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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 5 giugno 2017

La giustizia come metro dei sistemi sociali

La giustizia come metro dei sistemi sociali


  Ci sono diversi metodi per misurare gli effetti dei sistemi sociali.
 Si possono valutare, ad esempio, secondo i morti che producono.
 Se una potenza regionale cambia politica, si potranno contare i morti in più che ci saranno, specialmente se diventa meno sensibile al valore della giustizia. Se lo fa una potenza globale le conseguenze saranno molto maggiori. Ma accade anche su scala molto più piccola ed anche molto piccola. Si  è osservato, ad esempio, che una classe scolastica in cui prende piede il bullismo tra ragazzi può fare morti e che quindi questa non è più una cosa da ragazzi, ma veramente molto seria. In Italia da poco ci hanno fatto addirittura una legge sopra, per combattere il bullismo informatico, quello praticato mediante i  telefonini, in danno dei minori.
  Un metro abbastanza efficiente per valutare i fatti sociali, in particolare le organizzazioni, è quello della giustizia. Anche in questo caso può essere impiegato su piccola scala, ad esempio nel caso di una parrocchia.
  La giustizia è un valore sociale e ha a che fare con l’etica, vale a dire con i criteri che in società si scelgono per definire il bene e il male e per orientare al bene. Ma vi possono essere etiche ingiuste, come avviene nei regimi politici totalitari, classisti o in quelli schiavisti. La giustizia è un valore meno malleabile dell’etica. Finché gli altri esistono, sorge un problema etico, che consiste nel decidere come comportarsi con loro, che può essere risolto in modo giusto  o ingiusto. Un’etica  ingiusta  suona come paradossale. Se però consideriamo che una delle esigenze della giustizia è il   non fare male agli altri, come ritenevano gli antichi giuristi, allora un’etica come quella proposta dal fascismo storico, che si proponeva la guerra, risulta  ingiusta, perché fa male agli altri. Se l’ambiente naturale, che serve a tutti per vivere, è minacciato dalle attività umane e una grande potenza decide di ignorarlo perché fare diversamente comporterebbe una riduzione del suo benessere sociale, questo è ingiusto  perché fa male agli altri, propone un'etica ingiusta come quella che dice la "mia nazione viene prima di tutto". Ragionare in questo modo, in un mondo interconnesso su scala globale come il nostro, rende impossibile la sopravvivenza di tutti. E quelli che sopravvivono, perché riescono con la forza a mettere sotto i piedi gli altri, si ritrovano in ambiente degradato, che fa male anche a loro. 
    In una parrocchia bisognerebbe praticare la giustizia, perché quest'ultima è anche un valore religioso. Uno dei principi della giustizia è dare a ciascuno il suo. Se comprate l’Osservatore romano, il quotidiano edito dal papato, nell’intestazione trovate scritto, in latino, proprio quel principio, “unicuique suum”, a ciascuno il suo. Ma se troppa gente non trova più in una parrocchia quello che avrebbe diritto di trovare, vale a dire  il suo  in questo senso, allora significa che qualche cosa non va. Non è giusto. Una parrocchia dovrebbe essere un sistema sociale inclusivo fondato sulla giustizia. A lungo abbiamo avuto problemi in questo campo, da noi alle Valli, e dall'ottobre 2015, con l'arrivo di un nuovo pastore, si sta cercando di cambiare. Le diversità che c’erano ancora negli anni ’80 sono state ritenute ad un certo punto come cattive e si è cercato di ridurle, costruendo una certa etica piuttosto esigente. L’etica non dovrebbe esserlo? Dipende da che cosa esige. L’altro giorno, qui a Roma,  al raduno di un movimento religioso che ha molto successo in società, si è proposto il modello delle  diversità riconciliate. Ci si riconcilia quando si dialoga e si trova un modo di convivenza, che è anzitutto  coesistenza.  L'etica dell'uniformità, mediante riduzione della diversità, e quella della riconciliazione delle diversità possono essere entrambe esigenti, vale a dire molto impegnative, ma, innanzi tutto sono diverse e hanno effetti sociali  diversi. Ma non solo sono diverse, sono anche incompatibili, alternative,  o l'una o l'altra. Bisogna scegliere. E non basta essere in buona fede, quasi sempre lo si  è in religione, perché la scelta sia giusta; occorre anche tenere conto realisticamente degli effetti sociali che vengono prodotti, come dovrebbero fare i politici di governo quando scelgono una certa politica e allora dovrebbero tener conto dei morti in più che faranno.
