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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 19 settembre 2016

L’illusione dell’«uomo forte»

L’illusione dell’«uomo forte»



  C’è sempre, nell’esperienza sociale, la tentazione di affidare la realizzazione del bene comune all’azione di un “uomo forte”. C’è  in politica, come in religione e in tutti gli altri campi della vita umana in cui certi risultati possono ottenersi solo con un lavoro collettivo.
  Che cos’è il bene comune? Se ne sono date molte definizioni. Si parte sempre, però, dall’idea che gli esseri umani per essere felici dipendono dagli altri. La loro felicità dipende dall’ambiente in cui sono inseriti. E non basta l’appagamento dei bisogni: è esperienza comune che anche i ricchi soffrono. Tanto più che nell’era contemporanea l’economia delle società più ricche sembra dipendere dalla creazione incessante di nuovi bisogni e, quindi, su un costante loro inappagamento. E infatti nelle straricche società occidentali l’esperienza della gioia, del sentimento di appagamento interiore, è rara. Si può concludere che viviamo in un ambiente sociale che non favorisce la felicità, che è difficile da raggiungere nonostante ognuno nella propria vita si sforzi di farlo. Bisognerebbe introdurre delle modifiche, ma trattandosi lavorare su una società,  c'è da fare un lavoro collettivo. Ci siamo però disabituati a svolgerlo: esso  è propriamente la politica. Ognuno tende a fare per sé, a sviluppare una propria idea di società che gli consentirebbe di essere felice. Così ci sono moltissime idee di società felici, ma poi la società corre come abbandonata a sé stessa, perché non ci si riesce a mettere d’accordo su come modificarla. Bisognerebbe infatti tener conto anche delle aspirazioni alla felicità altrui.  Ma c’è sempre il sospetto che ciascuno voglia fare solo gli affari propri. E spesso esso risulta fondato. Così manca la fiducia nel prossimo e quindi la possibilità di svolgere un lavoro comune. E’ difficile fare unità dalla molteplicità delle nostre vite. E’ in questo momento che sorge la tentazione dell’ “uomo forte”: una persona a cui affidare tutte le nostre speranze e che, con autorità non più contestabile, ponga fine alle discordie e decida una linea. Trattandosi di una persona sola, sia pure con molta autorità, pensiamo che sia più facile liberarsene, quando non ci andrà più bene. Nell’immaginazione comune i molti prevalgono sui singoli. Temiamo di più i molti, per di più anarchici, senza una forza che li tenga a bada e ci protegga da loro, che la singola autorità personalizzata. Questo però è un grave errore. Prendendo consapevolezza della storia dell’umanità possiamo facilmente convincerci che nulla è più stabile, nelle società umane, dei poteri molto personalizzati, come erano quelli dei monarchi assoluti che dominarono l’Europa fino al faticoso emergere delle democrazie, dalla fine del Settecento. O come furono i despoti sovietici che ho ricordato in un post  di due giorni fa: Giuseppe Stalin, Nikita Krusciov, che pure dichiarò di voler liberare la politica da quello che chiamò il culto della personalità, Leonida Breznev (del fondatore del comunismo sovietico, Lenin, non possiamo dire se sarebbe divenuto un despota, perché regnò solo per sette anni, mentre l’ultimo capo dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov non volle più essere un despota, ma, a quel punto, il sistema sovietico si dissolse). O, in Italia, il capo del Governo in epoca fascista, Benito Mussolini, che chiamammo Duce, il condottiero di un’intera nazione, un padre  della patria, in tutti i sensi il modello a cui noi italiani pensiamo subito quando parliamo di  “uomo forte”. Egli ebbe nelle sue mani l’Italia per un ventennio. E anche in religione, nella nostra fede, noi facciamo molto conto su “uomini forti”: le nostre collettività religiose sono infatti organizzati, almeno formalmente, sotto il potere assoluto di un’unica persona, la cui autorità è stata storicamente costruita come quella di un imperatore religioso: questo sistema di governo dura ormai da mille anni.
   Nei giorni passati si è evocata, a proposito dei possibili effetti della riforma costituzionale che tra poco sarà oggetto di un referendum, l’esperienza politica dispotica del capo di stato Augusto Pinochet, che dominò il suo popolo dal 1973 al 1990.  Ma il paragone con l’esperienza cilena è improprio ed esagerato, se riferito all’attuale situazione politica italiana, che si muove ancora saldamente entro procedure democratiche. Tuttavia, dall’inizio degli anni ’90, di fronte all’apparente disgregazione e dispersione della politica nazionale, si seguì la via di personalizzare  molto il confronto politico, creando quelli che vengono definiti partiti personali, quelli che fanno riferimento ad un preciso capo politico, del quale spesso viene inserito in nome nel simbolo di partito. I maggiori partiti politici nazionali sono attualmente organizzati come partiti personali. Se si pensa a quelle formazioni non viene in mente un preciso programma politico, ma la persona del capo di riferimento. E’ questo il metodo migliore per capire se un partito è o non è personale. I capi dei partiti personali  reclamano poi mano libera, e chiedono la fiducia  in questo la fiducia di chi li vota. Così spesso i cittadini elettori sono posti nelle condizioni di coloro che firmano cambiali completamente in bianco.
