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martedì 27 giugno 2017

Effervescenza locale

Effervescenza locale

  Negli anni 70 del secolo scorso, al tempo in cui fui adolescente, le nostre collettività religiose furono attraversate da forti moti di rinnovamento, spinte dalle idee enunciate durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Al centro furono le parrocchie, che erano molto più abitate di oggi e per di più da molti più giovani. Un’effervescenza sociale locale che fece temere alla gerarchia di perdere il controllo. E’ a questo punto che si diede mano libera ai movimenti. Si trattava di aggregazioni laicali indipendenti dalla struttura organizzativa delle Diocesi. Non era il caso dell’Azione Cattolica, naturalmente, perché essa era stata pensata all’origine per integrarsi con la Diocesi e nelle parrocchie. I movimenti si erano espansi, affiliando adepti, sfruttando gli spazi di maggiore libertà, e innanzi tutto puramente e semplicemente di libertà, che erano stati aperti dall’ultimo Concilio. Ma quelli che presero maggiormente piede erano animati da idee anti-conciliari, erano espressione, in particolare, della politica ecclesiastica di prima. Sotto il lungo regno di san Karol Wojtyla, alla gerarchia del clero sembrò di riacquistare il controllo della situazione governando i movimenti, giungendo ad intese con i loro vertici. Il governo della società religiosa si fece dal centro, intorno ad un neopapato con caratteristiche mai manifestate prima, con una fortissima desacralizzazione e insieme personalizzazione del regnante, per cui ai fedeli egli appariva come una  figura paterna di prossimità, e in periferia attraverso i movimenti, che presto espressero una loro gerarchia, di solito di tipo carismatico non democratico, caratterizzata dai fondatori. Attraverso intese con i movimenti si ridusse il pluralismo locale, si normalizzò il dissenso, si scoraggiarono gli esperimenti organizzativi. Sembrò, ad un certo punto, riprodursi l’assetto che si era avuto sotto il regno di  Eugenio Pacelli, terminato nel 1958, quando iniziò a manifestarsi l’effervescenza di cui dicevo: i fedeli come un blocco sociale coeso intorno al regnante. Questo tornò utile quando, con la dissoluzione del partito cristiano, organizzato sulle idee del cristianesimo democratico nella linea Murri>Sturzo>De Gasperi>Moro, la gerarchia prese a fare di nuovo politica direttamente in Italia, come aveva fatto, con esiti tutto sommato non esaltanti, fino al crollo del fascismo storico, nel 1945. Secondo l’impostazione di sempre si coalizzò con la destra politica italiana.
 Che serve fare memoria di tutto questo? Serve per capire come sono cambiate le parrocchie italiane negli ultimi quarant’anni. Oggi solo gente della mia età e più ha memoria di come si era prima.
 Un bel momento, nel 2013, arriva da lontano, veramente da un altro mondo, il nostro padre Francesco, e propone un diverso modello organizzativo che è quello su cui hanno lavorato dagli anni Sessanta i vescovi latino - americani, raccolti nella Consiglio Episcopale Latino Americano - CELAM, un coordinamento continentale che riunisce i capi religiosi dei popoli americani di lingua spagnola e portoghese e che fu fondato a metà degli anni Cinquanta, quando tante cose iniziarono a cambiare, fra noi, in religione. Secondo questa concezione l’effervescenza locale non è vista come un male da contenere, ma come un moto da sviluppare, da incoraggiare. E’ centrale il collegamento con le collettività locali. Tutto il modello italiano entra quindi in tensione. Capi carismatici? Francesco dice che ogni potere dovrebbe avere un limite temporale. La società deve emergere, non essere dominata. Ma chi la domina non è tanto d’accordo è infatti si sviluppa un moto di rancorosa, vivace, ma sotterranea resistenza. In definitiva un Papa è sempre un Papa, non si arriva a fargli guerra apertamente.  Si era arrivati a pensare di avere voce nella sua nomina, come accadeva nella Roma medievale tra le famiglie patrizie locali, e invece… Un messaggio di felicitazioni al cardinale sbagliato, alla fine dell’ultimo Conclave, mise allo scoperto le aspettative di molti, in Italia.
  Tutto questo che sta accadendo rende difficile intendersi nelle parrocchie. Queste ultime talvolta sono divenute come delle specie di condomini tra i movimenti che le abitano. La mediazione, sempre precaria, viene raggiunta allora attraverso i parroci, allo stesso modo in cui viene conseguita al vertice, al centro,  mediante una specie di conferenza dei capi di movimento.  Nel caso specifico della nostra parrocchia, poi, con il prevalere di un solo movimento, tutto il resto era divenuto poco vitale.
  Un  Consiglio pastorale rinnovato può essere la sede dove far emergere, piano piano, con la consuetudine reciproca e il lavoro comune, un modello più radicato sul territorio, meno  movimentizzato. Il problema è che ogni movimento sviluppa una sua politica ecclesiastica ed è insofferente delle innovazioni locali che riducano la sua influenza. Fatto sta che, quando ci si ritrova insieme, fatalmente si è portati a lanciarsi addosso i rispettivi slogan. La presidenza, in questo contesto, è un lavoro molto difficile. Ma ci sarà poi una realtà sociale locale a cui ricollegarsi? Quelli dei movimenti sussurrano alle orecchie dei nostri capi religiosi che non c’è, e che solo loro hanno salvato la situazione, ricostruendo  ciò che si era dissolto. Quale sarà l’immagine più affidabile della gente che abbiamo intorno? Direi che il primo passo da fare è quello di mettersi in ascolto. Andiamo e vediamo, secondo l’esortazione evangelica. Una parte del lavoro di un Consiglio parrocchiale pastorale potrebbe allora consistere in audizioni  e in inchieste sociali. Ascoltare gente e proporle domande. Sono portato a non dar credito alle opinioni catastrofiche sulla situazione religiosa. Quando la parrocchia si è aperta,  la gente da noi vi si è riversata dentro. Fatalmente, assecondando questo moto, si riproporrà l’effervescenza di un tempo. Ora però viene considerata una risorsa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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