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martedì 6 giugno 2017

Passare il tempo

Passare il tempo

   Sto leggendo un libretto del fisico Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, edito da Adelphi: è disponibile anche in e-book. Racconta tante cose sullo scorrere del tempo che la fisica contemporanea ha scoperto. E’ scritto per farle capire anche a chi non ha studiato. Leggendolo si comprende che ognuno, e ogni posto, ha il suo proprio tempo. Siamo veramente contemporanei solo di noi stessi e di nessun altro. 
  Che il tempo scorra più o meno velocemente  a seconda delle situazioni  e delle età è una sensazione comune.  In particolare, da anziani sembra che il tempo scorra velocissimo. Si pensa di avere tanto tempo,  da pensionati, per fare ciò che non si è potuto da giovani e si scopre che non è così. Bisogna sempre sbrigarsi. Il tempo è sempre poco.
  Da giovani, quando sembra di avere più tempo, non si sa che fare. Ma anche da anziani spesso  è lo stesso. Si va nei centri anziani e si finisce per passare il tempo  giocando a carte. Uno come Lorenzo Milani si arrabbiava contro questa abitudine, che considerava come uno sprecare il tempo.
  Se uno è religioso pensa di dover impiegare bene il tempo. Il ciclo dell’anno liturgico lo sollecita a questo. Però spesso, in questo, si diventa dipendenti dai preti, si ha sempre bisogno di qualcuno di loro che presieda e dica  che fare e spieghi perché  lo si fa. Questa abitudine viene mantenuta anche nelle cose che spetterebbero primariamente ai laici. E anche lì dove i laici cercano di essere autonomi, finisce per prevalere il modello di presidenza attuato dal prete, per cui i laici cercano di fare come  i preti e si clericalizzano.
 Se si vuole intervenire nelle cose della società  da laici animati dalla fede, come ora ci viene richiesto, bisogna imparare  un diverso modo di impegno, molto più autonomo, ma anche costante e intenso. E deve essere un lavoro collettivo. Non ci si limita, infatti, ad assistere,  ma si deve partecipare. Non è che, quando non c’è il prete che si occupa di noi, si sia fatto quello che ci si aspetta da noi quando ci siamo limitati a passare il tempo.
  La prima cosa da fare, quando ci si ritrova insieme in parrocchia, dovrebbe essere quella di buttar giù un programma di azione. Per fare che? Innanzi tutto per migliorarci e poi per migliorare la società intorno a noi: si tratta di aspetti collegati. Non è che quello che siamo fuori non conti nulla, anzi è importantissimo. Ad esempio uno studente in parrocchia approfondirà i temi del suo studio e cercherà di arricchirne gli altri. Lo stesso faranno tutti gli altri. Lo studio e il lavoro sono parti molto importanti del nostro impegno in società: sono espressione di partecipazione. E in democrazia la partecipazione è molto importante, è addirittura un dovere civico. Non può esistere democrazia senza partecipazione. Non è partecipazione presenziare ad eventi di massa come un concerto o la proclamazione solenne di un santo o il comizio di un politico. Ma non è partecipazione neanche smanettare sul pc o sul telefonico cliccando su mi piace o non mi piace. La politica democratica si è degradata quando questi modi superficiali di coinvolgimento personale hanno cominciato ad affermarsi.
  Partecipare significa incontrarsi e programmare qualche attività collettiva. Questo è impiegare bene il tempo. Non è facile. Ci si ritrova e, improvvisamente, sembra che il tempo, che di solito va molto veloce, non passi mai. Silenzio, imbarazzo. Quando poi si comincia a parlare il tempo riprende ad andare velocissimo ed è già l’ora di salutarsi, ma a stento qualcuno ha avuto i tempo di dire la sua. Figurarsi fare progetti! Allora si capisce quanto è prezioso il tempo.
   Incontrarsi richiede tempo, ma anche gli spazi giusti. Ecco perché la parrocchia è tanto importante nel quartiere: ha gli spazi giusti. Noi dobbiamo metterci il nostro tempo. Incontrarsi è il solo modo per capire veramente ciò che ci accade intorno e per progettare come reagire al male che c’è. Il sistema del commercio e della politica degradata come è diventata  oggi è organizzato per farci rimanere da soli, facendoci però credere di essere in tanti insieme. Da soli si è infinitamente malleabili. C’è tutto un filone della psicologia che si dedica appunto a questo: a come manovrare a distanza masse di individui soli, folle solitarie  come sono state definite.
  In masse solitarie incidiamo sulla società, ma nel modo desiderato da chi riesce a manovrarla. E’ da questo che scaturiscono molti mali sociali contemporanei. Di solito siamo consumatori cattivi (non cattivi consumatori): preferiamo comprare cose che recano dentro molta sofferenza, per come sono state prodotte. Altre sono cattive in sé, come gran parte dei prodotti dell’industria del gioco d’azzardo o la prostituzione. Paghiamo male il lavoro che sfruttiamo e ce ne facciamo una ragione: quando capita a noi soffriamo e protestiamo, ma quando siamo noi i datori di lavoro non ci comportiamo meglio dei nostri. Cambiare  i consumi potrebbe cambiare il mondo, anche a partire da una realtà di prossimità come il nostro quartiere.  Ma richiede un profondo cambiamento culturale e, innanzi tutto, una forza collettiva di  resistenza. In gruppo si resiste meglio, ci si fa coraggio, ci si motiva. Se pensiamo di fare politica protestando con qualche autorità, questo ci viene facile, perché pensiamo di essere sempre a credito con le istituzioni pubbliche. Se però ci si chiede di mettere in questione il modo in cui consumiamo, quindi il modo in cui partecipiamo a quella complessa rete di relazioni che viene definito mercato  e che sembra dominare tutto, oggi, di solito siamo piuttosto riluttanti. E’ un tema che viene affrontato nell’enciclica Laudato si’: ci viene richiesto di sviluppare una coscienza ecologica, che consiste appunto anche in questo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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