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sabato 25 marzo 2017

Che cosa celebriamo oggi

Che cosa celebriamo oggi

  Oggi a Roma i capi degli stati federati nell’Unione Europea celebreranno l’inizio del processo di convergenza dei popoli europei, dal secondo dopoguerra, che ai tempi nostri sembra stia invertendosi.  Nel 1957  a Roma vennero sottoscritti degli accordi internazionali tra Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi che posero le basi di un lunghissimo periodo di pace e di progressivo ampio benessere collettivo in Europa, attirando molti altri stati, fino a giungere quasi ad un’unità continentale. Possiamo considerare il culmine di questo processo la crisi Ucraina del 2013, motivata dal desiderio di molta parte della popolazione, contrastato dal governo democraticamente eletto, che l’Ucraina continuasse  le procedure di adesione all’Unione Europea. Da quell’anno sembra iniziato un processo di disgregazione e di disamore per le istituzioni europee, motivato sia dalla crisi economica e dalla difficoltà di una reazione collettiva per contrastarla efficacemente, sia dai nuovi e gravi problemi causati dall’esigenza di integrazione di decine di milioni di profughi che varie crisi locali e il sistema economico nell’era globalizzazione spingevano a muoversi verso l’Europa per cercare scampo.
  L’evento di oggi è stato preparato sostanzialmente per accogliere a Roma, per qualche ora,  la classe dirigente europea, senza alcun coinvolgimento dei popoli europei, in particolare della cittadinanza romana, che, anzi, si cerca di tenere lontana dal centro degli incontri. Questo dimostra l’insufficienza della politica contemporanea. Ma anche la sfiducia verso la gente. Se ne temono le reazioni emotive, che tuttavia sotto elezioni si cerca di provocare ed esacerbare  per avere più voti, e in Italia siamo proprio in questo periodo.
  L’integrazione europea è l’unica soluzione ai nostri problemi, sia familiari, che cittadini,  nazionali,  continentali. Rinchiudendoci di nuovo negli stati nazionali, faremmo la fine dei profughi che ci arrivano da fuori, spinti appunto dall’impotenza dei loro piccoli stati nazionali. I nostri figli saranno costretti spostarsi per integrarsi, ma senza un contesto europeo lo farebbero come i nostri antichi emigranti, trovandosi all’ultimo livello della scala sociale dei luoghi di emigrazione, senza una condizione di cittadinanza, esposti agli stessi moti di ripulsa e rigetto di cui sono vittime da noi i migranti africani, asiatici e latino-americani, che si rivorrebbe rimandare  a casa loro, una casa che però essi non hanno più. In un contesto di relazioni internazionali bilaterali, tra enormi sistemi economici e la nostra minuscola realtà mediterranea, la virgoletta che l'Italia è sul globo, avremmo sicuramente la peggio. L’Unione Europea, anche dopo la separazione della Gran Bretagna, che in realtà benché avviata non si sa se veramente sarà portata a termine perché richiederà un tempo molto lungo e tante cose potrebbero cambiare, è  invece un gigante sia economico che politico: difficile dominarla, anche per gli altri giganti della terra. Di questo gigante noi italiani siamo ancora parte integrante: collaboriamo attivamente alla sua direzione politica, esprimiamo, ad esempio, il Presidente del parlamento europeo, il ministro degli esteri e il capo della Banca centrale europea.
  La nostra Chiesa ha un grande merito ai tempi nostri: è praticamente l’unica agenzia educativa a formare la gente alla politica internazionale, con una visione globale. L’enciclica Laudato si’,  del 2015, può essere considerata il libro di testo di questo corso di studi popolare. Oggi esprime anche una visione realistica dei problemi e, in questo, finalmente si distanzia dallo sciocchezzaio emotivo dei nostri capi politici populisti, quelli che cercano di spaventare la gente per ottenerne il voto. Si tratta di un lavoro difficile perché anche nel mondo religioso c’è quello che si manifesta nella società, e quindi, ad esempio, durante il ciclo di incontri Immischiati  dell’anno scorso sulla dottrina sociale della chiesa, ho ascoltato interventi veramente poco informati di gente più o meno della mia età, dalla quale ci si aspetterebbe una maggiore acculturazione nei problemi europei, essendo praticamente coetanea dell’Unione. Ma, per nostra buona sorte, ci sono i più giovani, quelli che hanno vissuto il progresso di integrazione europea nella fase degli studi superiori, la “generazione Erasmus”, quella che ha avuto l'opportunità di lunghi periodi di studio in altri stati europei nel quadro dei progetti di formazione europea. E’ lì che si sviluppa la maggiore resistenza ai processi di disgregazione europea. E’ molto evidente infatti che la sfiducia nell’europeismo è inversamente proporzionale al livello di istruzione (diminuisce più si è istruiti) e direttamente proporzionale all’età (aumenta più si è anziani): è tra gli incolti più anziani che si trovano i più accaniti e irriducibili anti-europei, quelli che vorrebbero di nuovo rinchiuderci in una prigione nazionale per paura di tutto ciò che viene da fuori, e, anzi, più semplicemente, per paura di tutto. E’ questa fascia di popolazione che è stata decisiva nel referendum sull’adesione all’Unione Europea svoltosi nel Regno Unito.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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