  Tutti i capi dei partiti personali  parlano di riforme. Quali saranno precisamente? Non lo dicono. Ci assicurano che ci cambieranno la vita in meglio. Ma come facciamo a valutarne l’affidabilità senza che ci vengano esposte nel dettaglio? Quando però viene fatto, emergono tanti problemi e soprattutto ciascuno capisce che, quando ci viene detto che le riforme sono necessarie  ma  dolorose, non è solo agli altri che recheranno dolore. Rimanendo sul vago questo problema viene superato. Ognuno pensa al  bene comune  che ha in mente, e non viene contraddetto dagli aspiranti riformatori,  i quali spesso sono in buona fede perché neppure loro hanno in testa un preciso progetto di riforme, e può prevedere che il dolore  sarà solo a carico di altri.
  E’ stato osservato che la recente riforma costituzionale riduce di molto il peso del Senato nelle decisioni che il Parlamento deve prendere in seduta comune, vale a dire riunendo deputati e senatori e facendoli votare. E questo perché il Senato passa da trecentoquindici membri, oltre ai senatori a vita (gli ex presidenti della Repubblica) e quelli di nomina presidenziale (per aver “illustrato” la Patria), a cento membri, compresi nomina presidenziale, oltre ai senatori a vita (gli ex presidenti della Repubblica). Tenendo conto che il sistema elettorale per la Camera di deputati assegna al partito che riesca a conseguire il 40% dei voti validi degli elettori o riesca a vincere il ballottaggio tra i due più forti partiti di minoranza una solida maggioranza assoluta, e tenuto conto dell’analogo effetto che viene prodotto dai sistemi elettorali regionali e comunali e dunque sulla composizione dei consigli regionali (che, secondo la riforma costituzionale, nomineranno i senatori) e sulla scelta dei sindaci (tra i quali verranno scelti alcuni senatori), possiamo prevedere che probabilmente, quando il Parlamento deciderà in seduta comune, il partito che esprime il Governo avrà la possibilità di far approvare le sue scelte. Il Parlamento, secondo la riforma costituzionale, nominerò  in seduta comune il Presidente della Repubblica  e un terzo (otto membri) dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. Poiché può prevedersi che, nell’attuale scenario politico, i partiti che avranno la possibilità di vincere le elezioni politiche saranno partiti personali, ecco che si può temere che il capo  del partito personale  vincitore avrà la possibilità di far approvare le sue scelte personali  in materia. Dunque che la più importante istituzione di garanzia costituzionale, la Presidenza della Repubblica, finisca ad essere assegnato a persona di fiducia del capo del partito personale. E che l’influenza del medesimo capo politico sulla magistratura, dalla quale dipende l’attuazione dei diritti dei cittadini, in modo che non rimangano solo sulla carta come begli enunciati formali, aumenti di molto rispetto alla situazione attuale, incidendo sull’indipendenza dei giudicanti dal potere di governo. Anche sotto questo profilo la riforma costituzionale va verso un maggior potere personale  di governo. Del resto è proprio questa la soluzione che i capi politici contemporanei propongo in Italia: un potere personale, di un uomo  forte (i capi personali  dei maggiori partiti politici sono attualmente uomini), per superare lo stallo che in politica è determinato che non ci si riesce a mettere d’accordo, quindi dal fatto che, in definitiva, la gente non sa più fare politica. Infatti la politica non è fatta solo di  chiacchiere, in cui ognuno dice la propria  e rimane della propria opinione, che risulta poi incomponibile con quella degli altri, ma si costruisce sul dialogo,  che significa tener conto anche delle ragioni degli altri e proporsi di arrivare ad un’intesa. Dal dialogo  poi scaturiscono decisioni  condivise.
 Un’ultima considerazione: gli  uomini forti  degradano rapidamente. Un potere senza sufficienti e autorevoli contrappesi, innanzi tutto nella politica democratica espressa dalla base dei cittadini, tende all’abuso e all’eccesso. Per ricordare l’esempio sovietico, viene riferito  che Leonida Breznev, il quale dominò un immenso impero socialista  per circa un ventennio, sviluppò una passione personale per le automobili più costose prodotte in Occidente, che amava guidare personalmente: ne aveva una vasta collezione e, personalmente, non vi trovava alcuna contraddizione con gli ideali socialisti proclamati. E’ questa una dinamica che si riscontra, in genere, nella gran parte degli uomini forti, papi compresi (se si eccettua quelli, molto più sobri in questo, degli ultimi due secoli). L’orgoglio di uomo forte  grida veramente sfacciato, ad esempio, dal frontone del grande chiesone vaticano.  Leggere per credere. Dice sostanzialmente: "L'ho fatto io!".
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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