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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 22 settembre 2016

Come bambini

Come bambini

La Corte Costituzionale (foto da Web)


  Diventare come bambini?
  Non in tutto è bene proporselo.
  E’ scritto anche che quando si è bambini si ragiona da bambini, ma quando si è adulti…
  In particolare: negli affari di stato è un atteggiamento giusto ragionare e agire come bambini?
  Perché educare  la gente se poi, ad esempio in politica, deve tornare  bambina?
  L’anti-politica, che poi sarebbe meglio chiamare non-politica, si basa proprio su questo rimbambimento della gente, per cui ci si decide senza tanto pensarci su, per ripicca, per contrapposizione superficiale, e, soprattutto, in opposizione ai grandi.
  Che succederebbe se ai bambini riuscisse di controllare i grandi? Proverebbero a farlo, poi però, non sapendo che fare senza di loro, e vedendo rapidamente degradare l’ambiente intorno, li riporterebbero al potere. Un bambino fatalmente dipende dai grandi, proprio perché è bambino e ha dei limiti. Può anche giocare a fare  l’adulto e allora questo è un modo di imparare a crescere, ma se tutto fosse affidato a lui andrebbe rapidamente  in malora.
  Il principale problema politico oggi in Italia è che molta gente, nelle questioni di stato, ragioni e agisca da bambina. La pratica della rete telematica, i rapporti via WEB, incoraggia a farlo. Sul WEB una persona si può sentire onnipotente, come nei videogiochi. Toccando l’icona “CANCELLA”  si può ripartire da capo.  E’ più facile seguire la corrente e non c’è tanto bisogno di studiare sui problemi. Può sembrare strano, ma la vita sul WEB induce molto conformismo: si tende a fare come gli altri. Del resto non c’è tempo per riflettere. Le decisioni devono essere immediate: “SI’” o “NO”. Si sa subito chi ha vinto. E ricomincia la partita.  
  Bisogna però considerare che certe decisioni politiche sono difficilmente reversibili. Una scelta sbagliata può peggiorare la vita di un popolo molto rapidamente e molto a lungo. In particolare questo accade quando si modificano i principi fondamentali che reggono la struttura degli stati, quelli contenuti nelle costituzioni. E’ appunto quello che sta per accadere in Italia, in una data che non si sa ancora quando sarà ma che sarà a breve, entro il prossimo dicembre. Quando voteremo al referendum sulla recente riforma costituzionale.
  I fautori della riforma dicono che essa non riguarda diritti e doveri delle persone, ma solo l’organizzazione dei principali organi dello stato. Essa tuttavia può potenzialmente incidere su quei diritti e doveri, perché, riformando Parlamento, Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale, incide sugli organi ai quali compete la  formulazione e tutela dei principi costituzionali. Se si mettono questi tre organi costituzionali potenzialmente nelle mani di una minoranza, nella specie del maggiore dei partiti di minoranza, e questo potrebbe essere l’effetto della riforma costituzionale combinata con quella precedente del sistema elettorale della Camera dei deputati, tutta  la Costituzione potrebbe rapidamente cambiare, anche nei principi fondamentali, ad esempio nel principio di uguaglianza e nel diritto al  lavoro e alla salute, e nel breve periodo non ci si potrebbe fare nulla. Non c’è un tasto “CANCELLA” in queste cose.
   In precedenti interventi ho analizzato la riforma costituzionale sotto vari aspetti.   
  Voglio qui segnalare che essa, come detto, riguarda anche la Corte Costituzionale. Attualmente un terzo dei suoi membri, cinque, vengono eletti dal Parlamento in seduta comune.  Anche dopo la riforma in alcuni casi le Camere decideranno in seduta comune: per la nomina del Presidente della Repubblica e per la nomina di otto membri del Consiglio superiore della magistratura, l’organo che è alla base dell’indipendenza dei giudici da ogni altro potere dello stato e, quindi, dell’indipendenza della giurisdizione dall’influsso degli altri poteri. In questa sede il nuovo Senato conterà molto meno perché avrà due terzi di membri in meno.  Possiamo immaginare, quindi che la decisione del partito di minoranza relativa, quello che secondo la nuova legge elettorale per la Camera dei deputati avrà vinto  le elezioni, e lo si saprà subito, conseguendo la maggioranza  assoluta  dei deputati, conterà molto di più in quelle decisione.
