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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 12 ottobre 2017

Potere costituente



 Potere costituente

 Quando parlo con le  persone della situazione dell’Italia di oggi, mi pare che sottovalutino l’importanza del Parlamento. Quest’ultimo è un organo dello stato, vale a dire che è un’organizzazione la quale, con un lavoro collettivo, di gruppo, esercita i poteri pubblici più importanti, quelli attribuiti allo stato. Che cosa è lo stato? Da oltre duemila anni i giuristi ne hanno dato varie definizioni, molte delle quali non ne descrivono più bene la realtà e, infatti, stanno cambiando. Quando regnavano gli antichi sovrani, il lavoro era più facile, perché, in definitiva, lo stato tendeva ad identificarsi con il loro potere, erano  loro. Ma furono proprio gli antichi studiosi romani del diritto a fare una differenza tra lo stato,  che chiamavano  cosa pubblica, e gli affari personali del sovrano, il suo patrimonio, la sua famiglia, i suo servi, la sua guardia del corpo. Cambiavano i sovrani, e anche le loro stesse dinastie, ma lo stato rimaneva il medesimo. Si ritiene ancora che perché uno stato sia tale debba essere in grado di esercitare un potere pubblico tendenzialmente in tutti i campi e con i minori limiti, su un certo territorio e su un certo popolo. Un potere è pubblico quando non è fondato sul consenso delle parti, come avviene invece quando si stipula un contratto, ad esempio ci si accorda per vendere o acquistare. La gente si ritrova soggetta allo stato per esservi nata o perché entra in un certo territorio. Anche chi non è cittadino, ma entra in uno stato è soggetto al potere di quello stato. Alla maggior parte dei cittadini non viene chiesto se vuole essere tale. Nascono da certi genitori o in un certo stato e questo, a seconda delle leggi sulla cittadinanza che ci sono, basta loro per diventare  cittadini. Alcuni stranieri possono però chiedere  di diventare cittadini e può essere più facile o meno facile ottenerlo, a seconda delle leggi che ci sono in uno stato. Di solito si chiede di diventare cittadini quando ci si è inseriti talmente profondamente nella cultura di un popolo, intesa come insieme di costumi sociali, da voler stringere un legame più impegnativo con la gente intorno. La cittadinanza non comporta solo diritti, ma molti e gravi doveri: però il legame che crea fa entrare in un cerchio di solidarietà. In certi casi il cittadino rischia la vita per gli altri, come accade in guerra, ma è vero anche il contrario, gli altri sono impegnati a rischiare la vita per lui. Si capisce il valore di essere cittadini di uno stato, quando si raggiunge consapevolezza che lo stato è essenziale per una vita sociale felice. Che, quindi, da come è o diventa lo stato dipende la nostra felicità. La società intorno può esserci amica, indifferente o nemica e se diventa nemica sono guai molto seri. Dipende in gran parte da come è lo stato. A metà Ottocento il Papato ritenne che l’Italia, nel processo di unificazione nazionale indotto dai nazionalismi mazziniano e monarchico-cavouriano, diretti dal repubblicano Giuseppe Mazzini (1805-1872) e dal monarchico Camillo Benso Cavour (1810-1861), stesse diventandogli ostile e che ciò non solo pregiudicasse la sua missione religiosa, ma anche la felicità del popolo italiano. Suscitò quindi un moto sociale per la trasformazione dello stato. Preparò una ideologia per la riforma dello stato, che è la dottrina sociale.  Affrontò, come si disse all’epoca, una battaglia di civiltà. Fu la prima volta nella storia che si rivolse al popolo per suscitarvi direttamente un’agitazione politica. In precedenza in genere si era rivolto alle dinastie sovrane, con gli strumenti della diplomazia, per cercare di costruire alleanze favorevoli ai suoi scopi politici, di solito collegati alla sua missione religiosa, ma non sempre.  Lo dovette fare, si dovette rivolgere al popolo, perché il nuovo stato unitario italiano, il Regno d’Italia, aveva un’organizzazione democratica, e, in particolare, un Parlamento, che condivideva con il Re il potere supremo. In democrazia contano le maggioranze, quindi le masse di chi è ammesso al voto e lo esercita. Nel lungo confronto con la democrazia, che dura ormai da un secolo e mezzo, il Papato ha assimilato i valori democratici nella sua dottrina sociale, il complesso di insegnamenti dati al popolo per l’organizzazione sociale.
