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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 16 settembre 2016

Prendersi cura della casa comune

Prendersi cura della casa comune


Pieter Bruegel, La Torre di Babele, 1563 (immagine da WEB)



Ricostruzione dei giardini pensili dell'antica Babilonia (foto da WEB)



 L’enciclica Laudato si’,  dell’anno scorso, ha come sottotitolo: “sulla cura della casa comune”. Si tratta di un testo che non ha precedenti nella dottrina sociale. Questo risulta in modo evidente in particolare dalle note di citazione, che fanno pochi riferimenti a precedenti documenti analoghi. Vi sono invece molte citazioni di documenti di conferenze episcopali. Vi sono citazioni di documenti dei papi regnanti dagli anni ‘70, ma con molti  testi diversi dalle encicliche, contenuti in discorsi e messaggi. Di documenti conciliari vi sono tre  citazioni e riferimenti tratti tutti dalla Costituzione La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2° (nota 50, sull’autonomia delle realtà terrene; nota 100, sull’uomo quale autore, centro e fine di tutta la vita economico-sociale; nota 122, sul concetto di bene comune come l’insieme delle condizioni delle vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente). Ma è la prospettiva che viene proposta che è molto diversa da quella dei precedenti insegnamenti della dottrina sociale e anche dalla teologia francescana, a cui pure si fa riferimento come principio ispiratore. Non basta rispettare e contemplare la natura, e riconoscervi l’opera del Creatore: occorre averne cura. Non si tratta solo di soggiogare  e sfruttare  senza inaridire le risorse, lasciando ciò che serve alle generazioni successive: occorre anche mantenere, e ove occorre ristabilire, l’armonia del creato, di cui gli stessi esseri umani sono parte. Occorre un’azione comune, collettiva, che non è più riferita, come nei precedenti documenti che trattavano il tema, solo ai governanti, ma a tutti.  Questo richiede una conversione su larga scala, la giustizia sociale tra le generazioni, un nuovo spirito civico e nuove politiche. E’ in questione uno stile di vita. Ma anche il sistema economico che regge le società contemporanee. Si parla di ecologia, parola che significa studio dell’ambiente, ma l’ambiente  a cui si fa riferimento non è solo quello naturale, ma in primo luogo quello sociale. Perché sono gli esseri umani ad essere chiamati a prendersi cura della creazione. Si è chiamati ad una rivoluzione culturale:

114. Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale. La scienza e la tecnologia non sono neutrali, ma possono implicare dall’inizio alla fine di un processo diverse intenzioni e possibilità, e possono configurarsi in vari modi. Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane.

  Passare da una civiltà della crescita illimitata e dello spreco ad una della sobrietà e della cura dell’ambiente richiede un lavoro specificamente politico, che nella Laudato si’  è specificamente indicato come compito di tutti.

178. Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. 179. […

 ] Poiché il diritto, a volte, si dimostra insufficiente a causa della corruzione, si richiede una decisione politica sotto la pressione della popolazione. La società, attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie, deve obbligare i governi a sviluppare normative, procedure e controlli più rigorosi. Se i cittadini non controllano il potere politico - nazionale, regionale e municipale - neppure è possibile un contrasto dei danni  ambientali. 181. […] Occorre dare maggior spazio a una sana politica, capace di riformare le istituzioni e dotarle di buone pratiche, che permettano di superare pressioni e inerzie viziose.

