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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 26 marzo 2017

Appello al Vescovo ausiliare di Settore

Appello al Vescovo ausiliare di Settore


La Veglia Pasquale non è una gara di salto in alto! Possiamo tranquillamente "abbassare l'asticella", per farvi partecipare tutti


 La nostra Diocesi ha una complessa struttura amministrativa. E’ divisa in Settori, in Prefetture e in Parrocchie. Di ogni Settore si occupa un Vescovo Ausiliare, che aiuta il Cardinal Vicario, il quale a sua volta aiuta il Papa, che è il Vescovo di Roma e per tale motivo nostro Padre universale, Santo Padre.
 La nostra parrocchia si trova nel Settore Nord, affidato al Vescovo Ausiliare mons. Guerino Di Tora, e nella 9° Prefettura, affidata proprio al nostro parroco, che è parroco e Prefetto.
  Leggo che mons. Di Tora si occupa di noi dal 2009. Conosce i problemi della nostra parrocchia, che ha visitato tre anni fa, ascoltando, in un incontro nella chiesa parrocchiale, i rappresentanti dei vari gruppi esistenti.
  Nella nostra parrocchia, nel corso di trent’anni, dal 1984 al 2015, è divenuto maggioritario uno di quei gruppi, alle cui concezioni religiose sono state ispirate l’architettura della chiesa parrocchiale, le liturgie ed ogni altra attività parrocchiale. Questo gruppo è però assolutamente minoritario nel quartiere. Molti dei suoi membri vengono da fuori. Nell’ottobre del 2015 si  è iniziato a cambiare, con l’arrivo di una nuova squadra di preti, e in particolare di un nuovo parroco. Da allora in Quaresima si combatte la battaglia per la Veglia Pasquale. Quest’ultima fino al 2015 era stata egemonizzata dai costumi e dalle concezioni del gruppo di cui dicevo. Si prolungava dall’apparire delle prime stelle nel cielo del Sabato santo fino all’alba del giorno di Pasqua. Vi si celebravano Battesimi per immersione e si cantavano solo i canti del canzoniere di quel gruppo. Ma le liturgie erano infarcite da altri eventi caratteristici di quel gruppo.
 Quando si propone di cambiare qualcosa, viene risposto che sarebbe un abbassare l’asticella (come se la Veglia di Pasqua fosse una gara di salto in alto) e si fa rilevare che poche persone degli altri gruppi presenti in parrocchia vengono alla Veglia. Sono d’accordo con quest’ultima osservazione: infatti, ad esempio, io, pur amando partecipare alle Veglie Pasquali, non ho mai, dico mai, partecipato a quelle in passato organizzate in parrocchia, durante il trentennio conclusosi un anno e mezzo fa. Non credo di essere il solo nel quartiere, tra i fedeli. Lo dico chiaramente: gli usi liturgici di quel gruppo mi urtano. Li potrei sopportare se non fossero l’unico piatto del menu. Se però partecipare alla Veglia Pasquale deve significare uniformarmi alle particolari concezioni di quel gruppo, allora mi chiamo fuori. Con che spirito parteciperei alla Veglia, rodendomi il fegato e accumulando risentimento verso quegli altri? Guardandoli da lontano non mi creano problemi. Ci siamo reciprocamente estranei, ma in fin dei conti siamo persone civili. I problemi sorgono quando ci si incontra veramente, si sta vicini, si prega insieme. Ma fare comunità, in religione,  non dovrebbe consistere proprio in questo?
 “Perdonare  e chiedere perdono”, su questo ci ammaestrò San Karol Wojtyla in una storica omelia tenuta a Sarajevo nel 1997 (la trascrivo qui sotto), dopo la guerra fratricida da quelle parti: un testo che ho tenuto sempre con me e che mi rileggo periodicamente quando ho problemi del tipo di quelli che stiamo vivendo in parrocchia. E’ stato osservato che quel santo fu molto ascoltato ma poco seguito. Infatti  è così difficile seguire quell’insegnamento! Si va per la propria strada e si persevera in ciò che fa male, ritenendolo la ricetta giusta per la società intorno, incuranti di ciò che accade e, anzi, inconsapevoli, e perciò addirittura in buona fede. “Di che dovremmo chiedere perdono,”, si domandano forse quelli del gruppo di cui dicevo, “se abbiamo fatto quello che ci è stato insegnato per essere buoni fedeli?”. Poi però qualcuno di loro si lamenta, me ne è giunta voce, che la gente del quartiere li scansa, che qualcuno addirittura cambia marciapiede quando li avvista. Sarà vero? E’ mai veramente accaduto? Davanti a me no. Ma di insofferenza verso i costumi di quel gruppo ne ho osservata molta. Mi dicono che c’è uno che urla loro contro dalle finestre di casa sua, che sono dirimpettaie di quelle della parrocchia, quando si riuniscono la sera tardi. Cose come queste non mi  è mai accaduto di osservarle in tutta la mia vita, e sono stato abbastanza di chiesa, ho frequentato assiduamente diverse parrocchie.
