cose che vanno costruite sperimentalmente anche a partire da scale molto più piccole, addirittura microscopiche, come ad esempio può essere considerato, a confronto con l’intera umanità, il nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica.  Come viviamo la nostra appartenenza? Parlando con diversi soci  ho avvertito in loro la nostalgia di tempi in cui le relazioni associative erano più  forti. E, d’altra parte, relazioni più forti significano anche condizionamenti più forti e, crescendo, si diventa sempre un po’ intolleranti verso cose simili. Vale la pena di ragionarci su?

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Realtà invisibili
(3 novembre 2012)

Fondamentale carattere della scienza moderna è la capacità di varcare i confini del visibile.
 Nessuno ha mai visto un fotone [particella di energia luminosa]. Nessuno vedrà mai un sequenza cistronica [parte dell’RNA messaggero, una molecola che svolge funzioni nella costruzione delle cellule organiche]. Tali entità sono reali, ma ricostruite da una laboriosa indaffarata convivenza tra prove sperimentali e attività ipotetiche della mente. Essi sono invisibili disvelati agli occhi dell’intelletto […]. Nella sociologia ci troviamo in una situazione terribilmente arretrata. Siamo ancora timorosi nel compiere il salto verso l’invisibile, già compiuto da duemila anni nella matematica e da oltre cento anni nella fisica”.
[passo tratto da un articolo di  Giorgio Prodi, Lineamenti di una sociologia degli invisibili, citato nel libretto Giuseppe Dossetti, Eucaristia e Città, Editrice A.V.E., 2011, a pag.66]
 Può accadere che noi persone di fede si sia presi in giro o, comunque, sottogamba perché ci occupiamo anche di realtà invisibili. Ci sono uomini di cultura che considerano la Bibbia e molte altre storie che circolano in religione come delle fiabe. Altri, pur con meno scienza, fanno loro eco e ci accusano di credulità. Ma, nella mia esperienza, l’atteggiamento dei più non è di questo tipo. Di solito infatti la gente crede nel soprannaturale, in genere perché trova più facile spiegare in quel modo ciò che le accade. Ma trova difficoltà nel credere in un dio amorevole, benevolo. Pare più rispondente alla realtà di tutti i giorni l’esistenza di geni, demoni o folletti, e simili, che possono essere favorevoli o avversi, secondo il loro capriccio. Questa può essere considerata una religiosità di tipo naturalistico, che risale ai primordi della vita sociale umana, quando si riteneva che ogni manifestazione del mondo intorno agli esseri umani fosse mossa da un dio. Essa poi si sviluppò nel politeismo dell’antica religione latina e greca, che precedette il successo del cristianesimo in Europa, nel Vicino Oriente e nel Nord Africa e fu da esso combattuta ed estirpata, almeno nelle sue manifestazioni pubbliche e nelle istituzioni. Nell’antica Preneste, l’attuale Palestrina, nei dintorni di Roma,  venne edificato un grande santuario alla dea Fortuna primigenia, molto venerata dagli antichi romani. In certi accaniti giocatori alle lotterie e simili, che vediamo anche nel nostro quartiere, potremmo in un certo senso riconoscere dei seguaci di quell’antico culto. Come spiegare altrimenti tanta passione in  giochi in cui le probabilità matematiche di vincita sono tanto basse?
 Certamente senza un legame con l’invisibile la nostra non sarebbe una religione. Secondo la nostra fede, tutto ciò che esiste è stato creato da una divinità che ama noi esseri umani con amore di padre/madre e questo nonostante le nostre imperfezioni e, in particolare, la nostra cattiveria. Questa convinzione trova molte smentite nella realtà naturale. E’ quindi una fede soprannaturale, che ci porta a  rettificare abbastanza ciò che si osserva nella natura intorno a noi e in noi. Lì dove la vita appare ad un certo punto finire, noi, ad esempio, siamo convinti di una vita eterna. L’esistenza degli esseri viventi appare dominata dalla violenza. Gli animali si mangiano gli uni gli altri e anche noi ci nutriamo di altri viventi. Le terre emerse si spostano generando terremoti. Oceani appaiono e scompaiono. Le stesse stelle collidono o esplodono. Noi però siamo convinti, per fede, che tutto ciò avrà, alla fine dei tempi, un compimento beato. Il mondo in cui viviamo sparirà, certo, ma sarà sostituito da un mondo diverso, preparato per noi e promesso. Esso non sarà però opera nostra, ma dell’amorevole potenza creatrice dalla quale deriviamo. Dossetti nel discorso da cui è scaturito quel libretto che ho sopra citato, invita a non metterla troppo semplice parlando di questo con gli altri, come se tutto fosse ovvio, chiaro, scontato. La fede, che in genere da bambini si acquisisce con una certa facilità, confidando nei propri genitori e nelle persone da loro accreditate, crescendo è messa alla prova. La religione serve appunto a custodirla e a rafforzarla.
 Come ho osservato in altre occasioni, l’aspetto che va costantemente e sapientemente curato, come quando, da bambini, si difende pazientemente un castello di sabbia costruito sulla riva del mare, che l’acqua tende costantemente a sciogliere avanzando verso la terraferma, non è tanto la convinzione che Dio c’è. Spesso i “non credenti” partono da questo, parlando con le persone di fede, e trovano poca soddisfazione. Certo, noi portiamo argomenti razionali a sostegno dell’esistenza del nostro Dio, ma egli rimane pur sempre invisibile. Chi può negarlo? E’ la stessa Bibbia che a dircelo chiaramente.
 Scrive Dossetti, nel libretto sopra citato,  a proposito dell’Eucaristia:
 Il mistero cultuale rende oggettivamente presente l’evento del sacrificio di Cristo, ma contemporaneamente lo vela: debbo trapassare il velo e questo mi è possibile solo nella fede, che mi fa andare oltre le apparenze sensibili e oltre il tempo […]
 Nella mia esperienza di fede, ad un certo punto, viene una voce che noi siamo capaci di udire; viene dalla storia umana tramite la Chiesa, che l’ha fedelmente custodita nei secoli, e reca buone notizie. Ci parla infatti di un creatore amorevole e suscita in noi, nel nostro animo, nella nostra interiorità, una risposta, perché appunto quella voce è ciò che si attendeva da sempre di ascoltare. E’ stato notato che noi, nell’evo presente, non vediamo, ma possiamo udire. Detto in termini esplicitamente religiosi, questo denota l’importanza che attribuiamo a ciò che sinteticamente definiamo la Parola, vale a dire a quello che religiosamente ascoltiamo e che ci narra delle realtà invisibili che sorreggono le nostre vite. Nell’esperienza religiosa  è questo che è centrale, come spesso ci ricorda anche il nostro assistente ecclesiastico nelle nostre riunioni: ascoltare e comprendere la Parola.
 Questa relazione che abbiamo con il soprannaturale ci cambia e ci arricchisce nello spirito, ma non ci aggiusta le cose nel mondo  in cui viviamo, che continua ad andare come deve andare in base alle sue dinamiche naturali. La nostra fede infatti non ha nulla a che fare con la magia. Non portiamo un dio dalla nostra parte negli affari che abbiamo in corso in società e riguardo ai problemi che abbiamo con la natura, innanzi tutto con i nostri corpi, che infatti ad un certo punto ci danno qualche dispiacere, e sempre di più invecchiando. Attendiamo invece un beato compimento che è completamente nelle mani di colui nel quale religiosamente confidiamo e al di là di ogni nostra immaginazione. Non tentiamo di portare un dio sulle nostre vie, ma cerchiamo la nostra strada verso colui che ci chiama, ci trae a sé e ci attende alla fine della storia dell’universo.
  In conclusione: quando ci mettiamo a immaginare nuove organizzazioni sociali, anche al fine di corrispondere  a quella benevolenza soprannaturale che ci sovrasta e ci colma, non dobbiamo dimenticare che il punto di partenza, sia come individui che nei nostri gruppi, è nella realizzazione di una spiritualità, lavoro questo non facile perché non si tratta solo di tirar fuori cose da noi stessi, in particolare dalla nostra immaginazione e dalla nostra emotività,  ma di inserirci in una tradizione molto antica dalla quale la Parola  è scaturita per noi. Per questo è stata istituita la Chiesa della quale siamo parte viva, essa stessa realtà visibile e invisibile, punto di contatto e di mediazione tra il visibile e l’invisibile.

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A occhi aperti
(5 novembre 2012)

“Condizione di qualunque progetto da parte di gruppi cristiani
[…]
  Occorre … che siano adempiute molto più di quanto non sia stato finora tre condizioni precise:
-che questo progetto sia non solo nominalmente, dire per una “pia fraus” [trad.: per una bugia a buon fine], ideato e perseguito anche praticamente, in modo totalmente distinto dalla comunità di fede;
-che esso abbia una sua genialità creativa (cioè non sia solo una rimasticatura di dottrina e progetti altrove nati) e abbia una sua validità storica, risponda cioè ad un momento reale della storia, interpretato non solo con scienza (cioè con l’intelligenza), ma anche con sapienza (cioè con l’intuizione);
-e che infine esso nasca da un senso di giustizia disinteressata e soprattutto di carità genuina verso i compartecipi sociali, specialmente verso le categorie evangeliche privilegiate (i poveri, gli umili, i piccoli).”
[da: Giuseppe Dossetti, Eucaristia e città, Editrice A.V.E., 2011, euro 8,00, pag.57]
  Nel momento in cui a noi laici viene richiesto di influire sulla società del nostro tempo per promuovere certi valori che hanno un fondamento religioso, dobbiamo chiederci come farlo. Infatti i cristiani storicamente hanno a lungo improntato della loro fede le civiltà in cui si trovavano a vivere, in Europa almeno fin dal quarto secolo della nostra era, ma non tutti i modi in cui lo hanno fatto sono oggi praticabili, sia da un punto di vista oggettivo, delle forze in campo, sia da un punto di vista etico. Oggi, ad esempio, non ci affideremmo in questo a un imperatore cristiano o anche solo a una dinastia monarchica cattolica. E non accetteremmo di imporre alla gente la fede cristiana sotto pena di  sanzioni criminali. Né lanceremmo una crociata contro popolazioni di scismatici. Si tratta di forme di intervento dei cristiani nelle società del loro tempo che sono state storicamente attuate. Ai tempi nostri in genere la si pensa diversamente. Ma non è solo questione del senso comune, dell’opinione corrente, ma è proprio la nostra Chiesa che si è data leggi diverse, che le vietano quelle vie. Sono regole che troviamo nei documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), i quali, come ho ricordato varie volte in precedenza, non sono solo testi edificanti e istruttivi, ma leggi. Per alcuni di essi lo rivela il nome stesso che è stato dato loro: costituzioni, decreti. Ma anche quelli che sono stati denominati dichiarazioni hanno la stessa natura. E si tratta di leggi che, promanando dal Papa in unione con un Concilio ecumenico, hanno una particolare forza. Queste leggi, nonostante che nella loro stesura si sia avuta particolare cura nell’evidenziare la continuità con il pensiero precedente dei capi della nostra Chiesa, con le idee dei più autorevoli scrittori religiosi dei primi secoli, con le liturgie praticate fin da tempi molto antichi e, naturalmente,  con le Scritture sacre, divergono molto, quanto alle indicazioni operative, concrete, con quelle che ebbero vigore in altre epoche della nostra confessione religiosa. La fede è rimasta sostanzialmente la medesima, ma il modo di vivere dei cristiani nella storia è molto cambiato. Per altro, a mio parere, il Concilio Vaticano 2° non ha inventato nulla di ciò che di nuovo si è prodotto. Nelle intenzioni del papa Giovanni 23°, il quale lo indisse, esso aveva come scopo principale un aggiornamento delle leggi della Chiesa a una realtà che già  i fedeli stavano vivendo e praticando. Il risultato fu però qualcosa di più: quelle leggi furono concepite in modo da imprimere un movimento in avanti nel corpo ecclesiale, rendendo possibili ulteriori sviluppi delle dinamiche in atto, che infatti si produssero. Il magistero e l’azione di governo del papa Giovanni Paolo 2° ne sono stati straordinarie manifestazioni. Ma ancora più rilevante, anche se forse meno evidenziata nelle grandi fonti informative del nostro tempo, è stata la spinta che si è creata nella masse dei fedeli. C’è stata, nella nostra Chiesa, un profondo mutamento della religiosità popolare, del quale di solito si sottolineano gli aspetti negativi, ma che ne ha avuti anche di positivi.
 Vorrei evitare, in queste mie brevi note quotidiane, di ripetere cose che potete leggere, scritte meglio, con più scienza, in altri testi, ai quali rimando. Ragiono partendo dalla mia personale esperienza, tenendo presenti le esigenze di lavoro del nostro gruppo di A.C. . Quello che penso di poter dire è questo. A partire dalla metà del secolo scorso il ruolo delle masse cattoliche, in particolare dei laici, è diventato  più importante nella nostra Chiesa. Si richiede alla nostra gente un impegno nella società che prima non era preteso e veniva addirittura visto con sospetto. Lo si vuole informato e consapevole. Ma non è solo questo: lo si vuole creativo. Infatti l’assunto che i capi ecclesiali avessero il segreto della migliore organizzazione delle società civili si è rivelato fallace. E quando il beato Toniolo (1845-1918) scriveva che la salvezza sarebbe venuta da una società di santi, non da diplomatici, dotti o eroi, non  si riferiva innanzi tutto alla gerarchia ecclesiale. Questi nuovi compiti che, come laici, siamo chiamati ad assumere comportano che si decida anche come lavorare insieme, con piena responsabilità. Non si tratta più infatti di attuare nel concreto decisioni di massima prese ai vertici.
 In qualche modo, quella che stiamo vivendo è un’era veramente nuova.
 Si è presa, ad esempio, maggiore consapevolezza della rilevanza religiosa delle realtà profane, di ciò che accade fuori degli spazi liturgici. In passato si era giunti a una sorta di compromessi tra le autorità religiose e quelle civili, che condividevano le popolazioni a loro soggette. Certe questioni, come ad esempio le guerre, rimanevano fuori del campo del religioso. Popolazioni cristiane potevano essere arruolate le une contro le altre, i sacerdoti e i vescovi di ciascuna di esse invocavano il favore divino e prestavano l’assistenza spirituale ai combattenti e alle loro famiglie, e non si pensava che qualcuno potesse lecitamente, anche da un punto di vista religioso, sollevare una obiezione di coscienza in tutto questo. Una volta che, invece, si decida di intervenire, animati da spirito religioso, bisogna decidere come farlo tenendo conto che su certe scelte ci si può dividere, ma che, come Chiesa, bisogna rispettare il comandamento dell’unità del credenti, ma direi di più, dell’intero genere umano.
 Anticipando quello che mi pare di avere capito, bisogna considerare che sulle questioni sulle quali la gente di fede ritiene ora di aver voce in capitolo anche sulla base di moventi religiosi si deve discutere anche  in chiesa. Sarebbe strano che non lo si facesse, che cioè ognuno su argomenti di tale rilevanza fosse lasciato solo nel capire  e nel decidere. Anche perché nessuno, da solo, può veramente pretendere di poter ideare o scegliere la soluzione migliore. L’intelligenza dei fatti collettivi richiede una sapienza collettiva. Ma poi l’attuazione delle scelte deve essere demandata alla responsabilità di ciascuno, non della Chiesa, che ha rinunciato a questo tipo di potere dal momento che è espressione embrionale di una realtà che non è di questo mondo, e ognuno poi agirà insieme ad altri che compongono i vari corpi sociali implicati nelle decisioni, in modo laico, inteso come non esplicitamente religioso, in modo da poter coalizzare il massimo consenso possibile. Pensare di attuare esigenze di fede con lo strumento di corpi sociali civili riproporrebbe infatti la modalità desueta e impraticabile dell’impero cristiano.  Mentre rivestire di abiti religiosi certe soluzioni storiche, certe forme organizzative, certi modi di trasformare la società e la natura intorno ad essa, contrasterebbe con la libertà di coscienza.
 L’Azione Cattolica, nel suo percorso formativo, ci consiglia esercizi di laicità, vale a dire di provare in concreto, nei nostri gruppi, a prendere in esame le nostre relazioni di fedeli cristiani con i corpi sociali nei quali siamo inseriti e di capire come si possa fare per esprimere nell’azione civile le nostre idee a fondamento religioso. Questa è una parte importante del lavoro in Azione Cattolica e che differenzia molto i nostri gruppi da quelli molto più centrati, ad esempio, su esperienze di spiritualità religiosa o di preghiera. In questo Anno della Fede possiamo però sentirci chiamati a qualcosa di più. Ne parla la lettera apostolica di indizione. Sappiamo abbastanza della storia della nostra Chiesa, dei problemi che ha dovuto affrontare, delle soluzioni che di volta in volta sono state attuate? Questa è una parte importante dell’attività alla quale siamo stati sollecitati. Non si tratta, quindi, solo di conoscere meglio il catechismo, fosse anche un’opera piuttosto estesa come il Catechismo della Chiesa cattolica, il quale pure è sicuramente un utile punto di riferimento. Bisogna aprire gli occhi sul mondo intorno a noi. Se non lo conosciamo bene, non possiamo influire su di esso. E a volte a chi ci circonda può sembrare che la nostra esperienza religiosa abbia la realtà di un sogno, tanto è distaccata dalle dinamiche umane concrete. Eppure in certe storie bibliche è proprio da certi sogni che scaturiscono importanti decisioni nell’animo della persona di fede. Come in ogni cosa, quando si tratta di religione, si tratta di tenere tutto insieme, prospettive religiose e prospettive profane, il cielo e la terra, pur nella consapevolezza della loro diversità. E’ quello che Giuseppe Lazzati (1909-1986) definiva unità dei distinti.

