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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 2 maggio 2018

L’ambiente sociale democratico


L’ambiente sociale democratico

  Tra i cattolici si ritiene che una forte adesione personale   dei  fedeli  ai valori religiosi, in società a prevalenza culturale cattolica,  e un’unica guida religiosa al vertice, sapiente e indiscutibile, selezionata con cura da un collegio di grandi saggi, siano sufficienti a preservare dai maggiori mali sociali. Questa convinzione non ha retto alla prova dei fatti: la storia, in particolare quella dei fascismi europei che imperversarono sul nostro continente negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, la smentisce platealmente. In particolare, non ha funzionato a quei fini attribuire il potere assoluto religioso a persone sicuramente buone, come furono i papi Achille Ratti, Pio 11° in religione, ed Eugenio Pacelli, Pio 12° in religione. Ciò che non potrebbe di per sé essere addebitato a colpa ad un'altra persona religiosa che si fosse trovata ad esercitare un certo potere in quegli anni, lo può per loro, perché, considerando l’estensione del potere religioso che venne loro riconosciuto,  assoluto,  e quindi le correlative grandi aspettative, non si dimostrarono a sufficienza efficaci nel prevenire la degenerazione sociale europea, ad esempio verso il tentativo di esclusione e sociale e poi di sterminio  degli ebrei. Come è stato osservato da molti, la gran parte dei fedeli cattolici, del resto, non vide in quegli anni alcun motivo di contrasto tra certe politiche, che oggi riteniamo criminali, e la loro fede; a parte certe minoranze, naturalmente. Si ragiona con il senno del poi, certo, e dopo la sconfitta di quei regimi politici. All’epoca ogni decisione si presentava drammatica, sia su piccola, nella vita quotidiana di ognuno, che su grande scala, come quella che doveva affrontare una persona che aveva accettato di essere pastore universale.  E deve riconoscersi che il magistero del Pacelli ebbe, fin dall’inizio del suo ministero, un ruolo molto importante nel consentire la ripresa della riflessione sulla rilevanza dei processi democratici per contrastare certi mali. Di fatto quel suo potere non poté nulla senza, appunto, l’effettiva ripresa dei processi democratici a livello di massa, senza un’azione collettiva che inducesse la formazione di un ambiente sociale democratico di massa. Il supremo magistero si dimostrò impotente, da solo, nonostante il grandissimo potere che giuridicamente e dogmaticamente gli veniva riconosciuto nel vincolare, sotto pena di peccato mortale, l’agire dei credenti verso certi principi.
  L’Europa occidentale, e di riflesso anche quella orientale, ha vissuto un lungo periodo di pace, dal 1945 ad oggi, una volta che democrazie di massa si affermarono nelle nazioni che erano state storicamente all’origine di conflitti secolari: la Germania e la Francia innanzi tutto, ma anche l’Italia. Intorno a queste tre grandi nazioni si coagulò il processo di unificazione europea che è ancora in corso, nonostante l’abbandono della Gran Bretagna,  a sua volta però al centro di un grande moto analogo a livello  mondiale, il Commonwealth: altri stati si sono candidati ad essere integrati nell’Unione, come l’Albania, la Macedonia, il Montenegro e la Serbia. Questo periodo di pace è stato frutto dei processi democratici di massa di cui dicevo.  Questo rende cruciale, per la formazione alla cittadinanza europea, capire  la democrazia contemporanea e farne tirocinio informato. E’ un lavoro che ha anche un senso religioso, proprio perché legato alla costruzione della pace.
  Le versioni della democrazia che hanno caratterizzato il processo di unificazione e di pacificazione europea dagli scorsi anni Cinquanta hanno tutte inglobato elementi di socialismo e di liberalismo. Questo le distingue nettamente dalla democrazia statunitense, fondata essenzialmente sull’ideologia liberale. Il sistema dello  stato del benessere  è stato costruito proprio su quei fondamenti e la sua crisi è stata contemporanea a quella dei socialismi europei. Socialismo significa un intervento dei poteri pubblici per soccorrere la gente nelle difficoltà della vita, e quindi, correlativamente, obblighi di contribuzione tributaria più rilevanti, per sostenere quelle politiche. In Italia questo avviene, ad esempio, nel campo della sanità, che è quasi gratuita per la maggior parte dei cittadini e del tutto gratuita per alcune fasce della popolazione, come gli invalidi con certi livelli di disabilità  e i malati gravi in relazione alle cure delle loro patologie. Oggi si dà per scontato che sia giusto così, ma non lo è. In gran parte del mondo, e anche negli Stati Uniti d’America, ognuno deve pagarsi le cure sanitarie, con risorse proprie o come trattamento rientrante in un rapporto di lavoro che comprende un’assicurazione sanitaria o stipulando un’assicurazione sanitaria in proprio. Durante la presidenza statunitense di Barak Obama fu  introdotta una riforma per garantire un’assicurazione sanitaria agli indigenti e la cosa destò grande scandalo: nel programma del presidente Donald Trump vi è lo smantellamento di tale sistema, ritenuto una ingiusta limitazione alla libertà della gente.
