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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 21 marzo 2017

Radicamento nel quartiere

Radicamento nel quartiere


  In parrocchia può venirci anche gente che non vive nel quartiere, ma non è più una parrocchia se chi ci viene è prevalentemente di fuori. La parrocchia è infatti un’istituzione destinata ad una certa collettività che vive in una determinata zona. Si vive vicini e si prega insieme. Il radicamento in un quartiere, o in un paese per i centri più piccoli, è essenziale per la parrocchia. La missione della parrocchia è verso chi abita in un certo posto.
 Per vedere quanto si è radicati nel quartiere a cui la parrocchia è stata inviata, bisogna vedere, per ogni gruppo attivo, quanti vengono da fuori. Nel nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica ci sono alcuni che vivono fuori, ma la grande maggioranza vive alle Valli. In particolare, la dirigenza è tutta delle Valli. Negli altri gruppi come va?
  Se in un gruppo la dirigenza e una parte significativa, intorno al 50%, viene da fuori, non si può più dire che quel gruppo sia radicato nel quartiere. Nulla di male, però, perché un gruppo non è la parrocchia. Se però quel gruppo finisce per identificarsi con la parrocchia, e viceversa, si crea un problema. Perché allora la parrocchia non sarà più veramente interessata al quartiere e sarà sentita come estranea dalla gente del quartiere. E’ una situazione che va corretta, separando nettamente quel gruppo dall'istituzione parrocchia, facendone solo una delle realtà sociali della parrocchia, inquadrata in un lavoro comune che prevede una direzione espressa prevalentemente dalla gente del quartiere. Occorre creare qualcosa di nuovo, che però può essere immaginato come qualcosa che è già previsto, vale a dire come l’assemblea dei parrocchiani, che da noi, a mia  memoria, non si è mai riunita (ma correggetemi se sbaglio).
  Da bambino e da ragazzo sono cresciuto nella parrocchia degli Angeli Custodi e sono rimasto molto legato al quartiere dove sorge. Da lupetto e da scout ogni anno venivamo inviati dal parroco a consegnare i calendari alla gente del quartiere, una zona che quindi conosco in dettaglio, porta a porta per così dire. Tutti i miei amici più cari abitavano lì. Per certe versi le Valli, lì dove abito, mi è rimasto sempre un po' più estraneo. Mi trovo nella strana situazione degli emigrati quando ritornano a casa loro.  
 Se uno non vive nel quartiere può non dare tanta importanza se la gente che vi abita rimane lontana, non viene coinvolta. E i problemi del quartiere non lo muovono più di tanto. Ci  viene una volta tanto, solo per le celebrazioni e le attività di un certo gruppo. Ma il nuovo corso di Bergoglio/Francesco ci spinge invece a interessarci alla realtà di prossimità a cui siamo inviati. Ad essere più presenti nei quartiere e, innanzi tutto, a conoscerli. Questo richiede di cambiare.
 E quale momento più propizio per cambiare del tempo liturgico di Quaresima? Si fa memoria realistica di ciò che è accaduto, di ciò che abbiamo prodotto, dei problemi che abbiamo creato, degli obiettivi che dovevamo raggiungere e che sono stati mancati e poi si  progetta il cambiamento.
 Cominciamo dalle liturgie della Pasqua, un tempo detto forte  perché carico di tanti moventi emotivi, un’occasione che può coinvolgere molto la gente del quartiere, purché la si renda accessibile a tutti. Non viviamo nell’Egitto del Faraone, ma in un quartiere che richiede più sollecitudine. Non stiamo scappando dall’esercito del Faraone, nessuno ci insegue, non ci sarà bisogno di precipitare nel mare cavalli e cavalieri: dobbiamo, in realtà, tornare  a occuparci  di casa nostra, la nostra casa comune, secondo quanto si legge nell’enciclica Laudato si’.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


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