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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 11 giugno 2017

Non siamo formiche

Non siamo formiche



  Da ragazzo mi piaceva osservare le formiche. Costruiscono delle società complesse. Hanno precisi ruoli sociali a cui corrispondono caratteristiche fisiche e fisiologiche. La maggior parte sono operaie  e fanno la spola tra l’ambiente e il formicaio portando qualcosa. Ci sono quelle che fanno la guardia al formicaio e hanno testa e tenaglie più grosse. Dentro il formicaio ce n’è una che produce le uova. I maschi durano pochissimo, giusto il tempo per fare quello che devono. Le femmine vanno a rinchiudersi nel fondo di un formicaio e trascorrono tutta la vita producendo uova, assistite dalle altre formiche. Femmine e maschi nascono con le ali. Quando una femmina inizia a fare uova e diventa regina  nel formicaio se le strappa, non le servono più. La maggior parte delle formiche non sono né maschi né femmine: non serve loro esserlo per fare ciò che devono. Dicono che le formiche usino poco gli occhi: è la chimica che le guida nel mondo circostante. Le formiche sono sempre in attività, dentro e fuori il formicaio, non oziano mai. Tengono nei formicai degli altri insetti, gli afidi, dai quali ricavano una sostanza nutriente, e questo richiama un po’ le nostre abitudini di allevatori. Le formiche nascono e muoiono e sono sempre in giro a fare qualcosa. A volte ci danno fastidio e le combattiamo. Dentro casa ci riesce di averne ragione, fuori è molto più difficile, come ben sa chi ci ha provato. La strategia è quella di trovare e bloccare tutte le uscite di un formicaio. All’aperto è lavoro quasi impossibile. Poi, in una certa stagione, nascono le regine, volano via e fondano nuovi formicai.
  Ad un certo punto, dopo aver guardato per un po’ le formiche, mi chiedevo: ma a che serve tutto questo?  Il mondo animale è organizzato un po’ tutto come il formicaio. Gli animali superiori conoscono il gioco e l’ozio. I carnivori sono quelli che sembrano avere più tempo libero. Mangiano cose, gli altri animali, che nutrono velocemente. Da un certo punto di vista sembra che tutto sia organizzato in modo che tutti mangino tutti. C’è questa catena alimentare che fa risparmiare energia. Tutti cercano di non farsi mangiare, con diverse strategie, o che, comunque, di loro ne sopravviva sempre a sufficienza perché la specie continui. Questo continuo cercarsi per mangiarsi rende la natura piuttosto violenta, su piccola e su grande scala. Anche le formiche lo sono. Alcune specie fanno schiavi. Tutte attaccano e smembrano altri insetti. La visione idilliaca che abbiamo della natura è un po’ irrealistica. E quando guardo  i gigli del campo  e gli uccelli del cielo,  secondo l’esortazione evangelica, non sono mica poi tanto tranquillizzato, appunto per tutta questa violenza che vedo nella natura e che coinvolge anche loro. Le società umane sono organizzate in modo da porvi in qualche modo rimedio e questo le distingue nettamente da tutte le altre società dei viventi. Questo però ha un costo in termini ambientali. Le nostre società sono molto meno violente, ma consumano molta più energia e, soprattutto, molto più ambiente. Dove vivono di solito gli altri primati, vale a dire i viventi che dal punto di vista biologico ci sono più simili?  Non hanno tutte le nostre pretese.  Ma le nostre non sono solo velleità. Sperimentiamo la  gioia del vivere che negli altri viventi, tutti impegnati a mangiarsi tra loro e a non farsi mangiare, non è particolarmente evidente. Chi ci indica la strada del ritorno verso la natura ci vuole ricacciare in quello che, da un punto di vista umano, è un inferno in terra.
Altri primati
 Questo sforzo di ridurre la violenza della vita sociale è una invenzione specificamente umana. In natura nessun vivente ci ha mai pensato e ci pensa. Ci si mangia a vicenda senza tanti problemi, senza remore morali: la morale della natura è appunto quella di mangiarsi gli uni gli altri. I carnivori diventano vegetariani solo per estrema necessità, se non c’è nient’altro di meglio da mangiare, e i vegetariani rimangono sempre tali, per ciò che so. Del resto di vegetali c’è n’è tanti in giro. Ognuno rimane ciò che è e non si preoccupa della sofferenza degli altri che ammazza. Gli umani vorrebbero essere diversi.
  Tutta la nostra ingegneria sociale è volta a questo: a ridurre la violenza tra gli umani. E le guerre? Ci sono sempre, ma si cerca di regolarle, di contenerle. C’è anche un diritto di guerra. Anche i guerrieri più accaniti della storia dell’umanità, i mongoli, ad un certo punto crearono una società globalizzata,  veramente molto estesa, pacificata. Nel Duecento ci capitò dentro Marco Polo e ne rimase meravigliato.
  C’è però un settore della nostra organizzazione sociale che si vuole regolato dalla legge della giungla, quella per la quale  tutti mangiano tutti e cercano di non farsi mangiare: è l’economia. Dicono che questo ordine sia razionale, fa risparmiare energia. Ma dà gioia? Non la dà. Ci spinge a farci come le formiche. Provate a vedere la cosa sotto questo punto di vista: non è che in tante cose, nelle nostre vite, ci siamo fatti formiche? E non parlo delle virtù proposte dall’apologo della  formica e della cicala. Dico proprio formiche, con quella vita che ho descritto sopra. Tutti incastrati in un’organizzazione sociale, nei propri ruoli strumentali alla produzione, in cui la vista, che ci dà tanta gioia, conta poco e molto di più la chimica.
  La gioia  è fondamentale nella vita religiosa. La religione attira ancora perché dà gioia, e la gioia dà senso alla vita. Questa importanza che dà alla gioia della vita la pone in rotta di collisione con l’economia basata sulla legge della giungla. Era scuro in volto il nostro Francesco quando ha incontrato il potente signore d’oltre oceano che gli ha detto che guiderà il suo popolo secondo la legge della giungla. Dicono che quest’ultimo non sia un appassionato lettore di libri. Francesco gliene ha regalati alcuni. Parlano della necessità di non seguire la legge delle giungla nelle faccende umane, se non si vuole la catastrofe ambientale e sociale. L’americano  ha detto “li leggeremo”, ma non credo che sia un plurale di maestà, come quelli che una volta usavano i sovrani. Ha poco tempo uno come lui, dominatore del mondo. Beh, spero che chi li leggerà gliene faccia un sunto affidabile che poi lo invogli alla lettura personale. 
 Sotto certi aspetti una parrocchia potrebbe essere vista come un formicaio: tante persone operose che vanno e vengono in un posto con tante stanze, e ciascuna ha il suo da fare. Ma non è governata secondo la crudele legge della natura. Risuonano canti e campane e non è come accade agli uccelli, che cantano per sfidarsi e marcare il loro spazio, anche se a noi sembrano tanto carini: è la gioia della vita che si vorrebbe evocare e suscitare. Un prete che fu tra noi diversi anni fa, osservava sconsolato che la gente usciva dalla Messa ingrugnata, scura in volto. Voleva migliorare la situazione, ma, come ho detto, alla fine vidi anche lui scuro in volto è se ne andò. Tutto il lavoro religioso, a ben pensarci, è volto a diffondere quella che il nostro Francesco ha chiamato la gioia del Vangelo, scrivendoci sopra anche un’esortazione, che non sarebbe male tenere a mente.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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