  Per quanto riguarda la scelta dei giudici costituzionali, invece, il Senato, quel Senato piuttosto depotenziato che uscirà della riforma, scaturito da una classe politica locale in genere controllata dai partiti egemoni a livello nazionale, conterà invece molto di più. Pur avendo un sesto dei membri rispetto a quelli della Camera dei deputati, nominerà due giudici costituzionali su cinque. Perché? Non è ben chiaro la ragione di questa scelta, che potenzialmente può pesantemente incidere sulla giurisprudenza della Corte Costituzionale e quindi sull’attuazione dei diritti della gente.
  Possono immaginarsi tre  scenari.
  Il primo: sfruttando le possibilità offerte dai sistemi maggioritari vigenti per le elezioni regionali e comunali un partito riesce a controllare la maggioranza delle Regioni. A quel punto esso controllerà anche la nomina dei due giudici costituzionali da parte del Senato. Ma, poiché la nomina di quei giudici si farà in molto meno senatori di oggi, sarà più facile controllarla. Controllare i novantacinque persone, quanti saranno i nuovi senatori nominati dai consiglieri regionali, sarà più facile che controllarne trecentoquindici, quanti sono oggi i senatori. Ma, soprattutto, poiché la carica di senatore dipenderà da quella come consigliere regionale e sindaco, sarà più facile controllare i senatori con la minaccia di provocare in sede locale una crisi politica che porti alla decadenza anche dalla carica in Senato.
 Il secondo: per le procedure di nomina dei senatori, che con la riforma non saranno più contestuali con quelle dei deputati, in quanto il nuovo Senato si rinnoverà parzialmente ad ogni elezione regionale, ci potrebbe essere una marcata divergenza politica tra Camera dei deputati e nuovo Senato. In questo caso la nomina dei giudici costituzionali fatta dal Senato potrebbe essere fatta dalla maggioranza di controllo del Senato per organizzare una resistenza contro la maggioranza che controlla la Camera di deputati. Questo inciderebbe sull’unitarietà e sullo spirito di collaborazione nel collegio dei giudici costituzionali. Potrebbero essere molto di più di oggi le decisioni prese con esigue maggioranze.
 Il terzo: il Senato potrebbe cadere in mano a politiche centrate su  particolarismi locali, secondo i quali ad esempio che ogni Regione debba fare da sé, con le proprie risorse, senza poter contare sulla solidarietà delle Regioni più ricche. In questo caso questa tendenza si rifletterà sulla giurisprudenza costituzionale attraverso i membri nominati dal Senato.
  I riformatori costituzionali sono ben consapevoli di quei problemi, come anche degli altri che nei precedenti interventi ho segnalato. Ritengono che, comunque, si debba procedere perché una riforma  imperfetta  è pur sempre meglio che nessuna riforma. Questo però non è condivisibile, trattandosi di una riforma  costituzionale. Come tale essa sarà difficilmente reversibile e potrebbe produrre, sotto l’azione di minoranze spregiudicate favorite dai sistemi elettorali maggioritari vigenti per le elezioni nazionali e locali, ulteriori importanti effetti sul sistema dei diritti e doveri dei cittadini: del resto è proprio a questo che si punta, quando si dice che la riforma costituzionale aprirà la strada alle riforme.  Di queste ultime si sa poco, perché chi ne parla non fornisce di solito particolari. Di solito quelle recenti sono state dolorose  per le masse dei lavoratori: hanno ridotto le prestazioni di stato sociale. E’ stato osservato che, paradossalmente, le prestazioni di stato sociale, l’intervento dello stato a sostegno di componenti della società in difficoltà, sono state mantenute, e incrementate solo per i ceti più ricchi. Il principio “Meno tasse!”  e il sostegno alle banche ne sono stati espressione.
 Una riforma imperfetta, che è tale fin dall'inizio, che nasce imperfetta, funzionerà in maniera imperfetta. Essendo una riforma costituzionale essa influirà sul complessivo funzionamento dello stato, rendendolo imperfetto. La sua imperfezione  renderà difficile correggerla, perché le  riforme della riforma imperfetta  dovranno farsi proprio con le procedure costituzionali della riforma  imperfetta che ci si propone di riformare. 
 Le riforme costituzionali devono essere fatte bene, molto bene, fin dall'inizio, pena grossi guai.