 Una politica in cui il popolo abbia parte  è una politica democratica. E’ la prima volta che in un’enciclica vi è un così forte appello al popolo per una politica democratica. In passato appelli del genere erano rivolti ai governanti. Si tratta di un portato della difficile accettazione dei processi democratici da parte della dottrina sociale, che si è avuta compiutamente piuttosto recentemente, solo con l’enciclica Il centenario, del 1991, di Karol Wojtyla. Questo documento fu pubblicato in un anno in cui tutto iniziò a cambiare molto velocemente in Europa: fu l’anno della dissoluzione del comunismo sovietico in Russia. In Europa il processo politico era iniziato nel 1989. Si trattò di sviluppi che in Occidente non si erano previsti e che, quindi, sorpresero non poco.  Si produsse, nell’Europa Orientale dominata dal comunismo sovietico, una rivoluzione di sistema. Molto più, quindi, di una rivoluzione politica, che comporta un cambio di chi comanda in politica. A quell'epoca si volle fondare, progettare e stabilire un nuovo sistema sociale, economico e politico insieme. E allora il Wojtyla condusse i fedeli verso la democrazia, nei confronti della quale, fino ad allora, vi erano state sempre molte riserve, e ancora per certi versi vi sono, tanto che essa viene poco praticata nell’organizzazione religiosa e viene riservata a quella civile.
  Wojtyla fu tra i pochi, e il solo tra i grandi della Terra, a prevedere il cambiamento dei sistemi politici integrati dell’Europa orientale, che tenevano sostanzialmente prigioniere le Chiese di quelle regioni, e in particolare la Chiesa polacca nella quale egli si era formato. Egli intuiva la fragilità di quei governi nazionali. Ma, con il senno del poi, possiamo riconoscere che non aveva veramente capito i moventi della rivoluzione in corso. Egli si illudeva che fossero spirituali, che i popoli dell’Europa orientale volessero rientrare nuovamente nel consesso delle genti della fede che era alle radici della cultura civica europea.
 Furono strani moti rivoluzionari, quelli che cambiarono l’Europa in quegli anni. Ci fu poca violenza. Non ci fu una classe contro l’altra. Non insorsero i ceti più poveri. Si osservò che le piazze si riempirono di giovani e di professionisti, di gente dei ceti più elevati della società. I governi, dinanzi a quelle piazze, e a volte solo addirittura alla minaccia di raduni di piazza, mollarono tutto, come convinti della propria inesistenza, come fu scritto. E’ stato osservato (Zygmunt Bauman) che fu l’anelito al consumismo, alla libertà di creare e di soddisfare sempre nuovi bisogni, che motivò gran parte delle folle che manifestarono in piazza. Nella Germania orientale, dove, nel novembre 1989 si produsse l’evento che viene denominato Crollo del muro di Berlino, e che, in realtà, non comportò alcun crollo, ma solo l’apertura, su ordine del Governo della Repubblica Democratica Tedesca, della frontiera che all’epoca divideva in due la città di Berlino, non furono assaltati i palazzi della politica, ma la gente si accalcò alla frontiera per andare in Occidente, vedere che c’era, fare acquisti, incontrare parenti che da decenni non vedeva, però poi facendo ritorno a casa attraverso la medesima frontiera.
  Nei sistemi economici e politici comunisti era vietato non lavorare e tutti avevano una casa. Tutti potevano studiare e curarsi gratuitamente. Tutti avevano a basso costo di che vivere. C’era tempo libero e venivano organizzati gratuitamente svaghi e vacanze. Ma lo stato pretendeva di controllare i bisogni  della gente, di decidere quali erano meritevoli di soddisfazione  e quali no. E non riusciva neppure a soddisfare tutti i bisogni che riconosceva come degni. Per cui nei negozi di stato c’era poca roba e, quando c’era, occorreva spesso fare lunghe file per acquistarla. C’era il costume di comprare, ai bassi costi che venivano praticati dallo stato, anche cose che non servivano al momento, ad esempio scarpe di una taglia diversa da quella propria, per farne poi baratto. Tutti i maggiori sforzi dello stato venivano dedicati all’industria pesante, non a quella che produceva beni di consumo, per sorreggere i bisogni dell’apparato militare. Infatti i governi di quel mondo vivevano in un perenne clima di assedio, come agli esordi della rivoluzione bolscevica (quella che poi produsse lo stato sovietico russo), nel 1917. E nell’industria si aveva di mira innanzi tutto lo sviluppo sempre più rapido e imponente, non la sostenibilità ambientale. Fu il desiderio di più beni di consumo la molla principale che indusse le stesse classi dirigenti dei sistemi comunisti dell’Europa orientale a cambiare politica, producendo una rivoluzione di sistema. A tutto ciò gli strati meno ricchi, meno colti e più anziani delle popolazioni, infatti anche in quelle società l’egualitarismo non era completo, rimasero sostanzialmente estranei. Furono i più giovani  e i ceti colti il motore di quelle rivoluzioni.
  Un indizio significativo della dinamica che ho descritto può essere visto in un fatto di cronaca avvenuto proprio a Roma.  Nel 1991, venne in visita di stato in Italia il nuovo presidente della Russia, Boris Eltsin. Sua moglie, mentre il marito si intratteneva in colloqui politici, fu portata in visita per la città e, in particolare, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, che è in una zona della città non particolarmente elegante, si tratta infatti di un quartiere popolare come il nostro, anche se situato in centro. Uscendo dalla Basilica, la signora Eltsin vide lì di fronte un supermercato popolare, che ancora c’è, volle entrare, lo girò tutto e fece anche acquisti, sotto lo sguardo sbalordito delle commesse. Ne fu entusiasta. Fu criticato e preso in giro questo suo ingenuo entusiasmo per un supermercato popolare. Fu osservato che non aveva mostrato lo stesso entusiasmo durante la visita allo storico chiesone. Era questo profluvio di merce che c’era nei supermercati occidentali il sogno degli europei orientali.
[Cronaca dell'evento all'indirizzo WEB:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/04/25/quella-prima-volta-di-eltsin-in-italia.html ]
  Ora tutta l’Europa sta di fronte alla sostenibilità del suo modello di sviluppo consumistico, quello che è stato uno dei moventi più importanti delle rivoluzioni nell’Europa orientale. Non ce n’è per tutti. L’induzione di sempre nuovi bisogni genera spreco di risorse. Per cui mentre c’è chi non ha di che vivere, ci sono quelli che consumano molto di più di ciò che ragionevolmente sarebbe loro sufficiente per stare molto bene. Tutto è concentrato nella soddisfazione dei bisogni individuali di chi  è riuscito a integrarsi nel sistema economico, mentre per i bisogni sociali, ad esempio per i servizi pubblici e per le pensioni sembra che, nelle nostre società straricche dell’Occidente, manchino sempre le risorse. Il sistema economico non è stabile, perché, per sostenersi, ha necessità di crescere  sempre. Ma può crescere solo soddisfacendo i bisogni dei sempre meno che hanno di che pagare certi prezzi. Così, sembra che più aumenta la capacità di soddisfare bisogni più diminuisca il numero di chi può pagare e, dunque, più sia in pericolo la crescita costante.  Il lavoro diventa precario perché la sua stabilità è uno di quei costi per i quali non si trovano mai le risorse. Divenendo precario viene retribuito meno, e quindi diminuisce la capacità di spesa delle masse. Quindi diminuiscono i consumi e la gente si indebita per consumare. E’ stato osservato che il debito privato impone un pesante servaggio alle persone, così come l’entità del debito pubblico ,ora che la si vuole tenere sotto controllo, limita la spesa sociale con decremento del benessere collettivo. E’ un modello di sviluppo squilibrato e fondamentalmente irrazionale, tanto che riesce difficile anche ad istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea tenerlo sotto controllo. Nelle crisi, poi, ognuno pensa che la soluzione sia di liberarsi dall’onere della solidarietà verso gli altri. Ci si rinchiude nuovamente nei confini nazionali, e, all’interno di essi, dentro  quelli regionali o comunali, e infine nel proprio privato. Ognuno vuole tenersi il suo. Spendere ciò che produce. Il grido che sorge dalle masse è, in fondo: “Meno tasse!”. Chi oggi si adatterebbe ad uno stile di vita più sobrio? Chi rinuncerebbe al miraggio della crescita costante?
 Scrive Bergoglio nella Laudato si’:

