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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 2 giugno 2017

Festa della Repubblica

Festa della Repubblica


 Oggi è  una festa civile: la Festa della Repubblica. Si fa memoria di un evento storico accaduto il 2 giugno 1946: gli italiani, e per la prima volta anche le donne, votarono per scegliere se l’Italia dovesse essere un regno, sotto la dinastia Savoia, o una repubblica ed elessero i componenti di un’Assemblea Costituente, che dovevano scrivere una nuova costituzione dello stato, sostituendo lo Statuto entrato in vigore nel 1848. Le ultime elezioni libere si erano svolte nel 1924, ventidue anni prima, gli anni del regime fascista mussoliniano. L’Azione Cattolica aveva svolto un ruolo molto importante nella formazione politica delle masse, in particolare delle donne. Dal voto popolare uscì la scelta per la repubblica e per un regime istituzionale di democrazia popolare, in quanto prevalsero i partiti che si proponevano di realizzarlo.
 Ma non si festeggia solo un evento storico, accaduto ormai tanti anni fa. Le persone ancora viventi che vi parteciparono hanno oggi dai 92 anni in su (la maggiore età e quindi il diritto al voto erano fissati all’epoca a 21 anni). Si festeggia, in fondo come per i compleanni delle persone, che la repubblica democratica sia ancora in vita e vitale. Essa è affidata al popolo, che si rinnova di generazione in generazione: vanno tramandati principi e procedure, nel tempo in cui le generazioni più anziane coesistono con le più giovani, prima di sparire. I regimi politici sono parte della cultura di un popolo, del sistema di costumi, concezioni e regole che rendono possibile l’organizzazione della vita collettiva. Le culture cambiano, di generazione in generazione, e così i sistemi politici. Chi è al potere cerca di solito di resistere al cambiamento: è stato l’assillo di tutte le dinastie regnanti, ma anche di ogni altro gruppo egemone nei regimi  politici. Se si è convinti della bontà del regime politico democratico repubblicano, allora c’è da festeggiare constatando che è durato fino ad oggi. Non si è mantenuto sulla forza delle armi. Per questo la Repubblica non dovrebbe essere festeggiata con una parata militare, ma con un grande  evento gioioso di massa in cui ci sia spazio per la riflessione politica. Dovrebbe sfilare il popolo. La repubblica in Italia è sorta con il ritorno della pace e, fino ad oggi, non ha mai dovuto essere difesa con le armi. Questo perché ha scelto la via della pace e ha sviluppato politiche di pace, all'interno di grandi organizzazioni internazionali che avevano il medesimo obiettivo, in questo distinguendosi nettamente sia dalla politica del regime fascista, ma anche da quella dei governi del Regno d’Italia dall’Unità nazionale all’avvento del regime fascista, che si fa risalire al 1922. Attualmente l’Italia è impegnata con proprie forze militari in diversi fronti di guerra, ma non per ragioni di difesa. Il più sanguinoso è quello dell’Afghanistan, con 59 morti e oltre 600 feriti. La motivazione di questi impegni militari è il mantenimento della pace nel quadro dell’azione di organismi internazionale.
  Oggi repubblica e democrazia sembrano strettamente collegate e addirittura sinonimi, come se volessero dire la stessa cosa, ma non è così.
  Democrazia è quando il potere viene condiviso tra molti secondo regole che consentono la partecipazione collettiva, limitando  i poteri di ciascuno e stabilendo principi giuridici di giustizia sociale per contenere  gli arbitri dei potenti. Cominciò ad essere praticata e teorizzata nell’antica Atene, in Grecia, nel Sesto secolo dell’era antica.
  La repubblica, termine che deriva dal latino e che in quella lingua significava “cosa pubblica”, è invece un’invenzione culturale degli antichi romani. All'inizio equivaleva a “stato” e significava la separazione giuridica, stabilita quindi da norme pubbliche formali, tra i poteri, gli interessi e i patrimoni della classe politica egemone e quelli destinati all’uso pubblico nell'interesse della collettività. Fu  un notevole progresso culturale. Nelle monarchie arcaiche, dei tempi molto antichi, che in genere si erano sviluppate come estensione del potere di un maschio adulto sulle persone della propria famiglia a lui soggette e sui suoi beni, tutto apparteneva al sovrano, persone e cose, non c’era distinzione tra le cose “sue” e quelle della collettività. Nell'antica civiltà romana continuò ad esserci uno stato, quindi una “repubblica” in quel senso, anche quando in essa si svilupparono degli imperi di tipo dinastico, nei quali quindi la successione al vertice politico avveniva tra generazioni di un’unica famiglia.
