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sabato 7 ottobre 2017

La crisi politica della dottrina sociale del Papato

La crisi politica  della dottrina sociale del Papato

La corona dei Papi, detta Triregno, dismessa sotto il pontificato di Paolo 6°


1.   E’ facile dimostrare che la dottrina sociale diffusa dal Papato ha avuto forza fintanto che dietro di essa vi furono interessi politici  propri del Papato stesso, perché essi portavano ad intendere la dimensione politica  dei problemi, in particolare dei conflitti sociali.  Questo è molto evidente nel considerare la storia di quel tipo di magistero quando regnarono papi italiani. Essi considerarono essenziale per il loro alto ministero mantenere in Italia una posizione politica  dell’istituzione papale corrispondente, quando a libertà, autonomia, indipendenza, a quella che per circa mille anni il Papato aveva avuto. Questo li portò a mantenere, trasformato, il ruolo di capi politici che tanto a lungo avevano avuto, assumendo la direzione delle masse italiane nel confronto prima con la democrazia liberale, poi con il regime fascista, poi con le formazioni che animavano la guerra di Resistenza al fascismo e infine con la democrazia popolare nelle sue varie fasi. Ma è particolarmente evidente anche nel lungo regno di san Karol Wojtyla, sovrano religioso dal 1978 al 2005 con il nome di Giovanni Paolo 2°, nel quale, inaspettatamente, gli intessi politici  del Papato si allargarono dall’Italia all’intera Europa, acquisendo nuovamente la dimensione  imperiale  che avevano avuto nel secondo millennio, quando il Papato era stato coinvolto negli assetti politici continentali, fino ad essere una delle potenze chiamate a partecipare al Congresso di Vienna dal 1814 al 1815, la conferenza tra gli stati vincitori del regime del sovrano francese Napoleone Bonaparte in cui furono deliberate le convenzioni internazionali che decisero il nuovo ordine del continente. Al tempo di san Wojtyla il Papato ritenne essenziale per la sua missione religiosa la riunificazione politica del continente, che significava la caduta dei regimi comunisti di scuola sovietica egemoni nell’Europa orientale. I tempi erano maturi per eventi del genere, ma pochi ne avevano consapevolezza. Uno di questi era proprio san Wojtyla, il quale, profondo conoscitore dei regimi comunisti dell’Europa orientale, aveva compreso che ciò che appariva solido agli osservatori occidentali era in realtà in veloce metamorfosi e che, data la rigidità culturale e politica di quei regimi, il cambiamento si sarebbe risolto in un crollo. Decise pertanto di assecondare e sostenere i moti politici rivoluzionari democratici  che erano iniziati nella sua Polonia. Fu una strategia politica ad altissimo rischio. Il suo successo dipendeva dalla solidità del potere del presidente sovietico Gorbacev, riformatore del comunismo sovietico, rimasto al potere dal 1985 al 1991, il quale si era manifestato riluttante all'esercizio della violenza politica in Europa. Bisogna infatti ricordare che nel 1956 e nel 1968 l’alleanza militare tra i regimi comunisti dell’Europa orientale, il Patto di Varsavia,  era intervenuta con sanguinose repressioni per contrastare l’evoluzione politica in senso social-democratico in Ungheria e in Cecoslovacchia. All’epoca la Polonia partecipava al Patto di Varsavia, concluso a Mosca, la capitale dell’Unione Sovietica, nel 1955, ma così denominato perché gli uffici direttivi dell’organizzazione internazionale da esso creata avevano sede a Varsavia, la capitale polacca. Questo rende l’idea dell’importanza della Polonia nel quadro di quell’organizzazione.
2.  L’ultimo grande documento della dottrina sociale della Chiesa prima dell’era di papa Francesco può essere considerato l’enciclica Centesimus Annus - Il Centenario, diffusa nel 1991 da san Karol  Wojtyla.  La sua parte fondamentale è quella in cui si manifesta apprezzamento  per la democrazia:
46. La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. Essa, pertanto, non può favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi particolari o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato.