222. La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo. È importante accogliere un antico insegnamento, presente in diverse tradizioni religiose, e anche nella Bibbia. Si tratta della convinzione che “meno è di più”. Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Al contrario, rendersi presenti serenamente davanti ad ogni realtà, per quanto piccola possa essere, ci apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione personale. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle possibilità che offre la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né rattristarci per ciò che non possediamo. Questo richiede di evitare la dinamica del dominio e della mera accumulazione di piaceri.

 Vedete come ragionando sulla Laudato si’  ci si  è messa di mezzo tanta storia recente? E come  sono venuti in primo piano argomenti politici? Siamo invitati a costruire un nuovo modello di sviluppo, a realizzare nell’Europa finalmente (ma per quanto ancora?) unita un nuovo modello di civiltà, una rivoluzione sistemica analoga a quelle che cambiarono il nostro continente a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. 
  E' perché lo vuole, lo ordina, un papa?
 Le encicliche sociali sono state sempre un lavoro collettivo, anche se poi è il sovrano religioso che le firma. Ci sono sempre stati molti redattori. Per la Laudato si’,  per ciò che si è saputo, non è andata proprio così. C’è effettivamente proprio il pensiero, e addirittura il lessico, del Papa. Ma le idee che Bergoglio propone non sono in gran parte sue originali, bensì sono state sviluppate in tutto il mondo da un movimento politico - religioso molto vasto, come dimostrano le tante citazioni da testi di Conferenze episcopali. C’è insomma, un popolo che reclama un nuovo modello di sviluppo. Noi, da che parte stiamo?
 Si tratta, come  è chiaro, di un lavoro che coinvolge innanzi tutto la sfera di azione dei laici di fede. La cura della casa comune  compete in primo luogo a loro.
 Ecco dunque l’esigenza di una specifica formazione, che va molto oltre quella catechistica e che deve essere potenziata in particolare a partire da quella post Cresima. C’è necessità di studiare e di fare esperienze. Di incontrare gente, anche al di fuori dell’Italia. Conoscere per progettare il cambiamento. Di imparare a praticare il metodo democratico nella discussione e nelle decisioni. Perché bisogna decidersi in masse e solo la democrazia consente di farlo. Un’organizzazione che bisognerebbe creare anche a livello parrocchiale: è da qui che la gente di fede deve essere educata ad andare oltre, in particolare a ragionare su scala europea e mondiale. A essere consapevole della prospettiva storica dei problemi.
 Nella nostra parrocchia siamo ancora ai primi passi e la dispersione della biblioteca parrocchiale non aiuta.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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