  In una concezione liberale si dice che la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri, in un sistema in cui  le libertà sono uguali  per ciascuno in linea di principio. Nel pensiero socialista nessuna libertà è veramente tale se non fa proprie anche le necessità degli altri e quelle collettive: nessuna persona umana è un’isola. All’origine di questa posizione troviamo anche concezioni religiose della nostra fede. La dottrina cattolica sul bene comune lo dimostra. Nessun uomo è un’isola  è il titolo di un bel libro del mistico statunitense Thomas Merton (1915-1968). Va aggiunto che la critica religiosa al liberalismo è stata storicamente tanto penetrante quanto quella al socialismo. La prima riguarda la pretesa di autosufficienza del singolo. La seconda le costrizioni alle coscienze che possono prodursi nei movimenti e sistemi politici che pretendano di cambiare la società secondo una certa visione autoritaria del bene collettivo. Sia il liberalismo sia il socialismo sono stati criticati in questa prospettiva perché potenzialmente irreligiosi o addirittura ostili alla fede.
  Il liberalismo, affermatosi in Europa a partire dall’Ottocento, non impedì lo sfruttamento efferato delle masse dei lavoratori nei processi industriali, finché il socialismo non cominciò  ad avere una sua forza di pressione di massa. Il socialismo ha funzionato meglio in ambienti democratici, che mantenevano tra i principi politici fondamentali elementi di liberalismo, come l’inviolabilità della vita, della libertà personale,  del domicilio, della libertà di pensiero e di parola e altri, salvo limiti soggetti al controllo di giudici indipendenti. Dove è stato assolutizzato e dominato da una classe politica autoreferenziale, è sfociato invariabilmente in oligarchie e addirittura in dittature personali che hanno sostituito come principale obiettivo, a cui ogni altro era subordinato, il mantenimento del proprio potere,  e anche del  proprio benessere sociale,  agli interessi di benessere delle masse.
   Oltre a quegli elementi di liberalismo e di socialismo, al centro dell’ideologia delle democrazie avanzate contemporanee, quelle che hanno consentito di integrare elementi di liberalismo e di socialismo  e di garantire in tal modo una pace duratura proprio nelle regioni da dove erano storicamente scoppiati continui letali conflitti, vi è il principio che  nessun potere debba essere senza limiti. E’ proprio esso che consente alle democrazia di funzionare, a livello di massa, come motore della pace. Sottolineo: a livello di massa. La democrazia infatti non funziona più bene se non si raggiunge quella dimensione, coinvolgendo un gran numero di persone, potenzialmente  tutti. Naturalmente si può fare un tirocinio di democrazia anche su scala meno vasta, ad esempio come accade nella nostra Azione Cattolica o in un gruppo parrocchiale, quando lo si voglia improntare, e non è frequente, a metodo e principi democratici. Ma su questa dimensione, ad un certo punto chi dissente radicalmente ha la scelta di andarsene, di uscire dal gruppo. Questo non accade, o accade con molta più difficoltà, su scala di massa: ed è questa la dimensione in cui si situano gran parte dei nostri problemi sociali. Non se ne esce allontanandosene. La possibilità, e in un certo senso l’inevitabilità, di una decisione di  tutti,  ostacola molto la radicalizzazione delle posizioni, sostenuta dall’affermarsi di personalità o gruppi autoritari, perché, in ambito democratico di massa, fino ad oggi è stato molto difficile ottenere quel livello di controllo collettivo che può consentirla. La radicalizzazione di massa è stata ottenuta con il depotenziamento dei processi democratici, in genere limitando gli elementi di liberalismo che esprimevano. Le tecniche utilizzate prevalentemente dai regimi fascisti storici, come quello mussoliniano italiano, sono state quelle basate sulla violenza e sulla paura, o entrambe. Si è anche seguita la via di potenziare artificialmente il valore legale delle più forti  minoranze, con sistemi di impostazione maggioritaria o con premio di maggioranza alla elezioni, o di legittimare i capi politici emergenti mediante referendum o plebisciti in cui la decisione era più centrata sulla persona del capo politico che sulle politiche proposte.  In tutta l’Europa di oggi si manifestano, dove più dove meno, questi indici di depotenziamento dei processi democratici, e quindi anche i processi di pacificazione europea sono entrati in crisi. In genere non se ne parla, ma al fondo delle decisioni politiche attuali vi è la questione del mantenimento della pace europea, che non si è manifestato possibile, attuabile, al di fuori di processi democratici. Questi ultimi richiedono un  ambiente sociale democratico, vale ad dire permeato dei valori democratici e resistente all’indebolimento del metodo democratico. Siamo tutti noi coinvolti, con responsabilità personale e collettiva.
  In genere si pensa di sapere che cosa sia, oggi, la  democrazia. Approfondendo mi è parso di capire che non è così. Se ne ha un’idea piuttosto vaga, in genere coincidente con la convinzione che democrazia sia poter  dire la propria. Non è solo questo e non è principalmente questo. Democrazia è in primo luogo  azione  e azione collettiva.  Anche la nostra Azione Cattolica  lo è e, infatti, nel suo statuto si definisce palestra di democrazia.  Ma, vi domando, ci esercitiamo  a sufficienza nel campo della democrazia?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 
  



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