  Ora, sulla Veglia di Pasqua, non c’è dialogo. Il gruppo che l’ha caratterizzata per tanti anni è rimasto maggioritario in parrocchia, gli altri stanno ritornando ma ci vorrà molto tempo perché si torni alla situazione di prima, degli anni ‘60/’70, quando la nostra parrocchia era veramente l’anima del quartiere Valli. Si pretende allora che tutto resti come si è fatto tanto a lungo, che nulla cambi. Ma la gente delle Valli non tornerà in parrocchia se l’evento centrale delle nostre liturgie continuerà ad essere così caratterizzato. Si è fatto recentemente un incontro di Settore e hanno parlato diverse persone che abitano nel territorio della nostra parrocchia, ma che da anni frequentano altre parrocchie. Com’è successo questo fatto?
 C’è da correggere qualcosa, ma occorre farlo con autorità, perché, per la situazione che si è creata, il  cambiamento non avverrà consensualmente. E se non avverrà la parrocchia continuerà ad essere un corpo estraneo nel quartiere.
 Di che cosa uno di noi, in parrocchia,  dovrebbe pentirsi, in questa Quaresima? Noi, dico “noi” perché anch’io ho peccato essenzialmente di omissione, non mi chiamo fuori, di questo sono responsabile anch’io, “Noi”, dico, abbiamo tenuto la gente del quartiere lontano dalla parrocchia! Abbiamo istituito delle dogane, ai confini della parrocchia, attraverso le quali la gente non è riuscita più a passare. Mi pare un peccato gravissimo, commesso collettivamente, da tutti “noi”, me compreso, da cui dobbiamo emendarci collettivamente. Abbiamo costruito Veglie Pasquali che sono diventate una corsa a ostacoli, una fatica impressionante, e tanta gente non ce l’ha più fatta. E’ così che devono essere? E’ a questo che serve la liturgia, l’«azione di popolo»?
  Ho scritto che occorre ricreare una Veglia pasquale dal volto umano. Significa abbassare l’asticella? Ma con che spirito si pronuncia questa espressione veramente insultante per un credente che ha organizzato tutta la sua vita intorno alla religione? Quell’asticella  così alta è in realtà un muro  di fronte al quale c’è  la nostra gente, che non riesce ad oltrepassarlo. Che c’è da festeggiare dopo questa Veglia organizzata come un’atletica dello spirito da cui la maggioranza della gente del quartiere è stata tenuta fuori, perché non ce l’ha più fatta?
  Ho scritto che serve un intervento autorevole  e ogni autorità in religione deriva da quella episcopale. Qui si tratta del campo suo proprio: parliamo infatti di fede e di liturgia, di gente che viene lasciata fuori, di costumi religiosi che occorre cambiare e non si riesce a farlo. Ma tutto non può ridursi ad un atto burocratico. La faccenda è troppo seria. Quando San Wojtyla ammaestrò Sarajevo sul perdono lo fece in quella città e presiedendo una liturgia.
 E’ questo, dunque,  il mio appello al Vescovo ausiliare di settore: monsignore, venga e presieda quest’anno la nostra Veglia Pasquale! Questo richiamerebbe la gente del quartiere, sarebbe un segno enorme di cambiamento. La chiesa parrocchiale era stracolma quando un anno e mezzo fa venne tra noi mons. Vallini. Questo atto, così significativo, consentirebbe di inaugurare una nuova tradizione liturgica, che permetta di tenere insieme tutto, il gruppo in passato egemone, ma anche gli altri, e tutta la gente delle Valli. Non le chiedo di  correggere  punendo, e tutto ciò che si teme di solito quando arriva un’autorità superiore in ispezione. In questo mi faccio avvocato difensore: si è sbagliato, ma , ritengo, credendo di far bene. Per me e per gli altri, per quel male che abbiamo fatto in buona fede, domando perdono, misericordia, clemenza. Ma occorre cambiare, tuttavia!  E’ al Padre, allora, che mi rivolgo: presieda la Veglia Pasquale di quest'anno da padre quale i vescovi dicono di volere essere,  ci aiuti a perdonare  e a chiedere perdono,  ci aiuti a rinnovarci come comunità di prossimità, sia nostro Pastore e guida in questo, ci mostri il giusto cammino!