 Come funzionerà una riforma imperfetta? A volte è difficile prevederlo. Proprio la sua imperfezione la rende imprevedibile. Alcuni costituzionalisti pronosticano gravi problemi di coordinamento tra le istituzioni di vertice. Hanno osservato, ad esempio, che, al posto dell'unica procedura per fare le leggi, dopo la riforma ce ne saranno una decina. 
 Bisogna anche tener presente che non è vero che il sistema costituzionale attualmente vigente abbia impedito riforme, anche costituzionali. Gli anni ’90 e il primo decennio del nuovo millennio, ad esempio, sono stati epoche di intense riforma. Tra l’altro anche la riforma costituzionale attualmente in questione è stata approvata dal Parlamento com’è oggi. Quello che in genere si è riusciti a impedire è la prevaricazione di maggioranze risicate ma intraprendenti. Nel nuovo sistema, tutto rischia addirittura di essere posto nelle mani della maggiore tra le minoranze politiche.
  La riforma costituzionale in questione cambia una parte significativa della Costituzione vigente e tratta quindi molte materie. Studiare i problemi costa tempo e fatica. E la decisione con un “SI’” o un “NO” non rende le cose più semplici, anzi. Tende a ridurre tutto a qualcosa come un videogioco. E genera la tendenza a decidersi sulla base della fiducia che si ha in uno dei capi dei partiti  personali  di oggi.
 La riforma è stata approvata su impulso dell’attuale Governo e allora si potrebbe pensare di avere un’idea dei suoi effetti tenendo conto del programma politico del suo attuale capo. Ma, una volta approvata la riforma, non è sicuro che sarà proprio lui a beneficiarne. E le statistiche, infatti, segnalano che il suo partito, se si votasse oggi per l’elezione dei deputati, non vincerebbe le elezioni. Sarà la maggiore delle minoranze, anzi il maggiore dei partiti  di minoranza,  a controllare la Camera dei deputati e, probabilmente, prima o poi, man mano che lo si rinnoverà di elezione regionale in elezione regionale, anche il Senato.
 Se i bambini potessero scegliere, quali grandi  vorrebbero avere per genitori? Se glielo si chiede, in genere, pensano che i loro attuali genitori siano i migliori per loro. I bambini in genere sono piuttosto conservatori. Oppure, se in un certo momento sono in urto con i genitori, magari dicono di volere come genitori dei grandi  che li assecondino in tutto. Ma non sempre, in realtà, i genitori che hanno sono i migliori che si possano pensare per loro e sicuramente un genitore che assecondi in tutti i suoi figli da bambini non è un buon genitore. Per i bambini la capacità realistica  di giudizio sui grandi  e poi l'acquisizione della  piena cittadinanza, sviluppando la medesima capacità di giudizio, sono conquiste culturali che dovrebbero raggiungere crescendo, all’interno di un processo educativo. Alla fine non ragionano più come bambini. Perché il ragionamento dei bambini è imperfetto, insufficiente.
  Com’è che gli adulti, talvolta, di fronte a scelte cruciali per la vita della nazione, sembrano ragionare come bambini? Si può pensare che non si sia curata sufficientemente la loro formazione politica permanente, per cui poi essi si siano lasciati andare, o siano regrediti, si siano lasciati trascinare dalla corrente, abbiano dimenticato l’educazione civica ricevuta a scuola, e in definitiva ora non sappiano più fare altro che ragionare e comportarsi  come i bambini.
 Del resto, lo vediamo in parrocchia: quando mai nella formazione religiosa, che dovrebbe comprendere anche la consapevolezza e la pratica dei principi della dottrina sociale, si è trattato del modo in cui si deve fare il cittadino in una nazione democratica come la nostra, in cui il voto è decisivo per imprimere svolte alla vita pubblica? I cattolici hanno dato un grandissimo contributo alla costruzione della Repubblica democratica e li troviamo anche tra gli ideatori dell’attuale riforma costituzionale. Il problema però non è nelle classi colte, negli elementi di punta dei cattolici italinani, ma nelle masse cattoliche, quelle stesse che, negli anni Venti del secolo scorso, assecondarono l’avvento del fascismo mussoliniano.
  L’Azione Cattolica, in ACR, sta svolgendo un progetto di formazione alla politica fin dai bambini più piccoli. Possiamo immaginare che tra una decina d’anni avremo adulti di fede più consapevoli e maturi. Ma è oggi  che, per certi versi, si decide il loro futuro. Vivranno infatti nello stato che scaturirà dal prossimo referendum costituzionale.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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