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30
La città dell’uomo
(7 novembre 2012)

“… il concilio ha fatto quello che, nella storia della chiesa, fino ad allora non era stato fatto: ha espresso chiaramente quale sia la vocazione del fedele laico, precisando non tanto il fine (la santità a cui tendere, di cui è pina, in dottrina e in fatto, la storia della chiesa), quanto la via attraverso la quale tendervi e giungervi.
 Il fine è espresso nelle parole “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio” [ Lumen gentium, n. 31]. La via da percorrere è indicata, con altrettanta chiarezza: “trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”[Lumen Gentium n.31]
[da: Giuseppe Lazzati, La città dell’uomo – Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo, Editrice A.V.E., 1984, pag.50]

“Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano.
[…]
 Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni di vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi all’interno e a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante  l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a manifestare Cristo agli altri,  principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e  ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano sempre fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore.”
[Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), cap.4° n. 31, lett.a) e b)]

 Le parole della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, del Concilio Vaticano 2°, che ho sopra citato sono uno dei punti fondamentali dei vari ragionamenti e delle decisioni di quella grande assemblea di vescovi che si riunì tra il 1962 e il 1965. Una novità assoluta nella legislazione nostra Chiesa, come rilevò Giuseppe Lazzati (1909-1986) nel libro che ho menzionato (purtroppo non più in commercio). Non certo del tutto una novità nell’esperienza storica dei cristiani. Bisogna dire però che, a mio parere, solo con i moti europei e nordamericani  di fine Settecento la questione di un ruolo più attivo in religione della gente comune, di coloro che quindi non erano capi religiosi riconosciuti, si pose in  modo nuovo, rendendo possibili gli sviluppi che, nella Chiesa cattolica, hanno portato alla situazione dei tempi nostri, che manifesta ancora potenzialità non sfruttate. I problemi che in merito sono sorti e che ancora sorgono sono analoghi a quelli che si sono prodotti nell’evoluzione politica democratica delle società contemporanee. Questo manifesta con una certa evidenza che si tratta di movimenti della stessa natura, pur in ambiti diversi. Nel passaggio dalla posizione di sudditi, solo soggetti a un potere altrui, a quella di cittadini, partecipi delle decisioni più importanti che riguardano le collettività, c’è chi si sente disorientato, impreparato, deluso dai risultati ottenuti, sfiduciato nelle prospettive, e allora guarda con una certa nostalgia al passato, per altro piuttosto idealizzato, quindi abbastanza distante dalla realtà storica. Infatti nella via verso la cittadinanza compiuta si incontrano le masse, grandi collettività, composte di persone che si vuole con la medesima dignità, di gente che reclama di poter dire la propria e di essere ascoltata. Non sempre è un bello spettacolo. Decidere insieme, ascoltando le ragioni di tutti e poi però accettando di seguire il volere di una maggioranza, soprattutto subordinando il bene proprio personale a quello dell’intera collettività, è difficile, a volte sfiancante. E’ problematico in particolare avere una visione sufficientemente affidabile delle cose, perché questo significa perdere tempo  e fare uno sforzo per informarsi, cercando di raggiungere un punto di vista realistico, anche ascoltando chi ne sa di più. Chi ne sa di più deve da parte sua avere la pazienza di comunicare con gli altri, anche se ignoranti di certe cose, e di dialogare con loro, anche quando pongono obiezioni palesemente infondate. La tentazione che c’è sempre è quella di tagliare corto e, da  un lato, di seguire la gente che pare più decisa nell’imporre la propria volontà e, dall’altro, di forzare la  mano imponendosi sugli altri sovrastandoli e tacitandoli in qualche  modo.
 Come c’entra tutto questo nell’esperienza di un piccolo gruppo parrocchiale di laici come il nostro? C’entra perché il lavoro per elevarsi, collettivamente, a quella nuova dignità laicale che è espressa nelle parole della Lumen gentium è ciò che maggiormente caratterizza l’Azione Cattolica dei tempi nostri. Come si spiega questo? Si tratta di cosa che deriva da una realtà sociale di impegno di fede che ha preceduto   i deliberati conciliari e di cui l’Azione Cattolica e le organizzazioni che storicamente la precedettero furono protagoniste. Le decisioni del concilio vennero infatti viste come un aggiornamento. Ma aggiornamento di che e verso che cosa? Ad essere aggiornata è stata la legislazione della nostra Chiesa; essa fu aggiornata per riconoscere la bontà di un’esperienza laicale che già esisteva, dall’Ottocento. Questo significa ammettere che i padri conciliari non furono veramente degli innovatori, ma, appunto degli aggiornatori, e che l’innovazione si era già prodotta  e attendeva solo di essere riconosciuta.
 Tornerò sulle questioni della nuova concezione dell’impegno laicale formulata nel corso del concilio, ma, per rendere meglio l’idea del cambiamento e della sua origine, voglio riferirmi alla questione, molto grave, dell’antigiudaismo cristiano, una realtà molto antica e pervasiva.
 Chi oggi, tra i fedeli cattolici, sottoscriverebbe queste parole:
“Niente è più miserabile … di questo popolo che non ha mancato occasione per rinunciare alla propria salvezza, sono bestie selvagge … come gli animali, anzi più feroci di loro … il profeta espresse la insania della loro libidine con una parola che si riferisce agli animali”
scritte a proposito degli ebrei?
 Sono citate nel libro di Gianna Gardenal, L’Antigiudaismo nella letteratura cristiana antica e medievale, Morcelliana, 2001, a pagine 56 e 57, e attribuite a S. Giovanni Crisostomo (344-407), il quale le scrisse in due delle sue otto omelie contro i giudei.
 L’antigiudaismo cristiano, ancora piuttosto marcato nel corso del Novecento, fu ripudiato dalle genti cristiane dopo la tragica esperienza della persecuzione e dello  sterminio degli ebrei perpetrati dai regimi nazisti e fascisti europei, prima di esserlo dalla legislazione della nostra Chiesa. Anche in questo caso i deliberati del concilio furono un aggiornamento, un tenersi al passo con i  tempi in ciò che essi avevano prodotto di buono.
 Per quanto riguarda il nuovo impegno laicale dei cattolici nella società, in particolare dalle società rette da regimi democratici, in cui la gente aveva più voce e possibilità di influire sulle scelte supreme, esso iniziò a manifestarsi nel corso dell’Ottocento, molto vivacemente, e non venne sempre assecondato dai capi religiosi. Si tratta di una storia che presentò anche aspetti dolorosi, in particolare in Italia, dove la frattura con l’organizzazione civile del nuovo stato unitario, retto su basi democratiche, fu estremamente netta, a causa della cosiddetta questione romana, che riguardava le rivendicazioni territoriali dei papi sul territorio del Regno d’Italia, in particolare sulla città di Roma. In generale i papi furono, almeno fino al 1944, piuttosto sospettosi sull’impegno sociale autonomo dei laici cattolici e, di solito, ammisero un’attività sociale del laicato solo come attuazione puntuale di deliberati pontifici, principalmente in funzione difensiva del papato e delle organizzazioni del clero e dei religiosi.
  Il fatto che i capi della nostra Chiesa siano venuti a sancire dopo certi cambiamenti che si erano già prodotti nel loro popolo non deve però stupire. Essi infatti hanno formazione prevalentemente teologica e ogni teologia, anche quando appare innovativa rispetto  ad una precedente, non innova veramente, perché ragiona sempre sulla fede della Chiesa, quindi su qualcosa che già c’è. La fede è sicuramente creativa, di questo abbiamo sicura esperienza, non così la teologia. Innovare non è il suo mestiere. Essa però può dare veste teologica a un’innovazione, chiarendo, ad esempio, che certi principi, come la comune dignità degli esseri umani, sono presenti nella fede delle origini, quindi nel cosiddetto deposito di fede, pur se come potenzialità storicamente poco o per nulla sfruttate e, innanzi tutto, capite.
 Per oggi mi fermo qui. Vorrei invitarvi a tenere a mente e a riflettere su queste parole della Lumen Gentium: “Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.”. Vi tornerò sopra, riassumendo quello che in merito mi è stato insegnato in tanti anni di formazione alla fede. Vi prego di ragionarci su anche voi e, in particolare, di correggere o integrare quello che su quell’argomento scriverò. In particolare terrò conto dell’insegnamento di Giuseppe Lazzati, dichiarato Servo di Dio, il primo grado nel processo di  proclamazione di uno dei santi ufficiali della Chiesa, e del beato Giuseppe Toniolo, la cui esperienza ho potuto conoscere fin da ragazzo attraverso ciò che ne scrisse in un libro un mio zio professore. Invoco religiosamente la loro intercessione in questa mia opera di divulgatore parrocchiale che faccio da ignorante colto, da persona quindi che si è un po’ familiarizzata con certi concetti, ma senza essere veramente esperta sulla maggior parte di essi, in particolare nella materia teologica. La mia formazione specialistica è giuridica.
   
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Una lunga storia
(8 novembre 2012)

 Nei miei precedenti interventi su cose della nostra fede comune c’erano molti richiami a fatti storici. Si tratta di un modo di procedere che non è molto diffuso, in particolare nella fase dell’iniziazione religiosa. E’ una cosa che si può constatare, ad esempio, nel Catechismo della Chiesa cattolica, un’opera destinata al grande pubblico su scala mondiale, e che pure ha avuto una evoluzione storica dalla prima edizione, nel 1993, alla seconda, nel 1997, in particolare sul tema della pena di morte. In quel testo non emerge con chiarezza, anche se se ne parla, che la Chiesa, nella sua componente “terrestre”, “nel secolo” come si suole dire, ha avuto una storia, quindi diverse manifestazioni le quali hanno riguardato anche concezioni molto importanti. Del resto si tratta di uno scritto su base teologica e la teologia, in particolare quella cattolica, tende a lavorare per stabilire una  continuità con le origini, in primo luogo perché quella continuità accredita la verità della religione, per il legame molto stretto che nel cristianesimo si vuole mantenere con il primo maestro, e poi perché essa è in linea con l’idea che la Chiesa abbia anche una componente soprannaturale in virtù della quale è sempre la stessa in ognuna delle sue varie espressioni compresenti sulla Terra e succedutesi nella storia. Questo qualche volta porta a mettere in secondo piano l’evoluzione storica che c’è stata anche nelle nostre collettività religiose e, comunque, a presentarla fondamentalmente solo come una serie di progressi verso una maggiore e migliore comprensione del messaggio di fede nei quali il passato è comunque tutto contenuto nei tempi successivi, ponendo così in risalto il dispiegarsi di un disegno soprannaturale coerente che regge le cose umane. Questa visione è utile per dare il senso complessivo dell’interpretazione della storia umana come noi la proponiamo in religione. Può creare qualche problema se però, nel compito che è proprio dei fedeli laici, vale a dire quello di trattare le cose temporali e di ordinarle secondo Dio, secondo l’espressione utilizzata nella costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), quindi, in termini correnti, di realizzare un’organizzazione delle società umane più in linea con i nostri ideali religiosi, noi trascuriamo certi dettagli della storia e certi meccanismi delle cose umane e, in particolare, che il nostro presente per certi versi ha significato il ripudio di una parte del passato ed è fatto anche di questo. Bisogna infatti rendersi conto che noi non costruiamo sul nulla, ma ci inseriamo in dinamiche preesistenti e utilizziamo il materiale e le persone che ci sono. Giuseppe Lazzati definì questo lavoro costruire la città dell’uomo.
 Egli scrisse nel libro La città dell’uomo – Costruire da cristiani la città dell’uomo a misura d’uomo, Editrice A.V.E, 1984, pag.19:
Tenendo presente l’immagine del “costruire” che guida la nostra riflessione, è immediato il riferimento all’architetto o all’ingegnere; al progettista, insomma, che, per prima cosa, vuol rendersi conto del terreno sul quale costruire l’edificio che gli è commissionato […] E’ questa  l’immagine di quell’indispensabile coscienza di un passato  di cui non [si] può fare a meno […]  
 Il ricordato architetto elaborerà poi il progetto dell’edificio commissionato tenendo conto dei materiali che ha a disposizione e pensando le strutture rispondenti alle esigenza che, in quel momento e per un certo periodo di tempo, possono soddisfare meglio coloro che nell’edificio porranno la loro abitazione, i loro uffici, la loro industria.
  Bisogna ragionare molto su questo sapiente costruire nel mondo che ci compete come laici e che è quell’attività che nella Lumen Gentium viene definita, con linguaggio teologico, ordinare le cose temporali secondo Dio. Qualche volta noi tendiamo a concepirci più che costruttori come dei restauratori di un edificio che c’era già e che nel tempo ha subito danni. Interroghiamoci: questa idea è affidabile, realistica?
  Io vi propongo questa riflessione: ci sono nel mondo in cui oggi viviamo tante cose che non c’erano nel passato. Questo non ha influenza sul nostro lavoro di costruttori di mondi? Tutto ciò che di nuovo si è prodotto è male?
 Queste differenze con il passato non riguardano solo gli oggetti, i materiali e gli strumenti, ma anche le persone, le idee e le organizzazioni sociali. Ad esempio, considerate come è mutato, dai tempi delle prime comunità cristiane, il ruolo delle donne nelle società occidentali. Quella che nella Palestina di due millenni fa era in un certo qual senso la regola, vale a dire la discriminazione sociale nei loro confronti, oggi è considerata come un illecito, perché vietata dalla nostra Costituzione e da altre leggi nazionali, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (entrata in vigore il 1-12-09) e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1955).
 Poiché la nostra azione nel mondo in cui viviamo ha anche un significato religioso e la nostra fede religiosa ha una sua importanza nel lavoro che svolgiamo nella società civile, in particolare come cittadini di una democrazia, anche la storia rientra nel campo dei nostri interessi specificamente religiosi. Questo significa che, pur attendendo la manifestazione piena di ciò che nella fede religiosa crediamo, il nostro atteggiamento nella storia non può essere solo quello dell’attesa. Parafrasando un simpatica espressione in romanesco che una volta pronunciò in una udienza pubblica il papa Giovanni Paolo 2°, dobbiamo darci da fare. Questo darsi da fare richiede appunto di prendere coscienza di ciò che si muove intorno a noi e delle dinamiche storiche delle società in cui viviamo, perché non sia sconsiderato, improvvisato, superficiale e quindi vano o addirittura controproducente. Il Concilio Vaticano 2° ha usato per rendere questa idea un’espressione che molti sicuramente conoscono: scrutare i segni dei tempi:
È l'uomo dunque, l'uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.
Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione.
Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito.
[…]
Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico.
[dalla costituzione pastorale Gaudium et spes]
 Ieri ho richiamato la vostra attenzione sull’espressione trattare le cose temporali per ordinarle secondo Dio (nella costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano 2°), che, secondo l’interpretazione di Giuseppe Lazzati, significa costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo; oggi faccio la stessa cosa con scrutare i segni dei tempi (nella costituzione Gaudium et spes), che significa vivere, da cristiani, ad occhi aperti nel mondo, consapevoli della sua storia e di ciò che in esso si agita. Penso che, addirittura, trattandosi di cose che riguardano la nostra religione, potremmo provare a costruirci sopra una preghiera da mandare a memoria. E dovremmo riflettere su come fare, nel nostro lavoro associativo, nelle occasioni che abbiamo di riunirci, per dare uno spazio a questi aspetti.
 Ad esempio, nella riunione del martedì abbiamo uno spazio di meditazione biblica, utilizzando le letture della Messa della domenica seguente, un altro spazio di riflessione e discussione su temi ecclesiali: potremmo forse dedicare almeno qualche minuto a quell’esercizio di laicità che consiste nel prendere coscienza del corso della storia che stiamo vivendo a partire dalla nostra concreta esperienza, dalle nostre vite. In questo costituisce senz’altro una ricchezza avere un gruppo nutrito di anziani tra noi, che possono riferirci del passato non sulla base di quello che hanno letto, ma di quello che hanno vissuto. E’ una cosa che abbiamo iniziato a fare prima dell’estate. Ricordate quando Maria Cretella ci ha narrato della sua esperienza di giovane di Azione Cattolica in tempo di guerra, con gli aerei che, nei tempi di plenilunio, venivano a bombardare, partendo dalla base britannica di Malta, la ferrovia che passava vicino al suo paese? Non abbiamo allora apprezzato meglio, a partire da quella storia così coinvolgente, il lungo periodo di pace che, dalla fine di quella guerra, abbiamo vissuto in Europa?
 Poiché si tratta di un’opera religiosa, anche se  si tratta di recuperare ricordi di una storia molto concreta che si è vissuta nel mondo profano, vale a dire di quello che c’è fuori delle nostre chiese, la possiamo affrontare senza certi assilli che guastano le cose quando le si affronta, ad esempio, negli studi, con l’ansia degli esami, o in politica, con la premura di sovrastare gli avversari. Si procederà anche in questo con il ritmo lento e attento di una preghiera, cercando di far reagire i fatti di cui facciamo memoria con la nostra fede. Certe volte, quando si prega intensamente, pare che il tempo si dilati e che quindi basti a dire tutto ciò che si agita in noi. Allo stesso modo, con il ritmo della preghiera, dobbiamo ricapitolare la nostra storia e il mondo in cui viviamo, curando molto i dettagli, senza fretta, nello sforzo di non dimenticare nulla e nessuno, nell’anelito religioso di venire incontro a tutti. Possiamo agire così nel presupposto di fede che il beato compimento della storia, in cui confidiamo, non sarà opera nostra, ma verrà dall’alto. A noi compete solo assecondare questo movimento, non perché esso dipenda da noi, ma semplicemente per continuare a farne parte, per assentirvi (questo effettivamente dipende da noi), in quello che potremmo riassumere con la parola amen.

