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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 17 giugno 2017

Parrocchia comunitaria

Parrocchia comunitaria

 Prendo spunto dall’articolo che incollo qui sotto, pubblicato recentemente sull’Arborense, il settimanale della diocesi sarda di Oristano, per alcune riflessioni sull’esigenza di fare della parrocchia una realtà sociale comunitaria, con il coinvolgimento di tutti nei suoi compiti, e sul radicamento della parrocchia su un determinato territorio,  e ciò alla luce dell’esperienza maturata nella storia della nostra parrocchia.
1. L’articolo.
  Scrive l’Arcivescovo, che fu a lungo professore di antropologia teologica all’Università Lateranense, a Roma.
  Nella Diocesi di Oristano i preti non sono sufficienti e, in più, tra loro ve ne sono di molto anziani. Come coprire le tante parrocchie?
  Ha scritto  l’Arcivescovo, nella Lettera pastorale del settembre dello scorso anno
 “Il titolo di questa mia lettera pastorale ne chiarisce subito l’oggetto: è un invito ai fedeli laici a vivere e operare da cristiani “a tempo pieno”, nonché a dedicare all’annuncio e alla missione tutto se stessi e non solo il proprio “tempo libero”. Infatti, quando in Diocesi avevamo abbondanza di sacerdoti, questi erano presenti in tutte le parrocchie, anche quelle più piccole, e operavano spesso in solitudine, mentre i fedeli laici, per collaborare, potevano offrire solo una parte del loro tempo e delle loro competenze. Ora che, in seguito alla mancanza di sacerdoti, in molte parrocchie non ci sono più i sacerdoti residenti, si chiede ai fedeli laici un impegno non occasionale ma a tempo indeterminato. Questa richiesta, di per sé, non è nuova. Anche una delle decisioni principali del Sinodo Diocesano sulla parrocchia, per esempio, ha richiesto la collaborazione e la corresponsabilità di tutto il popolo di Dio, cioè dei sacerdoti e dei fedeli laici, nelle forme che nel linguaggio comune sono chiamate “unità o comunità pastorale”, e che dal nostro Sinodo sono state definite: “forme strutturali di collaborazione ecclesiale”. La situazione attuale, quindi, impone che la collaborazione dei fedeli laici non sia più considerata solo una supplenza per la mancanza di sacerdoti, ma un impegno a tempo pieno, che comporta molta buona volontà e molta dedizione. Talvolta, si ha la vaga impressione che in alcune circostanze manchi questa buona volontà e che, sacerdoti e laici, nelle nostre parrocchie, presi da scoraggiamento e rassegnazione, lavorino solo per garantire il minimo indispensabile di assistenza spirituale, rinunciando a dedicare passione ed entusiasmo alla ricerca di nuove vie di missione ed evangelizzazione.
 Per chiarire la natura dell’impegno che viene richiesto ai fedeli laici si può fare riferimento al mondo del lavoro e dell’occupazione, dove si sottoscrivono dei contratti a tempo determinato e a tempo indeterminato. Sappiamo come l’aspirazione dei giovani in cerca di lavoro sia quella di avere un contratto a tempo indeterminato, ossia fisso, di modo che essi possano investire sul futuro non solo con coraggio ma anche con fiducia. Ebbene, per analogia, anche nella vita della Chiesa, ogni battezzato dovrebbe assumere un impegno non a tempo determinato ma a tempo indeterminato.
 In altri termini, nella stagione ecclesiale e culturale che stiamo vivendo, è richiesto che ogni battezzato sia un cristiano ad h. 24 e non solo a frequenza settimanale, nei giorni di domenica o di festa di precetto”
  Nell’articolo si ricordano quei concetti. Evidentemente ci sono state delle resistenze culturali all’integrazione delle parrocchie esistenti nelle nuove unità pastorali.
 Si ricorda che la nota della Conferenza Episcopale Italiano del 2004 sulla parrocchia,  Il volto  missionario delle parrocchie in un mondo che cambia,
http://vocazioni.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/10/2016/07/Il-volto-missionario-delle-Parrocchie-in-un-mondo-che-cambia.pdf
attribuiva questi compiti alla parrocchia:
-essere il luogo di immediato accesso  alla Chiesa;
-svolgere il compito propriamente missionario del primo annuncio e di nuova evangelizzazione;
-operare il rinnovamento in chiave catecumenale della iniziazione cristiana;
-proporre una rinnovata catechesi di formazione degli adulti;
-realizzare una articolazione della testimonianza della carità in interazione con il territorio.