  Qual è la distinzione fondamentale tra repubblica e monarchia? In una repubblica chi domina lo stato lo fa nell'interesse pubblico, non nel proprio interesse o in quello della sua famiglia. Pensa di aver ricevuto un mandato, un incarico, in tal senso. In una monarchia, invece, il sovrano pensa di avere personalmente, o come membro di una dinastia, il diritto di supremazia politica, come cosa che gli appartiene. Si è visto che all'origine di ogni monarchia vi è un atto di forza, di violenza. Stabilizzandosi, ogni monarchia cerca una giustificazione sacrale del proprio dominio, per collegarlo a una volontà divina e renderlo più stabile.
  In una monarchia dinastica, come era quella dei Savoia nel Regno d’Italia, il diritto politico del sovrano passa di genitore in figlio, secondo regole giuridiche, quindi formali. Ma, all'inizio di ogni dinastia monarchica, vi è sempre un capostipite che non ha giustificato in tal modo il suo potere: è il caso di Napoleone Bonaparte, quando dal 1804 divenne imperatore dei francesi,  cambiando la forma di stato da repubblica democratica a monarchia assoluta.
  Chi ci assicura che il figlio del monarca sia all'altezza, o migliore, del suo genitore? Nessuno. Spesso, anzi, è accaduto proprio il contrario. Questo è il limite delle monarchie dinastiche. E comunque il potere monarchico tende a degradarsi nel tempo, perché è legato alla persona, anche fisica, del monarca, che con l'invecchiamento degrada, e non di rado degenera al modo in cui accade ai poteri assoluti o con pochi limiti. Nelle repubbliche democratiche si cerca di mandare al potere supremo i migliori, e comunque se ne prevede la periodica sostituzione: non vi sono poteri a vita. Nell’Italia della repubblica democratica questo in genere è accaduto, se si considerano i Presidenti della Repubblica, che hanno preso il posto dei re.
 Storicamente ci furono repubbliche, nel senso di sistemi politici non dominati da un sovrano, dinastico o non, non democratiche. Non fu democratica, ad esempio, la Repubblica Sociale Italiana mussoliniana, che controllò l’Italia del Centro-Nord, con capitale a Salò sul lago di Garda, tra il 1943 e il 1945. Né lo fu lo stato repubblicano franchista, che dominò la Spagna tra il 1939 e il 1975 (paradossalmente in Spagna il ritorno della democrazia coincise con la restaurazione di una monarchia dinastica). Non fu, di fatto, democratica l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, durata dal 1917 al 1991, perché dominata da un’oligarchia di partito. Non furono democratiche, in parte della loro storia, diverse repubbliche Latino-Americane, quando caddero nel dominio di oligarchie dispotiche, in genere di origine militare, che si sottrassero al controllo politico attuato mediante libere periodiche elezioni politiche. La democrazia di popolo, come oggi la intendiamo e pratichiamo, è stata un’importante conquista culturale anche per le repubbliche.
 Vi sono state e vi sono monarchie che incorporano principi repubblicani e democratici. Sono così tutte le attuali monarchie europee, a seguito di un processo politico iniziato nel Settecento (ma in Inghilterra addirittura nel Duecento). Attraverso statuti, che significa sostanzialmente  costituzioni, si stabilirono dei limiti ai poteri delle dinastie regnanti e questo fece spazio alla politica democratica. Nello stesso tempo furono giuridicamente distinti patrimoni, poteri e interessi delle dinastie regnanti da quelli degli stati.
  Storicamente si è pensato che le monarchie producessero un ordine sociale migliore e più stabile. In realtà la storia non conferma questa opinione. E’ un’idea che deriva dalla sacralizzazione del potere monarchico e quindi da una cultura indotta per stabilizzarlo, sottraendolo al cambiamento sociale. La realtà  è che le monarchie hanno sempre teso ad assolutizzarsi, ad estendere il loro potere, e questo le ha poste in conflitto con gli altri poteri sociali compresenti: sono state quindi sempre impegnate,  in genere e fino ad epoca piuttosto recente, in congiure di palazzo violente e sanguinose. Le democrazie vennero diffamate dalle monarchie come poteri disordinati e arbitrari: nell'epoca moderna si sono manifestate tutto l’opposto, quando e finché sono rimaste tali. Questo perché le democrazie moderne sono non solo un sistema di limiti a poteri arbitrari, ma anche  di principi di giustizia sociale.