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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VIAGGIO APOSTOLICO A SARAJEVO (12-13 APRILE 1997)
CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Stadio Koševo (Sarajevo) - Domenica, 13 aprile 1997

«Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto» (1 Gv 2, 1).
1. Abbiamo un avvocato che parla a nome nostro. Chi è questo avvocato che si fa nostro portavoce? L'odierna liturgia offre una risposta esauriente: «Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto» (1 Gv 2, 1).
Leggiamo negli Atti degli Apostoli: «Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù» (At 3, 13). Egli è colui che è stato tradito e rinnegato dai suoi connazionali, persino quando Pilato voleva liberarlo. Essi chiesero che fosse graziato al suo posto un assassino, Barabba. In tal modo fu condannato alla morte l'autore della vita (cfr At 3, 13-15).
Ma «Dio l'ha risuscitato dai morti» (At 3, 15). Così parla Pietro che fu testimone diretto della passione, morte e risurrezione di Cristo. Come tale fu inviato ai figli di Israele e a tutte le nazioni del mondo. Nel rivolgersi ai propri connazionali, tuttavia, egli non soltanto accusa, ma anche scusa: «Fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi» (At 3, 17).
Pietro è testimone consapevole della verità sul Messia che, sulla croce, ha portato a compimento le antiche profezie: Gesù Cristo è diventato avvocato presso il Padre, l'avvocato del popolo eletto e di tutta l'umanità.
Aggiunge san Giovanni: «Abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli infatti è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1 Gv 2, 1-2). Questa verità viene oggi a ripetervi il Successore di Pietro, giunto finalmente in mezzo a voi. Popolo di Sarajevo e di tutta la Bosnia ed Erzegovina, io vengo oggi a dirti: Tu hai un avvocato presso Dio. Il suo nome è: Gesù Cristo giusto!
2. Pietro e Giovanni, come pure gli altri Apostoli, divennero testimoni di questa verità, poiché videro con i loro occhi il Cristo crocifisso e risorto. Si era presentato in mezzo a loro nel Cenacolo, mostrando le ferite della passione; aveva permesso loro di toccarlo, affinché potessero convincersi dal vivo che egli era quello stesso Gesù che avevano prima conosciuto come "il Maestro". E per confermare fino in fondo la verità sulla sua risurrezione, egli ha accettato il cibo che gli avevano offerto, mangiandolo con loro come aveva fatto tante volte prima di morire.
Gesù aveva conservato la propria identità, nonostante la straordinaria trasformazione operatasi in lui dopo la risurrezione. E quella identità conserva tutt'ora. Egli è lo stesso oggi come ieri e rimarrà il medesimo per i secoli (cfr Eb 13, 8). Come tale, come vero Uomo, è, presso il Padre, l'avvocato di tutti gli uomini. Anzi, è avvocato di tutta la creazione da lui e in lui redenta.
Egli si presenta davanti al Padre come il testimone più esperto e più competente di quanto, mediante la croce e la risurrezione, si è compiuto nella storia dell'umanità e del mondo. Il suo è il linguaggio della redenzione, cioè della liberazione dalla schiavitù del peccato. Gesù si rivolge al Padre come Figlio consustanziale, ed insieme come vero uomo, parlando il linguaggio di tutte le generazioni umane e di tutta la storia umana: delle vittorie e delle sconfitte, di tutte le sofferenze e di tutti i dolori dei singoli uomini ed insieme dei singoli popoli e nazioni di tutta la terra.
Cristo parla con il vostro linguaggio, cari Fratelli e Sorelle della Bosnia ed Erzegovina, così a lungo e dolorosamente provata. Egli ha detto: "Sta scritto: il Cristo dovrà patire"; ma ha aggiunto: "Dovrà risorgere dai morti il terzo giorno . . . Di questo voi siete testimoni" (Lc 24, 48-49). Abitanti di questa terra provata, coraggio! Voi avete un avvocato presso Dio. Il suo nome è: Gesù Cristo giusto!