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Sentirsi responsabili di tutto
(10 novembre 2012)

“Il questa solitudine, che ciascuno ‘regala’ a se stesso, si perde i senso del ‘con-essere’ … e la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole …. sino alla riduzione al singolo individuo.
[…]
C’è da chiedersi, a questo punto, se tali degenerazioni non siano insite nella decadenza del pensiero occidentale, come sostiene Lévinas [Emmanuel Lévinas, 1905-1995, filosofo francese]. A suo parere, possono essere evitate non con il semplice richiamo all’altruismo e alla solidarietà; ma ribaltando tutta la impostazione occidentale, cioè ritornando alla impostazione ebraica originale, nella quale si dissolve proprio questa partenza dalla libertà del soggetto. I figli d’Israele sul Sinai, nel momento fondante di tutta la loro storia, quando Mosè propose loro la Legge, hanno detto:  ‘Faremo e udremo (Es 24,7)’.
 Cioè essi scelsero un’adesione al bene, precedente alla scelta tra bene e male. Realizzarono così un’idea ‘pratica’ anteriore all’adesione volontaria: l’atto con il quale essi accettarono la Thorà precede la conoscenza, anzi è mezzo e via della vera conoscenza. Questa accettazione è la nascita del ‘senso’, l’evento fondante l’instaurarsi di una ‘responsabilità irrecusabile’”.
[Dal discorso Una sentinella nella notte,  pronunciato da Giuseppe Dossetti nel 1994 nell’ottavo anniversario della morte di Giuseppe Lazzati. Ora in Armando Oberti (a cura), Lazzati, un cristiano nella città dell’uomo, Editrice A.V.E., 1996, pag.27]
 Una delle caratteristiche dell’esperienza religiosa cristiana è che essa non nasce da una contrattazione con un dio, per assicurarsene i favori nelle cose della vita. Non ha quindi molta importanza sapere che cosa si guadagnerà in concreto avendo fede e che cosa di preciso si dovrà fare per avere un certo risultato. E, in definitiva, rimangono in secondo piano anche le stesse questioni dell’esistenza di una controparte soprannaturale, quindi l’argomento “un dio c’è”, e dei prodigi che il soprannaturale produce nella storia. Questo è paradossale agli occhi dei non credenti, i quali invece attribuiscono molta rilevanza a tutte quelle cose e, pensando di scuotere le convinzioni religiose, fanno notare che il soprannaturale è invisibile, che non si manifesta nel mondo dal momento che le cose vanno sempre come devono naturalisticamente andare e che tutte le nostre storie religiose hanno la consistenza di fiabe, per altro neppure costruite in modo tanto coerente. Non sono questioni che lasciano indifferente la persona di fede, certamente la fanno soffrire; è scritto ad esempio nei salmi, che sono parte della Bibbia: i nostri nemici ridono di noi (Sal 80,7), le lacrime sono il mio pane giorno e notte / mentre mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?” (Sal 42,4). Ma, in definitiva, l’animo religioso sente di non poter rinunciare a una certa visione della vita, per una questione che riguarda la giustizia e che apre il cuore: corro sulla via dei tuoi comandi / perché hai allargato il mio cuore (Sal 119, 32). Non accetta la violenza che vede intorno a sé e non sopporta di fuggirne la responsabilità rispondendo a quella voce interiore che ode in sé con un “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gen 4,9). Come argomentato da Dossetti, sulla linea di Lévinas, la nostra adesione religiosa al bene precede qualsiasi contrattazione, qualsiasi ragionamento di convenienza, è assoluta, non dipende in alcun modo dal corso naturale delle cose (infatti diciamo che ha origine soprannaturale) e per questo non è smentita dalle sconfitte, nasce da un sentimento molto forte di giustizia che origina nello stare con gli altri e che è piuttosto duro reprimere. Quest’ultimo ha a che fare con la felicità umana. Lo avvertiamo in noi, ma capiamo che non ha fondamento in noi: infatti siamo cresciuti imparando a conoscerlo, è oggetto di un insegnamento, che il più delle volte abbiamo ricevuto fin da molto piccoli. E’ un comando interiore, ma non è costrizione: esso infatti dà gioia e ha storicamente avuto intense espressioni sociali, tanto da improntare di sé l’Europa fin dal tempi molto antichi. E’ a questo che ci si riferisce quando si parla di radici cristiane dell’Europa.
 Ci sono altre forme di religiosità? Certamente sì. Quindi pensare al fenomeno religioso come un qualcosa di unitario, perché “si crede in un dio” è errato. Ciascuna religione ha un suo specifico, in particolare quelle che hanno avuto una lunga storia. Ma non è solo questo. Anche all’interno delle singole confessioni, di ciascuna collettività religiosa esistono molte varianti ammesse. Accade anche nella Chiesa cattolica, la cui principale caratteristica, nonostante un’opinione corrente, non è l’uniformità.
 Nell’Italia di oggi, oltre alla storica presenza di Chiese cristiane riformate si è aggiunta, per l’immigrazione, quella di confessioni dell’ortodossia dell’Europa orientale. Con gli altri cristiani i cattolici condividono, in misura maggiore o minore, quasi tutto di ciò che nella nostra concezione religiosa è essenziale.
 C’è poi l’ebraismo italiano, una presenza che è coeva con la diffusione del cristianesimo nella penisola. Dopo oltre millecinquecento anni di discriminazioni e vere e proprie persecuzioni subite dagli ebrei da parte dei cristiani, il cui inizio si fa risalire al quarto secolo della nostra era in concomitanza  con l’affermarsi  del cristianesimo nelle istituzioni dell’impero romano,  a partire dal Concilio Vaticano 2° si sono dischiusi ai cattolici i tesori del pensiero ebraico, che sempre più spesso vengono menzionati dai nostri teologi e che sono stati divulgati in ambienti più vasti da autori come il Levinas, sopra citato da Dossetti.
 Sempre per via dell’immigrazione, dall’Asia e dall’Africa, stanno affermandosi anche da noi fedi islamiche, le quali sono piuttosto distanti dal cristianesimo, pur condividendone alcune storie religiose.
Ma il panorama della religiosità in Italia non si esaurisce qui: conviviamo, ad esempio, con genti che praticano l’induismo, il buddismo e il sikhismo.
 Infine, nella nostra Italia sono abbastanza diffuse credenze di tipo magico, in cui si pensa di poter ottenere vantaggi soprannaturali nelle cose della vita mediante certe pratiche, in particolare certi riti. Fedi di questo tipo hanno preceduto e accompagnato il cristianesimo e quest’ultimo in genere le ha contrastate, anche piuttosto duramente.
 Ai tempi nostri appare anche possibile in concreto un’esistenza umana priva di esplicite convinzioni religiose, dell’adesione a una confessione istituzionalmente costituita. Su Il Venerdì di Repubblica  di questa settimana, Andrea Tarquini, nell’articolo I senza Dio, riferisce del fatto che, come scritto dal giornalista polacco Mariusz Szczygiel nel libro Fatti il tuo paradiso (Nottetempo editore),  solo il 14 % degli abitanti della Repubblica Ceca si definisce credente nei sondaggi, questo nonostante che in quella nazione la vita sociale sia  improntata a forti valori etici. Ma, in definitiva, quel dato non sorprende perché è tutto sommato in linea con i dati sulla pratica religiosa nell’Europa del nord, che per altro registra anche valori ancora più bassi. L’Italia di oggi, con il suo circa 30% di praticanti, di persone che vanno a Messa la domenica, costituisce in questo una eccezione (ma la percentuale di coloro che si definiscono genericamente credenti e che mantengono un riferimento al cristianesimo come religione è molto più alta, superando la maggioranza assoluta della popolazione).
 Dopo il Concilio Vaticano 2° e a seguito dei principi in esso affermati, possiamo vivere da cattolici con più serenità l’attuale pluralismo in materia religiosa e instaurare e mantenere rapporti amichevoli con fedeli di altre religioni e con persone non religiose. Non è stato sempre cosi, siamone consapevoli.
  In particolare, l’iniziativa dell’Anno della Fede, che stiamo vivendo nella nostra Chiesa, non è stata pensata per contrastare quel pluralismo o per conseguire una maggiore uniformità nella nostra confessione religiosa. Non c’è questo nella lettera apostolica di indizione Porta Fidei dell’11 ottobre 2011.
 In questo Anno della Fede siamo stati invece invitati a riflettere, acquisendone maggiore e più precisa consapevolezza, su ciò che specificamente caratterizza la nostra esperienza religiosa. Abbiamo infatti la convinzione che il cristianesimo abbia ancora qualcosa da dire e da fare nel mondo di oggi, che quindi sia possibile  e necessaria una nuova evangelizzazione, a partire innanzi tutto da una rinnovato impegno pubblico nel quale la professione religiosa sia concepita e vissuta come un atto personale ed insieme comunitario.
 Poiché è venuto ad avere meno credito nella società, per il pluralismo di cui dicevo, l’affidamento sacrale nelle autorità religiose cattoliche, che pure mantengono un ruolo importante come punto di riferimento etico, e nella dottrina da esse insegnata, sta divenendo più importante l’azione svolta dai fedeli laici nella società per promuovere valori in linea con la nostra fede religiosa. Essa è stata finora piuttosto efficace, consentendo una certa pervasività delle idee religiose nella società, nonostante la diminuzione delle vocazioni sacerdotali e di quelle religiose. E lo è stato perché non si è limitata alla mera propaganda religiosa e al proselitismo, ma ha agito in concreto per quell’azione di costruzione della città dell’uomo, di cui parlava Giuseppe Lazzati nei brani che ho citato nei giorni scorsi. Ognuno ha sicuramente in mente esempi di quello che dico.  Questo si è fatto in tempi che, per vari motivi, non sono stati molto favorevoli allo sviluppo dell’azione propriamente laicale, tanto che il laicato italiano è stato definito il brutto anatroccolo (in Fulvio De Giorgi, Il brutto anatroccolo, Paoline Editoriale Libri, Saggistica paoline, 2008, euro 16).
  L’Azione Cattolica è da sempre particolarmente impegnata nel miglioramento della presenza dei laici cattolici nella società del loro tempo, non tanto con il metodo della contrapposizione, del fare blocco sociale  o del costituire piccole isole di salvati, ma con quello del farsi evangelicamente lievito o sale per metaforicamente fare crescere e rendere sapidi in umanità.  Una delle ragioni che possono spingere a un impegno in un gruppo di Azione Cattolica è quella di voler vivere in questo modo l’impegno di responsabilità religiosa di cui ci si sente partecipi.

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Costruire la città dell’uomo come dovere religioso
(12 novembre 2012)

[…]
APPELLO FINALE
Cattolici
81. Noi scongiuriamo per primi tutti i Nostri figli. Nei paesi in via di sviluppo non meno che altrove, i laici devono assumere come loro compito specifico il rinnovamento dell'ordine temporale. Se l'ufficio della gerarchia è quello di insegnare e interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta a loro, attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, penetrare di spirito cristiano la mentalità della loro comunità di vita. Sono necessari dei cambiamenti, indispensabili delle riforme profonde: essi devono impegnarsi risolutamente a infondere loro il soffio dello spirito evangelico. Ai Nostri figli cattolici appartenenti ai paesi più favoriti Noi domandiamo l'apporto della loro competenza e della loro attiva partecipazione alle organizzazioni ufficiali o private, civili o religiose, che si dedicano a vincere le difficoltà delle nazioni in via di sviluppo. Essi avranno senza alcun dubbio a cuore di essere in prima linea tra coloro che lavorano a tradurre nei fatti una morale internazionale di giustizia e di equità.
[dall’enciclica Populorum progressio (termini latini. Traduzione: Lo sviluppo dei popoli), del papa Paolo 6°, del 1967]

 “Considero l’enciclica Populorum progressio, del papa Paolo 6°, pubblicata il 26 marzo 1967, di gran lunga il documento del magistero ecclesiale in materia di dottrina sociale più coinvolgente ed emozionante. Ad essa si è esplicitamente collegato il papa Benedetto 16° nell’enciclica Caritas in veritate” [traduzione: l’amore nella verità], del 2009, un altro testo importantissimo.
 Potete leggere la Populorum progressio sul WEB  a questo indirizzo:
  Quando fu pubblicata ne sentii parlare in famiglia, ma ero troppo piccolo (avevo dieci anni) per capirne l’eccezionale rilevanza. Da adolescente, negli anni ’70, ne vissi gli ideali e gli sviluppi, ma non mi curai di conoscerla in dettaglio. Solo da universitario, in FUCI, ne fui come folgorato.  Da allora l’Appello finale che ho sopra trascritto sta fisso nel mio cuore. Rimpiansi di non aver cercato di capire meglio l’anziano papa dei miei anni più giovani, che era da poco morto. Era stato molto criticato, anche tra i suoi. Anch’io avevo avvicinato la sua figura con un po’ di sufficienza, come spesso usano fare i ragazzi con i molto anziani, con le persone che appartengono a un altro tempo. Può sembrare strano oggi, dopo che con il papa Giovanni Paolo 2° ci siamo abituati a folle di giovani che acclamano il papa. Negli anni ’70 era molto diverso. Fu un’epoca che parve molto promettente, ma che fu anche tragica, attraversata da conflitti durissimi e da sconsiderate esagerazioni polemiche. Il papa Montini, fine intellettuale e profondo conoscitore delle cose del mondo, soffriva. Vedeva la Chiesa che sembrava sbandarsi, nei contrasti accesi tra rivoluzionari e conservatori. Intuiva meglio di altri le gravissime conseguenze che potevano derivare dall’affermarsi di ideologie che svalutavano la famiglia come fonte di relazioni amorevoli. Nello stesso tempo resisteva a chi proponeva di cancellare o di neutralizzare l’aggiornamento  ordinato dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Il dolore interiore che traspariva dalla sua figura fu scambiato per incertezza dai conservatori. I rivoluzionari videro in lui un ostacolo al progresso. Eppure egli fu il papa della Populorum progressio. Si pensava che fosse un uomo del passato, di un altro tempo: egli fu effettivamente uomo di un altro tempo, ma del tempo futuro, di questo nostro tempo che stiamo vivendo. Il gigantesco riequilibrio a livello globale tra popoli un tempo poveri e i popoli più ricchi, che caratterizza la nostra epoca, è infatti la manifestazione ancora travagliata e minacciata di un nuovo ordine mondiale che potrebbe realizzare su scala globale l’era di pace sperimentata da noi europei dalla fine della Seconda guerra mondiale. Come per ogni cosa umana questo movimento è suscettibile di regressi e di mutamenti di direzione.  La Populorum progressio ci insegna che è nostro dovere religioso intervenire nella sua storia per evitare che le cose si mettano male.
 Costruiamo sulle parole di Paolo 2° una preghiera, una specie di salmo:

Noi laici rispondiamo all’appello:
assumeremo  come nostro compito specifico il rinnovamento dell'ordine temporale;
di nostra libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, al fine di penetrare di spirito cristiano la mentalità delle nostre comunità di vita.

Promuoveremo cambiamenti e le  indispensabili delle riforme profonde;
ci impegneremo risolutamente ad infondere in essi il soffio dello spirito evangelico.
Porremo la nostra competenza nella nostra attiva partecipazione, in prima linea, alle organizzazioni ufficiali o private, civili o religiose che si dedicano a  tradurre nei fatti una morale internazionale di giustizia e di equità.