 Nella nota si chiede anche una sostanziosa articolazione ministeriale  delle parrocchie, vale a dire la partecipazione dei laici h24 (come si dice ne gergo dei servizi di emergenza) al lavoro nelle parrocchie.
  Il modello oggi dominante nelle parrocchie, osserva l’autore dell’articolo, è diverso e pone l’accento sulla “cura pastorale”  del parroco di una particolare popolazione della Diocesi, identificata e circoscritta dai confini di un determinato territorio.  E ciò per assicurare prevalentemente i servizi  pastorali: sacramenti, catechesi, carità.  In definitiva, scrive, “l’immagine prevalente  è quella  d’un territorio pastorale, definito e strutturato secondo le prescrizioni del diritto canonico, all’interno del quale il presbitero-parroco celebra la Messa e amministra i sacramenti nella chiesa parrocchiale, tiene l’ufficio della canonica, coordina la catechesi per l’iniziazione cristiana e i ministri straordinari della comunione e, dove c’è, supervisione la carità parrocchiale”.
 Ma, ricorda l’Arcivescovo,   la determinazione  del territorio  come costitutivo della parrocchia  è stata superata dal  Concilio Vaticano 2°. I saggi di quel concilio scrissero, nella Costituzione sulla liturgia “Il sacrosanto Concilio”:
[…] poiché nella sua chiesa il Vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero suo gregge, deve costituire  necessariamente dei gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente  le parrocchie organizzate localmente  e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del Vescovo”.
 Posero quindi in risalto la  comunità ecclesiale  piuttosto che il territorio e l’ufficio de parroco.
   Una parrocchia concentrata sull’amministrazione dei sacramenti all’interno di un certo territorio non assolve di per sé, si legge nell’articolo, la missione di una comunità aperta ed evangelizzatrice.
 E’ necessario, quindi, un cambiamento di prospettiva, scrive l’Arcivescovo, su cui ha insistito la teologia pastorale. E’ richiesto un rinnovamento missionario della parrocchia, soprattutto mediante la riconsiderazione  del ruolo dei laici nel compito della missione  e dell’evangelizzazione. Viene ricordato che, secondo l’Esortazione apostolica  I fedeli laici, diffusa nel 1988 dal papa Giovanni Paolo 2°
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_30121988_christifideles-laici.html

la parrocchia si rinnova  nella misura in cui il territorio è animato da una vita comunitaria reale.
 E nel Codice di diritto canonico (del 1983)la parrocchia viene definita come “una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell’ambito di una chiesa particolare, e la cui cura pastorale è affidata sotto l’autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore”.
 L’accento, si conclude nell’articolo, è quindi posto sul rapporto tra la fede di una comunità, il Vescovo che ne è il garante, ed il parroco che ne è l’animatore. La dimensione costitutiva del territorio, perciò, non è abolita, si osserva, ma viene molto relativizzata.
2. Osservazioni generali sulla base della nostra esperienza parrocchiale.
   La situazione romana è molto diversa da quella sarda. Qui a Roma abbiamo  molti più preti, perché ne vengono  da tutta Italia e da tutto il resto del mondo a studiare nelle università pontificie e, nel tempo libero, lavorano nelle parrocchie.
  Ma il problema  del rinnovamento comunitario  e del legame con il territorio  c’è anche da noi.
  Siamo d’accordo che il Vescovo  costituisce la parrocchia come comunità di fedeli all’interno della sua chiesa particolare? Lo so, è scritto così. Ma riflettiamoci un po’ sopra. E’ il Vescovo che costituisce   la comunità parrocchiale o  essa preesiste (almeno nella situazione italiana) alla costituzione della parrocchia come ufficio ecclesiastico?
  L’atto del Vescovo di costituire  la parrocchia c’è sicuramente ed esso è un atto di tipo amministrativo, come quando si  costituisce  una Azienda sanitaria locale e le si assegna un territorio. Lo scorso anno è stata ridenominata da “A” ad “1” la ASL che serve il nostro quartiere e ne è stato modificato il territorio e, con esso, la popolazione servita. Lo si è fatto con un atto amministrativo. Questo significa costituire  un servizio.  E, certamente, all’origine di ogni parrocchia c’è un atto, diciamo, burocratico di questo tipo.
