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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 25 giugno 2017

Dialogo come metodo e mentalità

Dialogo come metodo e mentalità

 E’ da un bel po’ che non partecipo ad assemblee di istituzioni di partecipazione della Diocesi, quelle in cui i laici dovrebbero dare una mano come consulenti. Devo dire che quelle esperienze non furono esaltanti. Ci si convergeva da estranei e si stringevano alleanze per le nomine. Non c’era molto altro. Mi parevano dominate dai gruppi. Del resto le parrocchie tendono a diventare piccoli mondi isolati e nel lavoro collettivo gli isolati contano poco o nulla.
  Ci sono istituzioni da cui partono direttive d’azione e i gruppi maggiori vogliono avervi voce, mandare gente propria. Per farlo bisogna accordarsi con gli altri, se non si ha la forza sufficiente. Il tempo quindi viene impiegato in queste trattative. Lo si fa in cenacoli riservati, mentre sul palco parla qualche esperto. Ai tempi nostri di solito gli esperti spiegano come vanno le cose, e ognuno più o meno lo sa già, ma non danno soluzioni. Sembra che la cultura non se ne senta più responsabile, lo osservò Zygmunt Bauman, ma anche lui fu piuttosto sintetico nelle proposte operative, anche se ne fece.
 Il problema è che, quando ci si incontra per quelle faccende ,si è e si rimane estranei, perché il tempo è poco e, per di più, non si è veramente interessati agli altri. In religione, da noi, si preferisce passare il tempo tra gli amici propri. Non conoscendosi, riesce difficile sviluppare il dialogo, che è un modo di mettere in relazione i punti di vista e le storie  delle persone. Presuppone una mentalità, quella di essere interessati agli altri. Spesso si è impegnati, invece, a fare proselitismo, che significa aggregare gli altri al proprio gruppo, assimilandoli. Nel dialogo gli altri rimangono tali, ma è possibile farsene degli amici. Il lavoro collettivo è più produttivo se collaborano amici, se si collabora da amici. Allora non prevale la logica dello scambio, per cui si è disposti  a dare esattamente quanto si riceve o si prevede di ricevere.
   Si potrebbe pensare che, in religione, con tutto il parlare di amore  che si fa, sia più facile intendersi, ma non è così. In religione, in genere, ci si odia ferocemente. Del resto la lunga storia della nostra fede ce lo conferma. La pace  è diventata un valore realistico,  da perseguire anche nella vita reale, molto di recente nelle nostre concezioni religiose. A che cosa è dovuto tutto questo odio? In parte viene naturale, è il nostro istinto di antiche belve che si fa sentire. In questo ci manifestiamo simili agli altri viventi, come lo siamo nella biologia e nella fisiologia. In parte è dovuto proprio alla religione, quando si pensa di avere un filo diretto con il Cielo e si sacralizzano  le proprie concezioni, vale a dire che non si accetta che vengano poste in discussione. L’idea che, in società, vi siano valori  non negoziabili è espressione di questo modo di pensare. Se non si negozia si va allo scontro frontale. In una mentalità di dialogo non vi sono valori non negoziabili, perché è ammessa la discussione su tutto. Ma il dialogo è possibile quando ci si accorda su questo principio: che tutti siano uguali in dignità. L’altro va rispettato in questa dignità che ci si riconosce reciprocamente. Questo poi comporta dei limiti sia nella dialettica, sia nelle relazioni concrete, in ciò che si fa agli altri. Nel pensiero di Ghandi [Mohandas Karamchand Gandhi, mahatma,  grande anima,  capo spirituale e politico indiano vissuto tra il 1869 e il 1948], i primi rientrano nell’idea di nonmenzogna, gli altri nella  nonviolenza.
  In religione ci si propone, in linea di principio, una grande apertura verso gli altri. Vorremmo fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Bello. Poi però qualche volta si parte male, pensando di inaugurare una sorta di casting, di selezione per scegliere chi può partecipare ai nostri eventi religiosi. E’ questo che succede quando si sbotta che non si vuole “abbassare l’asticella” (l’ho sentito dire da un esponente in un nostro gruppo) o “fare un compromesso al ribasso” (l’ho sentito dire da un’esponente di un gruppo che a quell’altro si oppone). Poiché queste espressioni, simili nel  contenuto, sono venute da gente di opposti schieramenti ecclesiastici, credo che si tratti di una mentalità piuttosto diffusa. Chi l’ha detto che la religione deve essere, per la gente comune, una gara di salto in alto? E che cos’è poi questo snobistico disprezzo per gli altri, come se ci fosse un basso in cui far rimanere confinati quelli che non saltano abbastanza in alto? Uno come Ignazio di Loyola [vissuto nel Cinquecento; è il fondatore dei Gesuiti] consigliava invece di abbassarsi il più possibile e di far mostra di ritenere gli altri sempre migliori di sé stessi, tacendo di ciò di cui di loro non si poteva parlar bene. Il nostro padre Francesco ci dà ogni giorno degli esempi di questo modo di fare con gli altri. Non sarebbe male prendere lezione da lui, che, in definitiva, è quello che è. Invece vedo che alcuni storcono il naso e, a mezza voce, dicono di rimpiangere quelli di prima. Ma non è che questi ultimi poi la pensassero diversamente. Perché: gli umili saranno innalzati. È scritto. E’  umile chi vuole alzare l’asticella  e rifiutare di trattare con gli altri  se sono troppo in basso?
