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mercoledì 28 settembre 2016

Non un referendum sulla Costituzione, ma solo su una legge di revisione costituzionale

Non un referendum sulla Costituzione, ma solo su una legge di revisione costituzionale

   L’altro giorno il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha invitato gli italiani a informarsi personalmente in merito al prossimo referendum sulla Costituzione. Avverto però che quello del prossimo 4 dicembre non sarà, in realtà, un referendum sulla Costituzione, ma solo su una legge di revisione costituzionale che, benché piuttosto estesa, comunque lascia immutata la gran parte del testo costituzionale. I diritti e di doveri dei cittadini nei rapporti civili, etico sociali,  economici, politici non vengono mutati. Non cambieranno il principio di eguaglianza tra i cittadini  e il riconoscimento dei diritti inviolabili degli esseri umani. Tuttavia è vero che, incidendo sulla struttura e il funzionamento del Parlamento, sulla nomina e poteri del Presidente della Repubblica e sulla nomina dei giudici della Corte Costituzionale, vale a dire sugli organi di vertice della Repubblica nelle cui mani è affidata l’intera Costituzione, la riforma è suscettibile di avere riflessi importanti anche sulle parti non formalmente modificate. La Costituzione potrebbe cambiare rapidamente anche in quelle parti, sotto l’impulso di un processo riformatore  del governo che è la principale finalità che si propongono i fautori della riforma. Infatti la riforma costituzionale è presentata come il passo necessario per arrivare a riforme in grado di risolvere i problemi italiani. Quali saranno queste riforme non si sa bene, i riformatori  sono piuttosto vaghi e, soprattutto, volubili in merito. Ecco che, ad esempio, solo qualche settimana fa, nell’emozione del terremoto dell’Italia centrale, pensavano di avviare un programma di messa in sicurezza dal punto di vista sismico di tutti gli edifici sul territorio, che richiederebbe ingentissime risorse pubbliche, e ieri invece hanno rispolverato il progetto di un ponte sospeso sullo stretto di Messina, che si presenta anch’esso costosissimo: questo mentre il Governo si dibatte tra gravi difficoltà di bilancio, non avendo di che finanziare progetti molto meno costosi e addirittura l’ordinario, come le pensioni e la sanità, e proponendosi, per di più, di ridurre le tasse.
  Nei post dal 29 luglio scorso ho analizzato nel dettaglio la riforma costituzionale oggetto del referendum. Essa è fortemente controversa tra i partiti politici. E’ stata ideata e approvata sotto l’impulso dell’attuale Governo, che ne ha fatto uno dei principali punti del suo programma. L’approvazione della riforma, come notato da diversi commentatori, ha visto delle forzature, nella specie delle restrizioni, del dibattito parlamentare mediante procedure di eliminazione degli emendamenti. Si è proceduto, insomma, a tappe forzate. E di questa fretta, inusuale in un dibattito su una riforma costituzionale, per di più così estesa come l’attuale, si è anche data la colpa all’«Europa», presentando la riforma come qualcosa che ci veniva chiesta in sede europea. In realtà non è così. La riforma è integralmente un prodotto nazionale. E’ patrocinata dall’attuale Governo perché rafforzerebbe la posizione del Governo nel quadro costituzionale. E questo in particolare per l’effetto di un’altra riforma, attuata con legge ordinaria, quella sul sistema elettorale per la Camera dei deputati. Quest’ultima mette la maggioranza assoluta della Camera dei deputati nelle mani del maggiore dei partiti di minoranza, anche se piuttosto piccolo: poiché gli attuali maggiori partiti sono partiti  personali, vale a dire egemonizzati da una singola figura politica, ciò significa mettere la Camera dei deputati nelle mani di quella singola persona egemone. E la riforma Costituzionale assegna alla competenza esclusiva della Camera dei deputati le materie che si fanno rientrare in quelle da riformare, l’ambito della cosiddette future  riforme. Va anche detto che la maggioranza assoluta assegnata dalla nuova legge elettorale della Camera dei deputati al maggiore dei partiti di minoranza è piuttosto prossima ai due terzi dei componenti: basterebbe al partito favorito ottenere l’alleanza con una formazione minore per raggiungerla. A quel punto, veramente, l’intera Costituzione sarebbe nelle mani della maggioranza politica egemonizzata da un partito personale  e, in definitiva, dalla persona  egemone.