3. Sarajevo: città divenuta un simbolo, in un certo senso il simbolo del ventesimo secolo. Nel 1914, al nome di Sarajevo venne a legarsi lo scoppio del primo conflitto mondiale. Al termine di questo stesso secolo, al nome di questa città si è unita la dolorosa esperienza della guerra che, nel corso di cinque lunghi anni, ha lasciato dietro di sé in questa regione una impressionante scia di morte e di devastazione.
Durante questo periodo, il nome di questa città non ha cessato di occupare le pagine della cronaca e di essere tema di interventi politici da parte di capi delle nazioni, di strateghi e di generali. Il mondo intero ha continuato a parlare di Sarajevo in termini storici, politici, militari. Anche il Papa non ha mancato di levare la sua voce su tale tragica guerra e più volte e in diverse circostanze ha avuto sulle labbra e sempre nel cuore il nome di questa città. Già da alcuni anni egli desiderava ardentemente di poter venire di persona tra voi.
Oggi finalmente il desiderio s'è avverato. Sia ringraziato il Signore! La parola con cui vi porgo il mio saluto affettuoso è la stessa che Cristo rivolse, dopo la risurrezione, ai discepoli: "Pace a voi" (Lc 24, 26). Pace a voi, uomini e donne di Sarajevo! Pace a voi, abitanti della Bosnia ed Erzegovina! Pace a voi, Fratelli e Sorelle di questa amata terra!
Saluto il Signor Cardinale Vinko Puljic, Pastore solerte di questa Chiesa, e lo ringrazio per le parole di benvenuto e di comunione che mi ha rivolto anche a nome dell'Ausiliare, Mons. Pero Sudar, e di tutti i presenti. Saluto il venerato e coraggioso Vescovo Mons. Franjo Komarica, con i suoi fedeli della diocesi di Banja Luka, come pure il venerato e zelante Vescovo Mons. Ratko Peric, con i suoi fedeli delle diocesi di Mostar-Duvno e di Trebinje-Mrkan.
Saluto i Cardinali ed i Vescovi presenti e voi tutti, sacerdoti, persone consacrate, fedeli laici. Il mio pensiero deferente si estende alle Autorità civili e diplomatiche qui radunate, come pure ai rappresentanti di altre Confessioni religiose che hanno voluto onorarci con la loro presenza.
La pace che Gesù dona ai suoi discepoli non è quella imposta dai vincitori ai vinti, dai più forti ai più deboli. Essa non trova la sua legittimazione sulla punta delle armi, ma, al contrario, nasce dall'amore. Amore di Dio per l'uomo e amore dell'uomo per l'uomo. Risuona forte oggi il comando di Dio: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore . . . amerai il prossimo tuo come te stesso" (Dt 6, 5; Lv 19, 18). Su questi saldi presupposti si può consolidare ed edificare la pace raggiunta. E "beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5, 9).
Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, hai un avvocato presso Dio, Gesù Cristo giusto!
4. Come servitore del Vangelo, il Papa, in unione con i Pastori della Bosnia ed Erzegovina e con tutta la Chiesa, vuole svelare una dimensione ancora più profonda che si cela nella realtà della vita di questa regione, della quale il mondo intero si occupa da anni.
Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, la tua storia, le tue sofferenze, le esperienze dei trascorsi anni di guerra, che speriamo non tornino mai più, hanno un avvocato presso Dio: Gesù Cristo, il solo Giusto. In Lui, hanno un avvocato presso Dio i tanti morti, le cui tombe si sono moltiplicate su questa terra; coloro che sono rimpianti dalle madri, dalle vedove, dai figli rimasti orfani. Chi altro può essere, presso Dio, avvocato di tutte queste sofferenze e di tutte queste prove? Chi altro può leggere fino in fondo questa pagina della tua storia, Sarajevo? Chi può leggere fino in fondo questa pagina della vostra storia, nazioni balcaniche, e della tua storia, Europa?