 Oggi in genere c’è scarsa consapevolezza della storia ecclesiale che precede quella del papa regnante. E’ come se la morte di un papa chiudesse un’era.
 Quando morì il papa Paolo 6°, il mio zio professore di Bologna, Achille Ardigò, mi portò su Ponte Sisto, qui a Roma, che allora era sovrastato da strutture metalliche, delle passerelle pedonali costruite nell’Ottocento, e, guardando il “Cupolone” mi disse  proprio così “E’ la fine di un’era; ogni morte di papa chiude un’era nella storia della Chiesa”. Con una chiave incise sul parapetto metallico della passerella la frase “E’ la fine di un’era”, perché, ogni volta che sarei passato di lì, mi ricordassi di questo concetto. Ma, circa vent’anni dopo, le passerelle metalliche vennero levate e con esse anche quella frase, che tuttavia mi porto dentro molto chiaramente.
 La Populorum progressio  non è una legge della Chiesa, ma un documento del magistero ecclesiale e contiene insegnamenti particolarmente autorevoli provenendo da un papa. Quel magistero non è stato mai revocato; è quindi ancora attuale e vive nella Chiesa di oggi in vari modi. Quell’enciclica liberò forze potenti nella nostra Chiesa a livello mondiale. In un certo senso costituì una sorta di ordine di esecuzione dei deliberati conciliari. Essa conteneva un appello ai popoli della Terra che non aveva precedenti, in quanto diretto a suscitare a partire da essi stessi un movimento mondiale per la realizzazione nelle società civili di una pace fondata sulla giustizia. In particolare esso coinvolgeva i laici cattolici, con una grandissima apertura di credito nei loro confronti, chiamati ad agire nella storia senza attendere  consegne o direttive dal clero.
 In Italia una delle conseguenze più importanti di quell’appello fu il fondamentale convegno ecclesiale nazionale tenuto a Roma nel 1976 sul tema Evangelizzazione e promozione umana, preceduto da una lunga fase di preparazione in cui tutto il laicato italiano fu coinvolto. Dalla fine degli anni ’60 i concetti di promozione umana e di liberazione cominciarono ad essere affiancati a quello di evangelizzazione, nello spirito della Populorum progressio. Questo segnò una discontinuità nella storia dell’impegno nella storia dei fedeli laici italiani. In precedenza infatti essi erano stati prevalentemente chiamati a un attivismo pubblico in difesa dell’organizzazione del clero, in particolare in difesa delle prerogative dei papi, dei vescovi, dei sacerdoti, degli istituti religiosi e per la tutela del patrimonio della Chiesa, ancora imponente pur dopo le spoliazioni conseguenti all’unità nazionale dell’Italia, in cui il papato era stato tra le monarchie italiane sconfitte.
 Riassumendo molto, si può dire che, a partire dalla Populorum progressio, l’azione per la realizzazione della giustizia sociale venne considerata una forma di evangelizzazione e, anzi, la più efficace tra esse. Si noti, per avere un’idea della cosa, che l’introduzione di quell’enciclica aveva come titolo: “La questione sociale è oggi mondiale”.
 Cercando di dare una valutazione complessiva agli sviluppi della storia ecclesiale negli anni ’70 si deve riconoscere che questa nuova prospettiva non entusiasmò la gran parte dei fedeli cattolici italiani, anche indubbiamente produsse movimenti di tipo nuovo centrati sull’idea di azione sociale per la promozione umana, in particolare per l’elevazione degli ultimi,  e della conversione religiosa come esperienza di liberazione. Non si riuscì veramente a cogliere il nesso tra religione e azione sociale diretta a rimuovere e sostituire strutture sociali ingiuste. Non si trattò (solo) di resistenze nella gerarchia ecclesiale locale, ma di una incomprensione molto più radicata e diffusa. Si possono individuare diverse cause di questo.
  La prima, a mio avviso, per quello che ricordo, fu l’impreparazione del laicato italiano, del quale negli anni ’70 iniziai anch’io ad essere parte attiva. Ricordo che da ragazzo, pur militando negli scout cattolici, in cui quelle nuove idee circolavano molto, conoscevo poco della Bibbia, della storia della Chiesa e dei concetti teologici fondamentali. Per me Chiesa significava liturgie e Sacramenti, i sacerdoti della parrocchia e il papa.
 Una seconda causa è che i cattolici italiani erano stati storicamente abituati, a volte sotto minaccia di esclusione ecclesiale, a dipendere molto dalle direttive dei papi.
 Infine c’era il fatto che la democrazia italiana, che costituiva anche, indirettamente, un presidio per l’organizzazione del clero, era fondata sull’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana. Per realizzarla si era dovuto centrare l’impegno politico sull’interclassismo, del resto sulla base degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa risalente all’Ottocento; tuttavia sulla via della realizzazione della giustizia sociale emergevano conflitti sociali che contrastavano con quell’obiettivo. Essi inoltre erano stati storicamente il terreno dell’impegno politico delle forze socialiste, le quali, benché nell’Ottocento avessero sviluppato punti di contatto con l’azione sociale dei cattolici, già in quel secolo ma soprattutto a partire dalla rivoluzione sovietica in Russia erano state considerate dalla gerarchia cattolica come avversarie della Chiesa. Nell’Italia degli anni Sessanta, essere cattolici significava nella maggior parte dei casi votare democristiano per dovere religioso. La conseguenza era che, se ad un certo punto, per motivi anche religiosi, si era insoddisfatti della politica democristiana, si era tentati dall’abbandonare la Chiesa. Bisogna dire che a questa conseguenza si era tentato di rimediare, intuendo con lucidità i possibili sviluppi storici del Concilio Vaticano 2°, durante la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica di Vittorio Bachelet (1964-1973). In quegli anni, in cui l’Azione Cattolica era ancora molto forte e diffusa sul territorio, radunando la gran parte del laicato italiano, si cercò di sciogliere il legame di collateralismo  tra l’organizzazione religiosa del laicato italiano e l’organizzazione politica della Democrazia Cristiana, centrando l’impegno religioso sulla formazione delle coscienze e rendendo in tal modo legittimi impegni politici su diversi fronti senza che ne fosse pregiudicata l’appartenenza ecclesiale. I tempi erano tuttavia prematuri. Solo dopo la fine dell’Unione Sovietica, a partire quindi dal 1991, si produsse una situazione simile. In quegli anni si era però già realizzata nella nostra Chiesa la svolta impressa dal papa Giovanni Paolo 2°. Diciamo che con lui l’impegno laicale tornò ad essere molto centrato sulla figura del papa. Il papa Giovanni Paolo 2° ripropose sostanzialmente il modello di impegno storico laicale che era stato sperimentato nella sua Polonia, nel duro confronto con il regime comunista che all’epoca dominava quella nazione. In esso era vista con un certo sospetto l’autonoma azione laicale finalizzata alla realizzazione della giustizia sociale, in particolare in Occidente, in Europa e nell’America latina. In quanto essa tendeva ad entrare in polemica con i regimi democratici dai quali l’Est Europeo attendeva un aiuto per la propria liberazione dal giogo sovietico, veniva vista come oggettivamente controproducente, quando non realmente influenzata dagli storici avversari della Chiesa.
 Noi oggi viviamo in un’era diversa. Conosciamo bene i profondi legami di stima, amicizia e collaborazione tra il papa Giovanni Paolo 2° e l’attuale papa Benedetto 16°. E tuttavia mi pare che, nonostante superficiali considerazioni correnti, l’attuale papato abbia una sua particolare caratterizzazione, che, in particolare, ha portato a riaprire via che sembravano abbandonate. Ad esempio, nell’enciclica Caritas in veritate  (2009) si legge:
esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come « la Rerum novarum dell'epoca contemporanea », che illumina il cammino dell'umanità in via di unificazione.
 Potete leggere l’enciclica Caritas in veritate sul WEB all’indirizzo:
 E’ ridiventato quindi di stretta attualità l’appello che il papa Paolo 6° rivolse al mondo, e innanzi tutto ai laici cattolici. Esso riguarda anche noi, del piccolo gruppo di Azione Cattolica in San Clemente papa. Anche noi infatti abbiamo la possibilità di fare qualcosa, nei settori di vita sociale in cui siamo inseriti, ad esempio nella famiglia e nel lavoro, e quindi dobbiamo acquisire consapevolezza della relativa responsabilità religiosa. La Caritas in veritate  ci mette però in guardia: il nostro impegno per la giustizia sociale non deve essere velleitario, deve collegarsi sapientemente con i principi di fede. Innanzi tutto, quindi, bisogna conoscerli meglio. Ecco quindi il senso dell’iniziativa in corso dell’Anno della Fede.

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Rinnovarsi sempre, ma custodendo ciò che di vitale si è ricevuto dal passato
(14 novembre 2012)

 Marco Ivaldo, in un breve saggio dal titolo Lazzati, il Movimento laureati e il MEIC inserito nell’omonimo fascicolo n.15 di Dossier Lazzati, Editrice A.V.E., 1998, € 6,00 (attualmente disponibile in commercio), scrive, riferendosi a un discorso tenuto da Giuseppe Lazzati il 7 dicembre 1968 nell’Auditorio di palazzo Pio in Roma e pubblicato sul mensile Coscienza del Movimento laureati di A.C. lo steso anno:
 Traspaiono da questo testo il travaglio di quegli anni, ardui ma fecondi, le trasformazioni del costume, la crisi del quadro politico degli anni Sessanta, la complessa ricezione del Concilio nelle comunità ecclesiali, la ricerca di nuove forme dell’apostolato dei laici, l’itinerario di ridefinizione dell’Azione Cattolica Italiana con il nuovo statuto. Lazzati non sfugge a questa problematica. Un’ampia parte del suo discorso è volta a riprendere esauriente e concreta memoria dei “valori del passato”. Ma poi egli osserva: “Non possiamo nasconderci le difficoltà  innanzi alle quali l’Azione Cattolica si è trovata e si trova in questa situazione; talora è sembrato che fosse sopraffatta da altri tipi di azione, forse più appariscenti o passibili di più definite misure; la tentazione dell’efficienza immediata l’attira; un certo senso di vera e propria crisi ha pervaso strati più o meno ampi dei suoi aderenti e l’ha condotta a quel ripensamento di se stessa, dei propri metodi di formazione e di azione, dal quale dovrebbe uscire sofferto ma vivo, semplice e dinamico il suo nuovo statuto [che fu approvato nel 1969 – nota mia]. L’ispirazione idonea, l’atteggiamento giusto per affrontare la situazione che allora si delineava Lazzati invita a trovarli in una celebre espressione di un sermone di Ambrogio, il “De paradiso” [latino. Trad. “Sul paradiso – nota mia], dove il padre e dottore della Chiesa sostiene che il compito del cristiano è “nova sempre quaerere et parta custodire” [latino. Traduzione libera mia: “Rinnovarsi sempre, ma custodendo ciò che di vitale si è ricevuto dal passato]. Bisogna “aprirsi al nuovo senza timori e rimpianti” e insieme occorre mantenere “fedeltà ai valori che hanno costituito la trama” della storia dell’Azione Cattolica e hanno “data la misura della sua validità”. Non è lecita la “pigrizia, fatta anche solo di amore per ciò che è stato”, ma la “smania del nuovo” non deve “prendere il sopravvento sull’amore del vero e la ricerca di ciò che vale”.
 Cari amici del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica in San Clemente papa e cari altri amici che avete occasione di leggere queste parole, oggi vi voglio parlare di questioni associative, che però sono legate ad argomenti più vasti.
 Quando, verso la fine degli anni ’70, entrai nel gruppo FUCI di Roma che si riuniva a piazza S.Apollinare, eravamo una ventina di universitari, ma ci sentivamo pronti a conquistare in mondo. Quando il cardinal vicario Poletti ci disse che eravamo i suoi occhi e le sue orecchie nel mondo universitario, non fummo colpiti dalla sproporzione di forze, dall’essere noi una percentuale minima degli oltre centomila studenti romani. Nel nostro gruppo siamo di più dei miei fucini di allora, ma ci sentiamo un po’ in crisi. Non è così? Passando una volta per i corridoi della parrocchia, ci ho sentiti definire gruppo anziani. E’ chiaro che può parlare così solo chi non ci conosce bene. Però è vero che esteriormente possiamo talvolta sembrare effettivamente un gruppo anziani. Persone più giovani ci sono, ma sono in minoranza. A volte non vengono alle riunioni del martedì perché impegnate sul lavoro o negli studi. Io stesso non di rado faccio fatica ad essere in parrocchia alle cinque del pomeriggio, dopo il lavoro in ufficio, e a volte non ci sono riuscito. Questa carenza di persone più giovani incide abbastanza anche sul lavoro che ci proponiamo di fare in Azione Cattolica, anche qui a Monte Sacro – Valli. Mancano infatti molti stimoli al rinnovamento, che come sosteneva Lazzati sulla linea di S. Ambrogio, è uno dei compiti propri di noi laici. Ma non è forse vero che anche l’altro compito, quello di custodire, ci appassiona di meno? Si va un po’ a memoria, ma la memoria degli anziani comincia a fare difetto e non si ha tanta voglia di rinfrescarla. Perché è quando si  è chiamati a comunicare qualche cosa alle persone più giovani che si ripensa più validamente al passato: questo è un fatto naturale e noi siamo esseri naturali. Ma gli esseri umani sono capaci anche di uno sguardo soprannaturale. E’ ad esso che ho chiamato le mie figlie universitarie quando ho proposto loro di aderire al nostro gruppo di A.C. . Non dobbiamo fidarci delle apparenze: dobbiamo essere capaci di intuire l’anima negli altri. Questo è un esercizio fondamentale dell’esperienza religiosa: andare oltre ciò che appare. E le vostre anime, cari amici del gruppo, sono belle e parlano dei ragazzi e delle ragazze che eravate e che interiormente ancora siete. Che soddisfazione sentire i più anziani parlare delle loro esperienze di A.C. in un mondo di molti anni fa,  tanto diverso, e per molti versi più difficile, del nostro di oggi!  Un’A.C. indomita quella loro di un tempo, il cui ardore e il cui attivismo traspare ancora in certe prese di posizione nei discorsi che si fanno nelle nostre riunioni. Cose che certamente non ci si aspetta in un gruppo anziani. Ma direi di più: cose che oggi non ci si aspetta neppure dai giovani. Come mi riferiscono le mie figlie, oggi gli universitari sono spesso dei conservatori per sfiducia nel cambiamento, non si aspettano nulla di buono dal futuro. Del resto non  è quello che nei giornali e in televisione si dice sempre loro? Paradossalmente, allora, è proprio dalla memoria del passato che possono venire stimoli per il rinnovamento, quello personale e quello della società in cui viviamo.
 Pensare religiosamente la storia ha questo di confortante: non è legato a tempi precisi, a scadenze inesorabili. Possiamo, religiosamente, curare certi dettagli, così come certe preghiere vengono recitate molto lentamente, con il ritmo della vita che scorre in noi, con il ritmo del respiro come insegnavano alcuni maestri di spiritualità monacale. E non si è nemmeno legati molto all’attualità, ai titoli di testa dei giornali e dei telegiornali. Possiamo dedicare molto tempo a fatti minimi, così come i monaci a volte dedicano molto del  tempo non impegnato nelle liturgie alla cura paziente e minuziosa di una pianta o ad altre  faccende minime o che richiedono grande applicazione per un risultato che verrà magari oltre la loro vita personale. Facciamolo, però! E’ esperienza comune dei più anziani che i giorni corrano via più velocemente e che quindi giunga sempre, presto, la sera.  Si finisce allora per sdormicchiare molto, lo ha scritto Carlo Maria Martini in uno dei suoi ultimi libri di spiritualità, Qualcosa così  personale, Mondadori, 2009, € 17,50. In questo Anno della Fede ci viene un appello forte a scuoterci, a rinnovarci, ripensando, e innanzi tutto motivando meglio, i nostri ideali religiosi. Poi ci viene chiesto un impegno pubblico che può cominciare, ad esempio, da questo (del resto siamo persone religiose): pregare perché persone più giovani partecipino di quegli ideali e ci aiutino, nel nostro gruppo, stando insieme a noi, a rinnovarci custodendo ciò che del passato merita di essere conservato. E poi pregare perché, attingendo ai tesori del passato, anche agli aspetti preziosi delle nostre vite, si abbia qualcosa da comunicare ai più giovani. Non si costruisce dal nulla: i più anziani, in quanto religiosi custodi del passato migliore e fedeli memori di quello peggiore, hanno anche, in un certo senso, il segreto per costruire un futuro all’altezza dei nostri grandi ideali.
 Non è lecita la pigrizia, fatta anche solo di amore per ciò che è stato, riteneva Lazzati ed è sorprendente che questa sua convinzione sia rimasta fortissima anche tra i membri più anziani del nostro gruppo. E questo è ancora più sorprendente tenendo conto dell’orientamento generalmente un po’ più nostalgico del passato degli anziani del quartiere.
 Trattare le cose temporali per ordinarle secondo Dio: questo il compito di cui religiosamente dobbiamo prendere consapevolezza. Si tratta di un impegno veramente smisurato, come tutto ciò che riguarda Dio. E’ chiaro che sarebbe anche sproporzionato alle nostre forze se non confidassimo anche in un sostegno soprannaturale, innanzi tutto per la rigenerazione del nostro gruppo. La dobbiamo desiderare con molta determinazione e pregare molto perché essa si compia.
 L’efficacia storica della nostra azione dipende dai contatti che riusciamo a stabilire con la società del nostro tempo e quindi dalla nostra capacità di influire su di essa. Serve gente. Ora, nel nostro lavoro natura e sopranatura sono strettamente commiste, dunque non si fa affidamento solo sull’elemento naturale, quindi sulle nostre sole  forze umane, ma esse comunque contano e devono esserci, è legge di natura questa, il mondo è stato creato così: i nostri grandi ideali, che servono ancora al mondo di oggi, sono incarnati in noi e hanno bisogno di nuova umanità per continuare a pervadere la società, perché noi, ad un certo momento, finiremo.
 La caratteristica del nostro atteggiamento verso i più giovani deve avere, a mio parere, questa caratteristica, conformemente al metodo praticato in Azione Cattolica: non cerchiamo nuove forze per indottrinarle o per cambiare le loro vite. Noi non abbiamo infatti la ricetta della felicità per i più giovani. Essi la devono inventare da se stessi. Noi abbiamo una ispirazione ideale e siamo custodi di una tradizione di fede che ci spinge avanti, in un incessante rinnovamento. Insieme ai più giovani vorremmo quindi ideare e attuare il nuovo che necessita al mondo di oggi, secondo quell’ispirazione.