Un'autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia delle singole persone mediante l'educazione e la formazione ai veri ideali, sia della «soggettività» della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità. Oggi si tende ad affermare che l'agnosticismo ed il relativismo scettico sono la filosofia e l'atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti son convinti di conoscere la verità ed aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposito, bisogna osservare che, se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.
  Fu una svolta epocale, tenendo conto che, agli inizi della dottrina sociale, la democrazia venne considerata sostanzialmente come  eretica. Nel brano dell’enciclica che ho citato il Papa dimostrò una profonda comprensione del senso dei processi democratici in corso dal secondo dopoguerra e, in particolare, il profondo legame tra  democrazia  e valori, particolarmente evidente in Costituzioni come quella della Repubblica italiana. La precedente critica ideologica del Papato alle democrazie liberali era fondata sul loro preteso agnosticismo in materia di valori, che poteva portare alla deliberazione a maggioranza di qualsiasi scelta, anche contraria alla dignità degli esseri umani, il loro essere persone, uno dei valori  più importanti in senso religioso.
  Dal 1991 il papa Wojtyla iniziò a mostrare i sintomi di una patologia neurologica cronica, il morbo di Parkinson, che si fece sempre più grave ed evidente negli anni successivi. Riuscì ad accompagnare la Chiesa nel secondo millennio. Celebrò il Grande Giubileo dell’Anno 2000, un complesso di liturgie in cui ve n’è inserita una che si rivelò epocale dal punto di vista religioso, quella celebrata il 12 marzo 2000,  e chiamata Giornata del perdono, in cui san Wojtyla ci guidò nel franco riconoscimento di una lunga serie di colpe storiche, formulando una serie di impegnativi “mai più”, in materia di persecuzione religiosa, intolleranza verso le altre Chiese cristiane, persecuzione degli ebrei e dell’ebraismo, persecuzione delle culture e tradizioni religiose non cristiane, umiliazione delle donne, diritti dei poveri, dei  più deboli, degli  emarginati, degli ultimi. Le immagini di quell’anno ce lo mostrano ormai gravemente ammalato, incerto nell’incedere e, in genere, nei movimenti, con evidenti difficoltà nel parlare. La malattia del Papa spiega perché dopo l’enciclica Centesimus annus - Il Centenario  non intervenne più su temi politici?  In realtà dopo il 1991 diffuse altre cinque encicliche. E’ più verosimile che non ritenesse di avere altro da dire nella nuova Europa che si andava formando, nel senso da lui auspicato. Del resto, in un certo senso, un Papa, per quanto grande viaggiatore come fu san Wojtyla, è come confinato  nei palazzi vaticani. Le sue informazioni sul mondo finiscono per risentirne e dipendono comunque dall’efficienza della sua organizzazione. Non mi pare che egli abbia inteso l’evoluzione del mondo, nell’era della globalizzazione che iniziò dagli anni ’90, con la stessa perspicacia con cui, negli anni ’80, aveva interpretato la fragilità dei regimi comunisti di scuola sovietica. Certamente negli ultimi anni del suo regno si stavano manifestando con tutta evidenza i segni di quel  mutamento epocale della politica mondiale da cui originarono gran parte dei problemi dell’Europa, e dell’Italia in essa, di oggi. In particolare il veloce e stratosferico accrescimento delle diseguaglianze sociali e la svalutazione del lavoro a favore delle pretese di ricchezza dei detentori dei capitali finanziari in grado di essere trasferiti a livello globale, mondiale. Ma il Papa non dimostrò di averne sufficiente  consapevolezza e, soprattutto, di intendere il senso religioso dei problemi politici che la nuova situazione poneva. E’ verosimile che, progredendo la malattia del Papa, sempre più gli uffici di Curia, che affiancano il pontefice nella sua missione, abbiano svolto ruolo di supplenza. Tra questi ritengo che un ruolo molto importante lo abbia avuto quello guidato da Joseph Ratzinger dal 1981, chiamato a quell’alto ufficio proprio da san  Wojtyla. Ratzinger nel 2005 gli successe nel pontificato.
