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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 11 marzo 2017

La religione come problema politico

La religione come problema politico


  Un determinato orientamento religioso, fortemente caratterizzato da un metodo particolare, da una neo-ideologia sociale, da una neo-mitologia  e da impronte fondamentalista  e integralista,  è stato sicuramente all’origine dei problemi della nostra parrocchia. Questo non significa che le persone che vi aderiscono  e lo diffondono siano cattive, anzi: sono persone individualmente e collettivamente buone; questo lo posso attestare con certezza avendo vissuto tanto tempo vicino a loro, pur senza aver mai avuto alcuna vera relazione con loro. Questo mi distingue da molti  loro accaniti e puntigliosi critici, che qualche volta sono usciti dalle loro file e per questo ne conoscono così bene concezioni e costumi. Io so di loro solo avendoli osservati da vicino ma dall’esterno. Non ho alcun interesse a mettere in dubbio la loro ortodossia, sotto ogni profilo: delle concezioni, dei riti, dei costumi. Condividiamo una parte importante della medesima fede religiosa e questo mi basta per accettarli, così come accetto altre varianti molto più distanti da me di loro. Non voglio ricadere negli storici errori del passato della nostra religione, quelli veri, non quelli solo pedantemente presunti tali sotto il nome di eresie: ho ripudiato l’Inquisizione religiosa in ogni forma e livello, la violenza, l’intolleranza, l’esclusione sociale che ci hanno ciclicamente connotati come confessione. Quell’orientamento è divenuto un problema quando lo si è voluto rendere totalitario in parrocchia, la via principale e da preferire, quella che si riteneva garantisse meglio di tutte l’integrazione tra fede e vita, il vero amore, il vero rapporto filiale, il vero altruismo. Non che le altre esperienze siano state abrogate di punto in bianco: sono state sfavorite, lasciate come via residuale e ad esaurimento. In particolare per le classi giovani ad un certo punto non c’è stato più altro. Ho parlato a questo proposito di esperimento sociale, perché di questo propriamente si è trattato. Chi lo ha deciso? E’ stato un processo in cui hanno contato le circostanze storiche, l’ambiente sociale, le caratteristiche della gerarchia e tanto altro: il tutto lo ha prodotto. Nessuna persona o gruppo di persone avrebbero avuto da soli l’autorità e la forza per deliberarlo e attuarlo. Posso dire questo: è una via che, dall’inizio degli anni ’70 in cui era praticata in una sola parrocchia romana, ha attirato molte persone perché appariva molto coinvolgente e diversa dalla pratica religiosa burocratizzata che c’era stata fino ad allora. Ad un certo punto, nella nostra parrocchia furono inviati solo preti formatisi in quella via e questo ha comportato una immigrazione di fedeli da altre zone della città: ciò ha molto rafforzato quell’orientamento religioso. Contemporaneamente, negli anni ’80, quando tutto cominciò da noi, si visse una fase di riflusso  sociale, di disimpegno e ritorno nell’individualismo personale, fenomeno che coinvolse anche il nostro quartiere: per cui progressivamente rimasero attivi in parrocchia praticamente solo quelli che praticavano quella via. Infine bisogna ricordare che il Wojtyla l’apprezzava e favoriva, senza tener conto dei puntigliosi rilievi critici dei suoi uffici di curia, ad esempio di uno come Ratzinger. Agli inizi degli anni ’90, quelli in cui si realizzò la trasformazione totalitaria della nostra parrocchia, sembrò che il pluralismo avrebbe significato dispersione e avrebbe compromesso la residua efficacia della proposta religiosa della parrocchia. Furono gli anni in cui si edificò la nuova chiesa parrocchiale. Il progetto architettonico interno, come è facile constatare, fu impostato secondo le particolari concezioni dell’orientamento  ormai divenuto prevalente, rafforzando così il collegamento tra la parrocchia e quell’orientamento, proponendo, in definitiva, l'immagine di una parrocchia di movimento. Il processo durò quasi trent'anni, un tempo lunghissimo, sufficiente per ridurre a nulla le altre diverse tradizioni. Il nuovo corso, iniziato due anni fa circa,  è stato segnato da cambiamenti anche sotto il profilo architettonico, manifestatisi in particolare in una diversa tinteggiatura e nell’installazione di un nuovo tabernacolo dietro il presbiterio e sotto l’abside. Come ho scritto in altri interventi, il nostro esperimento parrocchiale è fallito come proposta al quartiere, alle Valli, che si è fatto progressivamente sempre più distante: è riuscito come conquista totalitaria di una struttura parrocchiale da parte di un movimento. La scarsità impressionante di candidati alla Prima Comunione ha indotto la gerarchia a intervenire, ma quella della nuova squadra di preti che ci hanno mandato appare come una missione molto difficile. L’ho scritto ieri: la parrocchia come gruppo sociale si era ormai estinta da tempo. Era abitata praticamente solo dalla gente che seguiva la via maggioritaria, e da pochi altri gruppi fortemente minoritari. Era diventata quindi una specie di condominio religioso e, per il resto, una ASL dello spirito, per assistenza sacramentale nei grandi eventi della vita, perché nel quartiere si è continuato a nascere, a sposarsi, a morire. Ma in parrocchia l’altra gente entrava da ospite, in punta di piedi, se ne diffidava, e non si perdeva occasione per sottolineare che poteva fare di più, che la sua religiosità non era sufficiente. In parte era così. Il problema è che per approfondire la propria spiritualità non era praticabile un’unica via, quella proposta in parrocchia. D’altra parte che cosa ha fatto chi, come me, era stato formato secondo un’altra via? Certamente non ha dato battaglia, non si è opposto al nuovo corso: la lotta non rientra in genere nei nostri costumi religiosi, mentre vi rientrano la docilità, la remissività, l’ossequio verso la gerarchia, l’obbedienza, e, nel contesto dei problemi parrocchiali, queste non vanno considerate certamente delle qualità. Dunque ci si è lasciata scivolare  addosso la via proposta in parrocchia, attendendo che cambiasse il vento, come effettivamente è successo. Ma ora è tanto difficile ripartire.