  Ogni etica sociale è collegata ad un assetto politico, perché è chi comanda in società che fa le regole. Questo accade nel grande come nel piccolo. Se si vuole che la riconciliazione prenda piede in una società, occorre aumentare il livello di giustizia conformandovi l’etica.
  Nelle scritture sacre vi sono delle storie di tremenda violenza. La violenza è un fatto umano. Ad un certo punto i profeti immaginarono che dall’Alto si sarebbero  stroncate  le guerre, ma questo non è mai diventato realtà, se non per breve tempo. Se uno immagina di essere,oggi, alle porte di Gerico e che il Cielo gli ordini di urlarle e di cantarle contro, contro la città pagana e  infedele, perché poi le sue mura crolleranno e si potrà, e anzi si dovrà, sterminare (nel senso di rendere uniforme o escludere) tutto ciò che di vivente c’è dentro, e ci costruisce un’etica sopra sviluppando una politica corrispondente, poi avrà più o meno ciò che ha immaginato, più  o meno, intanto però avrà una situazione di conflitto insanabile, in cui lui urla contro gli altri, che rimangono a guardarlo dietro le mura. Il fascismo volle la guerra, l’ebbe, ma non andò come immaginava dovesse andare. Così va la storia umana. Si miete ciò che si è seminato, ma non sempre si raccoglie ciò che si immaginava di ricavare.
  Adesso si sta cercando di rendere la parrocchia un ambiente molto più accogliente per gli altri, cambiando atteggiamento verso di loro. E’ una scelta etica, naturalmente, che è in linea con le regole dettate da chi comanda ora nelle nostre collettività religiose e che ci spinge a una  diversità riconciliata. Ma è cosa che ha a che fare con la giustizia, perché accogliendo, quindi  includendo, dà a ciascuno il suo, una parte del bene che si può trarre dalla vita religiosa e che non è giusto riservare ad una piccola minoranza: non è per questo che pensiamo di essere stati mandati  al mondo intorno. Ma durerà poco,  forse quanto il tempo assegnato al nuovo pastore che ci è stato mandato, nove anni, dei quali è trascorso già un anno e mezzo, se a questa esigenza di giustizia non corrisponderà una nuova organizzazione sociale, per metterla al riparo della volubilità umana. E’ a questo che servono le istituzioni, anche una come la parrocchia: a dare continuità alle società umane consentendo loro di rigenerarsi  periodicamente. Da qui l’esigenza di attivare processi democratici, gli unici a poter produrre questo risultato includendo. Le carenze in questo campo hanno consentito che, all’inizio degli anni ’80, tutto cambiasse piuttosto rapidamente quando cambiò il pastore. All’epoca c’era molta partecipazione in parrocchia, i più anziani ne parlano e nelle interviste raccolte  nel libro di Bonomo sul quartiere risulta molto chiaramente, ma non c’era una tradizione democratica che consentisse di fare resistenza, quando sarebbe stata necessario farla, per dialogare in condizione di pari dignità e impedire i problemi che poi si produssero. Si determinò un conflitto latente che venne risolto non apertamente, ma con il ritiro dei dissenzienti, e che quindi venne deciso secondo il principio d’autorità, obbedendo. L’obbedienza: la più subdola delle tentazioni, nelle cose sociali. L’obbedienza, in religione, è dovuta solo al Cielo. Per tutto il resto vale la libertà di figli.

Mario Ardigò - Azione Cattolica  in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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