 Ma costituire  una comunità è tutta un’altra faccenda.
 Quando, nel 1956, fu costituita  la nostra parrocchia, come ufficio ecclesiastico secondo le norme del diritto canonico, la comunità preesisteva e poi si  è molto ingrandita, ma preesisteva, c'era già prima. E’ proprio per questo che la parrocchia fu  costituita. All’epoca non la si pensava ancora come  comunità, si tratta di idee che hanno preso piede solo qualche anno più tardi, ai tempi dell’ultimo Concilio. La si pensava come servizio  ecclesiastico a una certa comunità che c'era già.
  Quindi c’è un ufficio  e c’è una comunità, ma quest’ultima preesiste, e preesiste su un certo territorio. Il nostro quartiere, fin dalle origini, ha avuto una certa caratterizzazione come società. Lo ha ricordato il sociologo Bruno Bonomo nel libro che nel 2007 scrisse sul nostro quartiere, Il quartiere delle Valli - Costruire Roma nel secondo dopoguerra, editore Franco Angeli, €21,00, ancora in commercio. C’era una comunità  e una comunità di fedeli: il Vescovo non ha mandato i suoi preti tra genti di altre fedi religiose, ma tra gente della nostra fede.
 Se io invece decidessi di  fondare una nuova sede locale di un movimento qui alle Valli, allora effettivamente la costituirei come comunità, perché prima questa nuova realtà sociale non ci sarebbe. La posso costituire qui alle Valli, ma perché non un po’ più in là, ad esempio nella vicina chiesa degli Angeli Custodi, o in quella di San Frumenzio? Vado dove l’ambiente è più favorevole. Mettiamo che in una parrocchia mi mettano a disposizione una sala, in un’altra una sala e una biblioteca, in un’altra  addirittura tutta  la parrocchia: allora porto gli amici miei, con i quali costituisco  questa nuova realtà sociale, dove ho più spazio e più opportunità, lì dove posso avere tutta  la parrocchia per noi.  Che importa dove vivono gli amici miei? Fanno un po’ di strada in più e si sta insieme dove c’è più spazio. Mi possono obiettare che il posto dove vado era pensato per la gente che vive in un certo territorio: e io allora potrei replicare che chi ragiona così   è rimasto indietro e non pensa in termini comunitari. La parrocchia è di chi ci va. Così, appunto, mi veniva risposto, fino all'inizio del nuovo corso da noi, nell'ottobre 2015, quando facevo quell'osservazione.
  E’ chiaro che questa non è la situazione di Oristano: è la nostra. A Oristano ci sono piccole comunità preesistenti che vorrebbero continuare ad avere un prete tutto per loro e alle quali si risponde che non è più possibile, per cui devono darsi da fare da loro stesse.
  Potremmo dire che l’abitare vicini  è un elemento importante per una parrocchia? Perché, in definitiva, l’etimologia greca della parola parrocchia, vale  a dire la sua origine nella lingua greca antica, richiama proprio questa idea, dell’abitare vicini: deriva infatti dal verbo del greco antico paraoicheo¸  che significa abitare vicino. La comunità che preesiste  alla costituzione dell’ufficio parrocchiale è definita da quelli che abitano vicino, nei dintorni,  nel quartiere. E’ chiaro che poi  i confini amministrativi  di una parrocchia non coincidono sempre con questo abitare vicini. Ad esempio ci sono degli isolati al di là di piazza Conca d’Oro e verso la via Nomentana che amministrativamente fanno parte della parrocchia degli Angeli Custodi, ma che in effetti, da punto di vista sociale e comunitario, gravitano nella nostra parrocchia. Qualche settimana fa ci è venuto a trovare un giovane dell’Azione Cattolica degli Angeli Custodi il quale da ragazzo viveva su viale Tirreno oltre piazza Conca d’Oro, nel territorio  degli Angeli Custodi, ma che ha frequentato il catechismo da noi. Io, che fin da piccolo abito nel territorio  di San Clemente papa, ho fatto lo scout  agli Angeli Custodi. Quelli di viale Tirreno oltre via Conca d’Oro li sentiamo parrocchiani nostri, come io non ebbi difficoltà agli Angeli Custodi ad essere riconosciuto tale. Abitiamo vicini. Gli Angeli Custodi, dal punto di vista amministrativo, sono addirittura di un’altra Prefettura, un altro mondo dal punto di vista della burocrazia ecclesiastica, ma per me quella chiesa mi è familiare come la nostra parrocchia, e addirittura forse di più, perché vi ho vissuto tanto a lungo da ragazzo e ne conosco ogni dettaglio; se ci ripenso ho ancora in testa l’odore di certi suoi locali.