 Le religioni sono fatti sociali. Servono a dare stabilità alle società.  L’etica che diffondono è molto importante. Per dare stabilità, inglobano una certa dose di fondamentalismo  e di integralismo. Fondamentalismo  è quando si cerca di mantenere costanti alcune concezioni,  integralismo  è quando si cerca di contrastare le tendenza all’assimilazione da parte di altri gruppi. Il compito di dare stabilità  alle società è fondamentalmente politico, e infatti fin  dalle società primitive le religioni hanno svolto un ruolo politico. Fede e politica sono state sempre intrecciate strettamente. Una fede impolitica non può essere considerata una vera religione, ma è essenzialmente magia: quando si crede che certi riti possano cambiare le cose. Le religioni basate sul soprannaturale hanno sviluppato in genere una complicata teologia e una raffinata giurisprudenza, per stabilire ciò che è buono e ciò che non lo è, ma fondandosi su relazioni con l’invisibile sono anche piuttosto duttili e questo consente un loro adattamento alle esigenze politiche dei tempi. Chi può smentire certe affermazioni? Trovano una sponda nell’emotività umana e sono state in un certo senso l’archetipo di ogni persuasore occulto. Le moderne tecnologie di marketing vi si richiamano implicitamente, facendo risaltare la fondamentale irrazionalità delle scelte del consumatore e proponendo quindi immaginifici miti di consumo, vere proprie  religioni  del consumo con proposte salvifiche. Le grandi religioni storiche hanno mantenuto costanti certi connotati, ma si sono profondamente evolute, e ciò è particolarmente vero per la nostra. La nostra religione non è assolutamente quella stessa delle origini. Questo risalta particolarmente se si considerano le concezioni politiche ad essa correlate. Ora, non è la fantasiosa mitologia espressa dalle religioni che in genere costituisce un problema sociale, ma la politica che esse esprimono, e che riguarda, in particolare, le relazioni tra i fedeli. Costruita sul modello di un impero feudale, la nostra organizzazione religiosa è stata caratterizzata dagli anni ’70 da una lotta per l’egemonia, con l’intento di produrre un sovrano in linea con un certo orientamento religioso. Questa è politica ecclesiale, quella che si esprime ad ogni livello, dai conclavi alle diocesi, alle parrocchie. Non è cosa che ho scoperto io, naturalmente, ci sono quelli che ci hanno scritto sopra diffusamente e con sapienza. L’ultimo conclave poteva essere la resa dei conti, e anzi per qualche ora in Italia si è stati sicuri che lo fosse stato, tanto che sono stati inviate le congratulazioni alla persona sbagliata: e invece ci è venuto un capo dall’altra parte del mondo, che ci ha portato la voce di comunità tanto diverse da noi, e in particolare di un organismo vivace e innovatore come il CELAM il  Consiglio episcopale latino americano.  Ho letto che l’esortazione La Gioia del Vangelo  e l’enciclica Laudato si’,  contengono molto di un documento molto importante prodotto dal Celam, al termine della Conferenza di Aparecida, nel maggio del 2007.  Ora si è in una fase di transizione in cui sta cambiando un’impostazione che risaliva a quando la vita della nostra parrocchia iniziò a mutare. In un certo senso è quindi cambiato uno dei fattori all’origine dei problemi della nostra parrocchia. Si sta proponendo un’altra concezione di politica di ispirazione religiosa, quella che non considera più il pluralismo una minaccia, che spinge a eliminare le dogane che controllano i flussi con ciò che è all’esterno degli spazi liturgici e, anzi, invita a uscire fuori delle nostre chiese per intessere nuove relazioni virtuose con la gente intorno, innanzi tutto per partecipare alla risoluzione dei problemi comuni, a partire da quelli minimi, come la fontana di quartiere.  Siamo quindi spinti ad abbandonare concezioni totalitarie come quella che ha travagliato la nostra parrocchia per lungo tempo. Ciò non significa creare un mondo dove le posizioni religiose di prima siano ribaltate, i dominatori di un tempo ridotti a sconfitti, e gli sconfitti di un tempo nel ruolo di dominatori: occorre un’organizzazione  dove non vi siano più dominatori e sconfitti, inclusi ed esclusi. Significa anche essere capaci di relazioni sociali virtuose, amichevoli e solidali tra diversi orientamenti, non quindi al modo delle assemblee condominiali in cui si decide insieme pur detestandosi e aspettando il momento di cancellare l’opinione difforme. Finora abbiamo diffidato gli uni degli altri, non perdendo occasione per azzannarci e aspettando il momento in cui ogni presenza diversa dalla nostra cessasse per estinzione naturale o per ordine dell'autorità; ora, come dice sempre il nuovo parroco, bisognerebbe cominciare a volerci bene.  Questo però richiede, per cominciare, un atteggiamento che in genere è molto difficile da ottenere, in particolare da chi a lungo si è abituato ad avere mano libera: l’autocritica. Senza di questo non si inizia neppure. Senza di questo gli egemoni di un tempo saranno solo gli sconfitti di oggi, aspettando la rivincita al prossimo conclave.  Ci si continuerà francamente a detestare e su questo non può crescere nulla di buono. Il seme cadrà tra le pietre e le spine e il seminatore sprecherà il suo tempo e la sua fatica.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte  Sacro, Valli.

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