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venerdì 30 giugno 2017

Alcune serie obiezioni alle argomentazioni del Papa sulle pensioni

Alcune serie obiezioni alle argomentazioni del Papa sulle pensioni

  La parte del discorso del Papa ai sindacalisti della CISL del 28 giugno scorso sulle pensioni mi era apparsa subito la meno convincente, benché fosse quella più citata dai giornalisti. Ieri le sono state opposte alcune serie obiezioni.
  Gli studiosi dei fatti economici ritengono che non sia dimostrabile alcuna correlazione tra tasso di attività delle persone tra 55 e 64 anni di età e disoccupazione giovanile (così Alberto Mingardi su La Stampa, Nicola Rossi e Vincenzo Galasso su La Repubblica). E questo benché tra il 2007 e il 2014, gli anni della recessione economica ancora in corso, il tasso di occupazione delle persone tra i 15 e i 29 anni di età sia sceso del 12% tra gli uomini e del 6% tra le donne, mentre quello delle persone tra i 55 e i 74 anni sia cresciuto del 38% fra gli uomini e del 22 % tra le donne. I due fenomeni hanno la stessa causa , ma non  è dimostrabile che siano legati, nel senso che si perda occupazione tra i giovani perché aumenta tra i più anziani.
  Roberto Mania, nell’articolo di ieri su Repubblica  sul discorso del Papa, riporta un brano dell’ultima Relazione annuale della Banca d’Italia: “Secondo la nostra analisi non vi è evidenza di un nesso negativo, nemmeno nel breve periodo, tra il prolungamento della vita lavorativa degli anziani e l’occupazione dei giovani; piuttosto i due fenomeni appaiono complementari”.
  E’ stato osservato che tra pensionati e nuovi assunti non c’è un ricambio nello stesso posto di lavoro: giovani e anziani , in genere, non fanno lo stesso lavoro. Non c’è la staffetta, non c’è ricambio nello stesso posto di lavoro. E’ cambiato il modo di lavorare, tra giovani e anziani. E’ il modo di produzione che fa perdere posti di lavoro: in media ogni quattro lavoratori  che escono per anzianità dal mercato del lavoro ne entra uno solo (Roberto Mania su  La Repubblica). Inoltre non c’è un numero fisso di posti di lavoro: il numero di occupati aumenta nelle fasi espansive dell’economia, in quelle di crescita economica. Ma, osservano gli economisti, la ripresa dell’economia di cui stiamo notando alcuni primi segni, sarà jobless, non produrrà un aumento proporzionale degli occupati.
  Alberto Mingardi su La Stampa:
“I posti di lavoro non sono un numero fisso, una torta da spartire tra anziani e meno anziani. Crescono se aumenta la produttività e se si intensifica l’attività economica”.
 Il progressivo aumento dell’età del pensionamento obbligatorio non è dipeso da egoismo delle classi d’età più anziane, ma da esigenze di finanza pubblica. Accrescere il numero dei pensionati non solo non accrescerebbe l’occupazione fra i più giovani, ma farebbe sì che il loro lavoro debba mantenere più persone, perché è la popolazione attiva che paga per chi attivo non è più.
  Oggi i genitori mantengono i figli più a lungo, perché questi ultimi trovano occupazione più tardi, e, comunque, spesso integrano il reddito dei più giovani, che hanno retribuzioni più basse. Se i più anziani fossero costretti a lavorare per meno ore, con retribuzioni più basse, la capacità di sostegno dei figli diminuirebbe. Sarebbe, in sostanza, il reddito familiare a risentirne.
  Il patto sociale  tra giovani e anziani proposto dal Papa non funzionerebbe, non aumenterebbe l’occupazione tra i più giovani e finirebbe con il ridurla tra i più anziani, o comunque, per abbassare il reddito dei più anziani.
 Sostiene Nicola Rossi (come riportato da Roberto Mania su La Repubblica): “La nostra anomalia nasce dal fatto che non cresciamo da oltre vent’anni. E per questo è dannoso il messaggio del Papa che spinge i giovani a pensare che per ottenere qualcosa è necessario toglierla a qualcun altro. Così abbiamo messo definitivamente una pietra sul mito dell’infallibilità papale”. In effetti in dottrina non si è mai sostenuto che un papa sia infallibile nelle questioni economiche, sociali e politiche. Su questi temi, anzi, i papi si sono si sono in genere dimostrati fallibilissimi.
   Il lavoro, salvo che nel pubblico impiego, si è fatto più precario sia per i giovani che per gli anziani, benché maggiormente per giovani, che vengono assunti con i contratti recentemente introdotti in Italia dalla nuova normativa sul lavoro, che prevedono la reintegrazione nel posto di lavoro, dopo ingiusto licenziamento, solo per i licenziamenti discriminatori, quindi in un limitatissimo numero di casi e per di più con gravi problemi di prova. Lì dove non sono più protetti dalla stabilità del posto di lavoro, al modo del pubblico impiego, i lavoratori più anziani resistono per le loro competenze, maturate sul campo (Alberto Mingardi).  I più giovani  le possiedono nella misura in cui le apprendono nel loro percorso scolastico: è la scuola che va potenziata e migliorata, invece l’Italia spende troppo poco in questo settore.