   Per un po’ ho vissuto a Giulianova, sulla costa Abruzzese. Roseto degli Abruzzi è veramente a due passi, ma quando a Giulianova dicevano “Ha sposato uno di Roseto” era come se la ragazza giuliese avesse sposato uno di un altro mondo. Nei paesi è così. Far superare alla gente i pregiudizi territoriali,   di campanile, per favorire la collaborazione tra piccole realtà, a volte di poche centinaia di persone, tutto sommato vicine, che però tra loro si considerano mondi  diversi, può mettere a dura prova il magistero  e l'abilità di mediatore di un vescovo.  Allora si deve spiegare che non ci si deve fissare su un territorio, perché, insomma, qui non ci sono più preti, e allora ci si deve industriare, uscendo dallo stato di spettatori  di liturgie religiose e dandosi una mano gli uni gli altri tra  parrocchie vicine, in fondo scoprendo una unità che anche qui comunque preesisteva,  e che  solo il microcampanilismo  aveva condotto a misconoscere, a negare.
 Quando c’è una comunità che  preesiste  e un ufficio che è costituito e al quale il Vescovo manda i suoi preti, le due realtà umane, alla fine, si conciliano. Perché? Perché l’una sente di aver bisogno dell’altra, la comunità del prete e il prete della comunità. Nessuno dei due è fatto per funzionare autonomamente dall’altro: il prete viene inviato ad una comunità e la comunità segue il clero. E’ in fondo un modello clericale ed è quello che è stato proposto ai fedeli  fino ad epoca molto recente, quando sono molto diminuite le vocazioni sacerdotali. Per il laico la virtù principale era la docilità, che veniva presentata come una forma di obbedienza partecipe e consisteva nel lasciarsi guidare  dal prete, ma non in modo passivo, bensì in modo attivo  e  creativo  in modo da sostenerne la sua azione in società: è il modello dell’Azione Cattolica prima dell'ultimo concilio. Un laicato, quindi, non tanto visto solo come pecora, gregge, ma forse, e lo dico senza alcuna connotazione negativa, come cane da pastore, docile  e  ardimentoso strumento  del clero. In questo quadro, mentre l’ufficio  e la struttura  del parroco e del clero che con lui collabora sono molto bene delineati da punto di vista istituzionale, lo stesso non si può dire del laicato, della comunità che all’ufficio del clero preesiste. Sostenendo che è costituita  dal vescovo si intende che come viene fatta può essere disfatta o  rimodellata per suo volere. Viene in questo modo misconosciuta, vale a dire non riconosciuta, la sua preesistenza.  Ad un certo punto, al suo interno, possono emergere dei ministeri, dei compiti propri di un laico, e la cosa avviene come per i preti: si viene scelti  e mandati  da un prete, che assegna il compito da svolgere e  a cui si risponde. La comunità come tale non emerge mai, in particolare non collabora veramente a individuare scopi e metodi della  missione, del da farsi in società, se non come consulente  del parroco, quindi del clero, e soprattutto non ha alcun vero diritto istituzionale, nessuna vera certezza,  di  esistere, di essere mantenuta  in un certo assetto, di determinarsi, di essere rispettata nella sua dignità. Può essere disfatta e rimodellata per ordine del prete. Questa è ancora la situazione attuale. Un vero cambiamento di prospettiva dovrebbe comportare una vera e propria riforma in questo campo.