3. Il nuovo Papa, regnante con il nome di Benedetto 16°, conseguì una chiara consapevolezza dei problemi posti nell’era della globalizzazione. Lo dimostra la sua enciclica Caritas in veritate - La carità nella verità, diffusa nel 2009, a pochi mesi dall’inizio della fase di recessione dell’economia globale che è ancora in atto.
 Il nome dell’enciclica richiama solo una parte del suo contenuto, ma evidentemente molto importante per il suo autore, e precisamente quella in cui si correggono interpretazioni ritenute devianti della grande enciclica sociale  Populorum progressio - Lo sviluppo dei popoli,  diffusa nel 1967 dal papa Giovanni Battista Montini, regnante in religione come Paolo 6° dal 1963 al 1978. Ecco il passo centrale di quella parte propriamente di disciplina teologica  dell’enciclica del Ratzinger:
[…] Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l'irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali. Di qui il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata da san Paolo, della « veritas in caritate » (Ef 4,15) [=verità nella carità, nota mia], ma anche in quella, inversa e complementare, della « caritas in veritate » [=carità nella verità, nota mia]. La verità va cercata, trovata ed espressa nell'« economia » della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio.
3. Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che dà senso e valore alla carità.” 
 Il motivo dell’intervento è spiegato in quest’altro passo dell’enciclica:
12. Il legame tra la Populorum progressio e il Concilio Vaticano II non rappresenta una cesura tra il Magistero sociale di Paolo VI e quello dei Pontefici suoi predecessori, dato che il Concilio costituisce un approfondimento di tale magistero nella continuità della vita della Chiesa. In questo senso, non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all'insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. È giusto rilevare le peculiarità dell'una o dell'altra Enciclica, dell'insegnamento dell'uno o dell'altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell'intero corpus dottrinale. Coerenza non significa chiusura in un sistema, quanto piuttosto fedeltà dinamica a una luce ricevuta. La dottrina sociale della Chiesa illumina con una luce che non muta i problemi sempre nuovi che emergono. Ciò salvaguarda il carattere sia permanente che storico di questo « patrimonio » dottrinale che, con le sue specifiche caratteristiche, fa parte della Tradizione sempre vitale della Chiesa. La dottrina sociale è costruita sopra il fondamento trasmesso dagli Apostoli ai Padri della Chiesa e poi accolto e approfondito dai grandi Dottori cristiani. 
   La tesi del Ratzinger è quella della continuità del magistero religioso espresso nel Concilio Vaticano 2° e nell'enciclica Populorum Progressio - Lo sviluppo dei popoli con quello dei Concili e Papi precedenti. Questa continuità è poco evidente nell’evoluzione della dottrina sociale della Chiesa, ad esempio nei riguardi della democrazia, considerata eretica agli inizi del Novecento e apprezzata  un secolo dopo. Ma per l’autore della Caritas in veritate  esiste anche in questo campo del magistero e, comunque, ogni documento del magistero sociale  va interpretato  nel senso di fedeltà dinamica  con quelli precedenti: questo fu, come dire, un ordine, non una opinione del Papa Ratzinger.
3.1 L’enciclica Caritas in veritate - Carità nella verità  reca molto evidenti i segni di un lavoro collettivo in varie discipline. In materia di encicliche sociali fu così fin dalle origini, fin  dall’enciclica Rerum novarum - Le novità, del 1891, la prima della dottrina sociale, del papa Vincenzo Gioacchino Pecci, regnante in religione come Leone 13° dal 1878 al 1903, gli anni in cui il Papato fu considerato come una potenza sovversiva nel Regno d’Italia e in cui si venne organizzando una forza politica  di cattolicesimo sociale rivoluzionario  nei confronti dello stato democratico liberale.  La genesi collettiva dell’encicliche è stata da ultimo espressamente riconosciuta da papa Francesco con riferimento all’enciclica Laudato si’. Nella Caritas in veritate,  mentre le pronunce specificamente teologiche appaiono riconducibili direttamente al Papa, illustre esponente e maestro riconosciuto di quelle discipline, si avverte in particolare l’opera di sociologi ed economisti. Quanto a questi ultimi, noto nell’enciclica l’ordine di idee espresso dall’economista romagnolo  Stefano Zamagni, professore a Parma, Bologna e Milano.