Non si può dimenticare che Sarajevo è diventata simbolo della sofferenza di tutta l'Europa in questo secolo. Essa lo è stata all'inizio del Novecento, quando la prima guerra mondiale ebbe qui il suo inizio; lo è stata in un modo differente la seconda volta, quando il conflitto si è consumato totalmente in questa regione. L'Europa vi ha preso parte come testimone. Ma dobbiamo domandarci: testimone sempre pienamente responsabile? Non si può eludere questa domanda. Occorre che gli statisti, i politici, i militari, gli studiosi e gli uomini della cultura cerchino di darvi una risposta. L'auspicio di tutti gli uomini di buona volontà è che quanto Sarajevo simboleggia rimanga confinato nell'ambito del ventesimo secolo, e non abbiano a ripetersi le sue tragedie nel millennio ormai alle porte.
5. Per questo volgiamo lo sguardo con fiducia alla divina Provvidenza. Preghiamo il Principe della Pace, per intercessione di Maria sua Madre, così amata dai popoli dell'intera regione, perché Sarajevo diventi per tutta l'Europa un modello di convivenza e di pacifica collaborazione fra popoli di etnie e religioni diverse.
Riuniti nella celebrazione del sacrificio di Cristo, non cessiamo di ringraziare te, Città così provata, e voi, Fratelli e Sorelle che abitate questa terra di Bosnia ed Erzegovina, perché in qualche modo, con il vostro sacrificio, vi siete assunti il peso di questa tremenda esperienza, nella quale tutti hanno la loro parte. A voi ripeto: Abbiamo un avvocato presso Dio, è Cristo, il solo Giusto.
Davanti a te, Cristo crocifisso e risorto, si presentano oggi Sarajevo e tutta la Bosnia ed Erzegovina, con il pesante bilancio della sua storia. Tu sei il nostro grande avvocato. Questa umanità Ti invoca affinché Tu permei la dolorosa storia qui vissuta con la potenza della tua redenzione. Tu, Figlio di Dio incarnato, come Uomo cammini attraverso le vicende degli uomini e delle nazioni. Cammina attraverso la storia di questa gente e di questi popoli più strettamente legati al nome di Sarajevo, al nome della Bosnia ed Erzegovina.
6. Carissimi Fratelli e Sorelle! Quando nel 1994 desideravo intensamente venire qui tra voi, facevo riferimento ad un pensiero che s'era rivelato straordinariamente significativo in un momento cruciale della storia europea: «Perdoniamo e domandiamo perdono». Si disse allora che non era quello il tempo. Forse che quel tempo non è ormai giunto?
Ritorno oggi dunque a questo pensiero e a queste parole, che voglio qui ripetere, affinché possano discendere nella coscienza di quanti sono uniti dalla dolorosa esperienza della vostra città e della vostra terra, di tutti i popoli e le nazioni dilaniate dalla guerra: «Perdoniamo e domandiamo perdono». Se Cristo deve essere il nostro avvocato presso il Padre, non possiamo non pronunciare queste parole. Non possiamo non intraprendere il difficile, ma necessario pellegrinaggio del perdono, che porta ad una profonda riconciliazione.
«Offri il perdono, ricevi la pace», ho ricordato nel Messaggio di quest'anno per la Giornata Mondiale della Pace; ed aggiungevo: «Il perdono, nella sua forma più vera e più alta, è un atto d'amore gratuito» (cfr Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, 8 dic. 1996: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIX, 2 (1996) 933), come lo fu la riconciliazione offerta da Dio all'uomo mediante la croce e la morte del suo Figlio incarnato, il solo Giusto. Certo, «il perdono, lungi dall'escludere la ricerca della verità, la esige», perché «presupposto essenziale del perdono e della riconciliazione è la giustizia» (Ibid.). Ma resta sempre vero che «chiedere e donare perdono è una via profondamente degna dell'uomo» (Ibid., 4).
7. Mentre oggi appare chiaramente la luce di questa verità,
i miei pensieri si rivolgono a Te, Madre di Cristo crocifisso e risorto,
a Te che sei venerata e amata in tanti santuari di questa terra provata.
Impetra per tutti i credenti il dono di un cuore nuovo!
Fa' che il perdono, parola centrale del Vangelo, divenga qui realtà.
Saldamente aggrappata alla croce di Cristo,
la Chiesa riunita oggi a Sarajevo Ti chiede questo,
o Clemente, o Pia,
Madre di Dio e Madre nostra,
o dolce Vergine Maria!
Amen.






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