  Negli anni ’70 la nostra parrocchia era diventata una realtà sociale molto viva nel quartiere e, quando parlo di quartiere, mi riferisco alla comunità che  preesisteva all’ufficio del parroco e dei preti suoi collaboratori. La comunità abitava  la sua parrocchia. Nel 1983 è cambiato il parroco e piuttosto velocemente tutto è cambiato in parrocchia: si  è prodotta la situazione che si è presentata nell’ottobre 2015 allo staff di preti che ci è stato mandato. Non sto qui a criticare una spiritualità e un metodo religioso. Non mi importa nulla farlo. Osservo ciò che è stato. Ci dicevano che la società si era paganizzata, ma non era così. La gente di fede c’era come prima, solo che non veniva più nella nostra parrocchia: se ne andava nelle parrocchie intorno. Penso che i parroci vicino a noi se ne siano ben presto accorti. Del resto, se uno va a San Frumenzio o al Redentore o agli Angeli Custodi, o anche a Sant’Emerenziana, non è che finisce di fare vita parrocchiale, come se si trasferisse dall’altra parte di Roma, perché tutti quei posti sono vicini. In questo la realtà comunitaria supera  quella burocratica amministrativo-religiosa senza tanti problemi. E, in definitiva, si vede che da noi, intorno a Montesacro, sarebbe molto più facile che a Oristano costituire unità pastorali,  se si volesse.
  Ad un certo punto, nel corso del 2015, si è voluto cambiare strada. Dalla Diocesi ci hanno mandato un nuovo parroco e una nuova squadra di preti. In questo modo si è rifatto  l’ufficio ecclesiastico del parroco, ma, a questo punto, si dovrebbe anche effettivamente  costituire  di nuovo una comunità parrocchiale di fedeli, ma questo supera le possibilità del clero, Non si tratta, in effetti, di  costituire, ma di riprendere il collegamento vitale con la comunità delle Valli, che preesiste  ma che si è abituata ad essere parrocchia  da altre parti. Ma com’è che oggi non riesce quello che sembra invece essere riuscito nel corso degli anni ’80? Perché all’epoca non fu solo questione di un cambio nell’ufficio  del parroco.
  Ho scritto che comunità che preesiste  e clero che ad essa viene mandato possono rapidamente conciliarsi, perché sentono il bisogno l’una dell’altro. Ma che accade se accanto  a una comunità che preesiste  se ne insedia un’altra che  è costituita  e che si avvale di opportunità che le si presentano in una parrocchia, richiamando molta gente da fuori? Le due realtà sociali non sentono il bisogno l’una dell’altra e quindi entrano presto in conflitto. Si scambiano accuse di devianza, non si possono soffrire l’un l’altra. La comunità costituita fa vita propria, ha un proprio giorno santo, il sabato, mentre per l’altra è la domenica. Assorbe quasi totalmente l’impegno dei preti, tanto che, alla fine, in parrocchia rimangono solo quelli che si sono formati in quella comunità perché, facendosi più numerosa quest’ultima, anche le esigenze di guida religiosa aumentano e per relazionarsi con la gente di quella comunità, con il suo particolare metodo, la sua particolare liturgia, occorre una particolare formazione. La comunità che preesiste  si sente trascurata, l’unica via che le viene proposta è quella della comunità costituita, ma quest’ultima non va bene per tutti, e allora si prende ad emigrare. Porre la questione in termini di territorialità  non mi pare appropriato. La gente del nostro quartiere, infatti, è tanto poco legata alla territorialità  burocratico-ecclesiastica che emigra senza problemi. Il problema è che una parrocchia non è più tale se nella sua realtà comunitaria non prevale l’elemento sociale di gente che vive vicina.Uno che vive da tutta un’altra parte di Roma e che viene in parrocchia solo due sere  la settimana, il sabato e l'altro giorno fissato  per l’adunanza della sua particolare sezione di rinnovamento spirituale, del suo piccolo gruppo di riferimento, non può essere considerato parrocchiano. Non ha relazioni vive  con la gente del quartiere. Viene da noi come potrebbe andare in un altro quartiere di Roma, indifferentemente alla Balduina o al Tuscolano. E’ questo modo di procedere che ha fatto della nostra parrocchia qualcosa di diverso da una parrocchia, una specie di  parrocchia di tendenza, che però, a ben vedere, non è più una parrocchia, perché vengono meno l’elemento dell’apertura a tutti  e quello   dell'abitare vicini.