 Del resto nell'enciclica stessa si afferma la necessità di collaborazione interdisciplinare:
30. […] il tema dello sviluppo umano integrale assume una portata ancora più complessa: la correlazione tra i molteplici suoi elementi richiede che ci si impegni per far interagire i diversi livelli del sapere umano in vista della promozione di un vero sviluppo dei popoli. Spesso si ritiene che lo sviluppo, o i provvedimenti socio-economici relativi, richiedano solo di essere attuati quale frutto di un agire comune. Questo agire comune, però, ha bisogno di essere orientato, perché « ogni azione sociale implica una dottrina ». Considerata la complessità dei problemi, è ovvio che le varie discipline debbano collaborare mediante una interdisciplinarità ordinata. La carità non esclude il sapere, anzi lo richiede, lo promuove e lo anima dall'interno.
  Nell’enciclica Caritas in veritate  troviamo sintetizzati molto realisticamente tutti i problemi del mondo globalizzato contemporaneo.
 Di seguito riporto i passi a mio avviso più significativi.
21 […] Va tuttavia riconosciuto che lo stesso sviluppo economico è stato e continua ad essere gravato da distorsioni e drammatici problemi, messi ancora più in risalto dall'attuale situazione di crisi. Essa ci pone improrogabilmente di fronte a scelte che riguardano sempre più il destino stesso dell'uomo, il quale peraltro non può prescindere dalla sua natura. Le forze tecniche in campo, le interrelazioni planetarie, gli effetti deleteri sull'economia reale di un'attività finanziaria mal utilizzata e per lo più speculativa, gli imponenti flussi migratori, spesso solo provocati e non poi adeguatamente gestiti, lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, ci inducono oggi a riflettere sulle misure necessarie per dare soluzione a problemi non solo nuovi rispetto a quelli affrontati dal Papa Paolo VI, ma anche, e soprattutto, di impatto decisivo per il bene presente e futuro dell'umanità
[…]
22. Oggi il quadro dello sviluppo è policentrico. Gli attori e le cause sia del sottosviluppo sia dello sviluppo sono molteplici, le colpe e i meriti sono differenziati. […] Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità. Nei Paesi ricchi nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono nuove povertà. In aree più povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante. […] A non rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese transnazionali e anche gruppi di produzione locale. 
[…]
23. Dopo il crollo dei sistemi economici e politici dei Paesi comunisti dell'Europa orientale e la fine dei cosiddetti “blocchi contrapposti”, sarebbe stato necessario un complessivo ripensamento dello sviluppo. Lo aveva chiesto Giovanni Paolo II, il quale nel 1987 aveva indicato l'esistenza di questi “blocchi” come una delle principali cause del sottosviluppo, in quanto la politica sottraeva risorse all'economia e alla cultura e l'ideologia inibiva la libertà. Nel 1991, dopo gli avvenimenti del 1989, egli chiese anche che, alla fine dei “blocchi”, corrispondesse una riprogettazione globale dello sviluppo, non solo in quei Paesi, ma anche in Occidente e in quelle parti del mondo che andavano evolvendosi. Questo è avvenuto solo in parte e continua ad essere un reale dovere al quale occorre dare soddisfazione, magari profittando proprio delle scelte necessarie a superare gli attuali problemi economici.
[…]
24. […] la Populorum progressio assegnava un compito centrale, anche se non esclusivo, ai « poteri pubblici ».
Nella nostra epoca, lo Stato si trova nella situazione di dover far fronte alle limitazioni che alla sua sovranità frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale, contraddistinto anche da una crescente mobilità dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed immateriali. Questo nuovo contesto ha modificato il potere politico degli Stati.
Oggi, facendo anche tesoro della lezione che ci viene dalla crisi economica in atto che vede i pubblici poteri dello Stato impegnati direttamente a correggere errori e disfunzioni, sembra più realistica una rinnovata valutazione del loro ruolo e del loro potere, che vanno saggiamente riconsiderati e rivalutati in modo che siano in grado, anche attraverso nuove modalità di esercizio, di far fronte alle sfide del mondo odierno.
