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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 3 giugno 2017

Il lavoro dell’istituzione

Il lavoro dell’istituzione


  Le collettività umane nascono e muoiono, così come gli esseri umani. Le istituzioni, queste invenzioni delle culture umane fatte di storie, tradizioni e norme, danno  loro continuità, consentendo loro di rigenerarsi: in questo modo si cerca di tramandare ai più giovani il patrimonio di  concezioni, conoscenze, costumi acquisito dalle generazioni più anziane. Ogni istituzione vale se fa questo lavoro senza impedire il progresso dell’umanità. Di solito chi comanda in una società cerca, in misura maggiore o minore, di strumentalizzare le sue istituzioni per rendere più stabile il proprio potere. E’ cosa che si produsse con effetti spettacolari nelle monarchie sacralizzate europee. Sacralizzare, vale a dire collegarle a una volontà soprannaturale, le istituzioni della politica ha consentito di proiettarle molto avanti nel futuro e di conservarne molto efficacemente l’ordine. Ma si è trattato pur sempre di una strumentalizzazione, perché rimane vero che il regno  immaginato nella fede non è di questo mondo. Sono le istituzioni che dovrebbero rimanere  strumento, non la fede. Se avviene l’inverso, e nella nostra confessione è accaduto nei due millenni della sua storia, la fede ne risulta impoverita, quanto le istituzioni in tal modo sacralizzate vengono esaltate immaginificamente.
  Una parrocchia è anche un’istituzione, ha dimostrato di saper dare continuità alla socialità umana, e lavora nel campo dell’integrazione tra vita personale e sociale e la fede religiosa, ma non è sacralizzata, non strumentalizza la fede, la serve. Nel 2015 la nostra parrocchia era  sostanzialmente morta come corpo sociale, aveva esaurito un suo ciclo storico, ma continuava a rimanere come istituzione. Questo ha consentito di attivarne una rigenerazione sociale. Non è più tanto importante capire il perché della crisi, perché si tratta del passato e del resto le sue cause sono molto chiare: ora è importante partecipare alla rigenerazione. Possiamo riconoscere che, come istituzione, la parrocchia ha fatto ciò che ci si attendeva, quello per cui era stata costruita. Ora deve rigenerarsi come collettività.
  Quello che  è successo nella nostra parrocchia è accaduto molte volte, storicamente, ed anche su scala molto maggiore, nelle nostre collettività sociali. Si osserva una continuità nei secoli, che è in gran parte di istituzioni e di cultura, ma le società dei fedeli sono morte e si sono rigenerate molte volte. A volte si pensa, sbagliando, di poter riproporre il passato. Ma i morti non ritornano. La via reazionaria non è mai quella giusta.
 La nostra fede non c’è stata da sempre, ha avuto un inizio, dal punto di vista sociale. Prima c’erano altre religioni, molto antiche. Non bisogna mai pensare che gli antichi non fossero religiosi. Per convincersi del contrario basta osservare i ruderi dei grandi templi dell’antichità. Anche le religioni che c’erano prima della nostra avevano delle istituzioni. Quand'è che quelle fedi si sono dissolte? Quando sono mutate le istituzioni che le sorreggevano. In particolare quanto non servirono più per sacralizzare la politica. Questo dimostra che erano piuttosto strumentalizzate. Ma la gente comune vi faceva affidamento ed è proprio per questo che le si strumentalizzava: servivano a chi dominava le società di allora a rafforzare la propria egemonia politica.
 Perché la nostra fede è sopravvissuta alla desacralizzazione delle politica che si è prodotta in Europa e nelle parti del mondo che seguivano i costumi degli europei tra il Settecento e l’Ottocento? Fondamentalmente perché ha prodotto un sistema di valori che si è tradotto in un codice di diritti umani che è al fondo della nostra civiltà e che orienta anche la politica, indipendentemente da questo o quel gruppo egemone e da qualsiasi strumentalizzazione. Le istituzioni sociali, animate da quei valori, cooperano a mantenere la fede come un’opzione sensata nella società. Ma la desacralizzazione dei poteri politici impedisce di strumentalizzarla: è l’applicazione del principio della  laicità dei poteri pubblici e della politica.
  In un’istituzione come la parrocchia viene custodito anche il patrimonio culturale di quei valori, ma esso può sopravvivere senza apporto sociale fino ad un certo punto, non indefinitamente. Ecco perché è urgente impegnarsi nella rigenerazione sociale della parrocchia. Non si tratta più tanto di seguire un capo o delle regole: la parrocchia è istituzione ormai desacralizzata,        questo non basta. I valori che propone devono rivivere nella gente, in particolare nelle nuove generazioni. Riviverli, di vita in vita, significa anche attualizzarli, reinterpretarli: le generazioni si riproducono ma non sono mai la copia identica le une delle altre. In chiesa non si mette in scena sempre lo stesso spettacolo, come certe volte accade a teatro, e allora ci sono una serie infinite di repliche, anche per anni, che però, ad un certo punto, finiscono. Se uno  viene in chiesa da spettatore, solo da spettatore, ad un certo punto vedrà lo spettacolo liturgico-religioso tolto dal cartellone. E' accaduto. Tante chiese sono state riciclate come certi cinema sono diventati grandi magazzini,  quando molto a lungo sono stati disertati dal pubblico. Però, ciò che si mette in scena  in parrocchia è in realtà il valore dei valori, l’agàpe, che è incontrarsi gioiosamente facendo spazio a tutti: essa non morirà mai, è scritto. Riuscire a farlo dipende da come ciascuno e tutti collettivamente viviamo, oggi,  i valori della nostra fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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