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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 17 marzo 2017

I guai politici delle religioni tradizionali

I guai politici delle religioni tradizionali

 E’ facilmente dimostrabile che i problemi che le religioni tradizionali incontrano nelle società contemporanee sono essenzialmente politici, quindi relativi alle questioni di governo pubblico. Infatti la gente non manifesta alcun problema nei confronti di ogni tipo di soprannaturale e di ogni sorta di immaginifica spiegazione in merito, ma resiste a chi le vuole imporre che pensare, che dire, che fare, come relazionarsi con gli altri.
  Quello della laicità  è un problema essenzialmente politico e riguarda i rapporti  tra una gerarchia e un popolo che le è semplicemente soggetto. Non si manifesta solo in religione. E’ stato osservato che esso si è prodotto anche nelle società post-comuniste dell’Europa orientale.
  Spesso si considera il termine laico  come equivalente a  non credente, ma non è questo il punto. Storicamente, negli ordinamenti religiosi della nostra fede, il laico  è stato costituito dalla presenza di un potere gerarchico esercitato da un clero. Tra il popolo  dei persuasi nella fede religiosa si è prima enucleato un  clero, a cui si è attribuito il governo, la profezia, il sacerdozio, praticamente tutto in religione, e per sottrazione sono risultati i  laici, che progressivamente sono stati assimilati al popolo  intero, come se il clero  non ne facesse più parte. Popolo  erano coloro che erano sudditi  del clero, al mondo in cui lo erano verso i signori feudali. In questo l’organizzazione delle nostre collettività ha imitato quella delle società civili sue contemporanee lungo i quasi due millenni del suo potere religioso. Il problema della verità   è venuto a coincidere con quello dei gerarchi della verità: la verità era ritenuta tale perché proclamata da un’autorità religiosa,  dal clero. E’ quest’ultimo che non vuole essere relativizzato, che pretende di rimanere sempre sul campo come assoluto. Quindi il problema del laicato non riguarda tanto la libertà dalla verità, ma da gerarchi assoluti della verità.
  L’impegno sociale ispirato dalla fede, ciò che si fa rientrare nell’idea di dottrina sociale, venne proclamato inizialmente come verità di origine gerarchica, al modo degli altri dogmi. In questo campo si è assistito ad una democratizzazione  della produzione di verità sociali, non senza persistenti frizioni: problemi, appunto, politici.
  La scelta religiosa  che l’Azione Cattolica fece negli anni ’60, dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) viene presentata spesso come una presa di distanza dalla politica espressa dal partito cristiano  dell’epoca, dalla Democrazia Cristiana. In realtà si è trattato di un processo molto più profondo. Si scelse di liberare il pensiero sociale, e la conseguente politica, dal potere assoluto della gerarchia, che era abituata a organizzare le masse di fedeli a sostegno delle proprie istanze politiche e a richiederne l’obbedienza  politica senza tanti complimenti e discussioni. Al centro di questa processo fu l’autonomia  del laicato, che doveva essere conquistata attraverso un’impegnativa opera di auto-formazione. Era questo un modo di vedere che fino ad allora era stato proprio solo delle organizzazioni intellettuali  di Azione Cattolica, FUCI, Laureati, Insegnanti cattolici, medici e giuristi cattolici. E’ stato difficile farne un’esperienza di massa, anche per le resistenze della gerarchia, che si fecero sempre più pressanti sotto il lunghissimo regno religioso del Wojtyla.
  Si tratta di problemi che vediamo ben rappresentati nell’organizzazione della nostra parrocchia. La gerarchia è rappresentata dal parroco e dai preti suoi collaboratori e detiene tutto il potere di tipo amministrativo, che si manifesta nel lavoro della parrocchia come ASL spirituale,  e di tipo civile, che riguarda, ad esempio, il patrimonio parrocchiale. Il laicato è rappresentato da vari gruppi  che convivono ignorandosi, in una situazione di precario condominio, che, a ben vedere, riguarda solo le questioni delle loro relazioni reciproche e poco di più. Ma questi gruppi  sono interessati quasi esclusivamente a ciò che accade al loro interno e qui l’autonomia della persona di fede ha poco campo per esprimersi. Si seguono metodi  e orientamenti predefiniti: ogni gruppo ha sviluppato una propria gerarchia, che a volte ricalca quella del clero. Si ripropongono all’interno dei gruppi i problemi dello sviluppo dell’autonomia laicale che caratterizzarono gli anni Sessanta e Settanta su scala più vasta. Allora si trattò di suscitare l’autonomia laicale delle masse verso la gerarchia, ora di tratta di suscitarla nei gruppi, che, dal canto loro, hanno sviluppato un assetto piuttosto rigido senza il quale si sentono persi.
  In questa situazione non esiste una vera comunità parrocchiale, come ideologicamente ce se la raffigura. Andrebbe creata avanzando delle pretese verso le formazioni che attualmente dominano la vita parrocchiale. E creando un’organizzazione parrocchiale che consenta una vera partecipazione laicale. Si tratterebbe di suscitarla pazientemente, perché la gente ha perso familiarità al lavoro collettivo e, senza una formazione sufficiente, tutto decade ad assemblea di condominio. In prospettiva dovrebbe potersi riunire un’assemblea parrocchiale, come quella che dovrebbe eleggere alcuni componenti del consiglio pastorale. La gestione patrimoniale della parrocchia dovrebbe essere spiegata ai parrocchiani in una qualche forma, in modo da avere consapevolezza dei relativi problemi. Le offerte dovrebbero diventare contributi  e dovrebbe essere spiegato come questi ultimi sono impiegati. Le strutture parrocchiali sono utilizzate con troppa libertà dai gruppi. Bisognerebbe dare delle regole più stringenti e stabilire una cabina di regia in merito.
  Il tutto  è complicato dalla circostanza che si stanno cambiando costumi che si erano cristallizzati in un tempo  lunghissimo, trent’anni, corrispondenti addirittura ad una generazione.
  Al fondo rimane il problema politico: l’impegno sociale che si inizia nuovamente a pretendere pressantemente dai fedeli deve farsi su base di autonomia laicale, per avere una visione realistica della società e per radunare le competenze che occorrono per intervenire. Questo richiedere di imparare a lavorare collettivamente,  E la religione  da sola, e particolarmente certe sue immaginifiche semplificazioni, non basta.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

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