[…]
25. […] Il mercato diventato globale ha stimolato anzitutto, da parte di Paesi ricchi, la ricerca di aree dove delocalizzare le produzioni di basso costo al fine di ridurre i prezzi di molti beni, accrescere il potere di acquisto e accelerare pertanto il tasso di sviluppo centrato su maggiori consumi per il proprio mercato interno. Conseguentemente, il mercato ha stimolato forme nuove di competizione tra Stati allo scopo di attirare centri produttivi di imprese straniere, mediante vari strumenti, tra cui un fisco favorevole e la deregolamentazione del mondo del lavoro. Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell'uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale. […] L'insieme dei cambiamenti sociali ed economici fa sì che le organizzazioni sindacali sperimentino maggiori difficoltà a svolgere il loro compito di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, anche per il fatto che i Governi, per ragioni di utilità economica, limitano spesso le libertà sindacali o la capacità negoziale dei sindacati stessi. Le reti di solidarietà tradizionali trovano così crescenti ostacoli da superare. 
[…]
 La mobilità lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, è stata un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia, quando l'incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. Rispetto a quanto accadeva nella società industriale del passato, oggi la disoccupazione provoca aspetti nuovi di irrilevanza economica e l'attuale crisi può solo peggiorare tale situazione. L'estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall'assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. 
[…]
32. È sempre la scienza economica a dirci che una strutturale situazione di insicurezza genera atteggiamenti antiproduttivi e di spreco di risorse umane, in quanto il lavoratore tende ad adattarsi passivamente ai meccanismi automatici, anziché liberare creatività. Anche su questo punto c'è una convergenza tra scienza economica e valutazione morale. I costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani.
Va poi ricordato che l'appiattimento delle culture sulla dimensione tecnologica, se nel breve periodo può favorire l'ottenimento di profitti, nel lungo periodo ostacola l'arricchimento reciproco e le dinamiche collaborative. È importante distinguere tra considerazioni economiche o sociologiche di breve e di lungo termine. L'abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione del reddito per far acquisire al Paese maggiore competitività internazionale impediscono l'affermarsi di uno sviluppo di lunga durata.
63. Nella considerazione dei problemi dello sviluppo, non si può non mettere in evidenza il nesso diretto tra povertà e disoccupazione. I poveri in molti casi sono il risultato della violazione della dignità del lavoro umano, sia perché ne vengono limitate le possibilità (disoccupazione, sotto-occupazione), sia perché vengono svalutati « i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia ».
64. Riflettendo sul tema del lavoro, è opportuno anche un richiamo all'urgente esigenza che le organizzazioni sindacali dei lavoratori, da sempre incoraggiate e sostenute dalla Chiesa, si aprano alle nuove prospettive che emergono nell'ambito lavorativo. Superando le limitazioni proprie dei sindacati di categoria, le organizzazioni sindacali sono chiamate a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società: mi riferisco, ad esempio, a quell'insieme di questioni che gli studiosi di scienze sociali identificano nel conflitto tra persona-lavoratrice e persona-consumatrice. Senza dover necessariamente sposare la tesi di un avvenuto passaggio dalla centralità del lavoratore alla centralità del consumatore, sembra comunque che anche questo sia un terreno per innovative esperienze sindacali. Il contesto globale in cui si svolge il lavoro richiede anche che le organizzazioni sindacali nazionali, prevalentemente chiuse nella difesa degli interessi dei propri iscritti, volgano lo sguardo anche verso i non iscritti e, in particolare, verso i lavoratori dei Paesi in via di sviluppo, dove i diritti sociali vengono spesso violati.  
