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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 18 ottobre 2017

Costruire la cittadinanza

Costruire la cittadinanza

  Tutti i temi che ho trattato nei precedenti  post  sul fascismo rientrano nel programma di studio di diritto costituzionale, una delle materie del corso di laurea in Legge. Gli studenti di questa disciplina poi faranno gli avvocati, i magistrati, i funzionari dello stato o di altri enti pubblici, i notai, ma lavoreranno anche nelle amministrazioni delle imprese private. Il diritto, il complesso delle norme, scaturisce da fatti politici che occorre conoscere per intenderlo bene. L’interpretazione delle norme è alla base del lavoro della magistratura. Ma anche in tutte le altre istituzioni pubbliche si è sempre impegnati in questa attività. Sono però anche tutti i cittadini che dovrebbero svilupparne una certa consapevolezza. Come quando si prende la patente di guida e si studia il codice della strada, che è una legge dello stato molto complessa. Non è prevista la patente del cittadino. Se ci fosse, per prenderla bisognerebbe dimostrare di conoscere la nostra Costituzione. Chi vuole guidare una macchina deve conoscere il codice della strada, chi  nasce  abilitato a guidare la Repubblica, come cittadino, dovrebbe conoscerne (almeno) la Costituzione. La maggior parte di noi, infatti,  è nata cittadina della nostra Repubblica, ma senza sapere null’altro che succhiare il latte. Certe cose le ha apprese dopo, a scuola. E ha avuto l’opportunità di farlo, perché gli italiani di oggi sono i più scolarizzati di sempre. Terminati gli studi però spesso si dimentica quello che si è appreso o non ci si aggiorna. Il tempo passa, la società cambia e con essa anche le sue leggi, i suoi ordinamenti. Periodicamente i cittadini sono chiamati a cooperare a scelte politiche molto importanti. Quelle più importanti originano dalle elezioni politiche nazionali, come quelle che ci saranno l’anno prossimo. Se non ci si è preparati le si affronta d’istinto, emotivamente, magari decidendo l’ultimo giorno o addirittura nei minuti prima di votare. O addirittura non si va a votare. Che conta un singolo voto su tanti milioni?, si pensa. Le cose andranno come sempre sono andate, si prevede, sbagliando, perché non sempre è andata così. Sui giornali e in televisione non spiegano bene ciò che c’è in ballo. Gli attori politici del momento fanno appello alla nostra fiducia o alla nostra fedeltà. Adottano strategie che sono simili a quelle della pubblicità commerciale. Allora non parlano tanto alla nostra mente ma alle nostre emozioni, cercano di intuire le nostre paure e i nostri desideri e sulla loro base adeguano la propaganda elettorale. Fanno promesse, ma non spiegano come faranno a realizzarle.  Se lo facessero, pensano, l’attenzione della gente presto cadrebbe. Sbagliano? Siete riusciti subito ad arrivare alla fine di questo lungo periodo che ho scritto o lo state riprendendo per la seconda o la terza volta, dopo esservi interrotti?
  La democrazia è un sistema di valori e di limiti. Il primo valore è quello che nessun potere deve essere senza limiti. Il limite più importante è quello della partecipazione politica dei cittadini. Ogni cittadino ha voce, vale a dire il concreto potere di incidere, nelle scelte politiche fondamentali. E’ un potere diffuso tra milioni di persone. Quindi non può cadere mai in  poche mani, finché c’è la democrazia. In questo modo è un  limite molto efficace. Ma richiede cittadini consapevoli, formati alla politica, capaci di intendere che cosa c’è in ballo, il senso di certe decisioni che devono essere prese. Capaci di partecipare e di organizzare una partecipazione collettiva informata, razionale. Altrimenti si indebolisce il sistema di limiti sui quali la democrazia si fonda e sono in pericolo i valori, tutti. Negli spazi non presidiati della democrazia si infilano infatti i più forti e spregiudicati. E una volta che accade può essere difficile cambiare la situazione, come lo fu tra il 1943 e il 1945, l’epoca della crisi terminale e della caduta del fascismo mussoliniano.
  E’ vero, dunque: in genere cittadini  si nasce, perché la legge vuole così. Essere cittadini non è solo essere soggetti al potere dello stato e delle altre istituzioni pubbliche. Anche gli stranieri lo sono, entrando in Italia. E non significa solo poter beneficiare di certe provvidenza pubbliche: in parte esse sono destinate anche agli stranieri. Significa principalmente poter influire sul destino di una collettività pubblica di cui si è parte, quindi anche sul proprio destino. Questo comporta anche l’esserne responsabili. E qui si entra nel campo della morale, la scelta del bene,  che implica anche quella religiosa. Le scelte che si fanno come cittadini, insegna la dottrina sociale, hanno anche un significato religioso. Non esiste solo il peccato personale, ma anche quello collettivo, che non significa però peccato impersonale, ma peccato di cui si è collettivamente responsabili, quindi personalmente responsabili, ma come membri di una collettività. E’ un discorso che nella dottrina sociale è stato sviluppato in particolare a partire dall’enciclica Populorum progressio - Lo sviluppo dei popoli,  diffusa nel 1967 dal papa Giovanni Battista Montini, Paolo 6°. Vi leggiamo:

