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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 11 settembre 2016

Un'occasione mancata

   Un'occasione mancata

   Prendo spunto da un fatto di cronaca che oggi è sulle prime pagine dei quotidiani.
   Perché invitare un sindaco di un'importante città italiana ad un'iniziativa di carattere religioso dedicata in prevalenza agli scolari delle elementari e delle medie (la fascia di età dell'Azione Cattolica - Ragazzi - ACR)?
  Si guarda il programma dell'incontro (circa mille ragazzi partecipanti) e si scopre che è in larga parte politico [il progetto, molto interessante, può essere letto e scaricato all'indirizzo
http://acr.azionecattolica.it/sites/default/files/A_noi_la_parola_A5.pdf
  Si sta lavorando per tirar su, fin dai bambini, una nuova classe dirigente della nazione. Leggere per credere. Il programma è incentrato su: "prendere l'iniziativa", "coinvolgersi", "accompagnare", "fruttificare". Il titolo: "A noi la parola". A dei bambini? Si insegna il dialogo, e anche la dialettica politica, fin da piccolissimi. E' una grande novità. Si tratta di un metodo che a lungo è stato riservato alle organizzazioni "intellettuali" dell'Azione Cattolica. E' a questa nuova classe dirigente che il sindaco invitato ha dato buca, probabilmente per la situazione politica obiettivamente grave della sua città e per impegni d'ufficio, anche se ha motivato diversamente l'assenza. Ma il primo comandamento di un politico in democrazia  è di non sottrarsi MAI, ascoltare SEMPRE, rispondere SEMPRE. Il comizietto spettacolino monologante, a base di urla e insulti, può andar bene sotto elezioni. Ma poi? 
 Per i cattolici essere invitati a "prendere la parola", addirittura fin da piccoli, è una grande novità. E' stato un portato della difficile accettazione della democrazia. Si viene da un lungo inverno, e non dico di più perché sono cose che non interessano a tutti. Il "prendere la parola" non rientra nella "tradizione" di fede condivisa. In passato poteva costare molto caro.
 C'è una tensione tra fede e democrazia? C'è. Ma non nel senso che di solito viene evocato: ragione contro fideismo. Anche in materia di fede si ragiona, e molto. Sono in questione dei valori. Quelli delle democrazie contemporanee sono pieni di elementi di derivazione religiosa, anche se laicizzati. Ma sono recessivi. Se io dico con La Pira “il pane è sacro, il lavoro è sacro, la casa è sacra”, non faccio che affermare valori di fede che sono diventati valori democratici. Ma è chiaro che si tratta di valori minacciati. Non ci sono più soggetti politici che se ne facciano veramente carico, che ci mettano la faccia sopra. Ma la minaccia a questi valori politici è ora avvertita anche come minaccia per la fede. 
 Lo stesso è per la questione dell'uguaglianza. "Non c'è più né giudeo né greco, né uomo né donna, né schiavo né libero, perché tutti voi siete uno", questo il comandamento religioso. Quindi: non c'è più né italiano, né siriano, né africano ecc. Il discorso del re di Norvegia dell'altro giorno. E poi troviamo all'art.3 della nostra Costituzione, quei "senza distinzione", di sesso, razza, lingua, religione ecc., una norma che, per inciso, ha un precedente nella seconda costituzione sovietica, come ciclicamente si ricorda, e giustamente, ma per screditarla. Perché, in effetti, in particolare poi nel secondo comma, ideato da Basso, quel "rimuovere gli ostacoli" all'affermazione dell'effettiva uguaglianza tra le persone, è puro socialismo. Chi ha imparato da chi? I religiosi dai socialisti o viceversa? Si è imparato gli uni dagli altri, in una lunga, dura, ma proficua dialettica. Ci si è reciprocamente rinfacciati gli errori, le colpe. Ma nel dialogo si è imparato a cambiare. Ecco che si sono sviluppati nuovi valori. E anche il comandamento religioso è stato capito e vissuto in maniera nuova. Si è cresciuti nel dialogo. Dove dialogo non c'è stato, come in genere nell'era sovietica, tutto si è poi inaridito, la fede, il socialismo... 
 Ma che succede se uno dei dialoganti sparisce o non risponde? Lo si invita e dice che ha da fare, non ha tempo per noi. Questa è l'inedita situazione davanti alla quale si trova il cattolicesimo politico italiano. Il dialogo avvizzisce. Gli stimoli finiscono. Non c'è più nessuno che ci prenda a brutto muso e ci rinfacci le tragedie di cui siamo stati colpevoli. E allora ce le si rinfaccia da soli, o almeno ci si prova. Leggete, come esempio di questa dinamica, il testo delle parole pronunciate in sede liturgica da Bergoglio nel 2013 visitando Lampedusa, dopo l'ennesima tragedia dei migranti in mare. 
 Ecco molte buone ragioni per riprendere l'esperienza delle "scuole" di politica che si facevano negli anni '80. "Scuola" nel senso in cui la si intendeva nell'era d'oro dell'antica filosofia greca: generazioni che dialogano sotto la guida di maestri. Non il solito anziano professore che ci spara le sue rancorose verità e poi se ne va senza ascoltare. Che significa dire, come si è fatto, "il mercato si è mangiato tutto”? Noi viviamo! Noi possiamo! Noi, in massa, possiamo influire addirittura sui mercati! Possiamo anche noi far crescere una diversa realtà "globalizzata". Perché il male che c'è nelle società umane è opera umana e dagli esseri umani può e deve essere cambiato (così nell'enciclica Laudato si'). Il dio mercato è un falso dio. Qui la fede aiuta. "Non avrai altro Dio...".  Il comandamento dei comandamenti. Tradotto: per nessuna ragione ti farai mangiare, dal mercato o da altri. A qualsiasi costo, anche della vita, resisterai. 
  Partecipai anch'io, da universitario, a una scuola così.  
  Conservo ancora il manifesto che facemmo stampare: aveva al centro la figura di una grande rosa bianca. Ci ispiravamo ai giovani resistenti tedeschi. All'epoca si seguivano i ragionamenti di Roberto Ruffilli e di altri su una "nuova" Repubblica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

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