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domenica 29 ottobre 2017

Società costruite in aderenza

Società costruite in aderenza


Palazzi costruiti in aderenza in via della Giuliana, a Roma



Epigrafe sulla facciata di un palazzo in Largo Trionfale, in fondo a via della Giuliana 

  Il nostro quartiere è fatto di palazzoni separati l’uno dall’altro da strade e cortili. C’è però un altro modo di costruire ed è quello degli edifici  in aderenza,  come si è fatto in via della Giuliana, a Roma, vicino a dove lavoro. E’ architettura degli anni ’30. Nello slargo in fondo alla strada, all’incrocio con viale delle Milizie, una scritta  su un palazzo, una epigrafe, ce ne informa: “Dulce post laborem domi manere  - a. fund. ad MCMXXXII - XI E.F.”, che significa “E’ dolce stare a casa dopo la fatica del lavoro - Costruita nell’anno del Signore 1932, 11° dell’Era fascista [che si contava dal 28-10-22, giorno della Marcia su Roma]. Scritte così ce ne sono anche sui palazzi di piazza Sempione, che risalgono agli anni Venti. Dicono che è bello avere una famiglia, una casa, un lavoro. Il regime dell’epoca si vantava di darli alle masse.    In via della Giuliana, con le case costruite in aderenza, vale a dire con palazzi che sono addossati gli uni agli altri in modo da sorreggersi a vicenda, non si potrebbe abbatterne uno senza mettere in pericolo la stabilità degli altri. Così: persa la casa, la famiglia per strada, nessun posto dove riposarsi dopo il lavoro. Ebbene: anche la nostra società, quella da cui dipendono la nostra vita, il nostro benessere e la nostra sicurezza  è costruita in questo modo. Ci si illude se si pensa di poterne staccare una parte, come vorrebbero sovranisti  e  secessionisti. Ma anche l’Unione Europea è fatta nello stesso modo. In un mondo globalizzato  come quelli in cui ci troviamo, con l’economia fortemente integrata a livello mondiale, non possono si può più sopravvivere come piccole patrie.
  E’ appunto questo il vicolo cieco in cui si è cacciata la Catalogna, guidata da una classe politica sovranista  e  secessionista. L’idea che una regione fortemente integrata nell’economia europea e dipendente in tutto dalla politica europea, come quella catalana, possa sopravvivere staccandosi  dal contesto, come stato indipendente, nel senso di non legato da relazioni solidali con ciò che c’è intorno: è questo il senso dell’indipendenza rivendicata da secessionisti catalani. Fare da soli, nel senso di tenersi tutto ciò che la regione produce. L’idea ha avuto corso anche in Italia.
 Ora però la Catalogna è di fronte ad un imminente disastro politico ed economico. L’incertezza istituzionale già la danneggia. Una Catalogna indipendente significherebbe poi uno stato che dovrebbe affrontare un lungo percorso di adesione all’Unione Europea, che non potrebbe nemmeno iniziare senza il consenso del Regno di Spagna. Se andasse bene, se si riuscisse ad ottenere una separazione consensuale, sarebbero più o meno dieci / quindici anni di trattative con l’Unione Europea, durante i quali si dovrebbero prendere dure misure economiche per consentire al nuovo stato di integrarsi nel nuovo contesto istituzionale. Sarebbe dura senza la solidarietà degli spagnoli. Un piccolo stato finirebbe per subire le direttive dei colossi europei. Un percorso analogo a quello fatto dalla Slovenia e durato dal 1991 al 2004, ma in un ciclo economico non recessivo come l’attuale e con italiani e tedeschi, i più potenti vicini, favorevoli. E se le cose si mettessero male, vale a dire prendessero la piega del processo di secessione che negli anni ’90 si abbatté in Croazia e in Bosnia, con anni di crudeli guerre? O, comunque, anche senza arrivare a quegli estremi, se il nuovo corso fosse caratterizzato da violenze di piazza e da scontri con le forze armate spagnole? I processi rivoluzionari, come quello che è in corso in Catalogna, raramente si sono svolti pacificamente.
  L’esempio catalano è la dimostrazione di ciò che può accadere scegliendo una certa classe politica, come avviene alle elezioni nazionali  e come, in Catalogna, è avvenuto anche con elezioni regionali.
  Si parla una certa lingua di antica tradizione: basta per costruire uno stato separato? Ed è morale proporsi di farsi indipendenti per rompere secolari legami di solidarietà? E veramente questi legami, al dunque, sono solo una palla al piede? Il processo di unificazione europea si è dispiegato sulla base di principi esattamente opposti: genti con lingue, culture ed economie diverse hanno trovato vantaggioso legarsi molto strettamente, arrivando ad istituzioni comuni. Come potrebbe uno stato fattosi indipendente seguendo criteri contrastanti con quelli della nostra nuova Europa  pensare di portare a termine con successo l’adesione europea come entità autonoma? E senza adesione all'Unione Europea sarebbe la catastrofe economica per un piccolo stato come vorrebbe costruirlo i secessionisti catalani. Come potrebbe la nuova repubblica essere solidale con gli altri stati europei, compreso il Regno di Spagna, quindi su grande scale,   se si è già mostrato  insofferente ad esserlo in quello di origine, su scala minore?  E' una contraddizione su cui forse non si è fatta sufficiente attenzione. Ma accade anche in Italia.
  Una classe politica insufficiente potrebbe portare in Italia ad una crisi sociale ed economica molto più grave di quella vissuta negli anni passati e che non è ancora risolta. Se, ad esempio, si scegliesse di separare ciò che è costruito in aderenza, in Italia e nell’Unione Europea. Potrebbe crollare tutto.
  Si sente dire spesso, dai futuri candidati, che vogliono cambiare l’Europa. Ma avranno la cultura per farlo? Hanno intrattenuto in questi anni le relazioni giuste? A volta sono persone che non potrebbero affrontare una discussione tecnica in una delle lingue  di lavoro  correnti nell’amministrazione europea, l’inglese, il francese e il tedesco, e che mostrano poca dimestichezza con gli ambienti sovranazionali: come pensano di poter cambiare le cose in Europa? Non basta, per questo, battere un pugno sul tavolo e fare la voce grossa, minacciare e fare certe piazzate da comizio.
  Più ambizioso è l’obiettivo, più colta e capace deve essere la persona che si candida a guidare la società per raggiungerlo. E, se si punta veramente in grande, non basta più una persona, ma serve una squadra, perché nessuno, oggi, è in grado di fronteggiare tutti i temi coinvolti nelle grandi riforme. Ogni capo politico dovrebbe essere quindi in grado di spiegare non solo ciò che vorrebbe produrre con la sua azione, ma anche di indicare le persone che collaboreranno con lui in questo lavoro.
  La vicenda della Catalogna, per quanto molto dolorosa per la sua gente e per quella delle regioni intorno, vale a dire per i popoli che secondo gli insegnamenti della dottrina sociale dovrebbero comportarsi come un'unica famiglia, ci sarà utile come esempio. E’ infatti un laboratorio sociale e politico  dove si vedrà sperimentalmente che cosa accade quando si sceglie la via sovranista e secessionista, quella di liberarsi dai legami solidali. Se le cose andranno male, come probabilmente accadrà se non ci si uscirà dall’attuale vicolo cieco, si potranno trarre argomenti contro la proposta di percorrere la medesima via, anche in forme attenuate ma nella stessa linea, in Italia. E’ politica miope quella che pensa di salvare parti della società staccandone quelle più ricche: ci si salva solo tutti insieme o insieme si crolla. La nostra società è infatti costruita  in aderenza  come i palazzi in via della Giuliana.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


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