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La fede fa scandalo?
(16 novembre 2012)

In molti casi l’ostacolo alla fede è costituito da una situazione di scandalo, o voluta falsamente, ad esempio falsità diffuse contro la Chiesa e i cristiani;  o per fatti reali. Non crediamo di aiutare i lontani nascondendo o negando la verità. Se si tratta di errori  storici ristabilire la verità; ma se c’è un autentico scandalo bisogna avere il coraggio di riconoscerlo e di far capire che la fede non consiste nel negare lo scandalo; ma far comprendere che lo scandalo è un motivo di più per credere in quel Dio che supera l’ostacolo rappresentato dalle deficienze e dagli scandali degli uomini, siano essi laici o uomini di Chiesa o anche Papi
 da Per la catechesi ai lontani, articolo di Giuseppe Lazzati, pubblicato nel 1967 su mensile del Movimento laureati e ora nel fascicolo n.15 di Dossier Lazzati, “Lazzati, il Movimento Laureati e il Meic, Editrice A.V.E,  1998, € 6,00]
  Verso la fine degli scorsi anni ’60, quando Lazzati scrisse le frasi che ho citato, costituiva un ostacolo alla vita di fede pensare che nella Chiesa c’erano stati tanti cattivi esempi, anche da parte di capi religiosi, e che i cristiani si erano resi responsabili collettivamente di fatti efferati, come guerre, persecuzioni, schiavismo, predazione delle terre e dei beni di altri popoli e delle loro stesse vite e altro. Ai tempi nostri mi pare che nel nostro popolo la religione sia meno apprezzata più che altro perché sembra che sia inutile nelle faccende della propria vita. Le cose sembrano sempre andare come devono, come ci si aspetta che vadano secondo natura, e non cambia nulla  se uno è religioso o non lo è. I forti vincono e i deboli perdono, così è sempre stato, si pensa. Forse però, si argomenta, non è la religione, in generale, a non andare, ma è la religione cristiana e, in particolare, la sua versione cattolica, così ragionevole, così poco aperta al prodigio nella vita di tutti i giorni (quanto ci mette, si osserva, a riconoscere un miracolo o un’apparizione soprannaturale!). In definitiva, si pensa,  la dottrina cattolica sembra volerci convincere di doverci rassegnare a ciò che accade: quindi per ora si deve cedere al male prevalente e lasciarsi schiacciare, poi, in un’altra dimensione però, avremo il premio. C’è chi allora si affida ad altre versioni religiose o varianti della fede cristiana, che danno più soddisfazioni sotto quei profili. Ma c’è anche chi decide di fare a meno del tutto della religione e si costruisce allora un’etica individuale e collettiva che si basa sul tipo di società in cui si sente meglio inserito, ottenendone poi un riconoscimento appagante, come persona buona, onesta.
  L’atteggiamento di chi si lascia alle spalle la religione, che spesso è quella appresa in famiglia e nelle comunità di riferimento, come può essere un paese, con le sue feste e le sue costumanze, anche alimentari, può dispiacere, ma noi, nel lavoro che abbiamo in mente per recuperare coloro che sono diventati i lontani, siamo piuttosto vincolati dai nostri principi di fede, da quella che crediamo essere la verità  sul mondo intorno a noi e sul soprannaturale. Non possiamo quindi approfittare di quella sorta di disposizione della gente a credere nell’azione soprannaturale, nel miracolo, che confina abbastanza con la credulità  e inventarci delle storie consolanti ma ingannevoli. Non possiamo dare alla gente quello che in fondo essa ci chiede: la religione che mette a posto le cose della vita, che risana tutte le malattie, che allontana la morte, che salva il rapporto con il coniuge e i figli, che fa trovare o mantiene il lavoro, che ci fa tornare sani e salvi a casa la sera dopo aver circolato per la città, e cose simili. Né  possiamo promettere che essendo buoni, partecipando diligentemente alle liturgie e pregando molto le cose cambieranno, che tutti i problemi si risolveranno. Non è questo che ci è stato insegnato in religione. Ricordate?: ora e nell’ora della nostra morte… Quando mai ci hanno detto che alle persone religiose sarebbe andato tutto bene in questa vita?  E io francamente non mi sento nemmeno di proporre, ai sofferenti, l’idea che il male che capita loro è in realtà il loro bene, anche se essi, proprio perché non abbastanza religiosi, non riescono a capirlo. Il male rimane male: poi si può riuscire a dargli un senso religioso e allora, come è accaduto in certe vite di santi, si può addirittura ad avere una confidenza con esso che libera dalla paura o giungere a desiderarlo perché si pensa che attraverso di esso si partecipi alla redenzione dell’umanità intera, a una grande opera di salvazione. Ed è questo lo stesso atteggiamento di chi in guerra compie un’azione eroica, altruistica, a costo della propria vita. Ma si tratta, è chiaro, di una cosa molto diversa da chi semplicemente tenta di voltare la frittata e dice sbrigativamente che il male sofferto (da un altro) è bene per il sofferente, e chi non lo capisce non ha fede (aggiungendo così sofferenza a sofferenza, alla sofferenza della vita quella del rimprovero religioso), ottenendo da parte di chi soffre un sentimento interiore di rivolta che è umanamente del tutto comprensibile.
 Come fare allora? Direi che potremmo farne argomento di dibattito tra noi. Che cosa  rispondere all’argomento Dio è inutile?  E’ qualcosa di più forte della considerazione  Dio non c’è, che noi risolviamo obiettando che in realtà Dio non si vede, ma opera: e quest’ultima è una considerazione pacifica nel pensiero biblico, mi pare di aver capito.
 Lo scandalo è un motivo di più per credere in quel Dio, scrisse Lazzati nel 1967. Per me  è proprio così. Mi pare così assurda e inaccettabile un’esistenza senza Dio, dominata dalla cieca violenza delle cose e degli esseri viventi, senza amore-agape, quello che raccoglie pacificamente intorno alla tavola comune per un bel pasto che nutre e dà gioia, che contro l’idea di una vita così sento di dovermi rivoltare e proprio da questa rivolta nasce la mia religiosità. Ma penso che negli altri vi siano tanti altri motivi per i quali la fede religiosa è diventata l’aspetto fondamentale della loro vita. In questo Anno della Fede siamo chiamati ad approfondire questi argomenti, a riscoprire le ragioni del nostro atto di fede. Chissà che questo possa anche servire ad aiutare coloro che sentiamo lontani in certe loro difficoltà religiose, quelle che riguardano l’inutilità di Dio, le quali, in fondo, possono anche scaturire da un certo pessimismo sulla storia umana  e quindi non riguardare tanto il soprannaturale ma il mondo quaggiù. Poiché la storia umana è lo specifico campo d’azione di noi laici cattolici, direi che è proprio un lavoro per noi.
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Fede e promozione umana
(19-11-12)

 Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più importanti del mondo di oggi, al cui sviluppo molto contribuisce il progresso tecnico contemporaneo.
 Tuttavia il fraterno dialogo tra gli uomini non trova il suo compimento in tale progresso, ma più profondamente nella comunità delle persone, e questa esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale. La Rivelazione cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone; nello stesso tempo ci guida ad un approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale, scritte dal Creatore nella natura spirituale e morale dell'uomo.
[dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes (latino.Trad.:La gioia e la speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del Concilio Vaticano 2°  (1962-1965), n. 23]
 Come ho già scritto, per il metodo seguito nel redigerli, non è facile cogliere con immediatezza le novità nel documenti del Concilio Vaticano 2°, denominati costituzioni, decreti  e dichiarazioni secondo  un criterio che tenne conto della forza normativa che si volle attribuire loro, dal punto di vista giuridico e quindi nelle loro reciproche relazioni e nelle relazioni con altri atti normativi della Chiesa, e delle finalità pratiche che con essi si volevano realizzare. Essi infatti furono scritti in linguaggio teologico e la teologia, in particolare quella cattolica, tende a mettere in risalto la continuità, piuttosto che a esaltare le novità. E, quando novità ci sono, esse in genere  sono presentate come sviluppo o riscoperta di qualcosa che già c’era prima. Questo modo di procedere  è necessario per valutare se il nuovo che si propone è conforme al deposito di fede che abbiamo ricevuto dalle origini. Ma non si tratta solo di questo. Si tratta di capire, nelle varie manifestazioni storiche della nostra fede, come tenere tutto insieme, il presente, il futuro e il passato, i vivi e i morti, tutti i popoli della terra, secondo il comandamento religioso ricevuto: ristabilire l’unità del genere umano. La teologia è riflessione sulla fede comune, nei suoi fondamenti e nelle sue manifestazioni storiche, compresi anche agli atti normativi di coloro che nella Chiesa esercitano l’autorità. Ecco perché nei documenti più importanti del magistero, scritti in linguaggio teologico, quelli che vogliono essere di orientamento ai fedeli, troviamo tanti riferimenti alla Bibbia e al pensiero religioso  del passato. Nei documenti più recenti, dall’Ottocento in poi, troviamo riferimenti più precisi alla storia del loro tempo, in particolare in quelli che si fanno rientrare nella materia della dottrina sociale. Un esempio di ciò che ho detto, di quel particolare metodo nell’argomentare, si può trovare leggendo un documento fondamentale per la fede del nostro tempo come l’enciclica Caritas in veritate, del papa Benedetto 16°.
 Vi posso confermare che nei documenti del Concilio Vaticano 2°  il nuovo c’è. Ne ho già trattato in altri miei precedenti interventi, mettendo in risalto, siatene consapevoli, solo di pillole  di novità, quindi una piccola parte del nuovo che c’è.
 La novità delle novità può considerarsi innanzi tutto quello che  è stato definito il metodo conciliare. Nell’annunciare l’indizione del Concilio ecumenico, il papa Giovanni 23° disse che avrebbe consultato tutti i vescovi del mondo, perché il lavoro che ci si proponeva di fare richiedeva di conoscere i punti di vista e di sfruttare le conoscenze e le capacità di molti. Ora, bisogna capire  che questa intenzione del papa veniva incontro a un moto molto esteso che già c’era  nella Chiesa cattolica, in tutto il mondo. Il papa Giovanni 23° stesso ne era stato partecipe e volle darvi voce. Insomma, il Concilio Vaticano 2°  può essere considerato il culmine di un movimento, che comprendeva, come sempre accade nelle cose religiose, vita e pensiero. C’erano state negli anni passati nuove esperienze di vita di fede alle quali erano corrisposte anche nuove analisi teologiche. In Europa, in particolare,  erano state decisivi le riflessioni  e i sentimenti indotti negli anni tra le due guerre mondiali, che avevano visto, oltre al dominio dei totalitarismi fascisti e nazisti su larga parte del continente,  anche l’affermarsi della rivoluzione sovietica in una nazione di antica formazione cristiana come la Russia. Essi avevano trovato una sfogo, dal 1945, con la vittoria sui regimi fascisti e nazisti europei, nell’epopea della costruzione di una nuova Europa, che si era articolata, con metodi divergenti e addirittura confliggenti ma con il dichiarato obiettivo comune della giustizia sociale come fondamento della pace, sia nella parte occidentale, rimasta sotto l’influsso della nuova potenza globale statunitense, sia nella parte orientale, finita sotto il dominio sovietico. Questo intenso lavorio collettivo non era stato solo tecnica: aveva avuto anche una marcata componente ideale. Ne possiamo trovare un esempio nella nostra Costituzione, approvata nel dicembre 1947, dopo un anno e mezzo di confronti assembleari di rilevante livello culturale ed etico, ed entrata in vigore nel 1948. Semplificando molto, possiamo dire che quel dibattito ideale coinvolse sempre in maggior misura anche la Chiesa cattolica, fino ad arrivare ai massimi vertici. Sarei grato a chi, più a conoscenza di questi fatti, volesse approfondire il tema delle radici lontane del movimento conciliare e segnalare testi per approfondirlo. Dal mio (limitato) punto di vista credo di poter consigliare per avere un’idea di ciò che intendo il libro Esperienze pastorali, di Lorenzo Milani, pubblicato nel 1957, ancora in commercio, edito da Libreria editrice fiorentina, € 18,00.
 E’ vero che l’annuncio del papa Giovanni 23° di voler indire un concilio ecumenico sorprese i suoi contemporanei, in particolare i cattolici. Non però perché non si sentisse nel mondo l’esigenza di una cosa simile, ma perché non ci si aspettava che proprio dal papa romano venisse questa iniziativa. Infatti, fino ad allora, i papi erano apparsi più preoccupati di porre limiti ai moti popolari, più che di dar loro strada e occasioni per manifestarsi. Nuovo era poi il metodo di consultare i vescovi del mondo, come se a Roma non si avesse già una soluzione pronta per tutti i problemi di cui si sarebbe discusso. Ora, questa consultazione rea intesa evidentemente a far emergere quel movimento che, come ho osservato, già c’era   e invocava cambiamenti. Tuttavia nella prima fase preparatoria del concilio si ebbe la sorpresa di scoprire che i vescovi non ne erano in genere consapevoli. Scrisse lo storico Giuseppe Alberigo  nella sua preziosa Breve storia del concilio Vaticano II, Società editrice Il Mulino, 2005, € 10,50, ancora in commercio:
 Caduta l’ipotesi di consultare i vescovi con un questionario, il papa fece invitare ciascuno a indicare i problemi e gli argomenti che il concilio avrebbe dovuto  affrontare. Nei mesi successivi sono arrivati al Vaticano circa duemila pareri (“vota”) da tutto il mondo. La maggioranza di questi scritti testimoniava la sorpresa e il disorientamento: Roma non ordinava, ma chiedeva suggerimenti! Moltissimi hanno auspicato che il concilio si occupasse di argomenti di modesta portata; ben pochi avevano orizzonti ampi ed erano assuefatti a prospettive coraggiose.
 Tornando alla citazione dalla costituzione pastorale Gaudium et spes con cui ho aperto questo intervento, vorrei invitarvi a porre attenzione a queste espressioni: Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini; esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale; approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale; la Rivelazione cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone. Ora, tenuto conto di quello che ho osservato nei miei precedenti interventi sulle caratteristiche ideali delle democrazie contemporanee, quelle parole della Gaudium et spes, espresse in terminologia teologica, inquadrano il problema fondamentale dei nostri attuali regimi democratici: una diversa organizzazione della società basata su nuove relazioni umane scaturite dall’idea di una comune dignità di tutti gli esseri umani.  Mai, prima d’ora, che io sappia, i popoli, intesi come comunioni di persone con pari dignità e  non solo come insiemi di sudditi di storici despoti o  dinastie,  erano venuti ad assumere questo rilievo in un documento ecclesiale cattolico di quell’importanza. E’ quindi veramente un linguaggio nuovo. Il movimento che si vuole produrre nei fedeli è analogo a quello dal quale sono scaturite le democrazie contemporanee: la promozione umana, vale  a dire l’elevazione delle masse (infatti non si fa distinzione tra le persone umane), mediante il riconoscimento di una loro comune dignità, dalla quale deriva l’esigenza di adeguate leggi, vale a dire il riconoscimento di diritti umani fondamentali, per un miglioramento della società (nel documento denominata comunione di persone). Questo lavoro, si dichiara, ha fondamento e quindi rilievo religioso, essendo compreso nei principi fondamentali della fede (la Rivelazione).
 Quali conseguenze?
 Direi innanzi tutto che, come molte altre affermazioni o auspici dei documenti del Concilio Vaticano 2°, quel principio stabilito nella breve frase che ho citato all’inizio merita un approfondimento. Anche in questo il Concilio Vaticano 2°  non è stato un punto di arrivo ma, in metafora, un apparato propulsore che ha messo un movimento un corpo sociale, la Chiesa, che sembrava destinata al progressivo declino nel confronto con i tempi nuovi, per il fatto di rimanere sempre immobile e quindi, nell’avanzare della storia, sempre più arretrata.
 Prendiamo ad esempio questo pensiero, che si trova  a pag.14-15 di Pass-wor(l)d percorso formativo per gruppi di adulti, Editrice A.V.E., 2012, € 8,00, il sussidio che l’Azione Cattolica ci propone per la vita associativa:
 La virtù del discernimento è quella qualità che consente di distinguere in ogni circostanza cosa convenga fare e, ancor prima, che si può e si deve prendere una decisione senza restare sempre e solo spettatori della propria vita. Perché questo discernimenti può essere anche comunitario? Perché l’intera comunità di battezzati e chiamata alla corresponsabilità: ognuno porta la propria esperienza, i propri talenti, la propria umanità costruita nei luoghi di partecipazione e di vita, in famiglia, al lavoro a scuola, con uno sguardo ampio e l’orizzonte dell’intera comunità. Non è una moda, non ha una logica di democrazia, che non ha posto nella Chiesa, ma la necessità di mettere all’opera tutti i carismi del corpo della Chiesa.
 Siamo veramente certi che, nel momento in cui si richiedono ai laici azioni collettive di promozioni umane, fondate su un discernimento comunitario, inteso come distinguere in ogni circostanza cosa convenga fare, e questo viene considerato loro compito religioso, la democrazia, nel senso in cui oggi la si intende, non abbia posto  nella Chiesa? Non dico, ad esempio, per l’elezione di rappresentanti ad un concilio in cui si debba decidere qualche corollario del dogma trinitario, ma, poniamo, per decidere che posizione prendere, come comunità di fedeli, quindi collettivamente, nei confronti di una guerra incipiente, le cui origini risalgano, come sempre avviene, ad una complicata situazione politica e che, per poter essere sedata, richiede non solo solenni dichiarazioni ieratiche, ma l’esercizio di una sapienza e di un’abilità specificamente laicale, basata su una conoscenza delle dinamiche storiche e una sapienza nel trattarle che esorbita dal campo specificamente teologico e liturgico.
 L’Azione Cattolica si definisce palestra di democrazia, quindi è retta con metodo democratico, ma naturalmente, pur essendo parte della Chiesa, non parla a nome della Chiesa. Secondo l’ordinamento delle leggi della Chiesa possono farlo solo il papa e i vescovi, individualmente o collettivamente, nel sinodo o nel concilio. Essi tuttavia, sempre più spesso, e anche nella redazione di importanti documenti del magistero, chiedono la collaborazione di laici sapienti e tengono conto di ciò che si agita nel corpo ecclesiale, quindi della storia del loro tempo e delle reazioni che essa suscita tra i fedeli. C’è quindi un dialogo tra i capi e le loro comunità. Ma queste ultime, come corpi collettivi, possono esprimere una decisione unitaria veramente affidabile solo con metodo democratico. E’ lo stesso metodo che è stato utilizzato per formare e approvare i documenti del Concilio Vaticano 2°. Per ognuno di essi è riportato il numero di voti favorevoli e contrari che ha riportato ed è stato approvato il testo votato dalla maggioranza degli aventi diritto ad esprimersi. Questo anche se poi i documenti del Concilio Vaticano 2° sono entrati in vigore in quanto promulgati  (approvati, decretati, stabiliti) dal Papa.
 Pongo una questione sulla quale discutere, non do soluzioni.