   Il processo che ho descritto, condotto in assoluta buona fede da persone buone, ma veramente buone, questo voglio metterlo sempre in risalto perché mai e poi mai mi schiererò accanto ai loro pedanti e rancorosi critici, e che, tuttavia, ha portato alla sostanziale dissoluzione della nostra parrocchia come comunità preesistente, situazione alla quale con molta difficoltà si cerca ora di rimediare, è stato possibile perché l’elemento comunitario non aveva da noi, come in genere non l'ha, una propria costituzione, un insieme di regole di base, di garanzie personali e comunitarie, che impedisca esperimenti del genere di quello condotto da noi, con la realizzazione di una parrocchia di tendenza,  e consenta una resistenza attiva. Perché, come detto, è la docilità  una delle principali virtù proposte al laico di fede, ma, a ben vedere, parafrasando Lorenzo Milani, essa non è più veramente una virtù, ma la più subdola delle tentazioni. Qual è però il Vescovo o il parroco che sopporta di buon grado la resistenza del gregge? Eppure la resistenza è un’azione fondamentale nei processi democratici e senza questi ultimi il gregge  rimane tale, non si trasforma in comunità attiva e partecipe con costanza come oggi la si vorrebbe, e, al più, possono trovarsi al suo interno, ed essere istruiti come tali, dei  cani da pastore. Inutile pensare a comunità impegnate “h24” senza dar loro uno statuto di garanzia che consenta ai dissenzienti di prendere la parola e di fare resistenza, perché senza di questo non c'è una vera comunità partecipe, ma prevalgono alcuni e fuori gli altri, con molto scarto, che è poi gente che  non partecipa più.
3. La riforma in senso democratico
   Inizio osservando questo: un laico di fede può cercare di essere persona di fede “h24”, ma non può essere impegnato in parrocchia “h24”. Perché? Perché ha anche altro da fare: lo studio, la famiglia e il lavoro. Se si vogliono sostituire i preti “h24” con laici missionari “h24”, si sbaglia strada. Ancora una volta si ragiona senza riconoscere ciò che è proprio del laico e che  preesiste.
 Si  dice che il modello di parrocchia centrato sui servizi pastorali, il modello ASL dello spirito, è insufficiente, ma poi, gira che ti rigira, è sempre lì che si individua l’esigenza primaria. Quando si è deciso di cambiare le cose da noi? Quando ci si è accorti che la gente non ci portava più i bambini per la formazioni di base, per Confessione e Comunione. Non è che fossero aumentati i pagani: tanto è vero che rapidamente la gente del quartiere ce li ha di nuovo portati, e molto numerosi, quando l’impostazione della parrocchia è cambiata. Ora però mancano gli operatori pastorali, perché dovrebbero venire dalla comunità che preesiste  e quest’ultima non è più stata abituata a questo tipo di partecipazione.
 Il problema però non è tanto quello di ottenere la collaborazione di operatori laici, ma di creare un contesto di partecipazione  con nuove regole di convivenza. Il resto verrà.
  Innanzi tutto occorre riconoscere che  la comunità parrocchiale preesiste,  non  è costituita. C'è gente di fede che abita vicina: questa è la realtà di base. Se la parrocchia deve essere aperta a tutti ci deve essere, poi, una costituzione, uno statuto, che stabilisca dei limiti. La democrazia  è un sistema di limiti, in durata ed estensione, di ogni potere sociale. La sua regola fondamentale è, in fondo, quella di  rovesciare i potenti dai troni: è scritto nel Magnificat  e lo si recita ogni sera ai Vespri. Non è scritto di rovesciare i potenti cattivi  dai troni. Rovesciare i potenti, e basta. Il trono è il potere illimitato, di chi vuole farsi re,  capo carismatico, dinastico, cooptato e inamovibile. Chi si allarga e non tollera obiezioni: gli altri devono seguire la sua via. Una regola di limitazione dovrebbe valere per gli individui come per le collettività sociali,  i gruppi. Ogni metodo, ogni esperienza, ogni autorità dovrebbe avere dei limiti. Nessuno dovrebbe sentirsi completamente in mani altrui, fossero anche quelle del prete o del catechista. A nessuno dovrebbe essere consentito di indicare la porta in uscita agli altri. Lo vogliamo scrivere da qualche parte? Chi lo dovrebbe fare? E’ cosa che dovrebbe essere interiorizzata e manifestata dalla comunità che  preesiste.  