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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 22 giugno 2017

Ancora sul Consiglio pastorale parrocchiale

Ancora sul Consiglio pastorale parrocchiale


 Abbiamo visto che il Consiglio pastorale parrocchiale non è un organo di autogoverno né di autoamministrazione.
  Nell’autogoverno una collettività decide chi comanda. Nell’autoamministrazione decide come impiegare denaro e beni per gli scopi comuni. Nella parrocchia comanda solo il parroco ed è solo lui che amministra. Lo fa senza dover subire controlli penetranti dall’alto  e senza dove rendere conto verso il basso. Non riceve ordini precisi da chi l’ha nominato: basta che gli mostri un certo ossequio. E’ legato a lui da un patto di fedeltà che, in fondo, è caratteristico del sistema di governo feudale, che appunto funzionava mediante patti di fedeltà tra sovrani di una scala gerarchica che andava dall’imperatore, in alto, all’ultimo dei prìncipi legati da quei patti. In un sistema feudale, chi comanda è immune verso il basso, il suo potere si basa solo sull’autorità superiore. La differenza rispetto ad un’organizzazione gerarchica di tipo burocratico, di funzionari mandati sul territorio, come è quella locale dei ministeri degli stati è la molto maggiore autonomia, per cui chi comanda, purché mostri ossequio verso l’alto, fa ciò che vuole. La nostra Chiesa, a differenza di quelle dei sistemi ecclesiastici dell’Ortodossia e di quelle scaturite dal processo della Riforma luterana, è molto legata al sistema feudale di potere perché è mediante esso che ha acquisito autonomia politica, più o meno dall’Ottavo secolo.
  Questo anche se le norme dei diritto canonico, il codice di leggi della Chiesa, parlano ora della parrocchia come di una comunità. Questa idea è un portato della teologia, in particolare di quella scaturita dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Questa teologia non è ancora riuscita ad esprimersi in un corrispondente ordine giuridico. Negli anni ’70 dello scorso secolo si avviò una transizione verso qualcosa di simile, ma tutto fu congelato sotto il ministero di san Karol Wojtyla, il quale governò da imperatore feudale la piena accettazione della democrazia politica da parte della Chiesa nell’organizzazione civile. Sotto certi aspetti è un paradosso. In un mondo organizzato su principi di democrazia politica, la nostra Chiesa sarebbe rimasta in fondo l’unico impero politico-religioso: questa però, dall'anno Mille, è stata sempre la principale ambizione del papato.
  Gli statuti  del consiglio pastorale parrocchiale approvati nelle varie Diocesi richiamano i principi di organizzazione di quelli diocesani. In essi è considerata importante la  rappresentatività,  soprattutto dei laici. Si legge infatti nel secondo comma del canone (=articolo) 512:
2. I fedeli designati al consiglio pastorale [diocesano] siano scelti in modo che attraverso di loro sia veramente rappresentata tutta la porzione di popolo di Dio che costituisce la diocesi, tenendo presenti le diverse zone della diocesi stessa, le condizioni sociali, le professioni e inoltre il ruolo che essi hanno nell'apostolato, sia come singoli, sia in quanto associati.
  I vescovi hanno i problemi dei signori feudali di sempre: sono circondati da corti ossequiose che tendono a separarli dal popolo. Per un parroco è diverso: ignora il popolo solo se vuole così. E’ troppo vicino alle realtà di prossimità. Ma i vescovi spesso risiedono nei loro antichi palazzi feudali, come accade a Roma, e quelle architetture fatte proprio per montar loro la testa possono effettivamente allontanarli dalla gente, e questo  anche pensando di far bene, di avere in quel modo l’anima rivolta al Cielo. Allora si è voluto avvicinar loro la gente, rendendola presente in un ufficio di consulenti i quali, con molto tatto e sempre rispettando la regola dell’ossequio, dicano loro come stanno realmente le cose. In un organo del genere, pieno di laici, anzi  soprattutto  di laici, come è scritto nel primo comma di quel canone  che ho citato, è fatale che si sviluppino processi democratici, gli unici a consentire valutazioni collettive affidabili e condivise. Ma la democrazia non supera la cerchia dei consulenti: anche qui non è né autogoverno né autoamministrazione.
  Questi consigli, a livello diocesano e parrocchiale, sono stati organizzati per collaborare alla programmazione delle attività. Studiare, valutare e proporre conclusioni operative: sono queste le loro attività che sono sintetizzate nel codice di diritto canonico quanto al consiglio pastorale diocesano. Nessun vero potere  è stato trasferito a quei consigli, perché sono al di fuori del sistema feudale ecclesiastico, di quei patti di fedeltà  che coinvolgono solo il clero e istituti di vita consacrata (frati e suore, monaci e monache).