  Tutti questi problemi che ho descritto fatalmente si ripropongono anche in realtà di prossimità come i consigli pastorali parrocchiali. E questo anche se ci si dovrebbe conoscere molto meglio, perché si hanno più occasioni per frequentarsi. Ma questo non accade anche nei condomini? Eppure sappiamo che le assemblee di condominio non sono, di solito, esattamente un modello di dialogo e di rispetto della dignità degli altri. La prossimità aiuta, ma occorre un cambio di mentalità.
  C’è una difficoltà a sviluppare un dialogo costruttivo e deriva in particolare dai confusi concetti teologici che noi laici spesso abbiamo in testa. La teologia è una cosa seria. Raramente però un laico ha la possibilità di una sufficiente formazione teologica, ma, in definitiva, non gli è nemmeno necessaria. Uno come Giuseppe Dossetti la riteneva addirittura controproducente. Viviamo in un mondo plasmato dall’ingegneria (delle costruzioni, meccanica, idraulica, elettronica, telematica, biologica ecc.), ma non abbiamo bisogno di prendere una laurea in ingegneria per viverci. In religione è indispensabile una buona spiritualità, che si acquisisce con la pratica liturgica, la frequenza al magistero e la meditazione personale sulle Scrittura. Dovremmo concentrarci su questa faccenda dell’amore, che è agàpe, il lieto convito a cui tutti devono trovare posto. Questa  è una buona base per una convivenza religiosa.
 Dal pensiero religioso ho sintetizzato alcune regole  che mi porto sempre dietro:
Fuggi il male
Segui con fermezza il bene
Ama gli altri come fratelli
Sii premuroso nello stimare gli altri
Sii impegnato e non pigro
Allegro nella speranza
Paziente nelle tribolazioni
Perseverante nella preghiera
Sii pronto ad aiutare i tuoi fratelli quando hanno bisogno
Fai di tutto per essere ospitale
Chiedi a Dio di benedire quelli che ti perseguitano; di perdonarli non di castigarli;
Sii felice con chi e’ nella gioia, piangi con chi piange;
Vai d’accordo con gli altri
Evita le discussioni sulle parole e le chiacchiere inutili
Non inseguire desideri di grandezza, volgiti piuttosto verso le cose umili
Non ti stimare sapiente da te stesso
Non rendere a nessuno male per male
Preoccupati di fare il bene dinanzi a tutti
Se possibile, per quanto dipende da te, vivi in pace con tutti
Non vendicarti
Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene
Sii paziente e generoso
Non essere invidioso
Non vantarti
Non gonfiarti di orgoglio
Non cercare il tuo interesse
Non cedere alla collera
Dimentica i torti
Non godere dell’ingiustizia
La verità sia la tua gioia
Tutto scusa
Di tutti abbi fiducia
Tutto sopporta
Non perdere mai la speranza.
 Con Google potrete trovare da dove le ho prese: è anche questo un esercizio spirituale.
 Vedete che non ci sono i comandamenti “Non abbassare l’asticella”, “Non fare compromessi al ribasso”.
   Spesso si ha l’idea che sia in atto un conflitto all’ultimo sangue tra ortodossi, quelli della propria parte, ed eretici, quelli dell’altra. Si preferirebbe che questi ultimi sparissero. Abbiamo la scomunica facile, noi laici, e questo anche se  i nostri capi religiosi fanno diversamente. Ora si vorrebbe scomunicare i corrotti, ho letto, ma non si è presa la cosa tanto alla leggera, pubblicando presto presto la bolla, il decreto che la commina: ci si è fatta una commissione sopra, che sta studiando la cosa. Noi, per faccende infinitamente meno importanti, andiamo invece per le spicce. Ma chi siamo noi per scomunicare? No, lo dico sul serio, non come fa il nostro padre Francesco, che, se volesse, potrebbe scomunicare chi crede debba esserlo! Chi siamo noi per alzare le asticelle, far saltare i compromessi, indicare agli altri la porta in uscita e via dicendo?
 In un consiglio pastorale parrocchiale ci si dovrebbe riconoscere amici, volerlo veramente essere, cercare di esserlo, sforzarsi in questo. Ricordiamo ciò che ci ha diviso solo per proporci di non dividerci più. Dobbiamo fare memoria  delle esperienze di divisione per imparare l'unità tra noi. Questa è memoria purificata, secondo l'insegnamento di san Karol Wojtyla.  La nostra miserella teologia da incolti teniamola da parte e piantiamola con l’ecclesialese di cui ci riempiamo la bocca per non dire nulla.
  In parrocchia abbiamo un problema: includere.  Chi? Tutta la gente del quartiere che si riconosce nella nostra fede. Ma perché non pensare addirittura più in grande? Perché non pensare addirittura a chi non si è mai riconosciuto o non si riconosce più nella nostra fede? Questo è il nostro dovere, ce lo dicono chiaramente i nostri maestri. Ma se non riusciamo a includere nemmeno tutti quelli che vivono la nostra fede, come possiamo pensare di andare oltre? Cominciamo a fare pratica di inclusione e di dialogo, il resto verrà, e non sarà nemmeno tutta opera nostra, perché il Cielo, in definitiva, c’è.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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