 Purtroppo la nuova legge elettorale per la Camera dei deputati non  è oggetto del prossimo referendum. In questi giorni molti vorrebbero cambiarla: come non si sa bene. Di fatto gli effetti della riforma costituzionale dipenderanno molto da che tipo di legge elettorale sarà in vigore per l’elezione della Camera dei deputati. Vigente quella approvata recentemente, gli effetti saranno quelli che ho sopra ricordato. Però essi potrebbero cambiare se mutasse il sistema elettorale per la Camera dei deputati. Si ha quindi il paradosso di una riforma costituzionale i cui effetti dipenderanno da una legge ordinaria. Questo non dovrebbe mai avvenire. E’ un segno della frettolosa e non sufficientemente meditata stesura della riforma costituzionale, che anche in altre parti, come ho ricordato nei precedenti post, reca le tracce evidenti di una tecnica legislativa insufficiente. Trattandosi di materia costituzionale sarebbe stato meglio rifletterci in modo più approfondito: ma è appunto il tempo per farlo che è mancato a causa delle strozzature del dibattito parlamentare, della fretta di fare quello che ci chiedeva l’Europa. Salvo poi scoprire che nessuna istituzione europea ha mai chiesto all’Italia ciò che si è voluto realizzare.
  Informarsi sulla riforma richiede tempo e una certa fatica. Incide su una materia molto estesa e piuttosto tecnica. Sulla struttura del Parlamento, sui poteri parlamentari, su quelli del Governo e della Presidenza della Repubblica, sul bilanciamento di poteri tra Stato e Regioni.
 Nei giorni passati si è dibattuto aspramente sul testo del quesito referendario sul quale dovremmo esprimerci con un “Si’” o con un “No”. Esso riporta il titolo  della legge di riforma, che, a sua volta, richiama gli scopi dei riformatori. In particolare fa riferimento alla riduzione dei costi del funzionamento delle istituzioni: i contrari alla riforma pensano che la gente, leggendo questo, sia spinta emotivamente a confermare la riforma. E potrebbe essere così, visto il generale discredito di molte nostre istituzioni e, in particolare, della “politica”. Ma non ci si può fare nulla, se non aiutare la gente a informarsi meglio. E’ vero che viene ridotto il numero dei parlamentari, ma questo rafforza la posizione del Governo a scapito del Parlamento. Ci conviene? I costi della politica risulteranno ridotti, ma di quanto? I calcoli che si fanno realisticamente indicano un risparmio piuttosto modesto, perché, in particolare, il Senato, con palazzi e dipendenti, non sarà abolito, e le Province lo saranno ma saranno sostituite da organizzazioni analoghe, le Città metropolitane.
 Il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, con i suoi sessantacinque membri, sarà effettivamente abolito, con un risparmio, ho letto, di circa otto milioni di euro all’anno. Doveva consentire alla categorie produttive, alle forze del lavoro, di contribuire all’elaborazione della legislazione economica e sociale. Di fatto il suo contributo è stato sempre insufficiente. Perché? Fondamentalmente perché la legislazione economica e sociale è stata sempre monopolizzata dal partito di governo. Ma anche perché i suoi membri, in maggioranza scelti tra le categorie produttive non hanno dimostrato una sufficiente autonomia rispetto alle forze politiche e sindacali nazionali. Abolire il CNEL comporterà un risparmio, ma verrà anche meno una importante, anche se mai veramente colta, opportunità per le forze produttive di incidere sulla politica nazionale.
 Spenderemo un po’ di meno, per Parlamento, autonomie locali e CNEL, ma avremo anche di meno. Un Senato e Città metropolitane composti da membri a mezzo servizio, non più eletti dai cittadini. Si ridurrà il ceto politico rappresentativo dei cittadini a vantaggio del Governo, che verosimilmente sarà espresso da uno dei partiti personali  che vanno per la maggiore. Si ridurranno le occasione per partecipare a determinare la politica nazionale.
 Un’ultima notazione. Si dice che con la nuova legge elettorale per la Camera dei deputati si saprà subito  chi ha vinto. Però scoprirlo potrebbe non essere tanto bello.
 L’attuale Governo, ad esempio, pensa di beneficiare della riforma costituzionale e di essere il Governo che, dopo la riforma, procederà alle successive riforme. Tuttavia  i sondaggi demoscopici non confermano questa previsione. Così, non potendosi prevedere realisticamente chi gestirà le  riforme, non è possibile nemmeno avere un’idea di come esse saranno.  E questa incertezza riguarda anche materie molto importanti. Infatti il capo di uno degli attuali partiti personali  che risultasse egemone in politica grazie agli effetti combinati della riforma costituzionale e di quella per l’elezione della Camera dei deputati avrebbe la concreta possibilità di cambiare rapidamente il volto della Repubblica, senza che i cittadini possano fare granché. E’ appunto ciò che la Costituzione approvata nel 1947 intendeva evitare, essendo all'epoca ancora viva la memoria recente e dolorosa dell’esperienza politica del fascismo mussoliniano, l’archetipo, il primo e fondamentale modello, dei partiti politici personali  italiani.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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