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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 23 marzo 2017

Affrontare con uno stesso spirito la crisi religiosa e la crisi politica

Affrontare con uno stesso spirito la crisi religiosa e la crisi politica

Migranti tentano di scavalcare la recinzione alla frontiera del possedimento spagnolo in Africa di Ceuta-Melilla - Foto da Web


  Una volta raggiunta la consapevolezza che la crisi religiosa e quella politica sono espressione di un medesimo processo,  ci si può anche convincere che le possibili soluzioni siano comuni ad entrambe e che, quindi, lavorando sull’aspetto religioso si possa contribuire anche a migliorare quello politico e viceversa. Questa convinzione è al centro del pensiero espresso nell’enciclica Laudato si’.
  I problemi della nostra organizzazione comunitaria di fede sono analoghi a quelli degli stati. Del resto la nostra è una confessione che ha voluto farsi stato. Viviamo in una situazione di sostanziale anarchia, in cui religioni e stati faticano a mantenere il controllo e, soprattutto, e qui mi riporto al pensiero di Zygmunt Bauman, sono realtà confinate in limiti sempre più ristretti: si sta riducendo di molto la competenza loro riconosciuta negli affari sociali. Ognuno è spinto a fare da sé, a risolvere da sé i propri guai. Vengono progressivamente meno i correttivi sociali agli abusi di posizioni dominanti. Si sta riproponendo una divisione in classi della società: quella di chi domina il nuovo corso e quella, che comprende la grande maggioranza della popolazione della terra, che è dominata. Per chi riesce a entrare nella prima non vi sono più frontiere, per gli altri le frontiere  diventano sempre più impenetrabili.
 Bauman osserva che in un regime di interdipendenza globale, la mobilità, il poter andare dove ci sono le occasioni più favorevoli, diventa  una risorsa quanto mai preziosa ed ambita. La desideriamo per i nostri figli e siamo orgogliosi quando riescono ad andare a studiare o a lavorare all’estero, perché non ci vanno nelle condizioni dei nostri migranti dell’Ottocento, ma come partecipi di una classe privilegiata. Ma il 98% della popolazione mondiale, osserva Bauman, non si trasferisce mai dal luogo di residenza: deve vivere e lavorare dove la sorte l’ha piazzata, accettando quello che c’è. E questo contribuisce al nostro benessere, di privilegiati che vivono in Occidente. Ci consente di acquistare a prezzi molto bassi beni di consumo quotidiano, praticamente tutti.
 Scrive Bauman in La società sotto assedio, del 2002, pubblicato in Italiano da Editori Laterza:
“Allo smantellamento  di tutte le barriere che ostacolano il libero movimento del capitale e dei suoi agenti si abbina l’erezione di nuove barriere, sempre più alte e scoraggianti , contro la massa di persone desiderose di adeguarsi e andare là dove spuntano le opportunità. Il viaggiare per profitto viene incoraggiato; il viaggiare per sopravvivenza viene condannato, con grande gioia dei trafficanti di «immigrati illegali» e a dispetto di occasionali ed effimere  ondata di orrore e di indignazione provocate dalla vista di «emigranti economici» finiti soffocati o annegati nel vano tentativo di raggiungere la terra in grado di sfamarli. Il mondo globalizzato è un luogo accogliente e amichevole per i turisti, ma inospitale e ostile per i senzatetto. Ai secondo è vietato seguire il modello instaurato dai primi, che però, in fondo, non ea mai stato progettato per loro. Inoltre, qualora fosse un modello liberamente perseguibile dalle grandi masse anziché un privilegio esclusivo  di una ristretta cerchia di persona ben protette, non arrecherebbe certo quei vantaggi per i quali  è stato vantato dai suoi fautori e beneficiari”(pag.77-78).
 E’ evidente la rilevanza anche religiosa della situazione.
 C’è però difficoltà a capire che, quando insorgiamo contro i migranti economici e vorremmo rispedirli a casa loro, alla fine condanniamo anche noi stessi alla loro sorte, e in particolare i nostri figli. I problemi della gran parte di noi hanno la stessa causa di quelli di quei migranti. Sotto certi aspetti in Occidente beneficiamo dell’economia globalizzata, che infierisce senza più freni pubblici sui lavoratori che producono la gran parte delle cose di nostro uso comune, ma  questo  comporta che anche da noi si segua la stessa linea liberista e che, anzi, una delle residue funzioni degli stati sia proprio questa. “Un obiettivo”, scrive Bauman in quel libro, “probabilmente raggiungibile mediante costanti riduzioni fiscali, riducendo al minimo indispensabile la regolamentazione delle condizioni di lavoro, pacificando o imbavagliando le organizzazioni di difesa dei lavoratori, e soprattutto  non applicando alcuna restrizione al libero movimento in entrate e in uscita del capitale. Nel complesso, la conditio sine qua non [=la condizione senza la quale non è possibile... = indispensabile] per rendere felici gli «investitori globali» e indurli a cercare profitti nel proprio paese anziché in  un altro è rendere la condizione dei produttori e consumatori locali il più precaria possibile” (pag.75).
 Che c’entra la parrocchia con tutto questo? C’entra se si riprende contatto con il quartiere, perché in quest’ultimo sono presenti, su scala locale, tutti i problemi che si presentano su scala globale. La dimensione locale fa sì  però che li si possa affrontare con una qualche efficacia tentando soluzioni di prossimità, ad esempio creando o potenziando iniziative solidali, ricreando quella rete sociale di resistenza che in passato ha funzionato molto bene e che ancora si intravvede nel vasto fenomeno del volontariato. Se però la religione viene vissuta prevalentemente come un gioco di ruolo, in comunità confinate e con pretesa di autosufficienza, alla lunga diventa inutile.
  In questi giorni nel gruppo parrocchiale di AC stiamo meditando sulla beatitudine  dei poveri in spirito.  I più ritengono che si debba fare uno sforzo per diventare poveri in spirito, in quanto pensano di aver raggiunto un certo benessere e, essendosi affrancati dalla povertà materiale, di essere soggetti alla tentazione dell’arrogante autosufficienza. Abbiamo letto il messaggio del Papa del 2014 in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di quell’anno, che trattava di quel tema e invitava a una conversione verso i poveri, per rimettere al centro della cultura umana la solidarietà. Se riuscissimo a capire che, in realtà, la nostra condizione si sta progressivamente avvicinando a quella di coloro che ci appaiono realmente poveri, e che in definitiva, lasciando le cose andare avanti così, non ci sarà più tanto difficile ammettere di dover mendicare  tante cose che oggi sono ancora affermate come diritti,  questa  conversione  ci verrebbe più facile.
 Mi pare che in parrocchia ci siano due distinte visioni religiose dei problemi che stiamo vivendo collettivamente, a cui corrispondono distinte e divergenti soluzioni. Comporle non sarà facile. Autosufficienza religiosa o espansione solidale nello spirito della Laudato si’?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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