Al punto in cui siamo, essendosi persa una tradizione, occorrerebbe avviare un lavoro di formazione al modo di un sinodo parrocchiale, esteso per qualche anno, in modo da far emergere dalla comunità che preesiste, quella dei fedeli che abitano vicini, un’architettura istituzionale di tipo democratico che favorisca la partecipazione. Allora la  comunità  potrà essere effettivamente attiva “h24”: si faranno dei turni, come nel volontariato, e anche i laici, da laici, potranno fare la loro parte. Non saranno  i singoli a lavorare "h24" in parrocchia, ma la  comunità. E lo farà volentieri, perché, facendolo, migliorerà la vita del quartiere in cui si abita gli  uni vicino agli altri e in cui la parrocchia è piantata, e, così, anche la propria vita, la cui qualità dipende anche da quella del quartiere, fatta di territorio e vita sociale. L'architettura rimarrà quella che è, con palazzine e palazzoni squadrati, scatoloni abitabili, ma l'ambiente umano ce li farà amare e se ne avrà nostalgia quando si sarà lontani. La nostalgia che ci ha manifestato il caro don Franco della mia adolescenza, quando, all'inizio del nuovo corso, è venuto a celebrare Messa una sera da noi. Non era, la sua, nostalgia di un posto, ma proprio di noi, gente delle Valli, o meglio, della gente delle Valli degli anni '70, che era numerosa tra i fedeli di quella liturgia. Così, non si verrà in parrocchia solo due sere la settimana, una delle quali nel giorno santo  sbagliato. Nella nostra fede il giorno santo è la domenica: per ragioni storiche è anche festività civile, approfittiamone! Avvicinandosi al quartiere si sentirà di tornare a casa propria , perché ci si innamorerà delle Valli e della loro parrocchia: non più raccolta di scatole abitabili, impilate alcune meno e altre più, ma luogo dell'anima, con il suo bel parco che la gente delle Valli si è conquistato.
  Da quand'è che non si eleggono membri nel Consiglio pastorale? Io non ho memoria di elezioni. La rinascita della comunità che preesiste  potrebbe cominciare da una ristrutturazione di questo organo, che può darsi un proprio regolamento e i propri obiettivi con una certa discrezionalità (occorre poi che siano concordati con il Vescovo).
 E che fare della comunità  costituita  che aveva preso tanto piede da noi? Ogni comunità  deve rispettare dei limiti: non è il numero che deve fare la forza sulle questioni fondamentali. Soprattutto se la prevalenza è il risultato del disamore della gente del quartiere che ha preso a non venire più in parrocchia, emigrando. In democrazia ci sono diritti di libertà e doveri di solidarietà che non si decidono a maggioranza. Che c’entra la democrazia con la vita della parrocchia? E’ l’unico sistema che garantisce la partecipazione attiva della gente di una collettività, quella tradizione di impegno attvo “h24” che si vorrebbe presente nella trama sociale di base.
  Se all’inizio degli anni ’80 questa tradizione democratica di base fosse stata già presente in parrocchia, non si sarebbe creato quello che si è creato negli anni successivi. Si sarebbe potuto,  e dovuto!, resistere.  Ma i nostri capi religiosi, che ora ci spingono alla partecipazione “h24” e all’impegno sociale e politico per la trasformazione del mondo, saranno disposti a porre dei limiti anche a sé medesimi, e anche oltre quello che le attuali norme canoniche prevedono? Sono convinti che le comunità  parrocchiali  non si  costituiscono,  ma preesistono?  E che, ad esempio, quando si propone una formazione  catecumenale, questo mai e poi mai va inteso nel senso che bisogna operare sul territorio come se ci si trovasse tra pagani, misconoscendo  la fede della gente che c’è. La sofferenza più grave negli anni passati, qui da noi, era quando si aveva l’impressione di venire trattati come gente di fede insufficiente, o addirittura  da pagani, e magari si era fedeli da una vita, avendo affrontato tante prove serie, in famiglia, sul lavoro, in società, conservando la fede religiosa. Tutto da buttare, da rifare, sembrava di capire. Ecco che poi la gente si è disamorata. Occorre farla nuovamente innamorare della parrocchia, facendole superare la diffidenza che deriva sostanzialmente da esperienze non positive del passato. C’è, in particolare, il timore di venire  catturati  in un metodo troppo stringente, in una specie di prigione religiosa. Spieghiamo che invece la nostra fede rende liberi, perché è fede in una verità sulla nostra vita che rende liberi.  Della libertà ci si convince vivendola e praticandola.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




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