 La chiara consapevolezza dei problemi sociali ed economici che troviamo nell’enciclica Caritas in veritate - La carità nella verità  non si accompagna ad una analoga di quelli politici e questo si riflette nelle proposte di soluzioni, che appaiono fare appello, essenzialmente, alla lungimiranza e all'etica dei  governanti, dei padroni del mondo, nella linea della prima dottrina sociale. Il contributo offerto dalla dottrina sociale appare essere anzitutto intellettuale:
31. […] le valutazioni morali e la ricerca scientifica devono crescere insieme e che la carità deve animarle in un tutto armonico interdisciplinare, fatto di unità e di distinzione. La dottrina sociale della Chiesa, che ha « un'importante dimensione interdisciplinare » , può svolgere, in questa prospettiva, una funzione di straordinaria efficacia. Essa consente alla fede, alla teologia, alla metafisica e alle scienze di trovare il loro posto entro una collaborazione a servizio dell'uomo. È soprattutto qui che la dottrina sociale della Chiesa attua la sua dimensione sapienziale.
 Si coglie in questo una importante  correzione di rotta rispetto a  tutta  la precedente dottrina sociale, la quale, in particolare ai suoi esordi, fu diretta in primo luogo all’agitazione sociale, in difesa degli interessi  politici  del Papato.
 La giustizia sociale viene presentata essenzialmente come un problema morale, più che politico.
 Non risalta particolarmente il collegamento tra le dinamiche   di mercato  e l’assetto politico  del mondo globalizzato e quindi la natura politica  dell’ingiustizia sociale, come risultato del prevalere di determinati interessi e gruppi sociali.
  Il mercato, anche nella sua dimensione globale contemporanea, è visto come realtà positiva:
35. Il mercato, se c'è fiducia reciproca e generalizzata, è l'istituzione economica che permette l'incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l'importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave.
  Per cui si conclude che, pur se   “[…]il mercato non è, e non deve perciò diventare, di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole”, “la società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest'ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani”, con grave sottovalutazione dei problemi politici posti dalle attuali dinamiche di mercato. Queste ultime corrispondono ad un assetto politico  dato al mondo dalle potenze sopravvissute al crollo dei regimi comunisti di scuola sovietica, che grazie alle dinamiche del nuovo  mercato globalizzato hanno consolidato la loro egemonia a livello  mondiale. E’ ragionevole che possano riuscire volontariamente a riformarsi  nel senso della giustizia sociale? E quale dovrebbe essere l’agente politico  di questa riforma? E quali sono le conseguenze sul piano religioso di una mancata riforma?
 La via indicata nell’enciclica è fondamentalmente quella dell’etica, non della politica:
45.[…] L'economia infatti ha bisogno dell'etica per il suo corretto funzionamento; non di un'etica qualsiasi, bensì di un'etica amica della persona. Oggi si parla molto di etica in campo economico, finanziario, aziendale. 
 Si coglie il ritorno di una certa sfiducia nei processi democratici:
43.[…] Se, invece, i diritti dell'uomo trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un'assemblea di cittadini, essi possono essere cambiati in ogni momento e, quindi, il dovere di rispettarli e perseguirli si allenta nella coscienza comune. 
come se democrazia  e  valori  potessero essere separati, e fosse concepibile una democrazia senza valori.
La correzione degli effetti negativi delle dinamiche di mercato è affidata, oltre che al senso etico dei governanti e degli imprenditori, vale a dire dei padroni del mondo di oggi, ad un’autorità mondiale, nella linea della dottrina sociale dagli anni ’60:
67. […] urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII
che però ancora non esiste: dovrebbe sorgere, si afferma, da una “riforma sia dell'Organizzazione delle Nazioni Unite che dell'architettura economica e finanziaria internazionale”.
 La sensazione che si ha, leggendo l’enciclica, è di un mondo in cui, in fondo, il Papato si trova bene, per cui ne consiglia alcuni correttivi di tipo sociale ed economico, su base fondamentalmente etica, e di etica religiosa, affidandoli a coloro che finora ne hanno diretto le dinamiche.
 Del resto il suo autore, e per certi versi redattore-coordinatore  di un più ampio gruppo di lavoro, è un uomo formatosi nella Germania occidentale, sistema politico ad orientamento capitalistico  che dagli anni ’90 ha guidato, mediante partiti democratici ma  fondamentalmente  conservatori,  in particolare con ideologia politica cristiano-conservatrice, i processi di integrazione europea e, in particolare, quello di creazione dell’Unione Europea.