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Il conflitto come esperienza religiosa
(19 novembre 2012)

 Anni fa uscì un film dal titolo Saving private Ryan – Salvate il soldato Ryan. In esso si racconta di una pattuglia di soldati statunitensi che, scelta tra i militari sbarcati in Normandia nell’invasione degli eserciti  Alleati del giugno 1944, ha avuto la missione di rintracciare e riportare in patria un soldato semplice americano che aveva diritto all’esonero, per essere l’ultimo ancora in vita di quattro fratelli partiti militari per la guerra in Europa. All’inizio c’è una sequenza che mette in scena  lo sbarco su una spiaggia della Normandia dei componenti di quella pattuglia. Di fronte alla violenza estrema e alla morte tutt’intorno vengono presentati vari atteggiamenti religiosi dei soldati americani. C’è che invoca la Madonna, chi recita il Padre nostro e c’è un tiratore scelto che, nel prendere la mira pronuncia le parole dell’inizio del salmo 144:
Benedetto il Signore, mia roccia,
che addestra le mie mani alla guerra,
le mie dita alla battaglia,
e poi, pam!, spara e colpisce il nemico.
  Nel vedere questa scena, le parole del salmo in bocca a una combattente che sta per uccidere mi hanno colpito, eppure indubbiamente erano appropriate alla situazione.
  La nostra Chiesa nel corso della storia  è rimasta molto spesso coinvolta direttamente o indirettamente in eventi bellici. Ricordo, tra i molti episodi storici, la sanguinosissima guerra combattuta da una federazione di stati cristiani, coalizzati sotto le insegne pontificie (era Papa Paolo 5°), contro l’impero Ottomano, nel Cinquecento  e culminata con la battaglia navale davanti a Lepanto (1571 – Lepanto si trova nella Grecia occidentale).  In  genere non vi ha trovato difficoltà, almeno fino agli anni della Prima Guerra Mondiale (1914-1918).
 Si ricorda in merito la Lettera del Santo Padre Benedetto 15° ai capi dei popoli belligeranti (1917)

Chi ha seguito l'opera Nostra per tutto il doloroso triennio che ora si chiude, ha potuto riconoscere che come Noi fummo sempre fedeli al proposito di assoluta imparzialità e di beneficenza, così non cessammo dall'esortare e popoli e Governi belligeranti a tornare fratelli, quantunque non sempre sia stato reso pubblico ciò che Noi facemmo a questo nobilissimo intento.
[…]
In sì angoscioso stato di cose, dinanzi a così grave minaccia, Noi, non per mire politiche particolari, né per suggerimento od interesse di alcuna delle parti belligeranti, ma mossi unicamente dalla coscienza del supremo dovere di Padre comune dei fedeli, dal sospiro dei figli che invocano l'opera Nostra e la Nostra parola pacificatrice, dalla voce stessa dell'umanità e della ragione, alziamo nuovamente il grido di pace, e rinnoviamo un caldo appello a chi tiene in mano le sorti delle Nazioni. Ma per non contenerci sulle generali, come le circostanze ci suggerirono in passato, vogliamo ora discendere a proposte più concrete e pratiche ed invitare i Governi dei popoli belligeranti ad accordarsi sopra i seguenti punti, che sembrano dover essere i capisaldi di una pace giusta e duratura, lasciando ai medesimi Governanti di precisarli e completarli.
E primieramente, il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell'ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l'istituto dell'arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo e norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all'arbitro o di accettarne la decisione.
Stabilito così l'impero del diritto, si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari: il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso.
[…]
Quanto ai danni e spese di guerra, non scorgiamo altro scampo che nella norma generale di una intera e reciproca condonazione, giustificata del resto dai beneficai immensi del disarmo; tanto più che non si comprenderebbe la continuazione di tanta carneficina unicamente per ragioni di ordine economico. Che se in qualche caso vi si oppongano ragioni particolari, queste si ponderino con giustizia ed equità.
Sono queste le precipue basi sulle quali crediamo debba posare il futuro assetto dei popoli. Esse sono tali da rendere impossibile il ripetersi di simili conflitti e preparano la soluzione della questione economica, così importante per l'avvenire e pel benessere materiale di tutti gli stati belligeranti. Nel presentarle pertanto a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di vederle accettate e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage.
 Un episodio significativo del cambiamento di mentalità si ebbe quando il papa Paolo 6° incaricò l’internunzio  apostolico mons.Francesco Lardone di restituire al governo della Turchia, in persona del ministro degli esteri, lo stendardo dell’ammiraglio Muezzinzad Alì Pascià catturato agli ottomani durante quella battaglia che era conservato in Vaticano, consegna che fu eseguita il 5-3-1965 ad Ankara – Turchia. Ecco come il Papa, il 19-1- 1967, descrisse le intenzioni di quel gesto in una lettera al nuovo ambasciatore della Turchia presso la Santa Sede:
 Sotto il pontificato del Nostro predecessore Giovanni XXIII, avevamo appreso con viva soddisfazione che si stabilivano le relazioni diplomatiche tra la Sede Apostolica e il Suo Paese, e questo aveva incontrato la Nostra piena approvazione. Tali relazioni sembra a Noi che fino ad oggi si siano sviluppate in un’atmosfera di reciproca comprensione e di amicizia; e non possiamo che congratularcene, mentre ne è una nuova conferma la recente elevazione del Delegato, poi Internunzio in Turchia, al rango di Pro-Nunzio Apostolico.
Poiché Noi stessi desideravamo manifestare in qualche modo i Nostri sentimenti, con un gesto che potesse essere gradito alle Autorità della Turchia contemporanea, è stata per Noi una gioia restituire un antico stendardo, preso al tempo della battaglia di Lepanto, che, da allora, si conservava nelle collezioni del Vaticano.
Questo Le dice, Signor Ambasciatore, quali siano le disposizioni che Ci animano nei riguardi della Sua grande e bella Nazione. Crediamo di poterle garantire che i membri della Chiesa Cattolica, che abitano sul Suo territorio, professano la fedeltà più sincera alle Autorità del Paese. Se la Chiesa si preoccupa che i Poteri civili riconoscano sempre ai suoi figli i loro diritti e ne assicurino la piena libertà di azione, Essa non intende certamente sminuirne gli obblighi di cittadini e di sudditi. Anzi, la fede ch’essi professano impone loro il dovere di non essere secondi a nessuno in tutto ciò che riguarda l’attaccamento alla Patria, e il giusto rispetto, dovuto alle legittime Autorità.
 Nelle epoche che hanno preceduto la Prima guerra mondiale, i conflitti bellici venivano considerati facenti parte della natura dell’umanità, in quanto degradata dal peccato e bisognosa di redenzione, cose inevitabili come la morte stessa e destinate ad essere superate alla fine dei tempi. Ancora nell’Ottocento il papato impegnò propri eserciti in guerre italiane (Prima guerra d’Indipendenza – 1848/1849; difesa di Roma nel 1848 e nel 1870). Successivamente si orientò per una posizione di neutralità, almeno fino al 1944 (Radiomessaggio natalizio di Pio 12°). Nel corso della contrapposizione tra blocco delle potenze influenzate dagli Stati Uniti d’America e il blocco influenzato dai sovietici parteggiò per il primo. Nel 1968 il cardinal Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, si dimise dopo le polemiche causate da una sua presa di posizione contro il bombardamenti statunitensi in Vietnam (fonte: Lorenzo Bedeschi, Il cardinale destituito, Gribaudi, 1968 – titolo non più in commercio). Dopo la fine dell’Unione Sovietica e della contrapposizione per blocchi, il papato è diventato una potenza di pace, anche se non del tutto pacifica, in quanto, con Giovanni Paolo 2°, è giunto ad invocare interventi militari umanitari, come durante la crisi tra la Serbia e il Kossovo secessionista (1996-1998).
 Le dinamiche conflittuali sono ancora un grave problema irrisolto nella nostra confessione religiosa. Conflitti ci sono sempre stati, fin dalle origini, nella Chiesa e intorno alla Chiesa. In genere, storicamente, i cristiani e anche la Chiesa, intesa come papi e vescovi,  vi hanno partecipato, senza confidare di poterli prevenire. E’ molto recente l’idea di poter riuscire a farlo. Essa risale alla fine della Seconda Guerra mondiale. Per riuscirci si confida negli ordinamenti democratici, in cui i popoli hanno più voce. Il paradosso  è questo: il magistero confida nella democrazia come fonte di relazioni pacifiche, evidentemente ritenendo che i popoli, liberi da despoti, si orientino per la pace, ma nella sua organizzazione diffida profondamente della democrazia, perché in fondo ritiene che i supremi principi non siano in buone mani se lasciate a quelle dei popoli. L’insegnamento attuale del magistero, che in questo non è cambiato da quello più antico, è che la logica della democrazia non ha posto nella Chiesa. All’interno della nostra Chiesa le dinamiche conflittuali, talvolta assai aspre, in genere vengono negate; la via principale per risolverle è il cercare il favore dell’autorità sovraordinata.
 Nel momento in cui si confida nella democrazia per promuovere la pace nel mondo bisogna però prendere coscienza che il metodo democratico non nasconde, ma porta alla luce i conflitti e le loro ragioni. Nel dialogo ragionevole tra fautori di opposte fazioni si cerca innanzi tutto di far emergere ciò che unisce e, facendo forza su di questo e, in particolare, sul rispetto della dignità degli avversari, si cerca poi di giungere a decisioni condivise. Quando ciò non è possibile, la regola è che decida per tutti la maggioranza. I soccombenti si impegnano ad accettare tale decisione perché non sono mai in questione i principi fondamentali della convivenza civile, quelli che sono sottratti agli arbitri delle maggioranze. Si tratta di ciò che rientra nei diritti umani fondamentali. Questo metodo richiede che nel conflitto si abbia comunque un’etica, delle regole morali. Questo accade anche nell’esperienza religiosa del conflitto, anche se ai tempi nostri se ne ha meno coscienza. Oggi ad esempio può essere difficile accostare l’esperienza umana di un personaggio storico come santa Giovanna d’Arco, una santa combattente. Eppure in religione potremmo essere facilitati per il fatto che nella Bibbia, in particolare nell’Antico Testamento, ci sono moltissime storie di guerre, vissute in un orizzonte etico.
 Dall’esperienza storica, anche recente, come quella dei gruppi resistenziali cattolici combattenti tra il ’43 e il ’45, può trarsi l’insegnamento che il vero pacifico non è quello che elude o nega i conflitti che ci sono, o si limita a subirli passivamene, ma che invece vi partecipa con spirito religioso. Questa azione può essere vista, sull’esempio dell’esperienza democratica, come finalizzata alla promozione umana, al miglioramento degli assetti sociali. In questo essa può avere una valenza religiosa. L’ispirazione etica può portare al rifiuto di certe tecniche convenzionali di conflitto e, ad esempio, all’impiego delle tecniche non violente che per la prima volta sono state esposte da Ghandi.
 Comunque, se nel perseguimento della pace le masse devono avere un ruolo, e oggi la dottrina sociale della Chiesa ritiene che debbano averlo, l’obiettivo a cui si mira richiede l’impiego del metodo democratico. Ritenendo diversamente le masse possono trasformarsi rapidamente anche in quelle bestie spaventose di cui scrissero gli antichi, quindi in folle violente e sanguinarie che frequentemente hanno dato nella storia il peggio di sé.

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Una riunione “politica”
(23-11-12)