  La crisi dell’occupazione in Italia dipende dal modello di sviluppo e dalle risposte date dai poteri pubblici.
  Servono meno occupati per produrre e molte lavorazioni sono state trasferite all’estero, dove il lavoro costa meno. In Italia sono rimasti in genere i lavori più sofisticati, che richiedono maggiori competenze, ma la scuola non prepara i giovani a sufficienza per raggiungerli, perché il settore pubblico vi investe poco. Il sistema, inoltre, ha favorito i più ricchi. Al Congresso della CISL è stato osservato che dal 1973, quando nacque l’IRPEF, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, i redditi massimi hanno goduto di 29 punti percentuali di sgravio fiscale, mentre quelli minimi di un aggravio di 13 punti. Ieri, Romano Prodi, a quel Congresso in corso qui a Roma, ha ricordato che la retribuzione di una posizione di vertice di un’azienda privata è oggi trecento volte quella della posizione di ingresso, e non ci si scandalizza più. E’ per questo che ci sono poi le pensioni d’oro, che perpetuano uno squilibrio che c’è nel mondo del lavoro tra i favoriti e gli sfavoriti dal modello di sviluppo.
  Il potere d’acquisto reale dei lavoratori dipendenti è costantemente diminuito negli ultimi anni, mentre i profitti d’impresa sono costantemente aumentati, anche negli anni della crisi. Questi profitti appaiono incomprimibili e vengono messi a sicuro, nonostante le crisi delle imprese di produzione, sfruttando le opportunità offerte dal sistema giuridico del capitalismo globalizzato, che consentono un rapido sganciamento del capitale dalle crisi aziendali. I lavoratori hanno  la sensazione di aver mantenuto più o  meno lo stesso tenore di vita perché i beni della vita che acquistano costano poco. Infatti provengono da posti dove il lavoro è ancora più svalutato che da noi, in particolare dall’Oriente. Anche i lavoratori/consumatori quindi si avvantaggiano, precariamente, per ora, delle condizioni di sfruttamento di lavoratori ancora più svantaggiati.
 Gli economisti liberali propongono, per favorire la crescita, di rendere ancora peggiori le condizioni giuridiche dei lavoratori dipendenti, che sono quelli il cui lavoro è organizzato da altri. La flessibilità  favorirebbe l’occupazione e la ripresa. L’esperienza storica non conferma quest’idea. Da quando il sindacato ha avuto meno capacità contrattuale, dagli anni ’80, e il lavoro si è fatto sempre più flessibile  le condizioni dei lavoratori dipendenti sono costantemente peggiorate e le diseguaglianza sociali sono sempre più aumentate.
  Cambiare richiede un’azione di massa, e su questo possono condividersi le argomentazioni del Papa, e un nuovo modello di sviluppo, che comprenda anche un modo diverso di consumare. I rapporti di forza possono essere cambiati da un’azione di massa ed  è il sindacato che deve organizzarla. Ma occorre agire avendo presente l’interesse generale, quindi anche di chi è escluso dal lavoro o  è coinvolto in  lavoro svalutato e non  può sindacalizzarsi perché lo perderebbe. Questo significa che all’azione sindacale va affiancata quella politica. Ma la cultura sindacale come quella politica vanno rifondate nella gente: c’è necessità anzitutto di un’educazione specifica, un lavoro che deve cominciare molto presto, fin dalla scuola, il tempo che ancora dà una tregua alle persone, non ancora schiavizzate da lavori svalutati. Prodi ieri ha osservato che in Italia l’1% della popolazione controlla circa il 50% della ricchezza, ma poi la maggioranza della gente segue le idee politiche di quell’1% anche se questo è contro il suo interesse. I lavoratori dipendenti, da consumatori che si avvantaggiano delle condizioni di sfruttamento di lavoratori che stanno peggio, hanno l’impressione di essere dalla stessa parte sociale dei più ricchi, ma non è vero. Capirlo è una conquista culturale. Il lavoro non si salverà se non cambieremo la cultura del consumo. Appunto: è un  intero modello di sviluppo che è in questione.
  Mettere in più anziani in conflitto con i più giovani non è saggio e, soprattutto, non ha fondamento razionale. Divide le forze di chi sta peggio perché subisce le conseguenze di un medesimo modello di sviluppo che divide la gente in due classi sociali: i favoriti e gli sfavoriti dal sistema, non giovani e anziani. Nel modello dello stato sociale, lì dove si  è sviluppata l’economia sociale di mercato, il conflitto di classe si era molto attenuato, perché le istituzioni pubbliche si incaricavano di riequilibrare, con lo strumento fiscale e con la tutela giuridica del lavoro, le diseguaglianze sociali. Dagli anni ’90 l’orientamento è cambiato, senza distinzione tra governi di opposte ideologie politiche, e il conflitto di classe, in quella nuova presentazione, si ripropone. Ma nella classe che possiamo denominare subalterna ci sono giovani e anziani.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

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