   In ambiente cattolico, fin dalla fine del Settecento si capì l’importanza politica della formazione del popolo all'azione sociale e ci si attivò per realizzarla. La prima battaglia fu quella della buona stampa, per diffondere tra quelli del popolo che sapevano leggere (una minoranza all’epoca) scritti che contrastassero le opinioni politiche ostili alla religione (la politica rivoluzionaria di allora era ostile alla religione perché la ritenevano politicamente reazionaria, alleata con i sovrani assoluti che i rivoluzionari volevano abbattere).  Dalla metà dell’Ottocento si sviluppò in Italia un processo molto vasto di azioni sociali, che comprendevano forme di previdenza (di cui le istituzioni dello stato non si occupavano all’epoca), di cooperazione in attività di lavoro  e di istruzione popolare. Questo attivismo fu la prima base sociale a cui venne diretta la dottrina sociale. Furono due le forze che  a quei tempi si organizzarono in questo modo in Italia: i socialisti e i cattolici. Entrambe si presentavano come forze di trasformazione sociale. L'azione sociale espressa dai cattolici venne considerata, al pari di quella dei socialisti rivoluzionari,  eversiva, almeno fino al primo decennio del Novecento, per il suo carattere ostile alle procedure democratico-liberali (ai cattolici il Papato vietava la partecipazione alle elezioni nazionali). Quelle due forze percorsero processi politici assolutamente paralleli, anche nell'assimilazione dei valori democratici. Entrambe avevano nella propria ideologia il principio della giustizia sociale. Dal punto di vista sociale, possiamo considerare l’Azione Cattolica, fondata nel 1906, come uno dei primi partiti politici di massa, con solida organizzazione di formazione e di propaganda. Naturalmente aveva anche finalità religiose. Ma il suo scopo principale era l’azione sociale, la trasformazione sociale, in particolare dello stato. Ciò, all'inizio, essenzialmente per via indiretta, trasformandogli la società intorno (l'idea di riforma sociale precedette quella di riforma politica). Per suo tramite le masse cattoliche divennero presto una delle prime forze politiche. Si formò un coordinamento politico-ecclesiale, che può essere compreso con il nome di partito cristiano, secondo la terminologia del politologo e storico Gianni Baget Bozzo, che fu egemone nella costruzione della Repubblica italiana e poi nel governo tra il 1945 e il 1994. Comprendeva Papato e Azione Cattolica e, dal 1942, un vero e proprio partito che partecipava alle elezioni, la Democrazia Cristiana (la precedente analoga esperienza, il Partito Popolare, fondato da Luigi Sturzo ed altri non era coordinato con il Papato). Il luogo principale dell’egemonia di questa formazione politica fu il Parlamento: quindi i cattolici espressero a lungo una classe politica che, in genere, fu di qualità piuttosto alta, formatasi nei vari rami dell’Azione Cattolica.  Ma anche dal 1994 ad oggi, sebbene in un altro contesto politico, i cattolico-democratici hanno continuato ad avere importanti ruoli politici. Provengono da quel mondo l’attuale Presidente della Repubblica e l’attuale Presidente del consiglio dei ministri, che porta il cognome, Gentiloni, del politico, Vincenzo Ottorino Gentiloni, il quale, nel 1912, mediò la partecipazione dei cattolici alla democrazia nazionale del Regno d'Italia,  con la partecipazione, nel 1913, alle elezioni politiche, fino ad allora vietata dal Papato, in particolare dopo la conquista militare del suo stato nell'Italia centrale nel 1870.
 Molti poteri dello stato oggi vengono condivisi in sede sovranazionale. Lo richiede la struttura globalizzata  della società di oggi, in particolare dell’economia. E’ per questo che si tende a sottovalutare l’importanza del Parlamento. Se tutto viene deciso altrove, che conta più ormai? In realtà al Parlamento, oltre che altri importanti poteri pubblici, è rimasto il potere più importante di tutti, vale a dire quello costituente, di definizione dei principi fondamentali. Se esso viene male esercitato, ne va poi della felicità di tutti. Lo stato, ad esempio, può cacciarsi in una qualche guerra e, in un caso simile, si proclama la mobilitazione generale e gli idonei devono partire per rischiare la vita. La Costituzione vigente gli pone limiti stringenti in questo. Ma anche altre realtà molto importanti per la vita di tutti dipendono dai principi che ci sono in Costituzione, ad esempio il lavoro, la casa, la pensione.
  Anche il Parlamento che è in scadenza l’anno prossimo ha approvato leggi molto importanti, non ci si è limitati a inscenare gazzarre in aula. Ma il lavoro più serio in genere non viene riportato da giornali e televisione con la stessa evidenza di certe chiassate. Il prossimo dovrà affrontare una situazione politica interna e internazionale molto difficile. L’Europa ha la guerra ai confini orientali e meridionali. Anche gli Stati Uniti d’America, uno dei nostri principali alleati internazionali, stanno preparandosi alla guerra. E l’economia richiede decisioni molto difficili, proprio dal punto di vista tecnico, per la complessità delle sue dinamiche a livello mondiale e l'estrema difficoltà di fare previsioni affidabili di lungo periodo.
 Bisogna però avere consapevolezza di questo: più o meno tutte le forze politiche si propongono di modificare la Costituzione vigente, quindi di esercitare nel prossimo Parlamento un potere costituente, il potere dello stato più importante di tutti, quello da cui dipende la nostra felicità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 


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