  Per ragioni di lavoro non ho potuto partecipare alla riunione del gruppo dello scorso 20 novembre. Mi è stato riferito che è stata molto interessante. Ci si è confrontati sul temi politici, in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento,  in particolare sull’ideologia comunista e sul suo carattere ateo, sul confronto tra i programmi di Obama e Romney alle passate elezioni presidenziali statunitensi e tra i programmi proposti dalla destra e dalla sinistra politica, qui in Italia, alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento.
 La politica entra in chiesa? Certo che deve entrarci, perché, specialmente dopo le decisioni assunte nel Concilio Vaticano 2°, all’impegno nella società civile, e quindi pure a quello politico, viene riconosciuta una valenza anche religiosa. Religione e politica, fede e ideologia civile, non sono mondi che non si toccano mai, per cui una persona possa passare con disinvoltura dall’uno all’altro e viceversa semplicemente cambiandosi d’abito ed assumendo in ciascun ambiente un contegno diverso, come quando, usciti dall’ufficio, si va allo stadio e si fa il tifoso. I nostri capi religiosi ci hanno inoltre avvertito: non dobbiamo confidare di poter avere da loro la soluzione di tutti i problemi della nostra civiltà:
Se l'ufficio della gerarchia è quello di insegnare e interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta a loro [ai laici], attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, penetrare di spirito cristiano la mentalità della loro comunità di vita.
[dall’enciclica Populorum progressio – 1967 – del papa Paolo 6°].
 Ragionare sulla società è un compito necessariamente collettivo. Nessuno, da solo, senza compagni, può pretendere di avere una visione completa dei problemi, specialmente in società complesse e molto popolate, composte globalmente di sette miliardi di individui le cui vite sono sempre più strettamente connesse (così argomentava la filosofa Hanna Arendt). Quando ci si confronta sulla politica con spirito di dialogo, quello che consente di prendere in esame le ragioni di tutti, occorre poi farlo con metodo democratico, quindi innanzi tutto rispettando la pari dignità di ciascuno. Questo non toglie che chi ne sa di più, per cultura ed esperienza, potrà dare un contributo maggiore al dibattito, ma solo se renderà quello che dice accessibile anche a chi ne sa di meno, non pretendendo quindi di essere obbedito in virtù di un’autorità riconosciuta a priori alla stregua di un titolo nobiliare. Certe volte anche i sapienti si ingannano e le virtù dei semplici illuminano dotti sofismi.
 In ambito religioso e in particolar modo tra i cattolici c’è il problema di che ruolo riconoscere in questo ai preti. Sarebbe strano escluderli da questi temi, proprio loro che hanno tanti tesori di sapienza e di etica da comunicare. Essi hanno quindi facoltà di parola, ma con pari dignità con gli altri laici che partecipano al dibattito. Questo deve essere molto chiaro. Come laici dobbiamo resistere alla tentazione di seguirli per spirito di obbedienza religiosa, anche se, erroneamente, ci venisse d richiesto di farlo. Ragionando diversamente si costruirebbe un partito dei preti, in cui chi ubbidisce eluderebbe in fondo  le proprie responsabilità storiche di cittadino. Sappiamo poi che la nostra Chiesa rifiuta di essere organizzata democraticamente: un partito della Chiesa introdurrebbe una forza non democratica nel governo della nazione. Il mantenimento di una organizzazione democratica della società è invece una delle principali responsabilità dei cittadini, la base della pacifica coesistenza civile.
 Sappiamo del resto che l’organizzazione del clero storicamente non sempre ha espresso decisioni illuminate in materia politica, essendo stata spesso bloccata dal timore di rompere con i potenti di turno e di subire persecuzioni contro il suo personale o espropriazioni o danneggiamenti di suoi beni (che in Italia costituiscono un patrimonio imponente). In generale si è attestata, specialmente dall’Ottocento in poi su posizioni attendiste, a volte opportuniste, se non francamente reazionarie, timorose del nuovo. Nel Novecento hanno fatto eccezione i papi da Giovanni 23° in poi. In Italia dobbiamo sempre avere ben presente l’esempio storico della Conciliazione  con il Regno d’Italia,  stipulata dai capi della nostra Chiesa nel 1929 con il dittatore Mussolini. Molti laici illuminati del tempo l’avevano vivamente sconsigliata e poi se se sono vergognati. Con il senno del poi la possiamo considerare una pagina veramente controversa nella storia della nostra Chiesa. Quei Patti hanno pesato, e molto, sui destini della cattolicità italiana, e non in senso positivo. Vennero superati solo nel 1984. Prima di allora, in forza del Concordato lateranense, le cui disposizioni vennero quasi interamente sostituite con l’accordo del 1984, vescovi, preti e religiosi non avrebbero potuto intromettersi in alcun modo in politica. Quel Concordato venne a contrastare con la Costituzione italiana entrata in vigore nel 1948 che non consentiva una discriminazione dei cittadini su base religiosa. Tuttavia, per espressa disposizione costituzionale, i rapporti tra la Repubblica italiana e la Chiesa continuarono, fino al 1984, ad essere regolati dai patti del 1929, pur se certe norme limitative caddero progressivamente in desuetudine. Con il protocollo addizionale all’accordo del 1984 di revisione del Concordato lateranense la Santa Sede e la Repubblica italiana si diedero reciprocamente atto di non considerare più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano. [art.1 del protocollo addizionale].  Si pose in tal modo rimedio a una decisione che non era più accettabile neppure nel 1929 e che nondimeno era stata condivisa in sede di stipula degli accordi del 1929, i quali, fra l’altro, istituirono a Roma la Città del Vaticano, strutturata come un vero stato, con un piccolo esercito, giudici propri e, oggi, anche un solo suo prigioniero, come sappiamo dalle cronache.
 Ai tempi nostri la Chiesa cattolica italiana, intesa in senso stretto come organizzazione strutturata per l’esercizio di attività religiose, ha suoi specifici interessi politici che riguardano le a) erogazioni che riceve dalla Repubblica Italiana, le quali ammontano ogni anno ad oltre un miliardo di euro, alle quali si aggiungono altre elargizioni che sotto varia forma le pervengono per altre vie da organizzazioni statali o da altri enti pubblici (in particolare per la conservazione dell’imponente patrimonio architettonico ed artistico di sua proprietà), b) il regime fiscale delle sue attività, c)le erogazioni che le pervengono per attività sanitarie svolte da strutture religiose in convenzione con il Servizio Sanitario Regionale e c) gli aiuti che intenderebbe ottenere per le attività nel settore dell’istruzione privata svolta da enti religiosi. In questo campo, come è agevole intendere in base ai principi generali, non vi è per il fedele che in quanto cittadino italiano abbia la possibilità di influire sulla politica l’obbligo religioso di aderire a tutte le pretese dell’organizzazione del clero. Si tratta di valutare priorità che richiedono di considerare realisticamente tutte le attività svolte dallo Stato e dagli enti pubblici che funzionano su base di partecipazione democratica in relazione alle risorse disponibili e alle esigenze comuni, innanzi tutto di chi sta peggio. Noi fedeli cattolici non siamo, in questo, una sorta di sindacato cattolico o addirittura una lobby (vale a dire un gruppo di pressione politica) in difesa di quegli interessi particolari. Questo rileva in particolare in un’epoca, come quella che stiamo vivendo, caratterizzata da una progressiva diminuzione delle risorse destinate ai servizi pubblici.
 La Chiesa cattolica italiana, intesa come i suoi capi, i vescovi italiani, ha anche una piattaforma di richieste specificamente politiche in alcuni settori dell’organizzazione della società civile. Esse, in particolare riguardano: a) la disciplina legale dell’aborto volontario, che si vorrebbe abolire; b) la disciplina legale del divorzio, che si vorrebbe abolire o rendere meno facile da ottenere; c) la disciplina legale della procreazione assistita, quindi della fecondazione al di fuori dell’utero nei casi in cui la coppia di aspiranti genitori abbia difficoltà a generare, con il correlato problema della sorte da dare agli embrioni generati in soprannumero, disciplina che si vorrebbe molto restrittiva; c) la disciplina legale delle famiglie composte da persone omosessuali, che si vuole impedire;  c)la disciplina legale dell’interruzione di terapie non più utili e della respirazione artificiale e dell’alimentazione e idratazione artificiale nel caso di persone in coma irreversibile o che, sebbene non in quella condizione, si trovino in gravi condizioni di menomazione fisica e chiedano la sospensione di quegli ausili per porre fine a sofferenze non più necessarie a fini terapeutici, per morire con dignità, secondo natura, disciplina che si vorrebbe molto restrittiva. Su questi temi la posizione dei capi cattolici è fortemente minoritaria nella popolazione italiana. Le materie del divorzio e dell’aborto sono state già, nel 1974 per il divorzio e nel 1981 per l’aborto, sottoposte a referendum abrogativi e le leggi che le contemplavano sono state mantenute in vigore dalla volontà popolare. Da allora molti indici sociali denotano che il consenso popolare a quegli istituti si è fatto ancora più forte. E’ esperienza comune di coppie di fedeli cattolici che divorziano (anche se nel caso di matrimonio religioso si parla di cessazione degli effetti civili del matrimonio, perché le leggi religiose considerano ancora indissolubile il vincolo religioso tra i coniugi), tanto che anche il recente Sinodo mondiale dei vescovi (ottobre 2012) ne ha trattato, auspicando un’apertura verso le persone che dal punto di vista religioso vivono in una condizione irregolare a seguito di divorzi. Nella mia esperienza è piuttosto comune anche il ricorso all’aborto volontario in strutture pubbliche da parte di donne cattoliche. Lo possono confermare i sacerdoti che, abilitati a rimuovere la scomunica che consegue di diritto alle pratiche abortive, operano nei grandi santuari religiosi italiani. Sulle leggi riguardanti il divorzio e l’aborto la Democrazia Cristiana, il grande partito dei cattolici italiani cessato come esperienza unitaria agli inizi degli anni ’90, anche se si ritiene che giuridicamente sopravviva ancora per questioni procedurali relative alla sua trasformazione nel 1994 in Partito Popolare, si trovò in minoranza in Parlamento già in epoche in cui il consenso alle tesi dei vescovi era maggiore. Comunque, su tutte quella piattaforma politica dei nostri capi religiosi, i cattolici, pur in minoranza, nella nuova realtà bipolare prodottasi dal 1994, con una forte de-ideologizzazione di tutte le formazioni politiche, sono riusciti spesso ad influire nel senso desiderato dai vescovi, con alleanze informali al di là degli schieramenti politici di appartenenza. I risultati qualche volta non possono essere considerati pienamente soddisfacenti. La legge sulla procreazione assistita è incorsa in censure di incostituzionalità ed è dubbia la sua conformità alla Convenzione di Strasburgo sui diritti umani e allo stesso diritto dell’Unione Europea. Il ritardo nella regolazione legislativa del fenomeno dei nuovi tipi di famiglia, che si sono affiancati a quella naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna, ha impedito di dare stabilità e certezza a rapporti non illeciti che già ci sono nella società e non ha risposto a una domanda di normazione che espressamente viene dalle persone coinvolte. Anche la nuova disciplina sul cosiddetto accanimento terapeutico, che sta per essere varata, ha sollevato molte critiche, anche in ambito cattolico.
 Bisogna considerare, in merito alla piattaforma politica, di cui ho detto, che tutte le attuali principali formazioni politiche sono altamente laicizzate, nel senso di scarsamente connotate dal punto di vista religioso, tranne piccole formazioni che ancora si richiamano all’esperienza democristiana e alla dottrina sociale della Chiesa. La vera differenza tra destra e sinistra è che a destra si ammette la libertà di opinione tra i parlamentari, mentre a  sinistra si tende a imporre ai parlamentari scelte che non vanno nel senso desiderato dai nostri capi religiosi. Questa  è stata la causa di alcune defezioni di parlamentari cattolici dalla sinistra.  Quelle materie, tuttavia, non sono al centro del dibattito politico di oggi. Nessun partito politico di un qualche rilievo si propone di realizzare integralmente questo programma politico dei nostri vescovi, perché in Italia, su quelle idee, non c’è consenso maggioritario e, anzi, su alcuni temi il consenso si va riducendo sempre più. Talvolta vi si fa riferimento in politica, ma spesso ciò appare strumentale ad ottenere un appoggio politico dall’organizzazione religiosa, senza una vera condivisione dei moventi ideali. In passato ci sono stati effettvivamente indizi di tentativi di uno scambio politico su singole e limitate questioni, su questa o quella proposta di legge, nel senso di promettere un certo orientamento parlamentare su questa o quella proposta di legge a fronte di un consenso politico della Chiesa verso certe formazioni. Per quanto mi riguarda, penso che non vada comunque mai perso di vista il contesto generale; occorre sempre considerare, tenendo conto della situazione reale della nazione, che cosa si vada a produrre con alleanze contingenti di quel tipo, posto che, come ho detto, la piattaforma politica dei vescovi riguarda aspetti marginali della politica di oggi. Bisogna chiedersi che cosa si produrrà per quanto riguarda gli altri aspetti politici, che, ad esempio, riguardano anche gli impegni bellici della nazione, l’equità fiscale e i servizi pubblici che consentano ai meno ricchi una vita dignitosa. Sarebbe accettabile, ad esempio, barattare un’azione di interdizione parlamentare su singole proposte di legge con un impoverimento delle classi svantaggiate, alle quali tradizionalmente la destra politica è meno sensibile (consideriamo in merito le questioni e prese di posizioni emerse nel confronto politico negli Stati Uniti tra Romney e Obama)?
 Per quanto riguarda la tematica del comunismo ateo, osservo innanzi tutto che parlare genericamente di comunismo non rende bene l’idea di ciò a cui ci  si vuole riferire. Storicamente infatti vi sono stati molti comunismi e non tutti sono stati atei, in particolare quelli che regolano la vita di alcune società primitive. L’idea di mettere in comune i beni in attesa della manifestazione del soprannaturale in cui si confidava era presente anche in alcune della comunità cristiane delle origini; se ne parla negli Atti degli apostoli. Tuttavia, nonostante che qualcuno definisca comunistico quel modo di organizzazione di gruppo, non si può parlare a quel proposito di comunismo, perché era assente in quella esperienza l’idea di instaurare un nuovo ordine di tutta la società.
 I comunismi di impronta marxista, dei quali di solito si vuole parlare quando si parla di comunismo ateo, furono in genere effettivamente antireligiosi in quanto anticlericali. Essi consideravano infatti la religione, quindi la fede nel soprannaturale organizzata in una collettività strutturata, come un imbroglio organizzato dai preti ai danni dei ceti più poveri, per mantenerli  sottomessi a gruppi di privilegiati con i quali il clero era in combutta, sopendo  su basi fideistiche ogni conato di rivolta. Noi, con spirito religioso, sappiamo naturalmente che la fede non è un inganno, ma certamente nella storia vi sono state epoche in cui il clero ha appoggiato i dominatori delle società contro masse sottomesse ad ordinamenti ingiusti. L’affermazione della democrazia, in particolare, è avvenuta anche contro la Chiesa cattolica, ricordiamolo bene,  la quale solo nel 1944 ha accettato il regime democratico come quello preferibile.
 Fu fortemente antireligiosa l’ideologia sovietica, tanto da propagandare l’ateismo tra le popolazioni dominate. Ma non tutti i comunismi furono allo stesso modo antireligiosi e anticlericali.
 In particolare il comunismo italiano si è caratterizzato per un significativo apporto dei cattolici (si veda ad esempio la figura di Franco Rodano), specialmente dopo la Seconda guerra mondiale. Nel 1946 con una modifica dell’art.2 dello statuto del Partito comunista italiano venne consentita l’adesione al partito anche a coloro che non professavano l’ideologia marxista leninista, ma condividevano il programma del partito. Ciononostante anche la sola iscrizione al quel partito o il sostenerlo vennero ufficialmente  dichiarati peccato mortale, passibile anche di scomunica come forma di apostasia, con un provvedimento del 1949 del Sant’Uffizio (una congregazione della Curia Vaticana che oggi ha diversa denominazione). Nel 1976 il segretario del Partito Comunista Italiano dichiarò di accettare l’adesione dell’Italia all’Alleanza Atlantica (che all’epoca si contrapponeva al sovietico Patto di Varsavia) e nel 1977, durante la celebrazione a Mosca del sessantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, esplicitò al cospetto dei massimi leader  comunisti del mondo la peculiarità del comunismo italiano e la presa di distanza dall’esperienza sovietica. Nel 1979, durante il 15° Congresso, venne modificato l’art.5 dello statuto del Partito comunista italiano che faceva obbligo agli iscritti di conoscere e praticare l’ideologia marxista leninista. Da questo momento può considerarsi venuta definitivamente meno la pregiudiziale antireligiosa di quel partito, anche se permaneva indubbiamente una sospettosità anticlericale determinata essenzialmente dagli schieramenti politici dei vertici della Chiesa cattolica, in sede nazionale e internazionale, e, in parte, anche dall’idea che in genere i preti tendessero a stare con i padroni  e promuovessero una pacificazione sociale intesa come sottomissione ad un ordine sociale ingiusto. Nel corso della presidenza Gorbaciov dell’Unione Sovietica, dopo la crisi dei regimi europei vassalli dei sovietici (a partire dal 1989) e con la fine dell’Unione sovietica (1991), il Partito comunista italiano ha subito profonde metamorfosi, espresse anche nel cambiamento della denominazione e del simbolo, nell’accettazione della democrazia interna, nel ripudio del monolitismo, tanto che andò incontro a diverse scissioni, e, infine, alla fusione con formazioni di diversa ispirazione e tradizione. Oggi nessuno dei gruppi che sono derivati dal quel processo di metamorfosi, frazionamento e fusione, benché alcuni di essi mantengano la denominazione comunista, si rifà alle ideologie antireligiose e anticlericali di matrice sovietica. Tutti, in particolare,  hanno pienamente accettato l’ideologia democratica contemporanea. Possiamo quindi concludere che oggi il comunismo ateo non è tra le proposte politiche in lizza per le prossime elezioni. Mette conto di farne ancora menzione in un dibattito sull’attualità politica?
 Questa evoluzione del comunismo italiano comincia a non essere più nota nemmeno agli italiani. Possiamo pretendere che ne abbiano consapevolezza, ad esempio, gli immigrati che giungono da noi da ogni parte del mondo? C’è in questo un compito da svolgere, per chiarire bene le cose, in vista di un maggiore reale loro coinvolgimento nelle questioni italiane, che possa preludere anche all’acquisizione della cittadinanza. Ad esempio, per un ucraino parlare di partito comunista può suonare veramente minaccioso, perché il suo modello di riferimento è il PCUS (Partito comunista dell’Unione sovietica di un tempo).
 Posto quindi che a)non sarebbe degno della nostra comune cittadinanza politica determinarsi, nel voto prossimo, sulla base di direttive od ordini precisi ricevuti dal clero e non veramente condivisi, b) che la piattaforma politica dei nostri capi religiosi  è tutto sommato marginale e  non ha nessuna possibilità di essere attuata nelle attuali dinamiche democratiche, potendosi al massimo esercitare un’influenza per attenuare certi estremismi e che c) il comunismo ateo  non c’entra nulla con la politica di oggi, quali sono i temi centrali della prossima campagna elettorale?
 A mio parere sono due: rendere più coerente la struttura istituzionale della Repubblica, correggendo certi eccessi di autonomia locale che sono derivati dalle politiche del cosiddetto federalismo e in particolare, ristrutturando il sistema e i poteri degli enti pubblici minori che governano porzioni locali del territorio nazionale e consentendo al governo nazionale di intervenire con maggiori poteri nel sistema delle autonomie locali; contrastare la criminalità organizzata che sembra essere riuscita ad infiltrare la politica, venendo a costituire una minaccia per l’ordinamento democratico della nazione; individuare interventi per rivitalizzare l’economia nazionale e, al tempo stesso, per mantenere un accettabile livello di servizi, in particolare nel sistema sanitario e in quello scolastico, pur continuando a seguire la linea di contenimento della spesa pubblica e di riduzione del debito pubblico convenuta in sede di Unione europea. La crisi della finanza pubblica, correlata a quella dell’economia nazionale, lascia meno spazi di azione. Per questo i programmi delle varie formazioni in lizza non divergono molto e la competizione tra di loro si fa su giornali, televisione e internet essenzialmente sulla base della personalità dei candidati. Tuttavia differenze ci sono, quanto ai risultati sperati. Bisogna solo avere la pazienza di ragionare sui dati. Perché, ad esempio, tutti si propongono di ridurre “le tasse”, ed è chiaro che di questo beneficerebbero i più ricchi che hanno aliquote più alte e redditi maggiori, ma se poi le tasse fossero ridotte veramente di molto mancherebbero le risorse per assicurare i servizi pubblici universali, vale a dire che si vuole destinati a tutti, anche ai meno ricchi, sulla base di certi livelli di prestazioni. Mi riferisco in particolare ai trasporti pubblici, alla manutenzione delle strade, agli ospedali e alle scuole.
 Concludo dicendo che uno dei fondamentali esercizi di laicità che la nostra associazione ci propone di fare è proprio quello di acquisire, nel dialogo con gli altri, maggiore consapevolezza dei problemi della società in cui viviamo, al di là delle solite parole d’ordine e frasi fatte che non accrescono di nulla la nostra conoscenza delle cose, tendendo a farci assumere decisioni d’impeto invece che sulla base di mature e ragionevoli considerazioni, in cui tener conto non solo del nostro particolare interesse, o di quello della nostra Chiesa, ma anche di quello ti tutti gli altri.

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38
Noi e la storia. Chi siamo veramente?
(28 novembre 2012)

Su quale bilancia si pesa la vita di un uomo? Secondo quale ordine si tirano le somme, da cui risultano il guadagno e la perdita di questa vita, e appare chiaro il suo senso ultimo? Di fronte alla natura non si può parlare di bilancia, perché tutto va come deve andare secondo la sua legge intrinseca. Ma nell’uomo l’agire e l’essere sono affidati alla libertà, e libertà significa che si può fare qualcosa di giusto, ma anche di sbagliato, che si può preservare qualcosa ma anche che qualcosa si può corrompere. Qual è dunque la bilancia, e quale l’ordine?
 [In: Romano Guardini, La Rosa Bianca, Morcelliana, 1994, pagine 84, € 8. Commemorazione di Sophie e Hans Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf  e prof. Dr Huber* – discorso pronunciato a Tubinga il 4-11-1945]
*membri del gruppo di resistenti tedeschi La Rosa Bianca, giustiziati dal regime nazista nel 1943.

