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venerdì 27 ottobre 2017

Sistemi elettorali e democrazia

Sistemi elettorali e democrazia

  La legge elettorale approvata ieri definitivamente dal Senato non sarà probabilmente ricordata come un modello di eccezionale valore nel suo campo, ma rimedia ad un problema che si era creato con il sistema che prevedeva un premio di maggioranza al gruppo più forte. Con esso il numero dei parlamentari del gruppo maggiore veniva aumentato automaticamente per consentire al governo espresso da quel gruppo di avere una solida maggioranza in Parlamento. Nel 2011, nel pieno dell’incrudelire della grave crisi recessiva che si era abbattuta sull’economia occidentale, il gruppo di comando politico dell’epoca, il quale poteva contare su una sicura maggioranza parlamentare per effetto del premio di maggioranza,  si era risolto a cedere il passo ad un governo  tecnico basato su una maggioranza vera, molto più ampia, con un accordo tra maggioranza e minoranza parlamentare. Si ritenne che l’emergenza in corso richiedesse più coesione nazionale. Il governo dell’epoca non fu obbligato a rassegnare le dimissioni, si determinò liberamente a darle. La vicenda dimostrò che maggioranze parlamentari premiali, non corrispondenti ai reali rapporti di forza nella società, non bastavano in situazioni di crisi nazionale. 
  Il nuovo sistema elettorale prevede che con un’unica scheda si voti con metodo maggioritario per una parte dei parlamentari e con metodo proporzionale per l’altra. I due metodi però rispondono ad esigenze diverse. Il primo, in cui in un piccolo territorio (collegio) si sceglie il candidato che ha ricevuto più voti, radica di più il parlamentare nella popolazione di una certa zona: conta molto la valutazione della persona. Con l’altro si vuole ottenere che le tendenze politiche presenti in una certa epoca trovino tutte voce in Parlamento: qui conta di più l’ideologia, l’opinione politica. Nel nuovo sistema elettorale, si vota con metodo proporzionale in collegi piuttosto piccoli e vengono presentate lista di non molti candidati, ma gli elettori possono scegliere solo la lista, non possono attribuire preferenze, scegliere tra i candidati di una lista. Ci sarà comunque un certo radicamento territoriale anche per questa frazione di parlamentari. Si è osservato che sarebbe stato meglio votare con due schede distinte, ciascuna per ogni metodo. Ma la discussione parlamentare è stata molto abbreviata per la fretta di arrivare a un risultato. La tecnica che si è usata per fare prima è stata quella di porre una questione di fiducia, far dipendere la vita del Governo dal risultato della votazione. Ma il sistema elettorale non rientrava nel programma del governo. E, in generale, sarebbe meglio che fosse frutto di una decisione più condivisa, in particolare tra maggioranza e minoranza parlamentare. Bisogna dire che il dibattito parlamentare ha riguardato poco il contenuto della legge, segno che non c’era una reale possibilità di accordo, perché non c'era volontà di dialogo. Questo però va imputato alla classe parlamentare nel suo complesso: una parte del suo lavoro è appunto raggiungere un consenso il più ampio possibile sulle grandi questioni vitali per la democrazia, come appunto quelle che riguardano il sistema elettorale.
  Storicamente i grandi partiti popolari di massa, dall’inizio del Novecento, preferirono il sistema elettorale proporzionale (questa ad esempio era l’opinione di don Luigi Sturzo), quale quello che poi fu usato in Italia tra il 1946 e il 1992. Il sistema maggioritario favoriva infatti l’ascesa di  notabili  locali, che ostacolavano lo sviluppo delle grandi politiche di riforma. Con il sistema maggioritario si era formata la classe politica liberale, dall'unità nazionale, espressione in gran parte della borghesia, dei ceti più ricchi, che dominavano l'economia. Nel 1993 si decise di introdurre un sistema che prevedeva una larga quota di parlamentari eletti con il maggioritario, per rimediare alla grave crisi di credibilità politica che aveva colpito i partiti negli anni precedenti. Si voleva anche favorire l’aggregazione di grandi coalizioni, per ricompattare il sistema politico che era stato scombinato a seguito della metamorfosi del socialismo europeo che si era prodotta dalla fine degli anni ’80.
  Anche con il sistema proporzionale, così come con il sistema misto  che è stato introdotto ieri, la scelta dei candidati alle elezioni fu il frutto di una collaborazione tra partiti ed elettori, non solo di questi ultimi. Gli elettori, infatti, sulla scheda di voto, potevano esprimere, al massimo, solo cinque preferenze in liste di candidati molto lunghe. La scelta era comunque fatta tra i candidati indicati dai partiti in quelle liste. Il lavoro di selezione della classe politica inizia quindi sempre dai partiti. Bisognerebbe mettere in lista persone colte, preparate, capaci di dialogare in società e a correggersi sulla base di tale dialogo. Certamente ve ne sono, in una società come quella italiana che è la più scolarizzata di sempre. Non sempre però sembra che si sia dato alla cultura il giusto peso. Spesso, vigente il sistema elettorale prevalentemente maggioritario, si inserirono invece in lista candidati di richiamo, attori, presentatori o giornalisti televisivi, che poi sono stati poco assidui in Parlamento. Progressivamente il lavoro di selezione di candidati di qualità da parte dei partiti sembra essersi fatto meno efficiente. Ma lo stesso bisogna dire per la parte del lavoro che competeva agli elettori. Il risultato, ad esempio, è che c'è tutto un settore della satira che è dedicato a certi strafalcioni parlamentari e non è un bello spettacolo, tenendo poi conto che dalla classe parlamentare dipendono il nostro benessere e la nostra sicurezza, insomma il nostro futuro. Ma anche che i parlamentari mostrano scarsa capacità di dialogo: questo è in genere il segno che ci si sente meno sicuri delle proprie opinioni e che, quindi, ci si rifiuta al confronto, preferendo uscirsene con parole d'ordine.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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