 La dottrina sociale nacque e si sviluppò, invece, in un mondo in cui il Papato non si trovava bene, per cui ne voleva la riforma  politica, addirittura la  rivoluzione, come accadde in particolare nel primo ventennio  dalla prima enciclica sociale del 1891.
4. Gli eventi accaduti nel 2013 nel Papato ancora non sono stati ben compresi. Occorrerà che passi ancora molto tempo prima che possa esservi fatta luce. Sicuramente si trattò di una fase drammatica, in cui maturò la rinuncia la papato da parte di Joseph Ratzinger e l’elezione di papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, vescovo argentino.
  Il magistero di papa Francesco ha segnato una potente ripresa dell’azione politica  del Papato. Alcuni vedono la sua figura come contrapposta a quella di san Wojtyla, il quale fu assai critico e severo nei confronti della dottrina sociale espressa dal 1968 dai vescovi centro e sud-americani riuniti nel CELAM, il Consiglio Episcopale Latino-Americano. Ciò che mi appare avvicinare il magistero dei due Papi è la dimensione politica, espressa da san Wojtyla in particolare tra il 1978 e il 1991, prima degli anni della malattia. E’ possibile ipotizzare che la nostalgia, da parte di cardinali per la gran parte creati da san Wojtyla, del papato del primo Wojtyla abbia condotto alla elezione del cardinale argentino. Ed è anche possibile ipotizzare, nella maggioranza degli elettori del Conclave, una certa presa di distanza dal papato espresso dal Ratzinger, il quale verosimilmente ebbe sempre più influenza nella politica  papale già negli ultimi anni del regno del suo predecessore, quelli della fase più grave della malattia.
 Il magistero di papa Francesco è quello di uno che non si trova bene nel mondo di oggi. In ciò vedo una analogia con la prima dottrina sociale, quella espressa da un Papato che si sentiva come prigioniero  nei palazzi vaticani.  Ma il suo magistero se ne differenzia abbastanza in quanto non è espressione tanto di un disagio del Papato, come istituzione di vertice della Chiesa a livello universale, ma di un mondo di fede che, nell’ordinamento politico ed economico del mondo di oggi, si è trovato nella condizione di chi sta peggio. In questo senso è un magistero popolare, come di espressione di una realtà sociale di popolo, alla quale papa Francesco fa spesso riferimento nei suoi discorsi. Nei confronti del Papato, come centro politico e ideologico della nostra Chiesa, papa Francesco ha voluto esprimere un nuovo atteggiamento politico, in particolare nella rinuncia ai segni della sovranità. Ha continuato infatti a vivere nell’albergo in Vaticano dove era stato ospitato ai tempo del Conclave.  Aveva cominciato Giovanni Battista Montini, in religione Paolo 6°, rinunciando ad indossare, nelle cerimonie pubbliche, il Triregno, la pesante corona a tre strati da imperatore religioso universale ricevuta dal Papato da una tradizione secolare. L’oggetto fu venduto, per esprimere la sua completa  desacralizzazione.
 Al centro dell’azione sociale e politica del Papato, secondo la concezione del Papa regnante, non è più, come alle origini, il Papato stesso, con i suoi interessi di istituzione nella società politica del suo tempo, ma lo sono i popoli di fede, che, nella linea dell’enciclica Populorum Progressio - Lo sviluppo dei popoli (1967), vennero chiamati all’azione, e, oggi, con papa Francesco, anche alla lotta. Questo è l’ordine di idee che troviamo nell’enciclica Laudato si’  del 2015.
  E’ significativa questa citazione dell’enciclica Populorum Progressio - Lo sviluppo dei popoli  che troviamo nella  Laudato si’:
102. Conviene ricordare sempre che l’essere umano è nello stesso tempo «capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale».
 Parafrasando un’espressione di resistenti cattolici italiani,  è come se ci venisse detto che non ci sono liberatori, ma popoli che si liberano.
  E’ inoltre significativo il gran numero di citazioni da pronunce in materia di dottrina sociale di conferenze episcopali di tutto il mondo. Si richiama un movimento di popolo a livello mondiale.