 Di solito quando si pensa all’espressione scrutare i segni dei tempi, che venne usata nella costituzione pastorale Gaudium et spes (n.4) del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), si pensa ai tempi correnti, a quelli che stiamo vivendo nell’oggi. Il grande insegnamento del papa Giovanni Paolo 2° (regnante dal 1978 al 2005) fu di considerareil dovere di fare memoria veritiera anche del passato, per discernere anche in esso ciò che merita di essere preso ad esempio e quello che invece deve essere lasciato alla storia come manifestazione non più attuale o addirittura negativa: si tratta del lavoro che egli chiamò di purificazione della memoria.
  In un certo senso siamo abituati a farci narrare la nostra storia di collettività religiosa dai nostri capi, ma questo non rientra nel compito che riteniamo essere esclusivamente loro. Tutti siamo chiamati a ragionare sulla nostra storia, in particolare noi laici che abbiamo il compito specifico di ordinare secondo Dio le realtà temporali, vale a dire di costruire, in ciò che è umanamente possibile, un ambiente e una società dove gli esseri umani possano essere felici, secondo le nostre prospettive religiose.
 Non si tratta naturalmente di mettersi al posto di Dio e di anticipare presuntuosamente il giudizio finale sull’umanità e sui singoli suoi membri, evento sul quale in questo tempo liturgico di Avvento poniamo particolare attenzione. Poiché però noi non siamo stati creati dal nulla e in un nulla, ma siamo nati una determinata storia nella quale ci siamo progressivamente inseriti con un ruolo sempre più attivo e dalla quale siamo stati anche determinati e condizionati, innanzi tutto in ciò che si definisce la cultura del nostro popolo, il complesso di concezioni, abitudini, schieramenti, modi di esprimersi e via dicendo,  è nostro dovere, anche religioso, darne una valutazione, che ci riguarda da vicino, in quanto ha ad oggetto una esperienza di cui siamo parte.
 Nella coscienza religiosa si è sempre saputo che intere società possono andare contro i  valori religiosi: è questo anche l’insegnamento biblico. Molto più recente è la consapevolezza di doversi attivare religiosamente per combattere quelle che vengono definite strutture sociali di peccato. Questa espressione si trova in particolare nel magistero degli anni ’80 del papa Giovanni Paolo 2°. Certe organizzazioni della società, intese come istituzioni o movimenti, favoriscono o inducono al peccato, cioè a violare doveri religiosi. E’ un fenomeno che i cristiani hanno sperimentato fin dalle origini, fin da quando le istituzioni dell’impero romano pretendevano da loro l’ossequio religioso agli dei antichi. Ai tempi nostri abbiamo preso coscienza che lo schiavismo fu una struttura di peccato, ma si è trattato di una evoluzione culturale piuttosto lunga e travagliata. E’ stata considerata una struttura di peccato quella dei movimenti che inducevano alla lotta di classe, ma parallelamente, e su base biblica, si è anche presa maggiore consapevolezza che pure l’ingiustizia su base classista, dunque quella di coloro contro i quali si dirigeva la lotta di classe, è una struttura di peccato. Nel 2000, durante il Grande Giubileo che si celebrò quest’anno, si assistette a una spettacolare evoluzione di questa concezione: la Chiesa, guidata dal Papa, si impegnò a riflettere su ciò che nel proprio impegno storico aveva costituito struttura di peccato, proponendosi di distaccarsene.
 Di solito, quando riflettiamo sulla nostra esperienza religiosa, tendiamo a schierarci tra i buoni e poi partiamo con varie critiche, più o meno veementi, che riguardano quelli che non la pensano o non fanno o non sono come noi e facciamo loro la morale. Non sto a fare esempi, perché sicuramente ciascuno li ha in mente.  Pensiamo di essere gente pacifica, ma in realtà l’Italia ha un corpo di spedizione militare in Asia. Facciamo parte della parte più ricca dell’umanità e siamo piuttosto preoccupati del processo globale di ridistribuzione di una parte delle ricchezze del mondo che si sta producendo a favore di popoli che solo recentemente sono usciti dal sottosviluppo. E se dovessimo fronteggiare strutture sociali di peccato che furono quello che schiacciarono i resistenti tedeschi del gruppo della Rosa Bianca, come ci comporteremmo. Innanzi tutto: saremmo capaci di esprimere una veritiera, coraggiosa ed efficace critica sociale?
 Qualche volta, quando si parla dell’impegno dei laici cattolici nel mondo, li si pensa un po’ come dei piazzisti del sacro, dei venditori porta a porta di religiosità, sulla base delle indicazioni espresse dai capi della ditta, del loro catalogo. Si ha qualche difficoltà nel vederli invece impegnati un una riflessione creativa che riguardi anche i principi  e i valori, sulla base del lavoro di purificazione della memoria  e di approfondimenti personali che facciano reagire fede e vita. Questo accade all’interno della nostra Chiesa, ma anche fuori di essa. Spesso la persona di fede viene vista come un soggetto eterodiretto e incapace di autonomia di giudizio. Un credulone affascinato dal sacro.
 Riprendere in mano i documenti del Concilio Vaticano 2° può far apparire la sproporzione tra gli impegni che, già negli anni Sessanta, si ritenne di affidare al laicato e ciò che poi si è fatto in questo campo. E tuttavia dobbiamo tener conto che un lavoro religioso non è condizionato dalle forze concretamente disponibili in  campo o dal tempo che si ha a disposizione per agire. Esso vive nella prospettiva degli ultimi tempi ed è sempre svolto nella prospettiva dell’Avvento. Per quanto effettivamente la nostra buona disposizione d’animo e i nostri sforzi concreti contino, e siano manifestazione della nostra adesione interiore alla fede comune, il compimento di tutto non dipenderà da noi e c’è tutto il tempo che occorre per fare quello che si deve.
 Anche il piccolo gruppo dei resistenti della Rosa Bianca, che agiva anche in una prospettiva religiosa, non fu paralizzato dal considerare la scarsità del numero dei propri aderenti rispetto al mostro sociale contro il quale si dirigeva la loro critica sociale. A maggio ragione non dobbiamo esserlo noi, del gruppo parrocchiale di A.C. in San Clemente papa, che viviamo, tutto sommato, in tempi tanto meno complicati e pericolosi. Forse dovremmo però riscoprire l’entusiasmo dei nostri anni di gioventù, questo sì. E pregare che il nostro lavoro sia continuato anche da gente più giovane, nel nostro stesso filone ideale. Anche il sacrificio della Rosa Bianca fu fecondo in questo senso.

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La parrhesia* evangelica
(29 novembre 2012)

*parrhesia: vocabolo del greco antico. Significa franchezza, libertà nel parlare. Parlare pubblicamente, apertamente, coraggiosamente

…in condizioni di innegabili (ma non imprevedibili) necessità, piuttosto che tacere tutti, occorre che qualcuno si assuma l’iniziativa –non per velleità di protagonismo, ma con cuore umile e mosso solo da “parrhesia” evangelica- di professare pubblicamente la legge evangelica dell’amore e del rispetto dovuto ad ogni uomo
“Parlerò delle tue testimonianze davanti ai re
e non ne avrò vergogna” (Sa 119,46)
 E poiché ciò avvenga occorre che –nelle forme e con lo spirito dovuti, sempre di più nell’educazione interna e nella formazione della Chiesa di Cristo di faccia spazio non solo ai singoli episcopati, orientandoli a una coscienza eclesiale propria ma non nazionalista, veramente “cattolica” ma che anche si dia respiro alle grandi componenti in cui si articolano le Chiese locali, specialmente le loro associazioni qualificate di laici: perché divenga sempre più vero quello che si dice, e cioè che ai laici particolarmente spetta intervenire direttamente nella costruzione politica e nella organizzazione della vita sociale, agendo di propria iniziativa e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.
 …occorre compiere una revisione rigorosa di tutto il proprio patrimonio culturale e specialmente religioso, purificandolo radicalmente da ogni infiltrazione emotiva e da ogni elemento spurio che non attenga al nucleo essenziale della fede e che possa favorire anche solo in maniera indiretta ritorni materialistici o idealistici capaci di alimentare miti classisti, nazionalisti, razzisti ecc.
[Da Non restare in silenzio mio Dio, di Giuseppe Dossetti, introduzione scritta per il volume di L. Gherardi, Le Querce di Monte sole; ora in Giuseppe Dossetti – La parola e il silenzio – Discorsi e scritti 1986-1995, Paoline Editoriale Libri, 2005, €22,00]

 Su certi temi religiosi è inutile cercare istruzioni nei vari catechismi in commercio. Si tratta infatti di materie sulle quali ancora si discute e si sperimenta e non si è ancora trovata una posizione stabile, se non definitiva. In particolare questo accade per quanto riguarda l’impegno  religioso nei laici nella storia per influire sulla costruzione degli ambienti umani e delle società.
 Occorre riassumere brevemente alcuni punti che ho trattato precedentemente:
         -alle origini, diciamo nei primi quattro secoli della nostra era, le Chiese          cristiane erano ben distinte dalle istituzioni civili, alle quali prestavano          obbedienza in ciò che non contrastava con doveri religiosi ma sentendosi          come stranieri (“ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria è terra          straniera”, citazione dalla Lettera a Diogneto, scritto anonimo che si fa          risalire alla fine del secondo secolo della nostra era);
         -dal quarto secolo il cristianesimo diviene l’ideologia unificante dei sistemi          politici delle nazioni dominate dalle istituzioni imperiali romane e poi,          nell’Europa occidentale dei sistemi politici succeduti al crollo delle istituzioni          imperiali romane; in questa nuova situazione si instaura una dialettica, fatta          di accordi e scontri tra le autorità religiose e quelle civili, in cui i popoli          vengono in rilievo essenzialmente quali sudditi di una specie di condominio          in cui è molto importante stabilire chi comanda nelle varie questioni,  a          seconda che abbiano rilievo esclusivamente o prevalentemente religioso o          rilievo civile; oggi può sembrare strano, ma, in queste dinamiche e          concezioni, la pace tra i popoli non è un veramente un valore nella prassi          politica, compresa quella delle autorità religiose; non lo è neanche          l’autodeterminazione dei popoli (le concezioni democratiche contemporanee          sono molto lontane);
         -Dal Cinquecento comincia ad affermarsi l’idea che i sistemi sociali possano          essere mutati per corrispondere ad esigenze razionali. Si tratta dei          movimenti ideali precursori delle concezioni democratiche contemporanee.          In queste epoche i popoli cristiani sono dominati da monarchie ereditarie,          che si sentono minacciate dalle nuove idee. Il Papato solidarizza con le          dinastie monarchiche  diventa una forza di reazione. Questo atteggiamento          si inasprisce di fronte ai sommovimenti politici della fine del Settecento e poi          nell’Ottocento. I movimenti democratici vengono essenzialmente concepiti          dai Papi come fonte di disordine sociale e di disubbidienza anche alle          autorità religiose. In Italia la situazione è particolarmente grave perché   l’unità nazionale si costruisce anche contro  il Papato, che domina Roma. Le   ultime condanne papali della democrazia, sia pure orientata in senso      cristiano, risalgono agli inizi del Novecento;
         -la situazione muta molto con l’esperienza delle due Guerre Mondiali del          Novecento (1914/1918; 1939/1945) e, in particolare, in nel confronto con i          regimi totalitari fascisti e nazisti (la Chiesa cattolica invece in quel periodo          non fece esperienza diretta del totalitarismo sovietico, in quanto quest’ultimo          dominava nazioni cristiane ortodosse); in quell’epoca comincia a diventare          centrale il tema del perseguimento della pace universale e perpetua non più          solo mediante accordi con i capi delle nazioni (che con i capi fascisti, nazisti          non avevano funzionato e che non si era neppure potuto iniziare a intavolare          con i capi sovietici), ma attraverso un’azione collettiva di masse illuminate;
         -da quell’esperienza, dalla quale la posizione morale del Papato esce          gravemente pregiudicata pur se la nuova Europa era andata strutturandosi          anche in base si riallaccia a principi     cristiani soprattutto per merito di          movimenti laicali che, allontanandosi   dall’atteggiamento prudenziale del          Papato, avevano partecipato alla         resistenza europea contro i fascismi e i          nazismi, scaturì un diverso atteggiamento verso la democrazia, vista ad          un certo punto come una forza che poteva impedire il riaffacciarsi dei          totalitarismi. Richiamo il celebre Radiomessaggio Natalizio del 1944 del          papa Pio 12°:
 “Il problema della democrazia
 Inoltre — e questo è forse il punto più importante —, sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
 Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
 In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?”

                -Bisognerà però arrivare agli anni Sessanta, al Concilio Vaticano 2° (1962-         1965)  e all’enciclica Populorum Progressio  (1967) del papa Paolo 6°,          perché il Papato chieda ai popoli cristiani una autonoma e originale iniziativa          dei laici cattolici per la realizzazione di un ordine giusto e pacifico.
 Siamo arrivati ai tempi nostri, caratterizzati da discussioni e sperimentazioni sul tema dei rapporti tra impegno religioso, promozione umana, in particolare elevazione degli umili,  e contrasto  di strutture sociali di peccato, in esso compresa la liberazione degli oppressi. Il fine è di pacificare la società costruendo ordini sociali  fondati sulla giustizia (per il legame che biblicamente si vuole vedere tra giustizia  e pace). Tuttavia si è vista che un’azione di pacificazione di questo tipo può non essere del tutto o per nulla pacifica, richiedendo di combattere le forze che promuovono e mantengono l’ingiustizia. In Italia questa è stata appunto l’esperienza storica delle forze cattoliche che aderirono alla resistenza armata al fascismo e all’occupante nazista, tra il ’43 e il ’45: si definivano ribelli per amore.
 Il più notevole tentativo di costruire un movimento di quel tipo, che si situasse tra l’organizzazione ecclesiale in senso proprio e le organizzazioni della società civile, non caratterizzate religiosamente, è stato quello delle varie teologie della liberazione, che originarono negli anni Sessanta e vennero duramente contrastate e represse, in particolare sotto il Papato di Giovanni Paolo 2°, per motivi prettamente teologici e per motivi politici, in quanto le si sospettava di cedimento alle ideologie marxiste e di assecondare i disegni sovietici nell’America latina.
 Negli anni ’80 e ’90 abbiamo assistito ad un forte attivismo politico internazionale, nel senso di cui dicevo, da parte del papa Giovanni Paolo 2°. Esso lasciò poco spazio ad autonome iniziative laicali. Si affermò in questo il modello di impegno laicale della Polonia, molto legato al collegamento con i vescovi. In Italia, dopo la fine dell’esperienza unitaria democristiana, poco spazio è stato lasciato ai laici e sui temi specificamente politici con rilevanza religiosa ha inteso esercitare un’azione di coordinamento la Conferenza Episcopale Italiana. Negli ultimi due anni ha ripreso ad essere molto attiva anche la Segreteria di stato Vaticana, qualche volta con iniziative che divergevano dalle concezioni della Conferenza Episcopale Italiana. Insomma, il laicato italiano è continuato ad essere quel brutto anatroccolo di cui ha parlato Fulvio De Giorgio nel suo bel libro omonimo del 2008.
 Un momento di particolare tensione si ebbe al tempo del referendum abrogativo in merito ad alcune norme della legge sulla procreazione assistita (2005), in cui la gerarchia cattolica aveva, indirettamente naturalmente, consigliato l’astensione, per non far raggiungere il numero minimo di votanti perché la consultazione fosse efficace e invece diversi cattolici decisero di andare a votare, pur votando contro l’abrogazione della legge (che era conforme alle concezioni dei vescovi). Volarono parole grosse tra laici schierati su posizioni opposte. Chi era conosciuto come cattolico e andava a votare veniva visto come in aperto dissenso con la gerarchia. In quell’occasione si manifestò chiaro il problema aperto dall’attivismo autonomo che si era iniziato a pretendere dai laici cattolici: esso doveva necessariamente svolgersi con metodi democratici e quindi rispettando la dignità morale e la libertà di coscienza di ciascuno. Questa convinzione fa fatica ad affermarsi nella nostra Chiesa, dominata da una gerarchia che rifiuta il metodo democratico nei compiti che sono suoi propri, ma è costretta a tollerarlo nell’azione nella società, se vuole veramente coinvolgere le masse nello sviluppo di una società ispirata a valori religiosi.
 Le cose si sono complicate ulteriormente per l’alta laicizzazione delle attuali formazioni politiche, per cui l’adesione a un determinato orientamento religioso, ad esempio alla dottrina sociale della Chiesa, non è più presentato come caratterizzante e da tutti si fa professione di tolleranza e multiculturalismo. Ma sono più complicati anche i problemi e i dilemmi davanti ai quali ci si trova. Vi è la necessità di ragionare bene sulle cose e sugli effetti delle proprie decisioni, in uno spirito che, in democrazia, non può tener conto solo degli interessi della propria parte, fosse anche la propria Chiesa, ma del bene di tutti i consociati. E allora certi sbrigativi appelli a votare questo o quello, che sicuramente verranno anche in occasione delle prossime elezioni politiche, come sono venuti nel passato, vengono accolti spesso con fastidio, perché gli anni del dopo Concilio non sono stati senza effetto e quindi non si tollera più umiliarsi nell’atteggiamento di sudditi di un potere indiscutibile, fosse anche a base sacrale, ma ci si sente impegnati a un atteggiamento responsabile che impone di capire e di convincersi bene sui vari temi. L’autorità, nelle cose della politica e, in genere, della costruzione delle società umane, la Città dell’uomo di Lazzati, non va data per scontata, ma deve essere conquistata giorno per giorno con buoni argomenti ed esempi edificanti.
 L’Azione Cattolica si sente particolarmente impegnata nell’azione di formazione delle coscienze necessaria per svolgere responsabilmente la missione che ai laici compete nel mondo di oggi.

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Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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