  Sarebbe possibile un’organizzazione realmente democratica della nostra Chiesa? Senz'altro sì. Ma a me basta che sia democratica l’organizzazione pubblica in Europa: questo impedisce gli eccessi e gli abusi che travagliarono fino all'epoca moderna il rapporto tra appartenenza religiosa e civile. La nostra Azione Cattolica è l’esempio di come collettività di fede possano essere organizzate democraticamente senza creare alcun problema alla religione. Ma non vedrò nella mia vita l’abbandono del nostro anacronistico sistema feudale, quindi non ritengo utile ragionarci sopra più di tanto. L’importante è essere consapevoli del contesto. Leggendo queste righe lo siete diventati.
  L’idea di stabilire un collegamento tra il potere religioso e le comunità  governate ci può comunque tornare utile. Questo è appunto il nostro problema in parrocchia, la cui organizzazione, ad un certo punto e molto a lungo, è finita per coincidere sostanzialmente con quella di uno dei movimenti presenti. E’ potuto succedere perché lo staff del clero, da un certo punto in poi, proveniva quasi tutto da quel movimento, compreso il parroco e, in una parrocchia, tutto il potere compete al parroco. Del resto si trattava di un movimento con forte componente  comunitaria: perché non prenderlo come modello per la rivitalizzazione comunitaria  della parrocchia, per fare della parrocchia una vera comunità? Dico questo per evidenziare che tutto si è svolto in assoluta buona fede, con le migliori intenzioni, da parte di persone buone. Il risultato è quello che si è presentato al nuovo staff di preti che è arrivato nell’ottobre 2015 e non può essere considerato buono. Che cosa non ha funzionato? Diciamo così: una parrocchia muore se non si consente un certo pluralismo. La comunità  preesiste, può essere educata, certo, ma non rifatta da capo. E’ questa idea di ricostruire  la comunità non ritenendo soddisfacente quella che preesisteva che, con il senno del poi naturalmente, facendo un bilancio di ciò che è stato, non ha funzionato.
  Si poteva capire che non stava andando bene, che era diventata controproducente? Si poteva. E’ chiaro che qualcosa in alto non ha funzionato, non si sono suggerite, o disposte, correzioni a tempo debito. Del resto il sistema feudale funziona così: purché mantenga l’ossequio al superiore, il potente locale ha molta libertà. Ma, a questo punto, è inutile tornare sul passato. La situazione è cambiata, ma il lavoro da fare si presenta molto arduo. Ecco che una rivitalizzazione del Consiglio pastorale parrocchiale potrebbe servire a creare una struttura di effettivo raccordo con la gente del quartiere che vive la nostra fede. Bisognerebbe riuscire a farvi partecipare anche persone che riscuotano credito tra la gente del quartiere e che siano capaci di rappresentarne il punto di vista. Le regole sull’organizzazione del Consiglio sono piuttosto duttili: è il parroco che decide chi partecipa. In un’ottica democratica questo non va tanto bene, perché gli organi di partecipazione dovrebbero essere un limite al potere, non una sua emanazione. Se si trattasse di un organo coinvolto nell’autogoverno o nell’autoamministrazione, il Consiglio pastorale parrocchiale non dovrebbe essere nelle mani del parroco. Ma è qualcosa di diverso: serve solo a partecipare alla programmazione delle attività. Ora che ci serve più pluralismo, il parroco non ha alcun problema, giuridicamente, a indurlo nominando la gente giusta per ottenerlo. Ma poi questa gente non deve ragionare secondo la mentalità feudale: rispondo solo verso l’alto; purché mi mantenga ossequioso posso fare ciò che voglio nel mio regno, che può essere costituito, ad esempio, anche solo dalla microstruttura parrocchiale di riferimento, dal singolo  servizio. Occorre che accetti di essere messa in discussione con procedura di dialogo democratico e, soprattutto, deve parlare con la gente del quartiere: non cerchiamo monaci. I processi democratici devono estendersi. Non devono partecipare al Consiglio persone che considerino sé stesse, e pretendano di essere considerate, capi assoluti nel proprio settore, movimento o servizio che sia. In ogni struttura deve essere vivo il dialogo democratico sul da farsi e poi esso deve confluire nel Consiglio e da questo rifluire verso la base. In questo modo, con questo movimento di dare e avere, il Consiglio funzionerebbe un po’ come il cuore nel corpo umano, sarebbe il  cuore della parrocchia rigenerata.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli  

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