  In un sistema repubblicano nessuno deve arrogarsi il potere di appropriarsi della cosa pubblica e di identificare gli interessi dello stato con i propri. Questo significa che si deve combattere la corruzione della politica, che consiste appunto in quello. In un sistema democratico nessun potere è senza limiti, sia in durata che in estensione, e si attivano procedure di controllo di come il potere pubblico viene esercitato. Tutto questo richiede una intensa e costante partecipazione popolare. L’idea che il popolo entri in ballo solo al momento delle elezioni politiche non è né repubblicana né democratica, ma da aspiranti oligarchi, futuri monarchi assoluti. In un sistema realmente democratico, chi vince alle elezioni, e governa, deve sopportare il costante controllo popolare. Lo dice la nostra Costituzione repubblicana  all’art.49, dove si riconosce il diritto dei cittadini di associarsi liberamente per concorrere a determinare la politica nazionale. Il primo indice della degenerazione di un potere democratico è quando chi comanda vuole mani libere fino alle elezioni successive.
  Il papato domina da sovrano assoluto la Città del Vaticano, l’entità indipendente che ha contrattato con il Mussolini, nel 1929, concludendo i Patti Lateranensi. E’ un simulacro di stato stabilito nel quartiere Borgo di Roma (nel Trattato che lo istituisce non viene mai definito stato).  Il regno papale sulla Città del Vaticano è un regime politico arcaico che non è indispensabile né per motivi religiosi, per difendere e propagare la fede, né per motivi politici, per garantire l’indipendenza del papato: infatti nessuno stato oggi è veramente sovrano, tutti devono soggiacere a limiti internazionali, compresi la Città del Vaticano e il suo monarca. Anche la nostra Chiesa, che è cosa distinta dalla Città del Vaticano anche se ha lo stesso re, è organizzata come una monarchia assoluta. Anche in questo caso non ve n’è una necessità teologica o politica. Primato  non significa necessariamente impero.  All'interno della nostra organizzazione religiosa si stanno sviluppando, dagli scorsi anni Sessanta, processi democratici. L’organizzazione monarchica assoluta, al modo di un impero, è un portato storico, in particolare dell’epoca feudale, dall’Ottavo secolo, in cui il papato acquistò una indipendenza politica via via sempre più estesa e intensa. Che ne dobbiamo fare? Non è necessario fare una rivoluzione per cambiare le cose, perché comunque stanno già cambiando. I connotati politici di quel potere si sono infatti molto affievoliti. Le altre monarchie ancora vigenti non sentono più la necessità di una loro sacralizzazione secondo la nostra fede: in Europa la stabilità del loro ruolo è garantita dalle norme costituzionali. Anche nel papato si comincia a ragionare in questo modo per quanto riguarda la politica ecclesiastica: la politica del papato si va anch'essa desacralizzando. I principi repubblicani e democratici degli stati europei, monarchie o repubbliche che siano, mettono la nostra gente al riparo dagli eccessi che nel passato i nostri sovrani religiosi hanno manifestato. Dal 1991 il papato ha accreditato la democrazia come regime politico preferibile, in quanto rispondente alla dignità degli esseri umani. Questo, nel lungo periodo naturalmente, produrrà delle conseguenze. Innanzi tutto possiamo fin da ora cogliere l’occasione per approfondire la riflessione personale e collettiva sulla democrazia e per farne pratica.  Teniamo conto che la Costituzione vigente è piena di principi che sono originati dalla nostra dottrina sociale e che, addirittura, uno dei principi fondamentali che regola il funzionamento dell’Unione Europea, quello di sussidiarietà, ha la stessa fonte. I principi repubblicani e democratici non ci possono più rimanere estranei. Gente nostra è stata protagonista nel loro sviluppo e nella loro affermazione. Anche da persone di fede, benché ancora sudditi di una monarchia religiosa assoluta, possiamo quindi fare festa  oggi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




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