 La  riforma sociale  a livello globale, mondiale, è presentata e richiesta come necessaria innanzi tutto per la sopravvivenza dell’umanità, non per permettere al Papato di continuare in modo libero la sua missione religiosa.
  Mentre nella prospettiva del Ratzinger, regnante come Benedetto 16° dal 2005 al 2013, si presentavano come necessari dei  correttivi  innanzi tutto nel campo dell’economia mondializzata, in quella di Bergoglio, regnante come papa Francesco da  2013, è una vera e propria  rivoluzione  di popolo, di coloro che nell’attuale ordine mondiale hanno avuto la peggio, che viene richiesta. Il problema è individuato innanzi tutto nelle dinamiche di mercato, vale a dire in un ordinamento politico internazionale, globalizzato, che permette un mercato in grado di porre in pericolo la sopravvivenza dell’umanità, travolgendo spregiudicatamente persone e ambiente naturale seguendo la legge del più forte, la legge della giungla.
 Con il suo magistero sociale, papa Francesco si è messo in rotta di collisione con gli interessi nazionali della potenza politica egemone nel continente americano, gli Stati Uniti d’America, in particolare all’era della presidenza federale del repubblicano Donald Trump. In questo sicuramente si differenzia molto dal contesto di riferimenti politici in cui si situava il Papato di san Wojtyla, alleato con gli Stati Uniti del presidente repubblicano Ronald Reagan negli anni della rivoluzione polacca. Ma è tutto l’ordine politico mondiale di oggi che è messo politicamente  in questione. L’appello alla lotta  di quelli che stanno peggio, invitati a farsi attori responsabili del loro miglioramento materiale e morale,  rende per certi aspetti il magistero di papa Francesco sovversivo, in quanto teso a cambiamenti radicali, e ciò nella linea del magistero sociale delle origini. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, la sovversione non è invocata contro gli sviluppi di processi democratici, ma contro una politica e una economia contrastanti con i processi democratici. E’ veramente spettacolare, in questo senso, il magistero costituzionale espresso dal Papa in Italia, vale a dire come maestro della democrazia piena di valori umani con i richiami alla nostra Costituzione. In questo egli si raccorda con l’ultimo grande impegno del cattolicesimo democratico italiano dagli anni ’90, quello in difesa dei valori costituzionali repubblicani.
  Possiamo concludere che, con il magistero di papa Francesco, sia conclusa la lunga crisi della dottrina sociale?
 Certamente si è avuta una ripresa di quella dottrina, intesa come pronunce del magistero. Bisognerà vedere, però, l’efficacia che essa avrà nel popolo di fede. In Italia, in particolare, si viene da un lungo periodo di annichilimento del pensiero e dell’azione in società secondo i valori della fede. In questo tempo ogni tipo di dissenso è stato sanzionato duramente con l’emarginazione. L’ho potuto constatare molto da vicino, ad esempio, negli ultimi anni di mio zio Achille, sociologo ed un tempo esponente piuttosto considerato del laicato di fede italiano, che, avendo criticato pubblicamente alcune prese di posizione del suo vescovo in materia di immigrazione, mi apparve improvvisamente un po’ messo da parte, in una specie di dimenticatoio religioso. Ne fecero menzione le sue sorelle, quando, dopo un certo tempo dalla morte di mio zio, furono invitate in arcivescovato, mi pare quando il nuovo arcivescovo decise di presenziare all’intitolazione a mio zio del Dipartimento di sociologia dell’Università di Bologna.
  Si è visto che, cambiato il papa, può cambiare tutto. Allora la gente si mantiene prudente. Quello ora regnante  è un Papa che ha molti e potenti nemici. Ed è in rotta di collisione con gli interessi nazionali di una nazione, gli Stati Uniti d’America, che non ha mai perdonato nessuno che le si sia opposto.
 Il destino della dottrina sociale, la sua fine o la sua vera ripresa, dipenderà dal contesto di popolo nel quale riuscirà di nuovo a radicarsi. Questo richiede un lavoro che in Europa, e in particolare in Italia, mi pare appena agli inizi.
ario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

  

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