Vocazione e crescita
15. Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. Fin dalla nascita, è dato a tutti in germe un insieme di attitudini e di qualità da far fruttificare: il loro pieno svolgimento, frutto a un tempo della educazione ricevuta dall’ambiente e dello sforzo personale, permetterà a ciascuno di orientarsi verso il destino propostogli dal suo Creatore. Dotato d’intelligenza e di libertà, egli è responsabile della sua crescita, così come della sua salvezza. Aiutato, e talvolta impedito, da coloro che lo educano e lo circondano, ciascuno rimane, quali che siano le influenze che si esercitano su di lui, l’artefice della sua riuscita o del suo fallimento: col solo sforzo della sua intelligenza e della sua volontà, ogni uomo può crescere in umanità, valere di più, essere di più.
Dovere personale e comunitario
16. Tale crescita non è d’altronde facoltativa. Come tutta intera la creazione è ordinata al suo Creatore, la creatura spirituale è tenuta ad orientare spontaneamente la sua vita verso Dio, verità prima e supremo bene. Così la crescita umana costituisce come una sintesi dei nostri doveri. Ma c’è di più: tale armonia di natura, arricchita dal lavoro personale e responsabile, è chiamata a un superamento. Mediante la sua inserzione nel Cristo vivificatore, l’uomo accede a una dimensione nuova, a un umanesimo trascendente, che gli conferisce la sua più grande pienezza: questa è la finalità suprema dello sviluppo personale.
17. Ma ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità intera. Non è soltanto questo o quell’uomo, ma tutti gli uomini sono chiamati a tale sviluppo plenario. Le civiltà nascono, crescono e muoiono. Ma come le ondate dell’alta marea penetrano ciascuna un po’ più a fondo nell’arenile, così l’umanità avanza sul cammino della storia. Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, che è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere.
Scala dei valori
18. Siffatta crescita personale e comunitaria verrebbe compromessa ove si deteriorasse la vera scala dei valori. Legittimo è il desiderio del necessario, e il lavoro per arrivarci è un dovere: "Se qualcuno si rifiuta di lavorare, non deve neanche mangiare". Ma l’acquisizione dei beni temporali può condurre alla cupidigia, al desiderio di avere sempre di più e alla tentazione di accrescere la propria potenza. L’avarizia delle persone, delle famiglie e delle nazioni può contagiare i meno abbienti come i più ricchi, e suscitare negli uni e negli altri un materialismo soffocatore.
Crescita ambivalente
19. Avere di più, per i popoli come per le persone, non è dunque lo scopo ultimo. Ogni crescita è ambivalente. Necessaria onde permettere all’uomo di essere più uomo, essa lo rinserra come in una prigione, quando diventa il bene supremo che impedisce di guardare oltre. Allora i cuori s’induriscono e gli spiriti si chiudono, gli uomini non s’incontrano più per amicizia, ma spinti dall’interesse, il quale ha buon giuoco nel metterli gli uni contro gli altri e nel disunirli. La ricerca esclusiva dell’avere diventa così un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale.
Verso una condizione più umana
20. Se il perseguimento dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancor di più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori d’amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane.
L’ideale da perseguire
21. Meno umane: le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo. Meno umane: le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni. Più umane: l’ascesa dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui flagelli sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura. Più umane, altresì: l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace. Più umane, ancora: il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi, e di Dio che ne è la sorgente e il termine. Più umane, infine e soprattutto: la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini.

  Come fedeli cattolici abbiamo un vantaggio, rispetto ad altre componenti della società: il complesso delle pronunce del magistero in materia di dottrina sociale costituisce un vero e proprio manuale di pronto impiego per la formazione alla cittadinanza. Altri devono studiare Legge o Scienze politiche o andarsi a ricercare faticosamente il materiale di studio in vari testi di difficile comprensione. Noi abbiamo pronti una serie di schemi di sintesi che devono essere solo integrati, in particolare con riferimenti storici. Per questo è sufficiente, inizialmente, avere sotto mano il testo di storia dell’ultimo anno delle scuole medie frequentato, inferiori o superiori. I documenti della dottrina sociale sono testi di altissimo livello, frutto di un lavoro collettivo di intellettuali di prim’ordine, nel quale i Papi, loro stessi persone di alto livello intellettuale, hanno svolto principalmente il lavoro che nella preparazione dei quotidiani fa il comitato di redazione. In alcuni documenti naturalmente  si sente di più la loro mano nelle parti in cui trattano di argomenti che rientravano nella loro specifica competenza come studiosi o nella loro esperienza di pastori. Si tratta comunque sempre di testi lungamente meditati, sottoposti a revisione critica da parte di vari studiosi prima di essere diffusi. In una parola: sono altamente affidabili. C’è la teologia, ma non solo, perché in essi si sempre fa riferimento dalla società di un certo tempo, che viene analizzata per capirla e capire che fare.
 Per capire il senso di ciò che ho osservato: il principio di sussidiarietà, per cui le istituzioni superiori devono lasciare spazio alla società e aiutarla a crescere rispettandone l’autonomia e non pretendere di dominarla, è uno di quelli fondamentali su cui si basa la nostra Unione Europea. Fu elaborato dalla dottrina sociale. Ed è la via contraria a quella percorsa del fascismo storico italiano, che volle essere e  fu, invece, un regime totalitario, che non lasciava nessuno spazio alla società, ma pretendeva di controllarla in modo molto pervasivo mediante le istituzioni dello stato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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